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L’efficienza di un sistema elettorale: da Talete, passando per il Caso e i Salti quantici

29 dicembre 2012

Paolo, come avrai modo di capire, ieri l’ho  sparata un po’ abbondante.

In effetti, mentre rispondevo a te avevo un altro post in cottura, e tutti i fornelli occupati. Così, ho messo il proposito in frigo, chiuso con tappo ermetico e l’ho lasciato decantare una notte.

Il guaio adesso è che fuori c’è un sole meraviglioso, che io voglio viverlo sulla mia pelle, che il vento mi chiama, come sempre mi chiama e io, da che sono nata, gli rispondo: Arrivo! E non lo lascio mai solo, quel vento egocentrico, senza i miei capelli da sbatacchiare tutto intorno alla testa, finché non si forma un nido d’aquila e la gente comincia a guardarmi strano. (Io da sola, fisicamente, non riesco a starci mai, c’è sempre questa “gente” intorno, in una città come Roma. Ancora ancora quando abitavo a due passi dal mare, ma anche la spiaggia d’inverno, non è che fosse proprio il deserto.)

Quindi la faccio breve: proprio ieri mattina, mentre meditavo in pigiama su come impegnare utilmente la  bella giornata che si annunciava fuori dallo schermo, leggevo l’ottima newsletter elettronica de Le Scienze, alla quale sono abbonata. L’impressione che ho, di solito, durante lo svolgimento di queste colazioni da giorno festivo, è sempre quella di trovarmi sul greto di un fiume e di dover necessariamente saltellare di sasso in sasso, senza fermarmi troppo in situazioni scivolose, pena il tuffo nell’acqua freddissima, per riuscire a portarmi sulla sponda nel momento esatto in cui il caffé avrà raggiunto il suo effetto di risveglio dell’adrenalina e io sarò pronta a lavarmi-vestirmi-agitarmi-in-tutte-le-direzioni, utili o meno utili (ma poca differenza fa. In fondo).

L’efficienza del caso. Ma tu guarda la scienza, ma guarda. Alcuni studiosi hanno applicato le dinamiche dei sistemi complessi ad un ipotetico Parlamento virtuale, riscontrando che la massima efficienza si raggiunge quando un certo numero di parlamentari vengono estratti a sorte tra cittadini che non fanno parte di partiti politici.

Il risultato ha mostrato anche che i processi basati sul caso, fondamentali in tanti problemi fisici, sono utili anche in campo socioeconomico tramite strategie che prevedono scelte casuali.

Ecco. Allora mi sono detta, saltando sopra un altro sasso scivoloso, “Certo che io eliminerei tutti i partiti, se ne vedrebbero di bei risultati”. Ma la democrazia è una questione complessa, tanto che i più furbi e capaci se ne sono impadroniti al punto da renderla incomprensibile alla maggioranza della gente (proprio quella che incontro per strada quando invece ne farei tanto a meno). “E quindi si voterà col porcellum, checacchio!” e ho cercato qualcosa di più sull’argomento “efficienza del sistema elettorale”. A dire la verità, a me che non sono un’economista, la questione è apparsa un tantino complicata.

1-s2.0-S026137940000007X-gr2Immagine tratta da http://www.sciencedirect.com

Numerosi studi che ormai risalgono ad almeno una decina di anni fa (ma da allora la situazione è soltanto peggiorata), dicono che

Recent electoral reforms in four countries (Italy, Japan, New Zealand and Venezuela) represent moves away from electoral systems that represented different extreme deviations from efficiency.

Insomma, saltando ancora e cercando di mantenere l’equilibrio, ho riflettuto su quanto anche la politica, scienza sociale, sia sorella minore, come ogni altra scienza, della filosofia. Perché nel frattempo mi ero spostata su Samgha, e letto l’articolo Tempo e coscienza, di Ignazio Licata. ora, chi legge qualche volta i miei farfugliamenti sa che neuroscienze, recherche e questioni affini mi attraggono inesorabilmente. Ci sono caduta, nel fiume freddo. Splash, mezz’ora a bocca aperta.

