Archive for the ‘Umami’ Category

Umami /4

11 ottobre 2012

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(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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– Ma voi dovreste capire bene come sia difficile parlare di ciò che di norma si dovrebbe vedere. E vedere è già mettere un filtro, un altro filtro, tra quello che il regista intende rappresentare e quello che interpreta chi assiste alla proiezione. E poi, ragazzi, è così banale. – Chiosai, abbassando il mento e sfumando il tono della voce, stufa in partenza del battibecco che stava prendendo quota.

 – E cosa resta, mi scusi, se il messaggio finale è completamente nascosto sotto tutti i filtri precedenti: quelli degli sceneggiatori, delle intenzioni del regista, degli attori, e pure degli spettatori, rispetto all’idea iniziale?

– La domanda è posta male. Nessuno sta parlando di messaggio. – Risposi seccamente. Si diffuse un brusio, poi una ragazza che indossava una stretta maglietta rossa che all’altezza di un petto generosissimo portava scritto “SEX” a lettere giganti tempestate di strass, disse con aria di sfida:

– Noi però non riusciamo a capire, ci spieghi meglio. Lei ci ha descritto una trama complicata. E poi ha detto che, se mai si trasformerà in un film, nessuno ne avrà mai la stessa percezione di un’altra persona. Ma che comunque, – le sue mani gesticolarono nell’aria, – realizzare quel film non sarà stato inutile?!

– Ve lo ripeto, esteticamente, ma anche intrinsecamente, quella è una storia d’amore. Una trama complessa, ma pur sempre di amore parla. E ho visto che immediatamente molti di voi hanno iniziato a sbadigliare.

– E certo.- Ribattè la ragazza, scocciata. – Lei però ricorda che Godard, presentando Tout va bien, disse, più o meno: è una storia d’amore ma il vero soggetto è la lotta di classe. Rispetto agli anni settanta, oggi di problematiche sociali ed etiche da trattare ne abbiamo a disposizione quante ne vuole. Che senso ha ormai parlare dell’amore per l’amore, e in modo così complicato, poi? Una trama del genere, mi perdoni, non credo che conquisterebbe neanche il pubblico delle Cinquanta sfumature… Considerato anche che mi pare che la metta abbastanza sul simbolico: il tema del doppio, le menomazioni o le esaltazioni dei sensi, … mah.

Lei, e tutti i suoi colleghi studenti di cinematografia, appartenevano a una generazione molto vicina a quella dei miei figli, con i quali infatti stavo iniziando a gettare la spugna. Ebbi la tentazione di mollarli tutti lì nell’auditorium e uscire all’aperto a respirare una boccata d’aria.

– Allora, chiariamoci su un punto. – Presi fiato per calmarmi, ma ero comunque irrimediabilmente diventata rossa per la tensione. Come erano ridotti “i giovani”? Un tempo si guardavano bene dall’accettare visioni preconfezionate. E ora eccoli tutti lì, in fila, ad aspettare che qualcuno gli infilasse nel becco aperto una teoria sul mondo già mezza digerita. – Compito delle arti, quindi tra queste il cinema, è porre delle domande. Sconvolgere, piuttosto che consolare. Negare, piuttosto che affermare. Cercare una complicità nell’occhio di chi guarda per sollecitare una molteplicità di reazioni, una molteplicità di possibili risposte alle domande fondamentali, sempre le stesse dalla notte dei tempi, che il film pone anche senza nominarle espressamente. Un compito profondamente sociale, quale che sia il tema trattato, e tutti i temi, alla fine, riportano a…

– Vabbé, sì, all’amore… – Biascicò la ragazza dalla maglietta rossa senza nemmeno più guardarmi in faccia, ormai voltata verso l’amica che le sedeva accanto.

Questo momento storico è tra i più bui che l’umanità abbia mai attraversato, pensai funerea. Era chiaro: nessuno sentiva la necessità di scavare, di ribaltare, di chiedere, di avvicinarsi a un fuoco nuovo che bruci e torni a rendere di nuovo fertile il terreno dell’esistenza. Ma sarebbe stato stupido impuntarmi sulle generalizzazioni. Non era vero che tutto il genere umano si disinteressasse di sé stesso, dovetti riconoscerlo appena tornata fuori. Ero rimasta molto poco in cattedra, davanti a quelle facce di pietra. A metà discorso mi era passata del tutto la voglia, e avevo tirato a chiudere in fretta, in un qualsiasi modo. Avevo preso su tutti i fogli ed ero tornata senza deviazioni o soste sulla strada del ritorno. Serviva chiudere i boccaporti della nave che viaggiandomi dentro mi dava il mal di mare, e lasciarla andare alla deriva per un po’. Perché non appena smettevo di pensarci, quella si rifaceva viva picchiandomi all’interno. Non era più tempo di domandarmi chi me l’avesse fatto fare. Ormai era fatta. Non dipendeva dagli altri. Piuttosto si trattava di me, che sentivo la necessità, ma non ci riuscivo, di confrontarmi, trovare testimoni capaci di comprendere e quindi condividere le vette e i baratri raggiunti via via dalla mia consapevolezza.

