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La Sfinge e la Chimera

13 gennaio 2013

Chimera

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La Chimère.
Moi, je suis légère et joyeuse ; je découvre aux hommes des perspectives éblouissantes, avec des paradis dans les nuages et des félicités lointaines ; je leur souffle à l’âme les éternelles manies, projets de bonheur, plans d’avenir, rêves de gloire, et les serments d’amour, et les résolutions vertueuses. Autour du flambeau des poètes je voltige en délire, mon haleine passe dans leur chevelure, et ils bondissent au contact soudain des pensées qui les frôlent ; d’une voix faite pour eux j’apporte à leur oreille l’harmonie des mondes, j’évoque les formes de leurs oeuvres, qui passent à la file comme des fantômes de rois, couronne en tête et les bras étendus ; je leur murmure des rythmes, je leur étale des couleurs, je les fonds en tendresses, je les déchire avec des énergies d’un autre monde, et il leur apparaît à travers un crépuscule d’or des colosses terrifiants qui les font crier d’enthousiasme. […]
Le Sphinx.
O fantaisie ! Fantaisie ! Emporte-moi sur tes ailes pour désennuyer et délasser ma tristesse.
La Chimère.
O inconnu ! Inconnu ! Je suis amoureuse de tes yeux ; comme une hyène en chaleur, je tourne autour de toi et je flaire ta croupe, sollicitant les fécondations dont le besoin me dévore. Ouvre la gueule, lève tes pieds, grimpe sur mon dos.
Gustave Flaubert – La Tentation de Saint-Antoine

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(Per Olga: questa follia non è del tutto  “colpa” tua)

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Stavo dicendo (era la mia grande Verità, appena compresa):

– Ho la fortuna di avere raggiunto tutte le mete prefissate. Ora le alternative sono due: eclissarmi in attesa della fine o rimettermi in moto. La nuova vita come nuova meta.

Prima hanno riso. Poi hanno esclamato insieme: “Ma dai, su”. Si sono imbarazzate. Sentita la prima parte del discorso (ancora la vergognosa paura della morte), hanno chiuso le orecchie sul finale. Che era la vera bomba.

– Scusate, però, io intendevo…

Ma una era già sparita dietro una telefonata, l’altra diceva “Torniamo all’argomento”, la terza vagava con lo sguardo, come smarrita. Così ho pensato Non sono ancora pronte. Ah, se tutti arrivassero alle mie stesse conclusioni. Nessuno abbraccia la mia mente come me, bisogna che mi arrenda al fatto.

– Scusate tanto, vado a organizzare la cena.

Nei saluti carichi di teatro mi avverto falsa quel tanto che mi fa stranire. Voglio davvero bene a Maria e alle altre, ma non ne posso più della loro fissità.

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Allora, una sistemata ai capelli con la zampa. E balzo giù dalla rupe.

Per tutto il tempo della corsa mi chiedo se sono contenta di aver rivisto le mie amiche. Cerco motivi per rispondermi di sì. Non sono sicura di trovarne. Quelle ragazze, di volta in volta le sento più distanti. Mi annoia fare discorsi sempre uguali su cuccioli, partner, fughe ristoratrici standard. Tornate da qualsiasi posto al mondo ci ritroviamo attorno al solito pietrone, ascoltando gli stessi racconti, ridendo di battute ovvie e prevedibili. No, mi correggo, io non ne rido più. Rimango per un po’ perplessa e muta, in attesa che il tempo mi conduca al punto di dover andare via.

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La mia idea di tentazione ultimamente è molto lontana da quella Chimera che un tempo mi svolazzava attorno riuscendo facilmente a superare la mia impassibilità. Che mi solleticava il volto con le ali, beccandomi il didietro per provocare la mia reazione accesa, il turbamento che mi scatenava il riso. Non posso pensare al morso, a quel segno sul collo che riportavo a casa, e scorticavo con cura nei giorni successivi. Del quale succhiavo il gusto di metallo dalla punta delle dita, come se fosse ancora lei a farlo dalle punte taglienti delle sue zanne forti.

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La tentazione di stasera è giusto quella di provare quella padella doppia per frittate.

Non perché io l’abbia avuta in dono da Chimera (sennò l’avrei lanciata dalla finestra). È per motivi pratici: ahimé, ormai il tempo è sempre più tiranno.

Macché.

Posso mentire ad altri, non a me stessa: Chimera non mi solletica più da tempo. Si ricorda di me di quando in quando e mi fa avere regali come questo. Mi devo accontentare forse? Non so. Come dicevo alle altre, vorrei tornare a vivere. Ma intanto, mi tocca cucinare.