 […] un atomo assorbe o emette energia ed un elettrone orbitale passa da un livello energetico ad un altro; oppure pensiamo  ai fenomeni di creazione-annichilazione di particelle. Tutti fatti ben noti al tempo degli acceleratori e del bosone di Higgs. La domanda è: quali sono le modalità del salto dell’elettrone da un livello energetico ad un altro? E’ come il passaggio da un gradino ad un altro? In un processo di creazione-annichilazione dove vanno queste particelle? Da dove vengono?  La risposta è nel vuoto quantistico, la versione del mare di Talete della fisica teorica. Questo vuoto è in sé atemporale. O per essere leggermente più tecnici senza abbandonare il gioco della suggestione, è un’entità a tempo immaginario.

Talete dimostrava continuamente di poter essere furbo e capace anche lui come i politicanti d’ogni tempo. I filosofi hanno menti superiori. Una volta guadagnò in una sola stagione come uno sporco capitalista nostrano, speculando molto modernamente sulla previsione di un raccolto di olive eccezionale.

Era davvero un figo. Se ne fregava degli Dei fluviali e osava far deviare i corsi d’acqua durante le battaglie per sorprendere il nemico. Ogni tanto giocava coi triangoli e buttava lì l’altezza delle piramidi davanti a un’uditorio sbigottito.

Triangoli_omotetici

Ci fosse lui, oggi saprebbe risolverla questa questione elettorale, tutta questione di triangoli.

Io a scuola di Talete allora non avevo capito niente ma sto rimediando, Paolo. Ecco, mi ero fermata a quella cosa del principio umido di tutte le cose*, poi mi ero messa a leggere fumetti, ascoltare  musicaccia, bazzicare brutte compagnie (ma non è vero, su!), e di Talete mi sono dimenticata. Mai chiudere un filosofo fuori dalla porta, perché poi rientra dalla finestra.

Errori di gioventù. Talete  era uno da  continuare a frequentare. Intanto perché  con la sua intelligenza  si era proposto al mondo come “primo filosofo”, e poi perché il vecchio Tal era anche un tipo sbrigativo:

– non volle avere figli proprio per amore dei figli. (Io ho cambiato idea di recente. Saremmo andati d’accordo per un bel pezzo di strada però)

– disse che “la cosa più semplice è dare consigli”. (Specie da un blog, ma questo non poteva prevederlo)

– che “la cosa più sgradevole è vedere un tiranno esser potuto invecchiare”. (Ah, che maldipancia)

– che “la morte non è diversa in nulla dalla vita. A chi gli obbiettava perché allora non morisse, rispondeva che era perché non c’era alcuna differenza” (capito la risposta pronta di ieri, Luporenna?)

Nessuno glielo chiese mai, ma all’occorrenza avrebbe saputo dire anche se fosse nato prima l’uovo o la gallina.

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A quel punto mi sono rialzata, ho fatto una doccia calda calda e sono uscita. Cosa che mi appresto a fare adesso, scusa la stringatezza quindi. Mi è venuta voglia di tornare a bussare alla porta di Talete**, magari con una scatola di cioccolatini sotto braccio per farmi perdonare la lunga assenza. Proverei a partire da un testo disimpegnato, ormai sono un bel po’ arruginita, e poi ho tutti quegli ebook da leggere (e poi, ancora, fondamentalmente a me piace il mare, quella grande distesa umida…).

Cochi e Renato – A me mi piace il mare

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*) Talete […] dice che [la “realtà naturale (o una sola o piú di una) dalla quale derivano tutte le altre cose, mentre essa continua ad esistere immutata”], quel principio è l’acqua (per questo afferma anche che la Terra galleggia sull’acqua), desumendo indubbiamente questa sua convinzione dalla constatazione che il nutrimento di tutte le cose è umido, e che perfino il caldo si genera dall’umido e vive nell’umido. Ora, ciò da cui tutte le cose si generano è, appunto, il principio di tutto. Egli desunse dunque questa convinzione da questo fatto e dal fatto che i semi di tutte le cose hanno una natura umida e l’acqua è il principio della natura delle cose umide”. (Aristotele, Metafisica 983 b)