E, sì, era vero, le stesse domande ritornano da sempre. Sono quelle che se smettessero di essere formulate vorrebbe dire che è ora di darsi per vinti. Le domande che, anche se non osavo più rivolgere a me stessa da tempo, facevo in modo che fosse qualcun altro, o altra, a porre al posto mio. Qualcuno che in quel presente, che convenzionalmente assumevo come reale, ma possibilmente anche nel passato o nel futuro, gridasse a voce alta il proprio diritto a chiedere – senza trovare risposte, se non nell’atto stesso di scavare incessantemente e, così facendo, tornando a violare di continuo la propria e l’altrui “tranquillità” -. Porta tanta stanchezza tutto questo rovistare sempre soli tra le ipotesi, come mettendo le mani in mezzo a un roveto mentre si sta sprofondando con i piedi nelle sabbie mobili.

Il treno della BART sfrecciava, e io guardavo fuori dal vetro, sentendo scoppiettare le parole. Risalivano a galla a loro piacimento, razzi d’emergenza lanciati verso l’alto dalla nave inabissata. Io concedevo loro di venire a deflagrare in superficie.

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Nostra la ventura / per un selvaggio mare…” Sillabe che uscivano cadenzate, le recitavo a beneficio degli altri passeggeri, dei quali però non m’importava nulla. Perlustrai con una placidità animalesca, nemmeno di sottecchi, le loro facce che nascondevano gli sguardi, appena li raggiungevo con il mio. Quante galassie ci sono, quanti mondi racchiusi, quante vite possibili. E io cosa sto qui a preoccuparmi ancora. Non sono niente, io, né per quei massimi sistemi, né per questo sole che tramonta, niente per questi uomini e donne che aspettano soltanto che tolga di mezzo la mia presenza imbarazzante. Ecco ancora la fitta. Talmente amara e ingiusta.

Non era mia intenzione farlo, giuro, eppure pensai davvero di aver bisogno in quel preciso momento, per continuare a vivere, di mostrare a un altro pianeta il tratto di mare che stavo attraversando insieme a tutta quella gente. Avrei sciolto la lingua, fatto commenti, o forse parlato d’altro, o magari invece il silenzio avrebbe fatto da medium. Saremmo rimasti incantati davanti al panorama che scorreva. Gesti che solo i mondi che intersecano un istante le orbite ellittiche, per poi tornare di nuovo ignoti l’uno all’altro, compiono con tanta scellerata indifferenza, specie quando si accorgono di essere osservati. È nei picchi d’intensità, io lo sapevo bene, che si può aspirare a sfiorare, almeno, la superficie di ciò che se ne sta sul fondo.

Guardavo fuori dal vetro. Strade, aquiloni, barche, pedoni, ciclisti, vele, alberi, cani, padroni, case, grattacieli, prati, scogli, pedoni, aquiloni, strade, ciclisti, cani, padroni, aquiloni, barche, grattacieli, strade, vele, pedoni… Il cielo rideva a quell’ora della sera, l’ora più bella, e io mi ero incantata a guardarlo, con dentro una voglia di vita da scoppiarne.

Da quando ero tornata dall’Italia, avevo iniziato a considerare diversamente ciò che avevo di fronte da sempre. L’Italia somiglia in effetti a una piccola California. Le mesembryantenum, per esempio, o “dita di strega”, che qui sono una specie infestante, rossastra e spesso orgogliosamente fiorita: io ne incontravo laggiù, più timidi esemplari, più verdi e più minuti. Che si mostravano e si rintanavano di nuovo negli interstizi del pietrame, come se cercassero di non dare troppo nell’occhio. O certe scogliere a picco che si svelavano a sorpresa durante una sequenza di tornanti, sorelle minori di quelle che per miglia e miglia accompagnano i viaggi lungo la costa oceanica. Era avvenuta una riappacificazione muta col passato, mi stavo arrendendo a provare una strana forma di nostalgia per qualcosa che mi era completamente sconosciuto. E una scimmia cominciò a saltarmi sulle spalle senza preavviso.

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Dapprima ricomparvero versi destrutturati, brani di poesie metabolizzate in anni di aderenza sofferta con me stessa che, in seguito, avevo imbarcato su quella nave che avevo mandato a insabbiarsi sul fondo. E poi il ritorno di Carolyne. Che non chiese nulla e si prese da sola il compito di offrirmi ristoro. Non sapevo rifiutare la sua voce carezzevole e vibrante, l’emozione che mi rivelava il senso di qualcosa di vissuto e successivamente perso, seppure all’interno di una realtà parallela immaginabile, ancora più che immaginata.

