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Umami /4

11 ottobre 2012

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(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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– Ma voi dovreste capire bene come sia difficile parlare di ciò che di norma si dovrebbe vedere. E vedere è già mettere un filtro, un altro filtro, tra quello che il regista intende rappresentare e quello che interpreta chi assiste alla proiezione. E poi, ragazzi, è così banale. – Chiosai, abbassando il mento e sfumando il tono della voce, stufa in partenza del battibecco che stava prendendo quota.

 – E cosa resta, mi scusi, se il messaggio finale è completamente nascosto sotto tutti i filtri precedenti: quelli degli sceneggiatori, delle intenzioni del regista, degli attori, e pure degli spettatori, rispetto all’idea iniziale?

– La domanda è posta male. Nessuno sta parlando di messaggio. – Risposi seccamente. Si diffuse un brusio, poi una ragazza che indossava una stretta maglietta rossa che all’altezza di un petto generosissimo portava scritto “SEX” a lettere giganti tempestate di strass, disse con aria di sfida:

– Noi però non riusciamo a capire, ci spieghi meglio. Lei ci ha descritto una trama complicata. E poi ha detto che, se mai si trasformerà in un film, nessuno ne avrà mai la stessa percezione di un’altra persona. Ma che comunque, – le sue mani gesticolarono nell’aria, – realizzare quel film non sarà stato inutile?!

– Ve lo ripeto, esteticamente, ma anche intrinsecamente, quella è una storia d’amore. Una trama complessa, ma pur sempre di amore parla. E ho visto che immediatamente molti di voi hanno iniziato a sbadigliare.

– E certo.- Ribattè la ragazza, scocciata. – Lei però ricorda che Godard, presentando Tout va bien, disse, più o meno: è una storia d’amore ma il vero soggetto è la lotta di classe. Rispetto agli anni settanta, oggi di problematiche sociali ed etiche da trattare ne abbiamo a disposizione quante ne vuole. Che senso ha ormai parlare dell’amore per l’amore, e in modo così complicato, poi? Una trama del genere, mi perdoni, non credo che conquisterebbe neanche il pubblico delle Cinquanta sfumature… Considerato anche che mi pare che la metta abbastanza sul simbolico: il tema del doppio, le menomazioni o le esaltazioni dei sensi, … mah.

Lei, e tutti i suoi colleghi studenti di cinematografia, appartenevano a una generazione molto vicina a quella dei miei figli, con i quali infatti stavo iniziando a gettare la spugna. Ebbi la tentazione di mollarli tutti lì nell’auditorium e uscire all’aperto a respirare una boccata d’aria.

– Allora, chiariamoci su un punto. – Presi fiato per calmarmi, ma ero comunque irrimediabilmente diventata rossa per la tensione. Come erano ridotti “i giovani”? Un tempo si guardavano bene dall’accettare visioni preconfezionate. E ora eccoli tutti lì, in fila, ad aspettare che qualcuno gli infilasse nel becco aperto una teoria sul mondo già mezza digerita. – Compito delle arti, quindi tra queste il cinema, è porre delle domande. Sconvolgere, piuttosto che consolare. Negare, piuttosto che affermare. Cercare una complicità nell’occhio di chi guarda per sollecitare una molteplicità di reazioni, una molteplicità di possibili risposte alle domande fondamentali, sempre le stesse dalla notte dei tempi, che il film pone anche senza nominarle espressamente. Un compito profondamente sociale, quale che sia il tema trattato, e tutti i temi, alla fine, riportano a…

– Vabbé, sì, all’amore… – Biascicò la ragazza dalla maglietta rossa senza nemmeno più guardarmi in faccia, ormai voltata verso l’amica che le sedeva accanto.

Questo momento storico è tra i più bui che l’umanità abbia mai attraversato, pensai funerea. Era chiaro: nessuno sentiva la necessità di scavare, di ribaltare, di chiedere, di avvicinarsi a un fuoco nuovo che bruci e torni a rendere di nuovo fertile il terreno dell’esistenza. Ma sarebbe stato stupido impuntarmi sulle generalizzazioni. Non era vero che tutto il genere umano si disinteressasse di sé stesso, dovetti riconoscerlo appena tornata fuori. Ero rimasta molto poco in cattedra, davanti a quelle facce di pietra. A metà discorso mi era passata del tutto la voglia, e avevo tirato a chiudere in fretta, in un qualsiasi modo. Avevo preso su tutti i fogli ed ero tornata senza deviazioni o soste sulla strada del ritorno. Serviva chiudere i boccaporti della nave che viaggiandomi dentro mi dava il mal di mare, e lasciarla andare alla deriva per un po’. Perché non appena smettevo di pensarci, quella si rifaceva viva picchiandomi all’interno. Non era più tempo di domandarmi chi me l’avesse fatto fare. Ormai era fatta. Non dipendeva dagli altri. Piuttosto si trattava di me, che sentivo la necessità, ma non ci riuscivo, di confrontarmi, trovare testimoni capaci di comprendere e quindi condividere le vette e i baratri raggiunti via via dalla mia consapevolezza.