**) Guérard Cécile – Piccola filosofia del mare. Da Talete a Nietzsche – Ed. Guanda, 2012

Lettrice con Muzzioli e Wolf

1 dicembre 2012

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Mantengo i miei propositi:

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Uno:

Francesco Muzzioli  – Come smettere di scrivere poesia. Ed. Lithos 2011

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Due:

Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf, Ed. Vita e pensiero, 2009

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È l’età giusta

19 novembre 2012

Davanti alle stradine tutte allagate del parco, sotto quel cielo plumbeo, con le panchine di legno tutto inzuppato, stamattina mi sono sentita a casa. Quel mondo esterno a me, mi aveva chiamato: “scendi!” alla prima finestra spalancata, come da bambina, quando la domenica si apriva con lunghe sorsate d’aria, affacciata in balcone, persa nel canto degli uccelli, nell’ipnotico ondeggiamento delle foglie al vento. Una volta uscita mi sono chiesta perché non provi più a ricercare coscientemente sensazioni come quella. Ne facevo una questione di sopravvivenza, un tempo. Dovevo, sempre, in ogni circostanza, mantenere il contatto con la mia natura panica e allora camminavo, respiravo, mi allungavo al cielo, mi strofinavo all’erba, abbracciavo gli alberi, invocavo spiriti, il tutto in un crescendo di felicità corporea e spirituale che mi caricava, mi faceva forte, quercia indistruttibile nelle tempeste piccole e grandi dell’esistenza. Adesso no, non è più così da tanto. Ho perso la fiducia negli ingenui riti di quel tipo. Ci sono cose più urgenti, più serie, più importanti. Io, tanto, sono sempre io. O no?

Da quando ho aperto il blog (era maggio, il sole tramontava, e tutto il resto),  ho capito che quello era un atto dovuto in primo luogo verso me stessa. Si trattava di riprendere a studiare, di imparare a confrontarsi, di acquistare il coraggio necessario a mettersi in gioco in prima persona, di lasciare esprimersi fragilità e dubbi, di mettersi in discussione e di convincere altri a entrare in quella discussione. È l’età, si capisce. Un’età in cui tutto ciò che ci era stato insegnato dovesse compiersi nel corso della vita, improvvisamente si trova alle spalle, e allora si rischia di restare impalati, fermi, come già morti. Mentre davanti a noi invece si stende un gran nebbione, dal quale pare provenire della musica, accattivante come le sirene di Ulisse.

Io amo la musica, amo anche ballare e, allora, mi è stato impossibile resistere al richiamo. Ma come gettarsi in mare senza un minimo di conoscenza della tecnica natatoria? Bisogna inventarsi o adottare un metodo, uno che sia valido almeno per sé stessi. Il mio metodo è caotico. Ma ha dei punti fissi, è un procedere nella nebbia tenendo per mano una me stessa come appena venuta al mondo, fragile e fiduciosa. Portarla a percorrere, nella loro rievocazione, le altre vite, le differenti me che ancora mi ritrovo dentro. Serve ad andare avanti, questa cosa che io chiamo raccontare. E quella me stessa nuovissima è così preziosa. Sarà forse l’ultima che incontro? Non va tradita, né messa in condizioni di pericolo, di certo merita il meglio, perché sia messa in condizione di restituire altrettanto in significato. E qualche spiccetto, va là, lo si può investire in questa causa.

L’Espresso da qualche settimana allega le uscite di una collana di DVD dal titolo “La Psicologia”, un’opera in 16 capitoli che ogni tanto mi convince a tirare fuori dalle tasche ben più dei soliti spicci e “accattarmi” anche la rivista. Stamattina è andata così. Il DVD ha per titolo “Le neuroscienze”, a cura del neuroscenziato Alberto Oliverio. Le neuroscienze costituiscono il nuovo incontro, ancora in fieri , tra le diverse branche della medicina e della filosofia, differenziatesi e, in un certo senso, messe in competizione l’una con l’altra nel corso della Storia. Il DVD merita un certo raccoglimento, devo trovare il tempo di vederlo, ma il libretto allegato potevo sfogliarlo anche per strada, uscita dall’edicola. Ecco la sua apertura:

Non è un caso che in questo grafico sia Proust ad avere l’onore di aprire, accanto alla nascita della Società psicoanalitica internazionale, la serie degli eventi paralleli allo sviluppo delle neuroscienze. La pubblicazione di Dalla parte di Swann segna l’apertura del mondo letterario alla dimensione mentale, in tutta la sua complessità*. L’episodio della madeleine, lì contenuto, viene interpretato da Julia Kristeva in questo modo:

…il ragazzino assapora una tazza di the nella quale è inzuppato un dolce molto particolare, “corto e gonfio”, egli dice, che si chiama “madeleine”. Quest’esperienza, che è del tutto insignificante, lo porta in uno stato di felicità e quasi di estasi che egli tenta di comprendere. Cerca di far questo gustandone una seconda sorsata, ma in quel momento la sensazione si arresta. Il ragazzino si pone di nuovo delle domande sulla sua sensazione. Questo mi sembra il percorso di ogni esperienza di scrittura: tentare di passare dalla sensazione alla parola, trovare il significato della sensazione.

Non è un’operazione così banale. Prima di tutto, occorre essere coscienti di essersi incamminati alla ricerca di qualcosa. Si dice che chi scrive intende soprattutto “esprimersi”. L’espressione come fine non fa per me.

E poi, mica ho tempo da perdere in esercizi di esibizionismo, devo inseguire la mia madeleine, che si nasconde dentro un caleidoscopio di reali o mentite spoglie. La afferro, a tratti, e mi sembra di riuscire ad assaporarla con gusto. In quel momento però, tutto si dissolve, proprio come un biscotto di burro sul palato, e mi trovo di nuovo avvolta nella nebbia. Così, visto che ne sono cosciente, non mi fermo a quella illusione di sconfitta, ma testardamente mi rimetto alla ricerca. Allora ogni spunto può avere la sua utilità. Ed ecco che stamani, sulla panchina bagnata dalla pioggia, sopra la quale avevo messo la pellicola che avvolgeva la rivista, mi sono seduta a leggere L’Espresso. E ho trovato briciole di madeleine, ve le condivido così, nell’ordine nel quale si presentano:

– pag. 66Come ci cambia facebook” di Elisa Manacorda. In sintesi: I ricercatori dello University College di Londra hanno scoperto che i nativi digitali hanno una quantità superiore di materia grigia nell’amigdala, mentre, più o meno contemporaneamente, i ricercatori della Jiao Tong University medical School di Shanghai, nel cervello degli internet-dipendenti hanno trovato una predominanza di materia bianca, analogamente a quanto si ritrova nei cervelli di chi dipende da alcol e droghe e dei giocatori compulsivi. L’articolo procede esponendo le posizioni di ottimisti e pessimisti riguardo alle modificazioni che subisce il cervello umano, sottoposto all’”esperienza” di internet, citando alcune altre ricerche autorevoli e concludendo che, sì, i ragazzi fanno più affidamento sulla “memoria esterna” costituita dalla rete, piuttosto che sulla propria, col risultato di indebolire la capacità di memorizzare e poter utilizzare in autonomia le informazioni utili per affrontare la realtà, ma allo stesso tempo questa sorta di delega consente loro di sfruttare la mente per fare ragionamenti di portata più estesa, trarre conclusioni di maggiore efficacia e sintesi e, non ultimo, imparare a catalogare e collegare all’occorrenza, sapendo dove andare a cercarli, i dati utili a determinati scopi.

Buon pro per loro, io sono fiduciosa. Per quel che riguarda me, confermo tutto: da maggio ho visto indebolirsi la mia capacità di stabilire le giuste priorità nella vita quotidiana, aumentare la dipendenza dalle informazioni e dai fatti che originano dalla rete, ma anche crescere nella competenza di connessione tra eventi e informazioni, nella velocità di reperimento dei necessari approfondimenti, paradossalmente ho registrato un aumento del tempo dedicato alla lettura, ed in particolare alla lettura critica, una maggiore apertura alla socialità. Come mi sento giovane.