Quando mi abbandonavo alle sue manovre magistrali, lei mi posava sul fondo della lingua un sapore oscillante tra l’amaro e il salato. Alcune volte invece il sapore se ne stava sulla punta, e mi invadeva allo stesso tempo un gusto dolce e aspro. Risaliva le narici e si trasformava in desiderio di pianto, nella coscienza cruda di una lacuna importante. Io però non sapevo più piangere. Almeno non ne fui in grado fino a quando alzai la faccia a ricevere lo scroscio della doccia e, nella grandinata bruciante, sentii sciogliersi il grumo. Avevo voglia di stare e suscitare lacrime. E diedi il via a una simulazione di singhiozzi, immaginando che fossero loro, le lacrime, a scendermi dal viso alle caviglie. E quanto mi sentii bene, dopo. Triste e soddisfatta.

Carrie mi dava carezze e chiedeva in cambio di avere fiducia e aprirmi. Avrebbe liberato lei i pochi singhiozzi ancora intrappolati. Se avessi voluto, avrei potuto continuare a sciogliermi, sussurrando parole necessarie e baciando lievemente quelle care dita e quel palmo tanto generoso e caldo. Avrei potuto, con la gratitudine che in realtà provavo, restituire il tocco, non sentire più il bisogno di parlare, ma solo quello di perdermi, dimenticando il mondo e l’Io e tutte le cose che avremmo lasciato fuori dalla porta, prima di entrare. Per una volta senza sapore d’aspro né d’amaro, ma, confondendo succo di labbra e frutta matura nel palato, uscire dal presente ed entrare in punta di piedi nell’eternità che si svela dentro il respiro sincrono. Curandomi, curandoci, curandoci di noi. E noi sarebbe stato il nostro nome, per tutto il tempo che avremmo fatto in modo che durasse.

Invece iniziai a respingere le sue attenzioni, e ogni volta che ferivo lei pativo anche in me stessa l’eco del colpo inferto come un dolore crudele che mi percorreva tutto il torace. Erano ormai oltre ventiquattr’ore che non avevo più sue notizie. Mi illudevo che, passato un primo smarrimento, la sua assenza fosse già diventata abitudine. Scesa dal treno, un suono aveva annunciato l’arrivo di una mail. Era sua, l’avevo capito ancora prima di guardare, ma non ebbi fretta. Cercai di percorrere la maggior distanza possibile prima di aprirla. Così, come tutte le volte che l’avevo accanto o solo nella testa, Carrie mi tirò uno dei suoi scherzi puerili.

Mi immaginai di vederla sghignazzare, e poi chinarsi pentita a tendermi la mano, ma solo dopo, quando era già troppo tardi per fare qualunque cosa. Tardi, perché ormai avevo letto il suo ultimo messaggio. Per quel motivo ero caduta in terra e stavo sdraiata in mezzo alla carreggiata, con un capannello di curiosi intorno che mi toglieva la vista di qualunque cosa. – Mi sente, è cosciente? Non si muova. Qualunque cosa. Dica il suo nome. Come si chiama signora, come si chiama? Qualunque cosa all’infuori del solito semaforo, che avevo consultato per confermare la mia stupidità (- Carolyne, fu tutto quello che riuscii a rispondere) prima di chiudere gli occhi, forse (era ancora arancione) per sempre.

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Mai pensato di tenere traccia del mio dolore
O della felicità
Candele che illuminano il merletto soffuso
Disegnato dall’aria
Attorno ai tuoi capelli / una doccia
Organizzata da Dio
In castano e rame
Ondulazioni luminose come guizzi
Di fiamma.
 
Ma ora lo faccio.
Richiamo un pomeriggio di albicocche
E acqua intervallata da sigarette
E sabbia e scogli
Che abbiamo attraversato:
                                 Quanto facilmente tenevi
La mia mano
Durante la bassa marea
Del mondo.
 
Ora lo faccio.
Rivivo una sera segreta
Un ponte lasciato alle spalle
Dove il calore, coagulatosi
In lussuria e tenero tremore,
Stava così, crudele e gentile come
Passione che si riaffaccia all’infinito
Oscillando tra l’amaro
E il dolce.
 
Sola e desiderando te
Ora lo faccio.

(Temeraria traduzione dall’originale: June Jordan – Poem for Haruko)

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Of Monsters and Men – Yellow Light

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Umami /3

8 ottobre 2012

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(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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8 Ottobre 2012

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Oggetti minuti, crescendo di cadute libere. Si moltiplicano e ingrossano la voce. Da pioggerella a Signor Temporale. Colmo d’intensità e volume. Interruzione brusca. Colpi, un paio, colpi forti e sordi e, poi, ancora quella specie di cascata, ma più tenue. Sbriciolatura a grappoli. Chiude la fila qualcosa che ticchetta e rotola via, quindi più nulla.

Con uno sforzo caracollo verso la cucina e non faccio in tempo a capire cos’è successo che mi raggiunge Liam, l’uomo di Molly, in calzoncini e scalzo come me, ma io soltanto sono in imbarazzo: nascondo gli alluci sotto le piante dei piedi, lui no, lui tiene le piante larghe ben piazzate a terra.

– Niente, niente, – mi fa da sotto una nuvola di capelli aggrovigliati che gli coprono la faccia, – è soltanto Balls.

