A nuoto nella notte

Sono rimasta a secco, ma porca di quella… Mmmm! Meglio che resto calma. Nel senso, voglio dire, che mi manca il minimo per la sopravvivenza. Io cerco di abituarmi, giorno dopo giorno, a farne sempre più a meno, ma credo di sbagliare qualcosa nel metodo. Ci sono momenti che sto lì, in mezzo alla gente, e me ne devo scappare via di corsa. Ho un impulso irrefrenabile, conati. Poi vado al cesso, è lì che penso che sia più sicuro andare a rifugiarmi. Cioè, chiudo la porta, mi siedo sulla tazza, e. E niente. Come dicevano le ostetriche, vocalizzare. Una bella A, magari cantata, usando come propulsore il diaframma. Aaaaaaa. Dovrebbe aprire tutte le vie d’uscita ma no, invece, non esce proprio un emerito niente di niente. Assolutamentissimamente niente.

Oh, insomma, che ne parlo a fare. Esco e me lo procuro, non manca mica roba qua in città. Li trovi a mazzi, a grappoli, o in qualche altra forma metaforica del cazzo, come dicevo oggi a Mora, quando è venuta a dirmi dei suoi patimenti. Cretina. Io, mica la povera Mora. Ero così contenta di avere un’anima in pena che si veniva a confidare con me. Con me, proprio, capito? Mi sembrava di viaggiare indietro nel tempo: cose così l’ultima volta che mi sono capitate sarò stata meno che maggiorenne. Ero tanto contenta che le ho scroccato una sigaretta. La prima dopo tredici anni. Tredici anni passati inutilmente, per come mi è venuto spontaneo tirare forte con tutto quel gusto. Lei s’è allarmata: “Non è che ti senti male? Non è leggerina, è una Camel”. Io le ho indicato la tazzina di caffè. “Con questa evito lo svenimento”. “Se lo dici tu”, ha risposto. E la questione s’è chiusa lì.

Dopo che se n’è andata, per una buona oretta mi sono sentita un po’ come deve sentirsi Dio. Ammazza. Dispenso ancora bene i miei predicozzi da donna navigata. E vediamo se adesso ha ancora voglia di andarsene in qualche paesello del presepio, dove le tre anime in croce che ci abitano conoscono l’uno dell’altro numero e forma di ciascun pelo del corpo. Le ho detto: 1. Qui hai un sacco di occasioni, non sei nemmeno sposata, puoi uscire quando ti pare.  Gira, intrufolati. Non ti piacciono più quelli che frequenti? E cambia compagnia, ce ne sono tante. Finché non ti trovi bene, ma muoviti! 2. Fatti un ragazzo. Fattelo, nel senso (e qui ho mimato un qualcosa che non mi è riuscito bene perché tutto sommato sono sempre una ragazza beneducata, ma a lei è bastato), non nel senso del fidanzamento. Capito? Lascia stare tutti ’sti contorcimenti mentali, va bene che sei attratta da quelli schivi, controversi e solitari ma lascia una porta aperta anche a gente un po’ più vitale. Se non altro, dopo, ti becchi una buona dose di endorfine e te ne stai tranquilla almeno mezza giornata. 3. Non mi ricordo più. Abbiamo parlato d’altro.

Che poi mi ha anche detto, tra le varie cose: “Scusa se te lo chiedo, dimmelo pure se non sono affari miei”, “Ma no, chiedi, chiedimi pure”. Ero in deliquio. “Visto che scrivi e scrivi, non ci pensi mai a pubblicare?” “Sì” e qui ho ruotato lo sguardo in alto, ipoteticamente verso il cielo, e ho detto “Ci penso, ma ci penso soltanto, non ho idea neanche di dove si parta”. “Ma parti da quello scrittore no? Fatti consigliare” “No, no” “Ma chi meglio di lui”. “Ma no, no. No”, facevo io, e alla fine, dai e dai, mi è sembrata convinta. “ Esistono anche le raccolte di racconti, i concorsi”. “No, dai Mora, guarda. Ormai ho smesso, almeno con quella roba. Vedremo”.