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Flap flap

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Questa è la suoneria del nuovo cellulare. Certo, sono le ali di Chimera. Non posso farne a meno, mi sento male se non la penso in volo attorno a me (mi telefona ancora, però, sai che gratifica).

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–   Ciao, come va?

Mi chiede in tono asciutto.

– Benone.

Faccio io, ma mento. Lei che lo sa, finge di non sapere. Incasso. Quindi proseguo, garrula:

– Stasera provo la padella, sai?

– Ah, poi mi dirai.

– Sicuro.

E intanto mi domando Che ti importa più di quei leoncini che muoiono di fame, cosa vorrai da me di tanto stupido come la rassicurazione che sia riuscita la frittata? Continui a torturarmi, forse vuoi farmi morire per inedia?

– I piccoli, lo sai, hanno tanta fame.

– Ti prego, non parlarmene.

Cambio argomento.

– Certo che ho poche uova. Stasera comunque provo con questo nuovo metodo. – Pausa.

– Chimera?

– Sì?

– Guarda, io non lo so, ma le frittate a me riescono benissimo lo stesso.

– E non provare la padella, allora.

Sembra seccata. Provo ad addolcirla:

– Non è perché non voglia. La proverò, invece: è un tuo regalo.

No, maledizione glie l’ho detto!

– Fai come vuoi, ciao.

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E riaggancia. Lo fa così, senza preavviso. Che mi si smorza il passo. Che il silenzio diventa intollerabile. Che non ho quasi più voglia di tornare, ma di perdermi, sì. Di disperdere brani di me nei vicoli senza speranze di questa foresta tanto umida e buia.

Chimera. E ancora ti chiamo ti chiamo… Ma so che non tornerai.

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Che una coppia viva di compromessi, lo sanno tutti. Ma dove non c’è una coppia, che compromessi servono? Comunque, io, la maga del rovesciamento di frittate, solo perché l’avevo detto, poi la padella l’ho provata. E a tarda sera l’ho detto anche a Chimera.

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– I fornelli sono un campo di battaglia.

– Devi imparare a usarla.

Ma che mi frega di una padella, Chimera! Io sono la Sfinge, davvero l’hai dimenticato?

Insomma, è tardi e sono abbastanza stanca da irritarmi dietro a quella sua voce distaccata.

– Senti. Avrò cambiato faccia sei o sette volte a quell’arnese, gli schizzi d’olio fritto non si contano. E la frittata, te lo confermo, la faccio meglio io. Col vecchio metodo, intendo.

– Ma brava.

Ma brava cosa? Ma brava proprio un corno!

– Brava di che?

– È quello che ti volevo dimostrare.

Resto così, incredula. O meglio, non posso permettermi l’illusione che non scoccherà una freccia al curaro.

– Cosa?- Le faccio, a mezza voce.

– Che sei bravissima a cavartela da sola.

– Chimera?

– Di’.

– Tu invece resti insuperabile quando si tratta di rigirare la frittata.

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Umami /4

11 ottobre 2012

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(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue]

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– Ma voi dovreste capire bene come sia difficile parlare di ciò che di norma si dovrebbe vedere. E vedere è già mettere un filtro, un altro filtro, tra quello che il regista intende rappresentare e quello che interpreta chi assiste alla proiezione. E poi, ragazzi, è così banale. – Chiosai, abbassando il mento e sfumando il tono della voce, stufa in partenza del battibecco che stava prendendo quota.

 – E cosa resta, mi scusi, se il messaggio finale è completamente nascosto sotto tutti i filtri precedenti: quelli degli sceneggiatori, delle intenzioni del regista, degli attori, e pure degli spettatori, rispetto all’idea iniziale?

– La domanda è posta male. Nessuno sta parlando di messaggio. – Risposi seccamente. Si diffuse un brusio, poi una ragazza che indossava una stretta maglietta rossa che all’altezza di un petto generosissimo portava scritto “SEX” a lettere giganti tempestate di strass, disse con aria di sfida:

– Noi però non riusciamo a capire, ci spieghi meglio. Lei ci ha descritto una trama complicata. E poi ha detto che, se mai si trasformerà in un film, nessuno ne avrà mai la stessa percezione di un’altra persona. Ma che comunque, – le sue mani gesticolarono nell’aria, – realizzare quel film non sarà stato inutile?!

– Ve lo ripeto, esteticamente, ma anche intrinsecamente, quella è una storia d’amore. Una trama complessa, ma pur sempre di amore parla. E ho visto che immediatamente molti di voi hanno iniziato a sbadigliare.