Balls è l’arcigatto che occupa da solo un terzo dell’appartamento di Oak Street. Peserà ad occhio e croce come un maiale di un paio di mesi. Perde in continuazione ciuffi -è un meticcio imparentato con una razza nordica- dal foltissimo sottopelo, che si ritrovano immancabilmente ovunque, anche addosso, in punti del corpo normalmente riservati al proprietario o al più soltanto agli ospiti autorizzati.

– Balls? Ha fatto da solo tutto quel casino?

– È molto agile, – mi dice con orgoglio, – per quello che pesa. Il veterinario ci ha avvertiti di tenerlo a stecchetto, ecco perché il sacco dei croccantini lo nascondiamo così in alto. Ma lui ci arriva lo stesso.

Considero in effetti che l’altezza del nascondiglio è eccessiva anche per un cristone come Liam, che deve sollevarsi con le ginocchia sul bordo del lavandino, aggrappandosi con una mano al bordo inferiore del pensile, per poter aprire con l’altra l’anta del mobiletto.

– E poi, come fai a prendere da mangiare?

– Oh, vedi? – E, a rischio di perdere l’equilibrio, lascia la presa sullo sportello e dà una serie di colpetti ad un saccone che conterrà almeno 15 chili di mangime. In questo modo finisce a rotolare sul pavimento un’altra quantità di cibo puzzolente, sul quale il vorace felino si lancia dalle mie spalle, con uno scatto che effettivamente mi stupisce. Inizio a temere di incontrarlo dietro l’angolo girando per la casa. Ragazzi, porca miseria, li rimprovero mentalmente, è come tenere in libertà un grizzly. Mentre Liam si dà da fare per “pulire” -secondo la sua accezione-, io lo saluto e torno rapidamente a stendermi sul divano-letto cigolante.

Appena chiudo gli occhi, sento il respiro di Carolyne alle mie spalle, ma non può essere, stanotte non è rientrata. Sono esperta in allucinazioni spontanee. Capace di autoindurne quando serve. Ma stavolta mi è parso di sentirla respirare per davvero e quasi stavo tirando io un respiro di sollievo. Comunque scendo verso di lei nel sonno e col suo pensiero accanto mi riaddormento facilmente, sorvolando sul mio rigore e sul punto da tenere ad ogni costo, nei suoi confronti e anche con me stessa.

Trascorso un certo periodo, come al solito, la mia coscienza risale a poco a poco a galla, ma annebbiata. Cerco di stabilire punti di riferimento al buio, non sono certa di sapere più dove mi trovo. Né qual è esattamente il tempo che sto vivendo. Che giorno della settimana. Il programma da svolgere al mio risveglio. I miei pensieri si aggirano privi di bussola per i giardini incolti dell’indeterminatezza.

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PJ Harvey – The garden

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Mi sembra, posso sbagliare, di trovarmi nella mia camera da ragazza. Il luogo giustifica la sensazione di testa leggera. I piedi puntano verso la porta con su l’ultimo poster appeso in ordine di tempo, quello dei Nirvana. Senza guardare, percepisco la scrivania alla mia destra, illuminata debolmente dalla luce della porta-finestra del balcone. Socchiudo gli occhi nel dormiveglia, per averne conferma, ma a destra vedo soltanto un muro bianco, molto vicino alla mia faccia. La luce che ci si riflette proviene dalle mie spalle.

Allora, invece, forse sono a casa mia, ed è la notte prima della partenza.

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– Fratello, aiutami.

– Ma come cazzo sei combinato?

– Non so neanche come sono arrivato qui. Come sono arrivato qui, fratellino? Urgh.

– Sei fatto fradicio, spostiamoci da qui.

– Dici?

– Abbassa la voce, oh, che li svegli.

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Come se quando compiono sedici anni una smettesse di preoccuparsi di loro. Li ascolto trattenendo il respiro.

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– Và in balcone, forza!

– Umf.

– Datti una mossa, su, che vado a prenderti un secchio. Dopo però mi aiuti a ripulire.

Vomita, che faccio? Ho una stanchezza, mio tesoro. Davvero non posso esserti più utile? Mi si gonfia la gola di pianto. Invece non piangerò neanche stavolta, non piango più da anni. Inutile anche che mi sforzi. Mi vorrei accodare ai conati del mio ragazzo, abbracciarlo alla schiena e seguire le contrazioni del suo ventre con le mie mani. Provare a simularle, vedere di far uscire qualcosa anche da me. Ma ormai è volato via dal nido, è solo sua la chiave che dà accesso alla sua anima, né posso permettermi di mettere le mani sul suo corpo come quando era bambino. Ancora poco e farà quel passo, andarsene di casa. Mi resterà soltanto il piccolo, e dopo di lui forse più nulla di questi anni sopravviverà al ricordo. Allora verrà il momento di riposizionare il centro, e fortunatamente non sarò sola. Ho ancora in piedi un matrimonio solido, anche se io, o meglio: anche se starmi accanto non è facile. Il pigiama ha questa trama leggera. Fa fresco, dovrei alzarmi per coprirmi di più, ma non voglio farmi accorgere da quei due, devono cavarsela da soli. Mi arrotolo su un fianco con le ginocchia contro la fronte. Concentrata sul regolare gonfia-e-sgonfia del torace e sul calore che riesco a trattenere in mezzo.