Comunque, poi se n’è andata. E di nuovo sono stata malissimo, con tutti quei conati che dopo invece non succedeva niente, Mi piacerebbe sai, sentirti piangere, anche una lacrima per pochi attimi, e invece no. Cristiano Godano l’avevo conosciuto all’epoca dell’alluvione del Piemonte, che ai Marlene Kuntz gli si era allagata la sala prove e avevano buttato via tutti gli strumenti. Così, avevano caricato il furgone facendosene prestare altri dagli amici, ed erano venuti a Roma, alla serata del Black Out. Dove c’ero io assieme agli altri, che avevamo sentito una cassettina distribuita col Maciste, il giornalino di Ferretti e compagnia. A me, me ne arrivavano le copie nella posta. Oggi sarebbero newsletter inviate per email. Ma l’emozione di toccare con mano quelle paginette che venivano dall’Emilia Romagna, oggi non si ripeterebbe. La sera del Black Out eravamo quattro polli al buio, in piedi davanti a Godano e agli altri ai quali non avevano dato neanche un palchetto. Loro erano pallidi e tesi, quando iniziarono a suonare gli occhi di Cristiano erano vitrei, muoveva soltanto il braccio nervoso sulle corde della chitarra e fissava davanti a sé il vuoto. Il vuoto ero io in quel momento, ma lui non ci fece assolutamente caso. Improvvisamente arrivò la pogata e io non so per grazia di quale santo mi ritrovai in fondo alla sala senza nemmeno una contusione, quella volta.

Ecco. Volevo arrivare al punto per dire che, di Nuotando nell’aria, non avevo capito, a quell’epoca, che c’era la possibilità di cogliere anche un lato tragicomico, quasi sarcastico. Chissà se anche Cristiano, presuntuoso e strafottente com’è, e pure insegnante d’italiano, ne aveva avuto qualche sentore. Di certo non me lo disse in quelle due o tre lettere che ci scambiammo tramite il fermo posta di Cuneo. Mi pareva di essere tanto sintonica col bel cantante di Sonica. Macché, quando gli andai incontro dopo il concerto di Corviale, mi pare un anno dopo, mi disse, tra gli effluvi profumati dell’hashish, “Ah, così sei tu. La mia fan più divertente”. Divertente? Divertente de che?

Pelle:
è la tua proprio quella che mi manca
in certi momenti e in questo
momento è la tua pelle ciò che sento
nuotando
nell’aria.
Odori dell’amore nella mente
dolente, tremante, ardente:
il cuore domanda
cos’è che manca
perchè si sente male,
molto male,
amando,
amando,
amandoti ancora.
 
Nel letto,
aspetto ogni giorno un pezzo
di te
un grammo di gioia
del tuo sorriso
e non mi basta
nuotare nell’aria per immaginarti:
se tu sapessi
che pena.
Intanto
l’aria intorno
è più nebbia che altro
l’aria
è più nebbia che altro
 
E’ certo un brivido averti qui con me
in volo libero sugli anni andati ormai
e non è facile, dovresti credermi,
sentirti qui con me perché tu non ci sei.
Mi piacerebbe sai, sentirti piangere,
anche una lacrima, per pochi attimi.
Mi piacerebbe sai, sentirti piangere,
anche una lacrima, per pochi attimi.

Ora me ne sto sulla porta di casa con le chiavi in mano e mi assale un dubbio. Mi sembra di fare una cosa sporca. Ma dura un attimo, lo so. Poi passa. Scendo e mi incammino sui sampietrini che, devo dirlo? Tanto pittoreschi, ma al buio proprio no. Perdono ogni poesia e acquistano il diritto a ricevere un set di bestemmie omaggio e l’ingresso gratuito per tutti a Rainbow Magicland durante la notte di Halloween.

Entro nel bar. Non è ancora mezzanotte. Ci sono due ragazzetti sui trent’anni, lui e lei. Discutono con due vecchi rugosi, uno con un gran barbone. Il bar è di quelli scalcinati, a quest’ora non mi va di andarmene lontano. E poi, col fresco, mi sono intimorita. Non voglio più farne nulla. Giusto, bevo qualcosa. Anzi no, io quasi quasi giro i tacchi e me ne torno a casa. Resto un momento in bilico sul filo della decisione. E quel momento è tutto dilatato dalla conversazione dei quattro.

Lella, si chiama lei, si vede che tiene lui, Johnny, sotto schiaffo. Muto, sempre, e in adorazione. Lella va proprio a briglie sciolte:

– Sì, vi dico. Sentite questa barzelletta: Mentre passeggia tranquillo per la savana, un inglese che indossa gli irrinunciabili simboli di un compìto colonialista, con tanto di elmetto di ordinanza, s´imbatte in un indigeno che russa beato all´ombra di un albero. Sopraffatto dall´indignazione, per quanto mitigata dal senso di missione di civiltà che lo ha portato in quelle terre, l´inglese sveglia l´uomo con un calcio, gridando: «Perché sprechi il tuo tempo, fannullone, buono a nulla, scansafatiche?». «E cos´altro potrei fare, signore?», ribatte l´indigeno, palesemente interdetto. «È pieno giorno, dovresti lavorare!». «Perché mai?», replica l´altro, sempre più stupito. «Per guadagnare denaro!». E l´indigeno, al colmo dell´incredulità: «Perché?». «Per poterti riposare, rilassare, goderti l´ozio!». «Ma è esattamente quello che sto facendo!», aggiunge l´uomo, risentito e seccato. Capito cosa intendo? Chi ha detto che dobbiamo stare alle regole? Regole che ti impongono di ammazzarti di lavoro e guadagnare un mucchio di soldi in modo da permetterti una casa e un mutuo imponente? E lavorare ancora più duramente per ripagarlo, sino al momento in cui avrai maturato una bella pensioncina e finalmente potrai iniziare a goderti la vita? C’è una bella differenza tra un posto di lavoro ancorato a un luogo, tutto racchiuso all´interno di un unico edificio commerciale, e uno itinerante, diretto verso mete predilette quali la Tailandia, il Sudafrica e i Caraibi. A essere realmente in gioco è la libertà di scegliere ciò che è giusto per te.