E, sì, era vero, le stesse domande ritornano da sempre. Sono quelle che se smettessero di essere formulate vorrebbe dire che è ora di darsi per vinti. Le domande che, anche se non osavo più rivolgere a me stessa da tempo, facevo in modo che fosse qualcun altro, o altra, a porre al posto mio. Qualcuno che in quel presente, che convenzionalmente assumevo come reale, ma possibilmente anche nel passato o nel futuro, gridasse a voce alta il proprio diritto a chiedere – senza trovare risposte, se non nell’atto stesso di scavare incessantemente e, così facendo, tornando a violare di continuo la propria e l’altrui “tranquillità” -. Porta tanta stanchezza tutto questo rovistare sempre soli tra le ipotesi, come mettendo le mani in mezzo a un roveto mentre si sta sprofondando con i piedi nelle sabbie mobili.

Il treno della BART sfrecciava, e io guardavo fuori dal vetro, sentendo scoppiettare le parole. Risalivano a galla a loro piacimento, razzi d’emergenza lanciati verso l’alto dalla nave inabissata. Io concedevo loro di venire a deflagrare in superficie.

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Nostra la ventura / per un selvaggio mare…” Sillabe che uscivano cadenzate, le recitavo a beneficio degli altri passeggeri, dei quali però non m’importava nulla. Perlustrai con una placidità animalesca, nemmeno di sottecchi, le loro facce che nascondevano gli sguardi, appena li raggiungevo con il mio. Quante galassie ci sono, quanti mondi racchiusi, quante vite possibili. E io cosa sto qui a preoccuparmi ancora. Non sono niente, io, né per quei massimi sistemi, né per questo sole che tramonta, niente per questi uomini e donne che aspettano soltanto che tolga di mezzo la mia presenza imbarazzante. Ecco ancora la fitta. Talmente amara e ingiusta.

Non era mia intenzione farlo, giuro, eppure pensai davvero di aver bisogno in quel preciso momento, per continuare a vivere, di mostrare a un altro pianeta il tratto di mare che stavo attraversando insieme a tutta quella gente. Avrei sciolto la lingua, fatto commenti, o forse parlato d’altro, o magari invece il silenzio avrebbe fatto da medium. Saremmo rimasti incantati davanti al panorama che scorreva. Gesti che solo i mondi che intersecano un istante le orbite ellittiche, per poi tornare di nuovo ignoti l’uno all’altro, compiono con tanta scellerata indifferenza, specie quando si accorgono di essere osservati. È nei picchi d’intensità, io lo sapevo bene, che si può aspirare a sfiorare, almeno, la superficie di ciò che se ne sta sul fondo.

Guardavo fuori dal vetro. Strade, aquiloni, barche, pedoni, ciclisti, vele, alberi, cani, padroni, case, grattacieli, prati, scogli, pedoni, aquiloni, strade, ciclisti, cani, padroni, aquiloni, barche, grattacieli, strade, vele, pedoni… Il cielo rideva a quell’ora della sera, l’ora più bella, e io mi ero incantata a guardarlo, con dentro una voglia di vita da scoppiarne.

Da quando ero tornata dall’Italia, avevo iniziato a considerare diversamente ciò che avevo di fronte da sempre. L’Italia somiglia in effetti a una piccola California. Le mesembryantenum, per esempio, o “dita di strega”, che qui sono una specie infestante, rossastra e spesso orgogliosamente fiorita: io ne incontravo laggiù, più timidi esemplari, più verdi e più minuti. Che si mostravano e si rintanavano di nuovo negli interstizi del pietrame, come se cercassero di non dare troppo nell’occhio. O certe scogliere a picco che si svelavano a sorpresa durante una sequenza di tornanti, sorelle minori di quelle che per miglia e miglia accompagnano i viaggi lungo la costa oceanica. Era avvenuta una riappacificazione muta col passato, mi stavo arrendendo a provare una strana forma di nostalgia per qualcosa che mi era completamente sconosciuto. E una scimmia cominciò a saltarmi sulle spalle senza preavviso.

