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L’efficienza di un sistema elettorale: da Talete, passando per il Caso e i Salti quantici

29 dicembre 2012

Paolo, come avrai modo di capire, ieri l’ho  sparata un po’ abbondante.

In effetti, mentre rispondevo a te avevo un altro post in cottura, e tutti i fornelli occupati. Così, ho messo il proposito in frigo, chiuso con tappo ermetico e l’ho lasciato decantare una notte.

Il guaio adesso è che fuori c’è un sole meraviglioso, che io voglio viverlo sulla mia pelle, che il vento mi chiama, come sempre mi chiama e io, da che sono nata, gli rispondo: Arrivo! E non lo lascio mai solo, quel vento egocentrico, senza i miei capelli da sbatacchiare tutto intorno alla testa, finché non si forma un nido d’aquila e la gente comincia a guardarmi strano. (Io da sola, fisicamente, non riesco a starci mai, c’è sempre questa “gente” intorno, in una città come Roma. Ancora ancora quando abitavo a due passi dal mare, ma anche la spiaggia d’inverno, non è che fosse proprio il deserto.)

Quindi la faccio breve: proprio ieri mattina, mentre meditavo in pigiama su come impegnare utilmente la  bella giornata che si annunciava fuori dallo schermo, leggevo l’ottima newsletter elettronica de Le Scienze, alla quale sono abbonata. L’impressione che ho, di solito, durante lo svolgimento di queste colazioni da giorno festivo, è sempre quella di trovarmi sul greto di un fiume e di dover necessariamente saltellare di sasso in sasso, senza fermarmi troppo in situazioni scivolose, pena il tuffo nell’acqua freddissima, per riuscire a portarmi sulla sponda nel momento esatto in cui il caffé avrà raggiunto il suo effetto di risveglio dell’adrenalina e io sarò pronta a lavarmi-vestirmi-agitarmi-in-tutte-le-direzioni, utili o meno utili (ma poca differenza fa. In fondo).

L’efficienza del caso. Ma tu guarda la scienza, ma guarda. Alcuni studiosi hanno applicato le dinamiche dei sistemi complessi ad un ipotetico Parlamento virtuale, riscontrando che la massima efficienza si raggiunge quando un certo numero di parlamentari vengono estratti a sorte tra cittadini che non fanno parte di partiti politici.

Il risultato ha mostrato anche che i processi basati sul caso, fondamentali in tanti problemi fisici, sono utili anche in campo socioeconomico tramite strategie che prevedono scelte casuali.

Ecco. Allora mi sono detta, saltando sopra un altro sasso scivoloso, “Certo che io eliminerei tutti i partiti, se ne vedrebbero di bei risultati”. Ma la democrazia è una questione complessa, tanto che i più furbi e capaci se ne sono impadroniti al punto da renderla incomprensibile alla maggioranza della gente (proprio quella che incontro per strada quando invece ne farei tanto a meno). “E quindi si voterà col porcellum, checacchio!” e ho cercato qualcosa di più sull’argomento “efficienza del sistema elettorale”. A dire la verità, a me che non sono un’economista, la questione è apparsa un tantino complicata.

1-s2.0-S026137940000007X-gr2Immagine tratta da http://www.sciencedirect.com

Numerosi studi che ormai risalgono ad almeno una decina di anni fa (ma da allora la situazione è soltanto peggiorata), dicono che

Recent electoral reforms in four countries (Italy, Japan, New Zealand and Venezuela) represent moves away from electoral systems that represented different extreme deviations from efficiency.

Insomma, saltando ancora e cercando di mantenere l’equilibrio, ho riflettuto su quanto anche la politica, scienza sociale, sia sorella minore, come ogni altra scienza, della filosofia. Perché nel frattempo mi ero spostata su Samgha, e letto l’articolo Tempo e coscienza, di Ignazio Licata. ora, chi legge qualche volta i miei farfugliamenti sa che neuroscienze, recherche e questioni affini mi attraggono inesorabilmente. Ci sono caduta, nel fiume freddo. Splash, mezz’ora a bocca aperta.