Al che, sbuffando, interviene quello che si presenta come Ziggy, un vecchietto tutto rugoso con i dreadlocks:

– Per te e non per gli altri. O la libertà di scegliere come condividere il pianeta e lo spazio con questi altri, no? Assumendo tale principio a parametro con cui misurare la correttezza e il valore delle scelte di vita, voi vi trovate sulla stessa linea di pensiero delle persone contro le quali vi ribellate, come i dirigenti e i manager della Lehman Brothers e tutti i loro innumerevoli emuli. Sono stati i consigli di amministrazione e i dirigenti delle multinazionali, con il tacito o manifesto sostegno e incoraggiamento del potere politico in carica, a occuparsi di smantellare le fondamenta della solidarietà tra impiegati mediante l´abolizione del potere di contrattazione collettivo, smobilitando le associazioni di tutela dei lavoratori e obbligandole ad abbandonare il campo di battaglia; tramite l´alterazione dei contratti di lavoro, l´esternalizzazione e il subappalto delle funzioni manageriali e delle responsabilità dei dipendenti, deregolamentando (rendendo «flessibili») gli orari di lavoro, limitando i contratti di lavoro e al tempo stesso intensificando l´avvicendarsi del personale e legando il rinnovo dei contratti alle prestazioni individuali, controllandole da vicino e in continuazione. Ovvero, per farla breve, facendo tutto il possibile per colpire la logica dell´autotutela collettiva e favorire la sfrenata competitività individuale per assicurarsi vantaggi dirigenziali.

Il passo definitivo per porre fine una volta per tutte a qualsiasi occasione di solidarietà tra dipendenti – che per la grande maggioranza delle persone rappresenta l´unico mezzo per raggiungere la «libertà di scegliere ciò che fa per te» – richiederebbe, comunque, l´abolizione della «sede di lavoro fissa» e dello spazio condiviso dai lavoratori, in ufficio o in fabbrica. Ed è questo il passo che voi avete compiuto. Con le vostre competenze e credenziali ve lo siete potuti permettere. Tuttavia non sono molte le persone che si trovano nella condizione di cercare un rimedio alla propria mancanza di libertà in Tailandia, in Sudafrica o ai Caraibi, non necessariamente in questo stesso ordine. Per tutti gli altri che non sono in una simile posizione, il vostro nuovo concetto/stile di vita/impostazione mentale confermerebbe una volta per tutte quanto le loro perdite siano definitive, dal momento che meno persone rimarrebbero impegnate nella difesa collettiva delle loro libertà individuali. L´assenza più cospicua sarebbe quella delle «classi colte», a cui un tempo spettava il compito di sollevare dalla miseria gli oppressi e gli emarginati.*

– Ma non basta fermarsi a questa considerazione, mio caro. – Interviene Siggio, quello col barbone, tutto vestito a festa. Siggio. Che cacchio di nome è? Beh, sentiamo:

– Esiste una distinzione tra coloro che sublimano le pulsioni sessuali inconsce: quando un’ondata di energica rimozione sessuale pone termine al periodo delle ricerche sessuali infantili, la pulsione di ricerca ha tre possibilità. Dovute al suo precedente collegamento con gli interessi sessuali. Nel primo caso la ricerca condivide il destino della sessualità; quindi la curiosità resta inibita e la libera attività dell’intelligenza può restare limitata per tutta la vita del soggetto, particolarmente se subito dopo l’educazione introduce nel gioco la potente inibizione religiosa del pensiero. Questo è il caso caratterizzato dall’inibizione nevrotica; sappiamo benissimo che la debolezza intellettuale così acquistata costituisce un impulso efficace all’esplosione di una malattia di nervi. La seconda possibilità è che lo sviluppo intellettuale sia abbastanza forte da resistere alla rimozione sessuale che se n’è impadronita. Qualche tempo dopo l’estinzione delle ricerche sessuali infantili, l’intelligenza essendo diventata più forte richiama le antiche associazioni ed offre il suo aiuto nell’eludere la rimozione sessuale; le attività sessuali rimosse di ricerca ritornano dall’inconscio sotto forma di rimuginazione coatta, naturalmente in maniera deformata e priva di libertà, ma sufficientemente potenti da sessualizzare il pensiero stesso e da colorare le attività intellettuali del piacere e dell’angoscia che appartengono ai processi sessuali veri e propri. Qui l’indagine diventa un’attività sessuale, spesso l’unica, e la sensazione che nasce dall’ordinare le cose nella propria mente e dallo spiegarle, sostituisce la soddisfazione sessuale; ma l’inesauribilità delle ricerche infantili si ripete anche nel fatto che questa meditazione non finisce mai e che la tanto desiderata sensazione intellettuale di aver trovato una soluzione si perde sempre di più nella lontananza. In virtù di un particolare temperamento la terza possibilità, la più rara e la più perfetta, elude sia l’inibizione di pensiero che il pensiero coatto nevrotico. È vero che anche qui si verifica la rimozione sessuale, ma non riesce a relegare nell’inconscio una pulsione componente il desiderio sessuale. La libido elude invece il destino della rimozione perché fin dal principio viene sublimata in curiosità e viene collegata alla potente pulsione di ricerca per rafforzarlo. Anche qui la ricerca entro certi limiti diventa coatta e rappresenta un surrogato dell’attività sessuale; ma poiché i processi psichici retrostanti sono completamente diversi (sublimazione invece di irruzione dall’inconscio), manca la nevrosi. Non c’è alcun collegamento con gli originali complessi di ricerca sessuale infantile e la pulsione può agire liberamente al servizio dell’interesse intellettuale.

– Che?

Chiedono tutti e tre gli altri all’unisono, con certe espressioni. Ma lui, in tutta serenità, rispondendo si rivolge solo a Ziggy:

– Vale a dire, quindi, che se non scopi, rischi di diventare schiavo dell’onanismo mentale e della frustrazione conseguente o peggio, completamente inebetito, oppure ti inventi una passione che assorbe tutto te stesso. Per lo sport, lo studio o anche per il potere. E, in questa terza ipotesi, non puoi sentire il richiamo delle sirene di questi due idioti, anche quando disponi di tutte le possibilità economiche per lasciarti alle spalle ogni problema e pensare solo a te stesso. No, tu ti consumerai nella conquista della vetta sempre più alta. Ti arricchirai sempre, sempre di più.

– E noi poveracci, sempre a prenderla nel culo.

Che figura, ma che figura ho fatto. Sono così stanca, che ore sono? Ora che mi allontani, mi guardano così male. Ma perché poi? Cazzo, sono uscita in mutande. Con tutto di fuori?! Cazzo. Ma che è, mica sono dentro un sogno? Spero di sì, altrimenti trovo ad aspettarmi una volante qua fuori.

– Buonanotte. – Dico, cercando di avvolgermi attorno a me stessa, ma è una parola.

– Buonanotte, buonanotte –. Mi rispondono con sufficienza e subito riprendono a parlottare mentre io inizio a dare qualche bracciata nell’aria fino a prendere la velocità sufficiente a librarmi verso l’alto. Visto che tutto sembra indicare che questo sia un sogno,adesso me lo giostro come mi pare a me, ‘sto sogno. Ero uscita alla ricerca di qualcosa che non mi ritrovo più, neanche l’ombra. Neanche per sbaglio. Ora lo faccio comparire qui. Hop! Ecco fatto, e me lo sogno ben bene … Ah… E buonanotte a tutti.

Justin Nozuka  – After Tonight

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Racconto liberamente ispirato al brano pubblicato su La Repubblica del 5/09/2012 tratto da Zygmunt Bauman. Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido. Ed Laterza, 2012

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*) Sigmund Freud: Der Humor, saggio scritto in occasione del Congresso psicoanalitico internazionale del 1927. Pubblicato in Freud – Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, Ed. Newton Compton, 2012

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8 Risposte to “A nuoto nella notte”

  1. masticone Says:

    Mi manchi

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  2. supercaliveggie Says:

    Bel racconto. Mi hai ricordato di un brevissimo scambio di mail con un giovane e non strafottente Cristiano Godano che mi consigliava un saggio di Nabokov, introvabile. Alla fine sono riuscita a procurarmelo, e non l’ho mai letto.

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  3. mariano Says:

    A Magicland c’è il roller coaster “Shock” a lancio magnetico. In tre secondi si arriva a 100 km/h, a 35 metri d’altezza…
    L’ebbrezza si può sperimentare anche nel sognare e nel raccontare.
    “Scusa se te lo chiedo” [… ] “Visto che scrivi e scrivi, non ci pensi mai a pubblicare?”
    Nel leggere, alcune espressioni un po’ “rasta” si aggrovigliano in nodi dal sapore vagamente reggae…
    In bocca aperta, comunque, rimane il gusto misterioso di una rara bravura… Tanto di cappello!

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