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Dapprima ricomparvero versi destrutturati, brani di poesie metabolizzate in anni di aderenza sofferta con me stessa che, in seguito, avevo imbarcato su quella nave che avevo mandato a insabbiarsi sul fondo. E poi il ritorno di Carolyne. Che non chiese nulla e si prese da sola il compito di offrirmi ristoro. Non sapevo rifiutare la sua voce carezzevole e vibrante, l’emozione che mi rivelava il senso di qualcosa di vissuto e successivamente perso, seppure all’interno di una realtà parallela immaginabile, ancora più che immaginata.

Quando mi abbandonavo alle sue manovre magistrali, lei mi posava sul fondo della lingua un sapore oscillante tra l’amaro e il salato. Alcune volte invece il sapore se ne stava sulla punta, e mi invadeva allo stesso tempo un gusto dolce e aspro. Risaliva le narici e si trasformava in desiderio di pianto, nella coscienza cruda di una lacuna importante. Io però non sapevo più piangere. Almeno non ne fui in grado fino a quando alzai la faccia a ricevere lo scroscio della doccia e, nella grandinata bruciante, sentii sciogliersi il grumo. Avevo voglia di stare e suscitare lacrime. E diedi il via a una simulazione di singhiozzi, immaginando che fossero loro, le lacrime, a scendermi dal viso alle caviglie. E quanto mi sentii bene, dopo. Triste e soddisfatta.

Carrie mi dava carezze e chiedeva in cambio di avere fiducia e aprirmi. Avrebbe liberato lei i pochi singhiozzi ancora intrappolati. Se avessi voluto, avrei potuto continuare a sciogliermi, sussurrando parole necessarie e baciando lievemente quelle care dita e quel palmo tanto generoso e caldo. Avrei potuto, con la gratitudine che in realtà provavo, restituire il tocco, non sentire più il bisogno di parlare, ma solo quello di perdermi, dimenticando il mondo e l’Io e tutte le cose che avremmo lasciato fuori dalla porta, prima di entrare. Per una volta senza sapore d’aspro né d’amaro, ma, confondendo succo di labbra e frutta matura nel palato, uscire dal presente ed entrare in punta di piedi nell’eternità che si svela dentro il respiro sincrono. Curandomi, curandoci, curandoci di noi. E noi sarebbe stato il nostro nome, per tutto il tempo che avremmo fatto in modo che durasse.

Invece iniziai a respingere le sue attenzioni, e ogni volta che ferivo lei pativo anche in me stessa l’eco del colpo inferto come un dolore crudele che mi percorreva tutto il torace. Erano ormai oltre ventiquattr’ore che non avevo più sue notizie. Mi illudevo che, passato un primo smarrimento, la sua assenza fosse già diventata abitudine. Scesa dal treno, un suono aveva annunciato l’arrivo di una mail. Era sua, l’avevo capito ancora prima di guardare, ma non ebbi fretta. Cercai di percorrere la maggior distanza possibile prima di aprirla. Così, come tutte le volte che l’avevo accanto o solo nella testa, Carrie mi tirò uno dei suoi scherzi puerili.

Mi immaginai di vederla sghignazzare, e poi chinarsi pentita a tendermi la mano, ma solo dopo, quando era già troppo tardi per fare qualunque cosa. Tardi, perché ormai avevo letto il suo ultimo messaggio. Per quel motivo ero caduta in terra e stavo sdraiata in mezzo alla carreggiata, con un capannello di curiosi intorno che mi toglieva la vista di qualunque cosa. – Mi sente, è cosciente? Non si muova. Qualunque cosa. Dica il suo nome. Come si chiama signora, come si chiama? Qualunque cosa all’infuori del solito semaforo, che avevo consultato per confermare la mia stupidità (- Carolyne, fu tutto quello che riuscii a rispondere) prima di chiudere gli occhi, forse (era ancora arancione) per sempre.

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Mai pensato di tenere traccia del mio dolore
O della felicità
Candele che illuminano il merletto soffuso
Disegnato dall’aria
Attorno ai tuoi capelli / una doccia
Organizzata da Dio
In castano e rame
Ondulazioni luminose come guizzi
Di fiamma.
 
Ma ora lo faccio.
Richiamo un pomeriggio di albicocche
E acqua intervallata da sigarette
E sabbia e scogli
Che abbiamo attraversato:
                                 Quanto facilmente tenevi
La mia mano
Durante la bassa marea
Del mondo.
 
