Umami /1

Paul Klee – Golden fish

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(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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5 Ottobre 2012

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Il Golden Gate Park al mattino è un posto particolarmente adatto a me. C’è gente in giro, ma è come se facesse parte della scenografia. Adesso sono seduta su una panchina davanti alla Casa del the nel giardino giapponese. San Francisco ha questa capacità: Mantiene la propria fortissima identità di metropoli occidentale e allo stesso tempo contiene in sé mille altri realistici angoli di mondo. Così adesso sono completamente immersa in un’atmosfera orientale. Ho il mio tablet sulle ginocchia ma non mi concentro molto bene.

Carolyne era seduta accanto a me un momento fa, il tempo di digitare una ricerca e, rialzando gli occhi, non l’ho trovata più. Tanto meglio, si sarà allontanata in una esplorazione delle sue. Questo ritrovarmela addosso di continuo mi sta stressando parecchio. Non che mi dispiacciano i suoi assalti inaspettati nel cuore della notte, le visite al tempio della memoria, gli attimi nei quali la guardo bene in viso e riconosco qualcosa di me che avevo dimenticato. Ma, è proprio questo. Non riesco più a concentrarmi come prima, prima di incontrare lei dico, e la mia vita ha bisogno di concentrazione.

– Abitudini minime, piccole variazioni prevedibili. Gustare dalla cima della montagna la vista conquistata. – Ultimamente mi accorgo di ragionare ad alta voce.

– Sei così sicura di aver finito di scalare?

– Da dove sbuchi?

– Secondo me non dovresti appendere ramponi e moschettoni alla parete. Un po’ prestino, non ti pare?

È buffo, ma non mi so arrabbiare. Non da subito, almeno. Idee senza capo né coda, le sue. Eppure ogni volta che me le esprime da così vicino mi pare tutto possibile, ancora una volta. Riesco quasi a dimenticarmi che invece esistono persone a questo mondo che contano sul mio essere un punto fermo. Stabile, immutabile.

– Contano su di te, non sulla tua immobilità.

– Non sono affatto immobile, e lo sai bene. Sto sempre in giro, adesso per esempio. Questi due giorni di libertà a casa di Molly e lunedì la prima conferenza.

– Ma certo, Lisa, tu sei una donna che lavora. Una di quelle che non si fermano mai, e dimmi, sei felice?

– Che domande. – Comincia sempre così, mi provoca. La mia reazione, al solito, è imprevedibile. Dipende anche dagli ormoni. Ormai so riconoscere benissimo, meglio di un tempo, perché mi comporto o penso con maggiore o minore melodrammaticità, o anche freddezza, ma sono casi più rari, a seconda della fase del ciclo in cui mi trovo. E oggi diciamo che mi sento ancora salda, dovrei essere nella seconda settimana, ma al principio. Un tempo era il momento in cui mi scaldavo subito, come fa Carrie, e prendevo iniziative di slancio. Di solito riguardavano ragazzi. Un tempo.

– Che leggi? – Che tesoro, ha cambiato discorso (per sua fortuna). – Fammi vedere. “Quando il jazz emerge dal mare”. Sarebbe?

– Una ricerca sfociata in musica.

– Ah, ricerca. I soliti neuroni?

– Macché. – Mi viene da ridere, come se io potessi avere una qualche fissazione. – Anzi, mi pare di spaziare parecchio con gli temi che mi interessa seguire. Tu però sembri notare sempre le stesse cose.

– Un motivo ci sarà.

– Sentiamo.

– Ci sono argomenti che più di altri, come dire, ti stanno a cuore, ecco. Io lo noto.

Le accarezzo i capelli lunghi, scendono oltre le spalle. In lei c’è la forza e la bellezza dei vent’anni. E si accompagna a me che ne ho più o meno il doppio. Lo fa con leggerezza. I suoi capelli sono morbidi. Li stringo con delicatezza nel pugno. Riflettono il sole, quando sbuca dalle nuvole, formando piccole onde luminose.

– Leggiamolo insieme. Non ne so molto più di te. Parla di un ricercatore, appunto, che ha trovato il modo di rendere i risultati dei suoi studi in forma musicale.

– Immagino – Fa il gesto di impiccarsi con le mani. Tira fuori la lingua e la lascia penzolare dalle labbra.

– Scema.

– Robaccia inascoltabile. Classica contemporanea, eh? Dodecafonia? Blaaah.

– Ascolta, ma perché non apri un po’ la mente? Io alla tua età studiavo con entusiasmo i rapporti della pittura di un Paul Klee, ad esempio, con le partiture musicali.

– Io alla tua età, io alla tua età… Ma io non sono te. E poi mi pare che nonostante tutte quelle tue fisime di un tempo, ascoltiamo ancora del sano rock insieme, a volte. O no? Vabbé, andiamo avanti.

– Meglio, sennò mi tocca sculacciarti.

– Ohh… – mi fa, toccandosi la punta del naso con il palmo aperto. Carrie scatta su dalla panchina e accenna a una corsetta. Sono tentata di seguirla, e dimostrarle quanto sia ben in grado di stare al suo passo.

– Torna qui, mettiamoci le cuffie.

– Perché?

– Perché c’è da ascoltare. – A quella proposta si riavvicina veloce e si lascia cadere pesantemente accanto a me. La seduta rimbalza e quasi mi cade il tablet. Cose così mi fanno innervosire, ma prendo un respiro e dico soltanto:

– Anche a me capita, per lavoro, di dover tradurre un certo numero di dati in diagrammi o schemi. La resa grafica di informazioni numeriche è un modo molto efficace per offrire un colpo d’occhio di quello di cui si sta trattando. Ma, vedi, il microbiologo, questo Peter Larsen,

– Dove ricerca, di grazia?