 […] un atomo assorbe o emette energia ed un elettrone orbitale passa da un livello energetico ad un altro; oppure pensiamo  ai fenomeni di creazione-annichilazione di particelle. Tutti fatti ben noti al tempo degli acceleratori e del bosone di Higgs. La domanda è: quali sono le modalità del salto dell’elettrone da un livello energetico ad un altro? E’ come il passaggio da un gradino ad un altro? In un processo di creazione-annichilazione dove vanno queste particelle? Da dove vengono?  La risposta è nel vuoto quantistico, la versione del mare di Talete della fisica teorica. Questo vuoto è in sé atemporale. O per essere leggermente più tecnici senza abbandonare il gioco della suggestione, è un’entità a tempo immaginario.

Talete dimostrava continuamente di poter essere furbo e capace anche lui come i politicanti d’ogni tempo. I filosofi hanno menti superiori. Una volta guadagnò in una sola stagione come uno sporco capitalista nostrano, speculando molto modernamente sulla previsione di un raccolto di olive eccezionale.

Era davvero un figo. Se ne fregava degli Dei fluviali e osava far deviare i corsi d’acqua durante le battaglie per sorprendere il nemico. Ogni tanto giocava coi triangoli e buttava lì l’altezza delle piramidi davanti a un’uditorio sbigottito.

Triangoli_omotetici

Ci fosse lui, oggi saprebbe risolverla questa questione elettorale, tutta questione di triangoli.

Io a scuola di Talete allora non avevo capito niente ma sto rimediando, Paolo. Ecco, mi ero fermata a quella cosa del principio umido di tutte le cose*, poi mi ero messa a leggere fumetti, ascoltare  musicaccia, bazzicare brutte compagnie (ma non è vero, su!), e di Talete mi sono dimenticata. Mai chiudere un filosofo fuori dalla porta, perché poi rientra dalla finestra.

Errori di gioventù. Talete  era uno da  continuare a frequentare. Intanto perché  con la sua intelligenza  si era proposto al mondo come “primo filosofo”, e poi perché il vecchio Tal era anche un tipo sbrigativo:

– non volle avere figli proprio per amore dei figli. (Io ho cambiato idea di recente. Saremmo andati d’accordo per un bel pezzo di strada però)

– disse che “la cosa più semplice è dare consigli”. (Specie da un blog, ma questo non poteva prevederlo)

– che “la cosa più sgradevole è vedere un tiranno esser potuto invecchiare”. (Ah, che maldipancia)

– che “la morte non è diversa in nulla dalla vita. A chi gli obbiettava perché allora non morisse, rispondeva che era perché non c’era alcuna differenza” (capito la risposta pronta di ieri, Luporenna?)

Nessuno glielo chiese mai, ma all’occorrenza avrebbe saputo dire anche se fosse nato prima l’uovo o la gallina.

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A quel punto mi sono rialzata, ho fatto una doccia calda calda e sono uscita. Cosa che mi appresto a fare adesso, scusa la stringatezza quindi. Mi è venuta voglia di tornare a bussare alla porta di Talete**, magari con una scatola di cioccolatini sotto braccio per farmi perdonare la lunga assenza. Proverei a partire da un testo disimpegnato, ormai sono un bel po’ arruginita, e poi ho tutti quegli ebook da leggere (e poi, ancora, fondamentalmente a me piace il mare, quella grande distesa umida…).

