Umami /2

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(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue]

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7 Ottobre 2012

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– Non sono mai stata a Berkeley.
– Ah.
– Dicono che il microclima che c’è da queste parti, là vada subito a farsi benedire.
– Mah.

Stiamo facendo colazione in Haight Street, fuori il sole va e viene e lei è voluta andare per forza a chiudersi in fondo a quel locale che sembra il vagone di un treno. “La colazione americana più buona della zona”, mi aveva assicurato Molly uscendo per un appuntamento. Dimentica spesso che anche io sono americana, almeno stando a quanto è scritto sui documenti. Non riesco proprio a mettere radici, lo devo portare scritto in fronte.

– Avevo pensato che, intanto che tu starai lavorando, potrei passare un po’ di tempo nei paraggi, ho sentito che ci sarà una lettura di June Jordan, te ne avevo parlato. Ho anche scaricato una sua poesia, per fartela leggere.
– Sì, sarebbe un’idea, – ma non riesco ad andare avanti. La guardo un attimo e subito sposto il fuoco sulla montagna di pancake ai mirtilli che ho davanti, – Ma io andrò da sola a Berkeley.
– Ti raggiungo più tardi, allora, quando avrai finito?
– Guarda, non è per te. Anzi, sì, forse non avrei problemi con altri. Non te la prendere, ma preferisco che tu non venga con me domani.
– Lisa. – Carrie mi fissa a lungo senza sbattere le palpebre e tutto il suo corpo sembra che emani delle vibrazioni. Invisibili vibrazioni che mi raggiungono e io non so schivarle. Mi alzo lasciando la colazione a metà. Non so nemmeno spiegare a me stessa cos’è tutta questa fretta.
– Devo uscire, vado a fare due passi. Ci vediamo dopo, eh.

Non mi volto per vedere in che stato l’ho lasciata. Sul marciapiede in salita avanzo pestando il terreno con rabbia. Mi chiedo chi me l’ha fatto fare di riavvicinarla. Ero stata così bene senza di lei, avevo raggiunto il mio equilibrio. Avevo messo, o mi sembrava di aver messo, almeno un moncone di radice al riparo sotto terra. Robert, i ragazzi, il lavoro, la gente con la quale mi rapporto ogni giorno, che mi conosce per come so essere granitica, un punto di riferimento. Le mie soddisfazioni, in fondo, me le sono meritate.

E poi è successo che, dopo il tramonto di un giorno senza memoria, l’ho incontrata ancora. Al centro di un’aiuola circolare, stavamo sotto un lampione dalla luce cruda. Lei mi aveva abbracciato forte, senza preavviso, senza parlare. Così a lungo, così a lungo. Io avevo resistito fino alla fine, ma poi mi era sfuggito “Ci rivedremo quindi?”. E lei aveva risposto: “Certo. Ma cerca di rilassarti. Mi sembri così diversa. Non metti più camicie colorate, giri con tutti questi fili addosso, connessioni, oggetti che spuntano da tutte le tasche. Sembri un robot”, ma sempre sorridendo. “Tu non sei così, non sei quella che sembri. Ricordati chi sei. Io di te me ne ricordo bene”. Quella sera mi ero sforzata di guardarla con condiscendenza, anche se ero cosciente che una crepa si stava aprendo un varco nel muro della diga.

Questo cuore non mi sosterrà a lungo, è difettoso e non devo strapazzarlo. Rallento il passo e svolto per attraversare in direzione di Ashbury, senza guardare. Quasi mi prendono.
Indietreggio di colpo e mi viene spontaneo spostare lo sguardo dal semaforo rosso sospeso nel mezzo dell’incrocio, al cielo che si è improvvisamente fatto grigio.
Il polso batte veloce, lo controllo qualche secondo prima di riprendere la strada.
Capisco che anche quando non mi è vicina, l’influsso di Carolyne mi cammina sottopelle. Gocce di lei sono il fiume che gonfia le mie vene.

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P.J. Harvey – The river

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[continua]

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