– pag. 132 “Quanto ci costa non fare” di Stefano Livadotti e Giulia Paravicini . Della serie “dove andremo a finire” se qualcuno non inizia ad impegnarsi per cambiare le cose, e invece stanno tutti lì, belli riparati dietro ai loro schermi a ripetere bovinamente le opinabili opinioni altrui. In questi termini si parla spesso del cittadino medio nonché dell’internauta che se ne sta seduto invece di migliorare il mondo. Non è sempre così. Infatti per il mondo si aggirano menti ingegnose, e sono per lo più ragazzi, che lavorano a testa bassa (spesso divertendosi) per congegnare reti alternative ad internet, e meno controllabili, nuovi programmi open source, nuovi modi per diffondere conoscenza ed interscambio, che tornino vantaggiosi soprattutto laddove la censura impedisce a intere popolazioni di poter crescere e usufruire dei vantaggi, indubbi, dei nuovi mezzi di comunicazione. Io sono sempre più convinta che questi “giovani”, domani che non lo saranno più tanto, faranno tutt’altro che sedersi in poltrona davanti alla tv. Indietro non si torna, in questa società.

E quest’immagine:

come stride. Come stride con le leggerezze di chi amministra il denaro pubblico. Cose che fanno accapponare la pelle – non per il freddo -, come il Comune di Roma, ormai ribattezzato Roma Capitale, ma non riesco a dirlo, che programma la costruzione di piste da sci… ad Ostia.

– pag. 194 “Viaggio dell’anima tra quaggiù e laggiù” di Eugenio Scalfari.

Il trauma della perdita del figlio porta David Grossman, ”anima errabonda”, a smettere di cercare

… la verità, né il senso ultimo della sua esistenza. Ove mai l’avesse cercato prima di allora, un evento, un’irreparabile sventura le ha tolto il bisogno di una motivazione. Quell’anima ha subito un trauma definitivo, una mutilazione insostenibile che ha annullato il pensiero e quindi la ricerca del senso. In un mondo insensato non esistono più le forme, tutto è indistinto, tra l’esistere e il non esistere non ci sono confini, non c’è vera vita né vera morte ma soltanto l’”essere” allo stato puro. L’”essere” è caotico per definizione, sostanza senza forma, impalpabile fluidità.

Ma Grossman, ricorda Scalfari,

… nei sei anni trascorsi dal trauma ha vissuto e operato, ha mantenuto e perfino accresciuto il suo impegno civile, politico, letterario. Ha insomma continuato a realizzare sé stesso al punto di concepire il “quaggiù” e il “laggiù” che postulano poeticamente quell’”essere” che è ovunque e in ogni luogo, che non conosce luce né buio, che ha cessato di creare forme ed estenua quelle esistenti senza tuttavia cancellarle del tutto, ombre di un sé stesso che giace non nella morte ma in un eterno e immemore riposo. Questa è l’arte e la sua forza.

Toh, al trauma, che secondo Jacques Lacan, consiste nella lacuna del linguaggio, nella sua mancanza di significato (c’è una certa somiglianza con la poetica di Grossman) è dedicato “Lacan e la psicologia del linguaggio”, di Massimo Recalcati, ho letto in quarta di copertina del DVD della collana La psicologia. Solo che l’ho perso, quel numero. Avrò altre occasioni, posso supporre. Finché c’è vita, al gioco delle madeleine non può esservi fine.

Di Proust ho un ricordo panico. Avrò avuto sì e no dodici anni quando tenevo con leggerezza tra le mani “All’ombra delle fanciulle in fiore”. Stavo a gambe incrociate su una sedia di vimini in giardino, d’estate, posso immaginare di aver avuto indosso un vestitino di cotone a fiori – non è che mi ricordi – e lo leggevo con innocenza, mi suscitava solletico, passeggiate di formiche sulla schiena. Intorno a me cinguettavano gli uccelli, frusciavano le foglie che il vento attraversava risalendo i rami, nei loro giochi di luce e ombra, e mi sentivo bene. Finché un giorno ricevetti un’occhiataccia da mia madre che disse che era “un po’ prestino per leggere certe cose” Così, senza farmi domande, soltanto un po’ delusa, riposi il libro tra gli altri volumi, certa che ne avrei ripreso la lettura, una volta raggiunta l’età giusta.