Cochi e Renato – A me mi piace il mare

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*) Talete […] dice che [la “realtà naturale (o una sola o piú di una) dalla quale derivano tutte le altre cose, mentre essa continua ad esistere immutata”], quel principio è l’acqua (per questo afferma anche che la Terra galleggia sull’acqua), desumendo indubbiamente questa sua convinzione dalla constatazione che il nutrimento di tutte le cose è umido, e che perfino il caldo si genera dall’umido e vive nell’umido. Ora, ciò da cui tutte le cose si generano è, appunto, il principio di tutto. Egli desunse dunque questa convinzione da questo fatto e dal fatto che i semi di tutte le cose hanno una natura umida e l’acqua è il principio della natura delle cose umide”. (Aristotele, Metafisica 983 b)

**) Guérard Cécile – Piccola filosofia del mare. Da Talete a Nietzsche – Ed. Guanda, 2012

Spoetizzazioni /1 – Spoetizzare la rivoluzione

21 ottobre 2012

[segue]

 

Roma, 20 Ottobre 2012

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E intanto mi ero avvicinata alla fermata Metro. La colorata mandria della manifestazione CGIL sulla via del ritorno con lo sfondo del Colosseo, era uno spettacolo.

Mi ci sono infilata in mezzo. E ho fatto male. Sarei potuta restarmene un altro po’ a sognare, per quanto fosse possibile, che stesse sfilando la rabbia ultima, quell’alzata di testa che tanto servirebbe per restituire il giusto valore alle cose e, magari, un po’ di giustizia. Macché. La gente avanzava dimessa, e che tristezza sentire alcuni mugolare a mezza bocca Bella Ciao, la prima canzone che ho cantato su un pullman scolastico, quando andavo alla mia “scuola comunista”, entusiasta, gridandola senza capirla, da bambina insieme ad altri bambini. Erano i vecchietti, soprattutto loro, quelli che incitavano gli altri, quelli che alzavano i cori, ma scomposti e distratti, come fosse un’abitudine. Intrecciando i piedi dei turisti, che li guardavano basiti, con rassegnazione. Mi è dispiaciuto tanto, oggi è stato un giorno di dispiacimenti. E di pensieri fatti con la mente rivolta al passato. Infatti, mi sono tornate in mente frasi lette ieri in treno, durante il viaggio di ritorno:

La rivoluzione impossibile*

 

Marx appartiene alla tradizione giudaico-cristiana che ha del tempo una concezione escatologica dove alla fine (éschaton) si realizza quello che all’inizio era stato annunciato. La triade religiosa – colpa, redenzione, salvezza – ritrova la sua formulazione nell’omologa prospettiva dove il passato appare come male, la rivoluzione (al pari della redenzione) come riscatto, il futuro come progresso, che è poi la forma laicizzata della redenzione.

Come la redenzione, anche la rivoluzione prevede il rovesciamento del dominio del male in quello del bene, da questo tempo a un altro tempo. Al pari del popolo d’Israele, la classe operaia, scrive Marx, “ha fame e sete di giustizia”. E, come Isaia, attende “nuovi cieli e nuove terre”, così, la rivoluzione attende un futuro di giustizia. Forse per questo, come con le religioni, anche con le rivoluzioni si sono istituiti nuovi calendari per una nuova misurazione del tempo.

Se ora vogliamo toccare alcuni punti nodali del Capitale vediamo che Marx individua l’alienazione della condizione umana nel fatto che, al rapporto organico dell’uomo con la natura, il capitalismo ha sostituito il rapporto organico dell’uomo con il mercato. Ciò ha determinato una sorta di capovolgimento dei mezzi con i fini, per cui non più il “bisogno” come fine dell’attività lavorativa, ma il “prodotto” e il suo valore di scambio in vista della sempre maggiore acquisizione di denaro, da mezzo per produrre beni e soddisfare bisogni, diventa il fine, in vista del quale si producono beni e, solo se la cosa concorre a questo scopo, si soddisfano i bisogni.

Il risultato più evidente di questo capovolgimento è la reificazione dell’uomo dovuta al fatto che la cosa (res) vale in sé stessa e non in quanto mezzo per la soddisfazione di un bisogno umano. In questo modo la logica del mercato dischiude quello scenario che prevede il dominio della cosa sull’uomo, del prodotto sul produttore, perché, in un processo di totale reificazione, è la cosa a definire l’uomo, che così risulta oggettivato e definito dal genere della sua attività, la quale, a sua volta, non è più ricambio organico con la natura, ma pura produzione di merci, che non solo conducono vita autonoma rispetto ai bisogni umani, ma deifiniscono, attraverso la loro circolazione, il senso dell’attività umana e il valore delle cose.