– E certo.- Ribattè la ragazza, scocciata. – Lei però ricorda che Godard, presentando Tout va bien, disse, più o meno: è una storia d’amore ma il vero soggetto è la lotta di classe. Rispetto agli anni settanta, oggi di problematiche sociali ed etiche da trattare ne abbiamo a disposizione quante ne vuole. Che senso ha ormai parlare dell’amore per l’amore, e in modo così complicato, poi? Una trama del genere, mi perdoni, non credo che conquisterebbe neanche il pubblico delle Cinquanta sfumature… Considerato anche che mi pare che la metta abbastanza sul simbolico: il tema del doppio, le menomazioni o le esaltazioni dei sensi, … mah.

Lei, e tutti i suoi colleghi studenti di cinematografia, appartenevano a una generazione molto vicina a quella dei miei figli, con i quali infatti stavo iniziando a gettare la spugna. Ebbi la tentazione di mollarli tutti lì nell’auditorium e uscire all’aperto a respirare una boccata d’aria.

– Allora, chiariamoci su un punto. – Presi fiato per calmarmi, ma ero comunque irrimediabilmente diventata rossa per la tensione. Come erano ridotti “i giovani”? Un tempo si guardavano bene dall’accettare visioni preconfezionate. E ora eccoli tutti lì, in fila, ad aspettare che qualcuno gli infilasse nel becco aperto una teoria sul mondo già mezza digerita. – Compito delle arti, quindi tra queste il cinema, è porre delle domande. Sconvolgere, piuttosto che consolare. Negare, piuttosto che affermare. Cercare una complicità nell’occhio di chi guarda per sollecitare una molteplicità di reazioni, una molteplicità di possibili risposte alle domande fondamentali, sempre le stesse dalla notte dei tempi, che il film pone anche senza nominarle espressamente. Un compito profondamente sociale, quale che sia il tema trattato, e tutti i temi, alla fine, riportano a…

– Vabbé, sì, all’amore… – Biascicò la ragazza dalla maglietta rossa senza nemmeno più guardarmi in faccia, ormai voltata verso l’amica che le sedeva accanto.

Questo momento storico è tra i più bui che l’umanità abbia mai attraversato, pensai funerea. Era chiaro: nessuno sentiva la necessità di scavare, di ribaltare, di chiedere, di avvicinarsi a un fuoco nuovo che bruci e torni a rendere di nuovo fertile il terreno dell’esistenza. Ma sarebbe stato stupido impuntarmi sulle generalizzazioni. Non era vero che tutto il genere umano si disinteressasse di sé stesso, dovetti riconoscerlo appena tornata fuori. Ero rimasta molto poco in cattedra, davanti a quelle facce di pietra. A metà discorso mi era passata del tutto la voglia, e avevo tirato a chiudere in fretta, in un qualsiasi modo. Avevo preso su tutti i fogli ed ero tornata senza deviazioni o soste sulla strada del ritorno. Serviva chiudere i boccaporti della nave che viaggiandomi dentro mi dava il mal di mare, e lasciarla andare alla deriva per un po’. Perché non appena smettevo di pensarci, quella si rifaceva viva picchiandomi all’interno. Non era più tempo di domandarmi chi me l’avesse fatto fare. Ormai era fatta. Non dipendeva dagli altri. Piuttosto si trattava di me, che sentivo la necessità, ma non ci riuscivo, di confrontarmi, trovare testimoni capaci di comprendere e quindi condividere le vette e i baratri raggiunti via via dalla mia consapevolezza.

E, sì, era vero, le stesse domande ritornano da sempre. Sono quelle che se smettessero di essere formulate vorrebbe dire che è ora di darsi per vinti. Le domande che, anche se non osavo più rivolgere a me stessa da tempo, facevo in modo che fosse qualcun altro, o altra, a porre al posto mio. Qualcuno che in quel presente, che convenzionalmente assumevo come reale, ma possibilmente anche nel passato o nel futuro, gridasse a voce alta il proprio diritto a chiedere – senza trovare risposte, se non nell’atto stesso di scavare incessantemente e, così facendo, tornando a violare di continuo la propria e l’altrui “tranquillità” -. Porta tanta stanchezza tutto questo rovistare sempre soli tra le ipotesi, come mettendo le mani in mezzo a un roveto mentre si sta sprofondando con i piedi nelle sabbie mobili.

Il treno della BART sfrecciava, e io guardavo fuori dal vetro, sentendo scoppiettare le parole. Risalivano a galla a loro piacimento, razzi d’emergenza lanciati verso l’alto dalla nave inabissata. Io concedevo loro di venire a deflagrare in superficie.