Riapro gli occhi, un filamento rosato scivola dal muro sopra il cuscino, mi attraversa il pigiama e si perde dietro di me. La nebbia mentale si è alzata: il sole sorge, io devo correre a prepararmi per arrivare a Berkeley entro le 9,30. In bagno mi assale di nuovo un freddo che provo dentro le vertebre e in tutte le altre ossa. È la stagione, mi dico, e irrigidisco i muscoli tremando, mentre apro del tutto l’acqua bollente del lavandino, lasciandomi investire per qualche istante dalla risalita tiepida del vapore. È la stagione, mi ripeto ancora, ma con minor convinzione.

Autunno. Ossimoro in sé stesso. Parola capziosa. Tempo in cui sembra che le cose si rintanino e si preparino al letargo, quando invece è tutto un riallacciare discorsi che sembravano interrotti. L’impotenza provata davanti alla ripresa del giro di una ruota che con la sua ripetizione eterna mi spaventa, adesso. Un’eternità che ha una scadenza sempre più prossima. Ho nominato la parola “cose”, cose che vanno a rintanarsi. Ho usato un termine impreciso, ne sono consapevole. Lo uso volutamente.

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia. E io, io, che sono tanto razionale, a volte mi sento morire, dico per dire, dietro all’ascolto di un blues. Mi arriva come un colpo inferto al tamburo che ho nel petto, quello che ultimamente sento molto distintamente. Non appena mi appoggio sul cuscino prende lo stesso suono di un monitoraggio fetale nelle orecchie. Mi ricorda di essere sempre lì, a sinistra del costato, con sfarfallii che arrivano nei momenti più impensati. A volte mi chiude anche i polmoni fino a sospendere il respiro. Un cuore che si contrae, come fa lo stomaco affamato. Ha fame quindi, ne deduco. Ma cosa penso, su, sono soltanto stanca. Stanca e confusa.

[continua]

Umami /2

7 ottobre 2012

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(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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7 Ottobre 2012

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– Non sono mai stata a Berkeley.
– Ah.
– Dicono che il microclima che c’è da queste parti, là vada subito a farsi benedire.
– Mah.

Stiamo facendo colazione in Haight Street, fuori il sole va e viene e lei è voluta andare per forza a chiudersi in fondo a quel locale che sembra il vagone di un treno. “La colazione americana più buona della zona”, mi aveva assicurato Molly uscendo per un appuntamento. Dimentica spesso che anche io sono americana, almeno stando a quanto è scritto sui documenti. Non riesco proprio a mettere radici, lo devo portare scritto in fronte.

– Avevo pensato che, intanto che tu starai lavorando, potrei passare un po’ di tempo nei paraggi, ho sentito che ci sarà una lettura di June Jordan, te ne avevo parlato. Ho anche scaricato una sua poesia, per fartela leggere.
– Sì, sarebbe un’idea, – ma non riesco ad andare avanti. La guardo un attimo e subito sposto il fuoco sulla montagna di pancake ai mirtilli che ho davanti, – Ma io andrò da sola a Berkeley.
– Ti raggiungo più tardi, allora, quando avrai finito?
– Guarda, non è per te. Anzi, sì, forse non avrei problemi con altri. Non te la prendere, ma preferisco che tu non venga con me domani.
– Lisa. – Carrie mi fissa a lungo senza sbattere le palpebre e tutto il suo corpo sembra che emani delle vibrazioni. Invisibili vibrazioni che mi raggiungono e io non so schivarle. Mi alzo lasciando la colazione a metà. Non so nemmeno spiegare a me stessa cos’è tutta questa fretta.
– Devo uscire, vado a fare due passi. Ci vediamo dopo, eh.

Non mi volto per vedere in che stato l’ho lasciata. Sul marciapiede in salita avanzo pestando il terreno con rabbia. Mi chiedo chi me l’ha fatto fare di riavvicinarla. Ero stata così bene senza di lei, avevo raggiunto il mio equilibrio. Avevo messo, o mi sembrava di aver messo, almeno un moncone di radice al riparo sotto terra. Robert, i ragazzi, il lavoro, la gente con la quale mi rapporto ogni giorno, che mi conosce per come so essere granitica, un punto di riferimento. Le mie soddisfazioni, in fondo, me le sono meritate.

E poi è successo che, dopo il tramonto di un giorno senza memoria, l’ho incontrata ancora. Al centro di un’aiuola circolare, stavamo sotto un lampione dalla luce cruda. Lei mi aveva abbracciato forte, senza preavviso, senza parlare. Così a lungo, così a lungo. Io avevo resistito fino alla fine, ma poi mi era sfuggito “Ci rivedremo quindi?”. E lei aveva risposto: “Certo. Ma cerca di rilassarti. Mi sembri così diversa. Non metti più camicie colorate, giri con tutti questi fili addosso, connessioni, oggetti che spuntano da tutte le tasche. Sembri un robot”, ma sempre sorridendo. “Tu non sei così, non sei quella che sembri. Ricordati chi sei. Io di te me ne ricordo bene”. Quella sera mi ero sforzata di guardarla con condiscendenza, anche se ero cosciente che una crepa si stava aprendo un varco nel muro della diga.