E non si dica che, rispetto al tempo di Marx, le cose sono cambiate, se è vero, come tutti possiamo constatare, che, a livello di circolazione mondiale, le merci conoscono una libertà di movimento ancora sconosciuta a miliardi di uomini. In questo processo di totale mercificazione del lavoro, la specializzazione accelerata imposta dal mercato porta alla frammentazione dei processi lavorativi, alla loro parcellizzazione e quindi al loro inserimento nel sistema di divisione del lavoro, con un obnubilamento delle finalità ultime della produzione e l’esonero di responsabilità dei singoli lavoratori, a cui non può che risultare del tutto indifferente prestare la loro opera in una fabbrica di armi o in una produzione di generi alimentari. Le diverse finalità del loro lavoro non hanno più alcuna rilevanza.

La rivoluzione, possibile ai tempi di Marx, oggi non è più possibile, perché, se è vero come ci insegna Hegel che la rivoluzione è il conflitto tra due “volontà”, quella del servo e quella del signore, oggi sia il servo sia il signore si trovano non più su due fronti contrapposti, ma dalla stessa parte contro l’ineluttabilità di quella forma astratta, anonima e regolatrice di tutti gli scambi che si chiama mercato. Un Nessuno che regola la vita di tutti, anche se Omero ci ha avvertiti che “Nessuno” è pur sempre il nome di “qualcuno”.

Ma questo qualcuno non è di immediata evidenza.

La folla era davvero troppa perché potessi raggiungere la banchina, ho optato per un cambio con il bus. E quando sono scesa, ecco gli immancabili stormi. Ah, vedessi, gli stormi, come sono belli qui in città. Io li chiamo spesso, con irritazione, gli uccelli cacatori, visto quello che combinano mentre se la svolazzano impuniti, senza mostrare alcun rispetto per il mondo sottostante. Eppure la loro comparsa ha in sé qualcosa di struggente. È una di quelle visioni che ti bloccano col naso in su in ammirazione (sempre se non hai la macchina parcheggiata nei paraggi).

Era tutto molto bello qui, oggi. Davvero, molto, molto bello. Ma anche inutile.

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*) Umberto Galimberti – il segreto della domanda, intorno alle cose umane e divine. Ed. Feltrinelli2011

Della tristezza, del piacere e della conoscenza

3 ottobre 2012

 

 

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 Era il 1987, attenzione. L’avevo preso perché lo trovavo magnetico, accattivante, già solo dal titolo, “Viaggi indifferenti”*. L’opera di uno storico, forse un trattato sul labile confine esistente tra previsione storicistica e fantascienza? Forse, avvertivo che negli anni a venire avrei sentito l’esigenza di riempire di significato una lacuna che già si stava aprendo in me, ma alla quale non sapevo dare forma o nome. E poi, quell’anno compravo sempre e solo libri d’architettura. Pensavo sinceramente che quel libro l’avrei letto, un giorno o l’altro.

Lasciamo perdere che soltanto ieri m’è capitato in mano e ho pensato: “Ma sì, forse la do, un’occhiata”. Un capitolo a caso -a caso?- :

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Non possiamo non dirci pagani

Se si osserva non superficialmente un particolare stato d’animo di questi ultimi anni, si scopre forse che quella sfuggente ansia di rientrare in sé stessi che si avverte da ogni parte non è che il desiderio filosofico di una ancora sconosciuta terapia intellettuale. Si cerca una cultura sottile e disarmante che non si trova in luoghi precisi, ma di cui si percepisce, tuttavia, l’assenza.

È un desiderio attivo, questo, che non ha però contatti di alcun genere con la pura e semplice evasione né con il privato volgare. Si tratta d’altro: è l’esigenza di una razionalità più profonda e raffinata che coincida con un bisogno altrettanto profondo di edonismo e di erotismo esistenziale. Riemerge forse, inavvertita, l’antica limpida filosofia dello stoicismo, sulle cui aeree strutture poggiano, ancora oggi, il “pensare”, il controllo intellettuale dell’agire umano?