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*) Sulla relazione tra Proust e le neuroscienze, mi riprometto la lettura di Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf, Ed. Vita e pensiero, 2009

 

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Paolo Conte – Madeleine

Qui, tutto il meglio già qui,
e non ci sono parole per spiegare ed intuire
e capire, Madeleine, e se mai per ricordare
tanto, io capisco soltanto
il tatto delle tue mani e la canzone perduta
e ritrovata
come un’altra, un’altra vita
Allons, Madeleine,
certi gatti o certi uomini,
svaniti in una nebbia o in una tappezzeria,
addio addio, mai più ritorneranno, si sa,
col tempo e il vento tutto vola via…
Ma qualche volta è così
che qualcuno è tornato sotto certe carezze…
e poi la strada inghiotte subito gli amanti,
per piazze e ponti ciascuno se ne va,
e se vuoi, laggiù li vedi ancora danzanti
che più che gente sembrano foulards…

Iper Madeleine in tre atti (un sogno) /1

5 luglio 2012

1. Di foglie, di finestre e di fontane

5/07/2012

Mio caro Amico,

sono una frequentatrice di caffè, vi entro spesso, ogni volta che mi trovo in un posto nuovo e voglio conoscerne l’essenza. Che detto così ricorda la freddura “Un uomo entra in un caffè. Splash”. Qualcosa di simile però avviene davvero con me, quando mi trovo in questi nuovi luoghi io mi ci immergo. Stanotte non avevo sonno e sono venuta a cercarvi. Avete lasciato tracce, io le ho seguite. E mi hanno condotta guardacaso in un caffè, aperto alle ore piccole. Bene.

Un vecchio Juke Box coperto di ragnatele stava appoggiato al muro. Due uomini male in arnese sedevano ad un tavolo appartato. Sentivo freddo, dopo la lunga camminata all’aria aperta. Per riscaldarmi mi sedetti a un tavolo accostato al loro. Sfogliavano il giornale. Uno diceva:

– Ti voglio leggere questo: ACEA, cinque milioni di premi ai dirigenti

– Cos’è l’Acea? – rispose il più vecchio, che sembrava cieco.

– Ah, già, tendo a dimenticarmi che non sei italiano. Ma anche se lo fossi, se non vivessi a Roma te lo dovrei spiegare. L’Acea è stata, storicamente, la società monopolista per l’acqua a Roma, dal novantadue contende ad Enel l’energia elettrica della capitale e adesso è una grande multiutility italiana.

– Ah, bé, una multiutility!

– Ah! Ah! Vecchio mio… – Commentò l’altro,

– Allora, qual è il punto?

– Altro che emergenza democratica, qui il cancro ormai ha metastasi dappertutto. Io mi domando come sia possibile che avvengano cose come questa senza che nessuno si opponga. In questo momento, poi.

– Spiegati meglio.

– Niente di nuovo, certo. Però… Qui dice che non pagano i fornitori per mesi e intanto i dirigenti intascano gli utili come “premi” di produttività.

– Un’azienda così grande.

– Bella roba – Mi permisi di intervenire. Era stato il mio compleanno e avevo in circolo abbastanza alcol da farmi straparlare. I due si girarono verso di me, tesi loro la mano e così ci presentammo. Il vecchio, quello cieco, si chiamava Jorge, aveva origini argentine, appassionato di Germania ed Inghilterra. L’altro, Antonio, era un italiano fissato con il Portogallo. Strana coppia a quell’ora della notte. Ma non erano gli unici avventori, oltre a me, s’intende. Il posto era molto grande e ben illuminato. I tavoli venivano pian piano occupati da gente, come dire, diurna, come impiegati, suore, turisti e scolaresche. Davvero molto strano. Gli schiamazzi e il rumore di tazzine andarono aumentando.