Questo cuore non mi sosterrà a lungo, è difettoso e non devo strapazzarlo. Rallento il passo e svolto per attraversare in direzione di Ashbury, senza guardare. Quasi mi prendono.
Indietreggio di colpo e mi viene spontaneo spostare lo sguardo dal semaforo rosso sospeso nel mezzo dell’incrocio, al cielo che si è improvvisamente fatto grigio.
Il polso batte veloce, lo controllo qualche secondo prima di riprendere la strada.
Capisco che anche quando non mi è vicina, l’influsso di Carolyne mi cammina sottopelle. Gocce di lei sono il fiume che gonfia le mie vene.

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P.J. Harvey – The river

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[continua]

Umami /1

6 ottobre 2012

Paul Klee – Golden fish

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(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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5 Ottobre 2012

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Il Golden Gate Park al mattino è un posto particolarmente adatto a me. C’è gente in giro, ma è come se facesse parte della scenografia. Adesso sono seduta su una panchina davanti alla Casa del the nel giardino giapponese. San Francisco ha questa capacità: Mantiene la propria fortissima identità di metropoli occidentale e allo stesso tempo contiene in sé mille altri realistici angoli di mondo. Così adesso sono completamente immersa in un’atmosfera orientale. Ho il mio tablet sulle ginocchia ma non mi concentro molto bene.

Carolyne era seduta accanto a me un momento fa, il tempo di digitare una ricerca e, rialzando gli occhi, non l’ho trovata più. Tanto meglio, si sarà allontanata in una esplorazione delle sue. Questo ritrovarmela addosso di continuo mi sta stressando parecchio. Non che mi dispiacciano i suoi assalti inaspettati nel cuore della notte, le visite al tempio della memoria, gli attimi nei quali la guardo bene in viso e riconosco qualcosa di me che avevo dimenticato. Ma, è proprio questo. Non riesco più a concentrarmi come prima, prima di incontrare lei dico, e la mia vita ha bisogno di concentrazione.

– Abitudini minime, piccole variazioni prevedibili. Gustare dalla cima della montagna la vista conquistata. – Ultimamente mi accorgo di ragionare ad alta voce.

– Sei così sicura di aver finito di scalare?

– Da dove sbuchi?

– Secondo me non dovresti appendere ramponi e moschettoni alla parete. Un po’ prestino, non ti pare?

È buffo, ma non mi so arrabbiare. Non da subito, almeno. Idee senza capo né coda, le sue. Eppure ogni volta che me le esprime da così vicino mi pare tutto possibile, ancora una volta. Riesco quasi a dimenticarmi che invece esistono persone a questo mondo che contano sul mio essere un punto fermo. Stabile, immutabile.

– Contano su di te, non sulla tua immobilità.

– Non sono affatto immobile, e lo sai bene. Sto sempre in giro, adesso per esempio. Questi due giorni di libertà a casa di Molly e lunedì la prima conferenza.

– Ma certo, Lisa, tu sei una donna che lavora. Una di quelle che non si fermano mai, e dimmi, sei felice?

– Che domande. – Comincia sempre così, mi provoca. La mia reazione, al solito, è imprevedibile. Dipende anche dagli ormoni. Ormai so riconoscere benissimo, meglio di un tempo, perché mi comporto o penso con maggiore o minore melodrammaticità, o anche freddezza, ma sono casi più rari, a seconda della fase del ciclo in cui mi trovo. E oggi diciamo che mi sento ancora salda, dovrei essere nella seconda settimana, ma al principio. Un tempo era il momento in cui mi scaldavo subito, come fa Carrie, e prendevo iniziative di slancio. Di solito riguardavano ragazzi. Un tempo.

– Che leggi? – Che tesoro, ha cambiato discorso (per sua fortuna). – Fammi vedere. “Quando il jazz emerge dal mare”. Sarebbe?

– Una ricerca sfociata in musica.

– Ah, ricerca. I soliti neuroni?

– Macché. – Mi viene da ridere, come se io potessi avere una qualche fissazione. – Anzi, mi pare di spaziare parecchio con gli temi che mi interessa seguire. Tu però sembri notare sempre le stesse cose.

– Un motivo ci sarà.

– Sentiamo.

– Ci sono argomenti che più di altri, come dire, ti stanno a cuore, ecco. Io lo noto.

Le accarezzo i capelli lunghi, scendono oltre le spalle. In lei c’è la forza e la bellezza dei vent’anni. E si accompagna a me che ne ho più o meno il doppio. Lo fa con leggerezza. I suoi capelli sono morbidi. Li stringo con delicatezza nel pugno. Riflettono il sole, quando sbuca dalle nuvole, formando piccole onde luminose.

– Leggiamolo insieme. Non ne so molto più di te. Parla di un ricercatore, appunto, che ha trovato il modo di rendere i risultati dei suoi studi in forma musicale.

