Umami /3

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(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue]

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8 Ottobre 2012

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Oggetti minuti, crescendo di cadute libere. Si moltiplicano e ingrossano la voce. Da pioggerella a Signor Temporale. Colmo d’intensità e volume. Interruzione brusca. Colpi, un paio, colpi forti e sordi e, poi, ancora quella specie di cascata, ma più tenue. Sbriciolatura a grappoli. Chiude la fila qualcosa che ticchetta e rotola via, quindi più nulla.

Con uno sforzo caracollo verso la cucina e non faccio in tempo a capire cos’è successo che mi raggiunge Liam, l’uomo di Molly, in calzoncini e scalzo come me, ma io soltanto sono in imbarazzo: nascondo gli alluci sotto le piante dei piedi, lui no, lui tiene le piante larghe ben piazzate a terra.

– Niente, niente, – mi fa da sotto una nuvola di capelli aggrovigliati che gli coprono la faccia, – è soltanto Balls.

Balls è l’arcigatto che occupa da solo un terzo dell’appartamento di Oak Street. Peserà ad occhio e croce come un maiale di un paio di mesi. Perde in continuazione ciuffi -è un meticcio imparentato con una razza nordica- dal foltissimo sottopelo, che si ritrovano immancabilmente ovunque, anche addosso, in punti del corpo normalmente riservati al proprietario o al più soltanto agli ospiti autorizzati.

– Balls? Ha fatto da solo tutto quel casino?

– È molto agile, – mi dice con orgoglio, – per quello che pesa. Il veterinario ci ha avvertiti di tenerlo a stecchetto, ecco perché il sacco dei croccantini lo nascondiamo così in alto. Ma lui ci arriva lo stesso.

Considero in effetti che l’altezza del nascondiglio è eccessiva anche per un cristone come Liam, che deve sollevarsi con le ginocchia sul bordo del lavandino, aggrappandosi con una mano al bordo inferiore del pensile, per poter aprire con l’altra l’anta del mobiletto.

– E poi, come fai a prendere da mangiare?

– Oh, vedi? – E, a rischio di perdere l’equilibrio, lascia la presa sullo sportello e dà una serie di colpetti ad un saccone che conterrà almeno 15 chili di mangime. In questo modo finisce a rotolare sul pavimento un’altra quantità di cibo puzzolente, sul quale il vorace felino si lancia dalle mie spalle, con uno scatto che effettivamente mi stupisce. Inizio a temere di incontrarlo dietro l’angolo girando per la casa. Ragazzi, porca miseria, li rimprovero mentalmente, è come tenere in libertà un grizzly. Mentre Liam si dà da fare per “pulire” -secondo la sua accezione-, io lo saluto e torno rapidamente a stendermi sul divano-letto cigolante.

Appena chiudo gli occhi, sento il respiro di Carolyne alle mie spalle, ma non può essere, stanotte non è rientrata. Sono esperta in allucinazioni spontanee. Capace di autoindurne quando serve. Ma stavolta mi è parso di sentirla respirare per davvero e quasi stavo tirando io un respiro di sollievo. Comunque scendo verso di lei nel sonno e col suo pensiero accanto mi riaddormento facilmente, sorvolando sul mio rigore e sul punto da tenere ad ogni costo, nei suoi confronti e anche con me stessa.

Trascorso un certo periodo, come al solito, la mia coscienza risale a poco a poco a galla, ma annebbiata. Cerco di stabilire punti di riferimento al buio, non sono certa di sapere più dove mi trovo. Né qual è esattamente il tempo che sto vivendo. Che giorno della settimana. Il programma da svolgere al mio risveglio. I miei pensieri si aggirano privi di bussola per i giardini incolti dell’indeterminatezza.

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PJ Harvey – The garden

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Mi sembra, posso sbagliare, di trovarmi nella mia camera da ragazza. Il luogo giustifica la sensazione di testa leggera. I piedi puntano verso la porta con su l’ultimo poster appeso in ordine di tempo, quello dei Nirvana. Senza guardare, percepisco la scrivania alla mia destra, illuminata debolmente dalla luce della porta-finestra del balcone. Socchiudo gli occhi nel dormiveglia, per averne conferma, ma a destra vedo soltanto un muro bianco, molto vicino alla mia faccia. La luce che ci si riflette proviene dalle mie spalle.