– Sapete, – proseguii con chiacchiere da bar, a volte come mi soddisfano, – sono cose frequenti queste, in Italia. I dirigenti intascano e i dipendenti vengono vessati da continue minacce e proibizioni. Se proprio ci fosse la volontà di migliorare le cose, andrebbero tenuti da conto i meccanismi che regolano la risposta a premi e punizioni. Le neuroscienze…

– Carissima, – mi interruppe Jorge, – Senza dubbio la questione è appassionante, ma mal posta. Lei tratta le cose in termini di dipendenza.

– N-no, io… – balbettai.

– La prego, mi lasci proseguire. Come se gli uomini non avessero possibilità di scelta. Atteggiamenti scritti nei nostri geni governerebbero la nostra capacità di giudizio. Se quegli uomini, quegli impiegati e quei dirigenti, dico dell’Acea come di ogni altra azienda, riuscissero ad accostarsi al loro lavoro, ed alla vita, quindi, che spesso con il lavoro coincide in molti aspetti, cercando di intuirne la poesia, la visione, la ricerca della felicità, anziché accanirsi contro gli aspetti fallimentari…

– Cioé, cosa vuol dire, dovrebbero raccontarsi delle storie per fingere di star meglio?

– Lei è così giovane.

Non so che dirvi, amico mio, anche se voi sapete quanta gioventù vi sia ancora nella passione, ad esempio, che mi spinge a voi, il termine espresso da questo vecchio al termine dell’esistenza, se non forse già morto, mi estrasse dai polmoni un sospiro malinconico.

– Anch’io da giovane ero ossessionato dalla separazione tra romanzo e poesia.

– Ma cosa c’entra? E… come fa a saperlo? – Le orbite bianche di Jorge ruotarono nella mia direzione. Mi sorrise, di un sorriso dolce.

– Se lo conosco bene, Jorge vorrebbe proporle la sua soluzione: l’unione di una successione organizzata di circostanze, il racconto, con la riscoperta del valore originario delle parole operata dalla poesia, l’epica…

– Piuttosto le parlerei di lealtà verso i propri sogni* – lo corresse l’amico.

– Sia come sia, il romanzo è morto.

– Un brindisi al romanzo, allora.

– Cin cin, – risposi, incerta, alzando il bicchiere di the freddo.

– Sedevo in questo stesso caffè alcuni anni addietro, – riprese Antonio, sostituendosi all’amico, – e avevo in mente il colore delle foglie, il loro colore attuale (“ciò che è ora e che non è più subito dopo. Ciò che trascorre), mi venne in mente come quell’essere attuale impedisca a strade parallele d’incontrarsi. Giochi proibiti**. Pensai il poeta è un risentito, il resto è nuvole. E, guardi, giusto in una cartella come quella…

– Quale?

– Quella davanti a lei – Me la indicò. Era sotto il mio naso, ma la vedevo solo in quel momento. Una cartella azzurra, sopra c’era scritto “Tra sole e ombra” (io pensai a voi rabbrividendo, sentii le vostre labbra sulle mie spalle).

– …Trovai il mio senso dentro una Iper madeleine lì contenuta.

– La apra, su la apra. – mi incitarono, eccitati come bambini.

Sollevai il lembo superiore della cartella e ne tirai fuori dei fogli stropicciati. Non c’era alcuna logica. Tuttavia incominciai a leggere e, in quel momento, accadde qualcosa di imprevisto.

Coro Premiere ensemble de AGAO – Día europeo de la opera 2010

*) Jorge Luis Borges – “L’invenzione della poesia”, Ed. Mondadori, 2001

**) Antonio Tabucchi – “Si sta facendo sempre più tardi”, Ed. Feltrinelli, 2001

Forbidden games, racconto compreso in questa sorta di romanzo epistolare, era stato concepito come introduzione a un libro fotografico di Márcio Schiavone “And between shadow and light / E entre a sombra e a luz” (Dorea books and Art, São Paulo 1997). “La fontana comunale era di ghisa […] Una brocca, una donna nuda sul balcone, avrebbe voluto parlarti se avesse potuto, ma era un’immagine di sempre e il sempre non ha voce”.

[segue]


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