– Immagino – Fa il gesto di impiccarsi con le mani. Tira fuori la lingua e la lascia penzolare dalle labbra.

– Scema.

– Robaccia inascoltabile. Classica contemporanea, eh? Dodecafonia? Blaaah.

– Ascolta, ma perché non apri un po’ la mente? Io alla tua età studiavo con entusiasmo i rapporti della pittura di un Paul Klee, ad esempio, con le partiture musicali.

– Io alla tua età, io alla tua età… Ma io non sono te. E poi mi pare che nonostante tutte quelle tue fisime di un tempo, ascoltiamo ancora del sano rock insieme, a volte. O no? Vabbé, andiamo avanti.

– Meglio, sennò mi tocca sculacciarti.

– Ohh… – mi fa, toccandosi la punta del naso con il palmo aperto. Carrie scatta su dalla panchina e accenna a una corsetta. Sono tentata di seguirla, e dimostrarle quanto sia ben in grado di stare al suo passo.

– Torna qui, mettiamoci le cuffie.

– Perché?

– Perché c’è da ascoltare. – A quella proposta si riavvicina veloce e si lascia cadere pesantemente accanto a me. La seduta rimbalza e quasi mi cade il tablet. Cose così mi fanno innervosire, ma prendo un respiro e dico soltanto:

– Anche a me capita, per lavoro, di dover tradurre un certo numero di dati in diagrammi o schemi. La resa grafica di informazioni numeriche è un modo molto efficace per offrire un colpo d’occhio di quello di cui si sta trattando. Ma, vedi, il microbiologo, questo Peter Larsen,

– Dove ricerca, di grazia?

– All’Argonne National Laboratory.

– Ah, qui negli States. E come mai l’articolo è in italiano?

– Carrie, ti parrà strano, ma esiste questa cosa chiamata internet, e si dà il caso che io sia di origine italiana, nonché…

– Nonché che tu abbia passato le vacanze estive in Italia, certo. Così hai rinfrescato… La lllinguaaah!

Adesso devo trattenermi. Vorrei afferrare con due dita quella campanellina rossa che mi sta mancando di rispetto. Il rischio è che anche io mi metta a fare scene indecorose. Il rischio è quello di provarci gusto. E, sì, me lo ricordo bene di essere stata a lungo come lei. Per questo devo resisterle e tenere il punto.

– Ecco. Questo signore, studiando i microorganismi delle acque del Canale della Manica doveva gestire una quantità eccessiva di dati. Così ha risolto portandoli in musica.

– Sentiamo.

– Sentiamo.

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Blues per Elle

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L’esecuzione è stata brevissima e al termine Carolyne ancora tiene appoggiata la testa sulla mia spalla. Sembra rapita. All’improvviso riprende il ritmo del brano e se ne esce cantando:

È un giorno troppo chiaro, l’aria frizzante confonde la mia testa. Bollicine. Saltello di ponte in ponte fino all’ultimo canale, quindi salgo sul parapetto e spicco il volo tra i colori accesi. Non mi ricordo, sarà già inverno, estate o forse primavera? Ah, già. È autunno, e infatti l’aria è tutta impregnata del tuo odore di bosco. Mentre m’immergo, un ultimo sussulto: l’acqua che entra nelle narici conficca il gusto di te dentro al cervello. Non c’è più posto, non c’è più posto, adesso, per nient’altro.

La mia mente osserva un periodo di sospensione del giudizio. Il problema con Carrie, il motivo per cui me la trascino dietro, è che mi fa senza preavviso di questi regali inquietanti. Io so che si sta riferendo a me. E vorrei rimproverarla, una volta ancora. Dirle di crescere. Che staremmo molto meglio insieme. Non trovo le parole, adesso. Allora clicco sul secondo brano.

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In lungo e in largo

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La piccola, come spuntino, si porta dietro un sacchetto d’alghe essiccate nori. Aveva voglia di sperimentare il gusto umami. Se ne ficca una manciata in bocca e subito parla, a ritmo, come prima. Fatico un po’ a capirla finché non ha deglutito.

È musica: le alghe sgranocchiate sollevano i bottoni gustativi, tasti di lingua. E dalla lingua, si spostano su nel palato molle, poi nelle guance, faringe ed epiglottide. Mi piacciono. Ne prendo ancora, si spande ancora il gusto sulla lingua. Palato, guance, faringe ed epiglottide. Ancora, a rotazione: palato, guance, faringe, epiglottide e lingua. Guance, faringe, epiglottide, lingua e palato. Ne sono dipendente, ne godo: faringe, epiglottide, lingua, palato e guance. Voglio continuare all’infinito. Ma come, ora il sacchetto è vuoto, la miseria! Maledizione come soffro. Come soffro, come soffro, come soffro.

La sua fronte aggrottata si spiana immediatamente e mi schiocca un bacio sulla bocca. Poi si ritira con le ginocchia abbracciate al petto e, guardandomi dentro l’anima, butta fuori una risata così aperta che mi disarma. Sciocchina, mi lascia sottosopra. la mia reazione è lenta, troppo. Parte così anche il terzo brano.