Riaffiora, insieme ad essa, la rasserenante morale pagana – sempre esorcizzata e perennemente diffidata – che lascia vedere e “gustare” le cose così come sono? Riappaiono quelle lontane “teologie razionali” che, da Epicuro a Seneca, hanno insegnato l’arte di vivere? Quel movimento spirituale (la stoa, appunto) che, dentro l’ellenismo, diede “per mezzo millennio a innumerevoli uomini una base morale e una pace interiore”?

Si potrebbe istintivamente rispondere che il contributo culturale, umano, artistico ed “erotico” del paganesimo è stato troppo alto perché se ne smarrisca mai il senso. Ma, detto questo, è difficile poi sapere con esattezza in quali pieghe del nostro tempo sono celati, vivi, i segni di quell’epoca sommersa ma densa di idee e, soprattutto di pensiero.

“Uno storico del futuro”, scriveva pochi anni or sono Ranuccio Bianchi Bandinelli, “potrà dire che l’inizio dell’era atomica ed astronautica, della tecnologia e della civiltà di massa coincide con la scomparsa delle ultime tracce delle forme ellenistiche.” Ma sono veramente scomparse, queste forme di cui parlava il grande studioso del mondo antico, quando dal campo dell’arte si passa a quello del linguaggio, dell’estetica del vivere e della filosofia? Bianchi Bandinelli definiva le forme ellenistiche “ovvie e insostituibili, tanto ci erano naturali a noi europei”, aggiungendo che “esse hanno fatto ancora parte, fino a ieri, della nostra esistenza”. È così forte, allora, la tecnologia moderna da negarle per sempre?

Tutto sembra confermarlo. Ma l’ellenismo e lo stoicismo avevano anch’essi come elemento di riflessione il nostro stesso problema, cioè il rapporto con la scienza e le tecniche. Quei filosofi sapevano però ricondurlo al logos, al discorso, cioè all’ordine culturale, all’equilibrio morale dai quali quel rapporto è legittimato. Questo senso stoico, “ovvio e insostituibile”, può rientrare come elemento critico e analitico nella realtà contemporanea? Certamente sì, ed è un elemento questo fondamentalmente estetico.

[…]

Chi riconosce nello stoicismo quell’essenza filosofica della cultura e del mondo pagani che percorre, come un filo rosso, il pensiero moderno (dall’Umanesimo a Spinoza a Kant alla rivoluzione francese) non può non sapere che il concetto di esistenza è fondato anzitutto sul piacere di vivere inteso come unico veicolo di conoscenza e di verità. Val la pena di ricordare che proprio negli scritti di tanti pensatori della fase conclusiva dell’età classica (e pagana) si avverte l’inquietudine di una transizione verso un mondo meno solare e meno certo proprio perché più triste.

[…] lo Stato ha la più profonda radice non nella debolezza dell’uomo, ma nell’istinto sociale che è naturalmente insito in lui. Ha un senso, allora, immaginare come un paradiso perduto l’idea pagana di un individuo, di una società o di uno Stato tenuti insieme solo dal gusto di godere, nel migliore dei modi, la vita di ogni giorno?

Mentre leggevo, mi sorprendevo della similitudine con un tema nel quale mi ero imbattuta di recente, l’opposizione che alcuni sostengono esistere tra pensiero scientifico e umanistico . Una separazione della quale, mi pare, abbia parlato ieri, in termini di opposizione tra illuminismo e romanticismo (se non fermiamo la definizione del pensatore romantico all’idea dell’inventore di frasi stucchevoli per i bigliettini dei Baci Perugina), anche Antonio Pascale dal suo blog sul Post.

Un’altra buona lettura.

*) Lucio Villari – Viaggi indifferenti, Ed. Bompiani 1987

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Giuliano Palma  – Se ne dicon di parole

(Con questo video inauguro 4 giorni di paganesimo musicale)


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