Ora lo faccio.
Rivivo una sera segreta
Un ponte lasciato alle spalle
Dove il calore, coagulatosi
In lussuria e tenero tremore,
Stava così, crudele e gentile come
Passione che si riaffaccia all’infinito
Oscillando tra l’amaro
E il dolce.
 
Sola e desiderando te
Ora lo faccio.

(Temeraria traduzione dall’originale: June Jordan – Poem for Haruko)

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Of Monsters and Men – Yellow Light

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Umami /2

7 ottobre 2012

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(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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7 Ottobre 2012

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– Non sono mai stata a Berkeley.
– Ah.
– Dicono che il microclima che c’è da queste parti, là vada subito a farsi benedire.
– Mah.

Stiamo facendo colazione in Haight Street, fuori il sole va e viene e lei è voluta andare per forza a chiudersi in fondo a quel locale che sembra il vagone di un treno. “La colazione americana più buona della zona”, mi aveva assicurato Molly uscendo per un appuntamento. Dimentica spesso che anche io sono americana, almeno stando a quanto è scritto sui documenti. Non riesco proprio a mettere radici, lo devo portare scritto in fronte.

– Avevo pensato che, intanto che tu starai lavorando, potrei passare un po’ di tempo nei paraggi, ho sentito che ci sarà una lettura di June Jordan, te ne avevo parlato. Ho anche scaricato una sua poesia, per fartela leggere.
– Sì, sarebbe un’idea, – ma non riesco ad andare avanti. La guardo un attimo e subito sposto il fuoco sulla montagna di pancake ai mirtilli che ho davanti, – Ma io andrò da sola a Berkeley.
– Ti raggiungo più tardi, allora, quando avrai finito?
– Guarda, non è per te. Anzi, sì, forse non avrei problemi con altri. Non te la prendere, ma preferisco che tu non venga con me domani.
– Lisa. – Carrie mi fissa a lungo senza sbattere le palpebre e tutto il suo corpo sembra che emani delle vibrazioni. Invisibili vibrazioni che mi raggiungono e io non so schivarle. Mi alzo lasciando la colazione a metà. Non so nemmeno spiegare a me stessa cos’è tutta questa fretta.
– Devo uscire, vado a fare due passi. Ci vediamo dopo, eh.

Non mi volto per vedere in che stato l’ho lasciata. Sul marciapiede in salita avanzo pestando il terreno con rabbia. Mi chiedo chi me l’ha fatto fare di riavvicinarla. Ero stata così bene senza di lei, avevo raggiunto il mio equilibrio. Avevo messo, o mi sembrava di aver messo, almeno un moncone di radice al riparo sotto terra. Robert, i ragazzi, il lavoro, la gente con la quale mi rapporto ogni giorno, che mi conosce per come so essere granitica, un punto di riferimento. Le mie soddisfazioni, in fondo, me le sono meritate.

E poi è successo che, dopo il tramonto di un giorno senza memoria, l’ho incontrata ancora. Al centro di un’aiuola circolare, stavamo sotto un lampione dalla luce cruda. Lei mi aveva abbracciato forte, senza preavviso, senza parlare. Così a lungo, così a lungo. Io avevo resistito fino alla fine, ma poi mi era sfuggito “Ci rivedremo quindi?”. E lei aveva risposto: “Certo. Ma cerca di rilassarti. Mi sembri così diversa. Non metti più camicie colorate, giri con tutti questi fili addosso, connessioni, oggetti che spuntano da tutte le tasche. Sembri un robot”, ma sempre sorridendo. “Tu non sei così, non sei quella che sembri. Ricordati chi sei. Io di te me ne ricordo bene”. Quella sera mi ero sforzata di guardarla con condiscendenza, anche se ero cosciente che una crepa si stava aprendo un varco nel muro della diga.

Questo cuore non mi sosterrà a lungo, è difettoso e non devo strapazzarlo. Rallento il passo e svolto per attraversare in direzione di Ashbury, senza guardare. Quasi mi prendono.
Indietreggio di colpo e mi viene spontaneo spostare lo sguardo dal semaforo rosso sospeso nel mezzo dell’incrocio, al cielo che si è improvvisamente fatto grigio.
Il polso batte veloce, lo controllo qualche secondo prima di riprendere la strada.
Capisco che anche quando non mi è vicina, l’influsso di Carolyne mi cammina sottopelle. Gocce di lei sono il fiume che gonfia le mie vene.

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P.J. Harvey – The river

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[continua]


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