Allora, invece, forse sono a casa mia, ed è la notte prima della partenza.

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– Fratello, aiutami.

– Ma come cazzo sei combinato?

– Non so neanche come sono arrivato qui. Come sono arrivato qui, fratellino? Urgh.

– Sei fatto fradicio, spostiamoci da qui.

– Dici?

– Abbassa la voce, oh, che li svegli.

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Come se quando compiono sedici anni una smettesse di preoccuparsi di loro. Li ascolto trattenendo il respiro.

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– Và in balcone, forza!

– Umf.

– Datti una mossa, su, che vado a prenderti un secchio. Dopo però mi aiuti a ripulire.

Vomita, che faccio? Ho una stanchezza, mio tesoro. Davvero non posso esserti più utile? Mi si gonfia la gola di pianto. Invece non piangerò neanche stavolta, non piango più da anni. Inutile anche che mi sforzi. Mi vorrei accodare ai conati del mio ragazzo, abbracciarlo alla schiena e seguire le contrazioni del suo ventre con le mie mani. Provare a simularle, vedere di far uscire qualcosa anche da me. Ma ormai è volato via dal nido, è solo sua la chiave che dà accesso alla sua anima, né posso permettermi di mettere le mani sul suo corpo come quando era bambino. Ancora poco e farà quel passo, andarsene di casa. Mi resterà soltanto il piccolo, e dopo di lui forse più nulla di questi anni sopravviverà al ricordo. Allora verrà il momento di riposizionare il centro, e fortunatamente non sarò sola. Ho ancora in piedi un matrimonio solido, anche se io, o meglio: anche se starmi accanto non è facile. Il pigiama ha questa trama leggera. Fa fresco, dovrei alzarmi per coprirmi di più, ma non voglio farmi accorgere da quei due, devono cavarsela da soli. Mi arrotolo su un fianco con le ginocchia contro la fronte. Concentrata sul regolare gonfia-e-sgonfia del torace e sul calore che riesco a trattenere in mezzo.

Riapro gli occhi, un filamento rosato scivola dal muro sopra il cuscino, mi attraversa il pigiama e si perde dietro di me. La nebbia mentale si è alzata: il sole sorge, io devo correre a prepararmi per arrivare a Berkeley entro le 9,30. In bagno mi assale di nuovo un freddo che provo dentro le vertebre e in tutte le altre ossa. È la stagione, mi dico, e irrigidisco i muscoli tremando, mentre apro del tutto l’acqua bollente del lavandino, lasciandomi investire per qualche istante dalla risalita tiepida del vapore. È la stagione, mi ripeto ancora, ma con minor convinzione.

Autunno. Ossimoro in sé stesso. Parola capziosa. Tempo in cui sembra che le cose si rintanino e si preparino al letargo, quando invece è tutto un riallacciare discorsi che sembravano interrotti. L’impotenza provata davanti alla ripresa del giro di una ruota che con la sua ripetizione eterna mi spaventa, adesso. Un’eternità che ha una scadenza sempre più prossima. Ho nominato la parola “cose”, cose che vanno a rintanarsi. Ho usato un termine impreciso, ne sono consapevole. Lo uso volutamente.

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia. E io, io, che sono tanto razionale, a volte mi sento morire, dico per dire, dietro all’ascolto di un blues. Mi arriva come un colpo inferto al tamburo che ho nel petto, quello che ultimamente sento molto distintamente. Non appena mi appoggio sul cuscino prende lo stesso suono di un monitoraggio fetale nelle orecchie. Mi ricorda di essere sempre lì, a sinistra del costato, con sfarfallii che arrivano nei momenti più impensati. A volte mi chiude anche i polmoni fino a sospendere il respiro. Un cuore che si contrae, come fa lo stomaco affamato. Ha fame quindi, ne deduco. Ma cosa penso, su, sono soltanto stanca. Stanca e confusa.

[continua]

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