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Fioriture

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Vivo in città, neanche lo puoi immaginare. Avanzo avanzo, poi devo indietreggiare, e: Attento! Sei un’idiota! Ma guarda quello. Salgo sul marciapiede e schiaccio, bello! Che schifo. Mannaggia a chi porta i cani a farla in giro. Non arriverò mai in tempo. Ho un appuntamento. Fischio a un taxi, eccone almeno cento, ma preferiscono ignorarmi, infami. Aspetto almeno un autobus, o arriverò domani. Vivo in città, vuoi mettere? Opportunità a bizzeffe, e poi c’è tutta questa gente. Ora che c’è? Lo devo dire: “C’è che ora non m’importa niente di tutta quella gente… La la la la”. Come mi piace cantare in città, dove a nessuno importa quel che il vicino fa.

– Vedo che anche tu con l’italiano te la cavi benissimo.

– Merito tuo, Signora. E l’ultimo come fa?

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50° Nord, 4° Ovest

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Carrie tace. Forse attende che faccia o dica qualcosa. A me viene in mente soltanto un pensiero vegetale. A giugno avevo lasciato le piante sul balcone senza acqua. Pensavo sarebbero morte ma a settembre ancora pareva avessero qualche speranza. Poi l’altro giorno, a quasi quattro mesi di distanza, esco e li guardo. I vasi traboccavano di vita. Foglie rigonfie d’acqua, per le due gocce di qualche giorno prima. E fiori sbocciati… Non sono sorpresa, in confidenza. Merito della selezione naturale che rende alcune specie più resistenti. E della mia pignoleria al vivaio, quella volta, nello scegliere piante tanto cazzute e indipendenti.

E questa è la fottutissima differenza tra me e te, Carolyne. Ma temo che te ne accorgerai ben presto.

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[continua]

A horse with no name

4 ottobre 2012

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America – A horse with no name

La Signora era andata a letto troppo tardi quella mattina. Era ancora troppo stordita per accorgersi di qualsiasi cosa si fosse mosso attorno a lei. Annientata da una dose di troppo, stava riversa a faccia in giù, stesa di traverso sopra l’enorme King Size del cottage che lei e Carolyne avevano affittato per trascorrere una delle prime soste del loro viaggio verso Los Angeles.

Carolyne invece alle cinque aveva aperto gli occhi. Aveva sentito uno scalpiccio insistente sotto i vetri della finestra e si era subito messa a sedere, oppressa da un rombo nelle orecchie che le impediva di stabilire in chi o in cosa consistesse la causa del suo risveglio. Si alzò in punta di piedi come se davvero temesse di svegliare la Signora e provò a spostare lo sguardo fuori dalla finestra. Era soltanto la terza o la quarta volta che si ritrovava in quella situazione, e l’avevano avvertita: all’inizio avrebbero potuto verificarsi fatti strani.

Aprì le imposte e si sporse verso la notte scura. Faceva freddo, la pelle rabbrividì tutta in un momento.  Un bordo della maglietta di raso verde acqua che ancora indossava dalla sera prima rimase impigliato in uno spuntone del meccanismo di chiusura delle finestre. Non se ne era accorta in tempo e l’imprevisto ferì il silenzio come una zip che, aprendosi, slabbrò in due parti l’indumento al centro, trasversalmente, da fianco a spalla. Se ne rese appena conto. Un muso di cavallo la stava guardando da vicino.

Rimasero a fissarsi dentro agli occhi mentre a Carolyn il respiro si fece più affannoso. L’animale emetteva ondate di fiato caldo che le muovevano le punte dei capelli. Lo sfregamento regolare delle ciocche contro il seno le fece prendere coscienza della propria nudità. La testa di cavallo iniziò a muoversi dal basso verso l’alto, spingendola e  costringendola ad arretrare di nuovo verso il centro della stanza. Indietreggiò malvolentieri, provò ad aggrapparsi alle orecchie del cavallo, ma le sfuggì la presa. Mentre vedeva ritrarsi nuovamente nel buio sconosciuto le forme di foglie e le innumerevoli cime d’albero che aveva appena fatto in tempo a scorgere dietro alla folta criniera della bestia, rimase una frazione di secondo sospesa sulle punte dei piedi, e la gravità prese il sopravvento decidendo la direzione della sua caduta.

In quel momento il cavallo emise un lungo, intensissimo nitrito. Le orbite di Carolyn parvero arrotolarsi verso l’interno del cranio, la faccia cadde sopra qualcosa di vellutato. Il corpo, mutandine e maglietta di raso spalancata, abbandonato a pancia in giù sul letto. Pensò di essere caduta sopra l’altra donna ma si sentì d’un tratto troppo stanca per verificarlo. Comprese di trovarsi di traverso, stesa sopra l’enorme King Size del cottage che lei e la Signora avevano affittato per la notte. Mentre la stanza intera si avvolgeva addosso a lei in un vortice lento, mosse le mani attorno a sé in ogni direzione, quindi si accorse di essere completamente sola.


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