– All’Argonne National Laboratory.

– Ah, qui negli States. E come mai l’articolo è in italiano?

– Carrie, ti parrà strano, ma esiste questa cosa chiamata internet, e si dà il caso che io sia di origine italiana, nonché…

– Nonché che tu abbia passato le vacanze estive in Italia, certo. Così hai rinfrescato… La lllinguaaah!

Adesso devo trattenermi. Vorrei afferrare con due dita quella campanellina rossa che mi sta mancando di rispetto. Il rischio è che anche io mi metta a fare scene indecorose. Il rischio è quello di provarci gusto. E, sì, me lo ricordo bene di essere stata a lungo come lei. Per questo devo resisterle e tenere il punto.

– Ecco. Questo signore, studiando i microorganismi delle acque del Canale della Manica doveva gestire una quantità eccessiva di dati. Così ha risolto portandoli in musica.

– Sentiamo.

– Sentiamo.

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Blues per Elle

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L’esecuzione è stata brevissima e al termine Carolyne ancora tiene appoggiata la testa sulla mia spalla. Sembra rapita. All’improvviso riprende il ritmo del brano e se ne esce cantando:

È un giorno troppo chiaro, l’aria frizzante confonde la mia testa. Bollicine. Saltello di ponte in ponte fino all’ultimo canale, quindi salgo sul parapetto e spicco il volo tra i colori accesi. Non mi ricordo, sarà già inverno, estate o forse primavera? Ah, già. È autunno, e infatti l’aria è tutta impregnata del tuo odore di bosco. Mentre m’immergo, un ultimo sussulto: l’acqua che entra nelle narici conficca il gusto di te dentro al cervello. Non c’è più posto, non c’è più posto, adesso, per nient’altro.

La mia mente osserva un periodo di sospensione del giudizio. Il problema con Carrie, il motivo per cui me la trascino dietro, è che mi fa senza preavviso di questi regali inquietanti. Io so che si sta riferendo a me. E vorrei rimproverarla, una volta ancora. Dirle di crescere. Che staremmo molto meglio insieme. Non trovo le parole, adesso. Allora clicco sul secondo brano.

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In lungo e in largo

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La piccola, come spuntino, si porta dietro un sacchetto d’alghe essiccate nori. Aveva voglia di sperimentare il gusto umami. Se ne ficca una manciata in bocca e subito parla, a ritmo, come prima. Fatico un po’ a capirla finché non ha deglutito.

È musica: le alghe sgranocchiate sollevano i bottoni gustativi, tasti di lingua. E dalla lingua, si spostano su nel palato molle, poi nelle guance, faringe ed epiglottide. Mi piacciono. Ne prendo ancora, si spande ancora il gusto sulla lingua. Palato, guance, faringe ed epiglottide. Ancora, a rotazione: palato, guance, faringe, epiglottide e lingua. Guance, faringe, epiglottide, lingua e palato. Ne sono dipendente, ne godo: faringe, epiglottide, lingua, palato e guance. Voglio continuare all’infinito. Ma come, ora il sacchetto è vuoto, la miseria! Maledizione come soffro. Come soffro, come soffro, come soffro.

La sua fronte aggrottata si spiana immediatamente e mi schiocca un bacio sulla bocca. Poi si ritira con le ginocchia abbracciate al petto e, guardandomi dentro l’anima, butta fuori una risata così aperta che mi disarma. Sciocchina, mi lascia sottosopra. la mia reazione è lenta, troppo. Parte così anche il terzo brano.

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Fioriture

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Vivo in città, neanche lo puoi immaginare. Avanzo avanzo, poi devo indietreggiare, e: Attento! Sei un’idiota! Ma guarda quello. Salgo sul marciapiede e schiaccio, bello! Che schifo. Mannaggia a chi porta i cani a farla in giro. Non arriverò mai in tempo. Ho un appuntamento. Fischio a un taxi, eccone almeno cento, ma preferiscono ignorarmi, infami. Aspetto almeno un autobus, o arriverò domani. Vivo in città, vuoi mettere? Opportunità a bizzeffe, e poi c’è tutta questa gente. Ora che c’è? Lo devo dire: “C’è che ora non m’importa niente di tutta quella gente… La la la la”. Come mi piace cantare in città, dove a nessuno importa quel che il vicino fa.

– Vedo che anche tu con l’italiano te la cavi benissimo.

– Merito tuo, Signora. E l’ultimo come fa?

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50° Nord, 4° Ovest

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Carrie tace. Forse attende che faccia o dica qualcosa. A me viene in mente soltanto un pensiero vegetale. A giugno avevo lasciato le piante sul balcone senza acqua. Pensavo sarebbero morte ma a settembre ancora pareva avessero qualche speranza. Poi l’altro giorno, a quasi quattro mesi di distanza, esco e li guardo. I vasi traboccavano di vita. Foglie rigonfie d’acqua, per le due gocce di qualche giorno prima. E fiori sbocciati… Non sono sorpresa, in confidenza. Merito della selezione naturale che rende alcune specie più resistenti. E della mia pignoleria al vivaio, quella volta, nello scegliere piante tanto cazzute e indipendenti.

E questa è la fottutissima differenza tra me e te, Carolyne. Ma temo che te ne accorgerai ben presto.

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[continua]

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