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Nostra la ventura / per un selvaggio mare…” Sillabe che uscivano cadenzate, le recitavo a beneficio degli altri passeggeri, dei quali però non m’importava nulla. Perlustrai con una placidità animalesca, nemmeno di sottecchi, le loro facce che nascondevano gli sguardi, appena li raggiungevo con il mio. Quante galassie ci sono, quanti mondi racchiusi, quante vite possibili. E io cosa sto qui a preoccuparmi ancora. Non sono niente, io, né per quei massimi sistemi, né per questo sole che tramonta, niente per questi uomini e donne che aspettano soltanto che tolga di mezzo la mia presenza imbarazzante. Ecco ancora la fitta. Talmente amara e ingiusta.

Non era mia intenzione farlo, giuro, eppure pensai davvero di aver bisogno in quel preciso momento, per continuare a vivere, di mostrare a un altro pianeta il tratto di mare che stavo attraversando insieme a tutta quella gente. Avrei sciolto la lingua, fatto commenti, o forse parlato d’altro, o magari invece il silenzio avrebbe fatto da medium. Saremmo rimasti incantati davanti al panorama che scorreva. Gesti che solo i mondi che intersecano un istante le orbite ellittiche, per poi tornare di nuovo ignoti l’uno all’altro, compiono con tanta scellerata indifferenza, specie quando si accorgono di essere osservati. È nei picchi d’intensità, io lo sapevo bene, che si può aspirare a sfiorare, almeno, la superficie di ciò che se ne sta sul fondo.

Guardavo fuori dal vetro. Strade, aquiloni, barche, pedoni, ciclisti, vele, alberi, cani, padroni, case, grattacieli, prati, scogli, pedoni, aquiloni, strade, ciclisti, cani, padroni, aquiloni, barche, grattacieli, strade, vele, pedoni… Il cielo rideva a quell’ora della sera, l’ora più bella, e io mi ero incantata a guardarlo, con dentro una voglia di vita da scoppiarne.

Da quando ero tornata dall’Italia, avevo iniziato a considerare diversamente ciò che avevo di fronte da sempre. L’Italia somiglia in effetti a una piccola California. Le mesembryantenum, per esempio, o “dita di strega”, che qui sono una specie infestante, rossastra e spesso orgogliosamente fiorita: io ne incontravo laggiù, più timidi esemplari, più verdi e più minuti. Che si mostravano e si rintanavano di nuovo negli interstizi del pietrame, come se cercassero di non dare troppo nell’occhio. O certe scogliere a picco che si svelavano a sorpresa durante una sequenza di tornanti, sorelle minori di quelle che per miglia e miglia accompagnano i viaggi lungo la costa oceanica. Era avvenuta una riappacificazione muta col passato, mi stavo arrendendo a provare una strana forma di nostalgia per qualcosa che mi era completamente sconosciuto. E una scimmia cominciò a saltarmi sulle spalle senza preavviso.

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Dapprima ricomparvero versi destrutturati, brani di poesie metabolizzate in anni di aderenza sofferta con me stessa che, in seguito, avevo imbarcato su quella nave che avevo mandato a insabbiarsi sul fondo. E poi il ritorno di Carolyne. Che non chiese nulla e si prese da sola il compito di offrirmi ristoro. Non sapevo rifiutare la sua voce carezzevole e vibrante, l’emozione che mi rivelava il senso di qualcosa di vissuto e successivamente perso, seppure all’interno di una realtà parallela immaginabile, ancora più che immaginata.

Quando mi abbandonavo alle sue manovre magistrali, lei mi posava sul fondo della lingua un sapore oscillante tra l’amaro e il salato. Alcune volte invece il sapore se ne stava sulla punta, e mi invadeva allo stesso tempo un gusto dolce e aspro. Risaliva le narici e si trasformava in desiderio di pianto, nella coscienza cruda di una lacuna importante. Io però non sapevo più piangere. Almeno non ne fui in grado fino a quando alzai la faccia a ricevere lo scroscio della doccia e, nella grandinata bruciante, sentii sciogliersi il grumo. Avevo voglia di stare e suscitare lacrime. E diedi il via a una simulazione di singhiozzi, immaginando che fossero loro, le lacrime, a scendermi dal viso alle caviglie. E quanto mi sentii bene, dopo. Triste e soddisfatta.

Carrie mi dava carezze e chiedeva in cambio di avere fiducia e aprirmi. Avrebbe liberato lei i pochi singhiozzi ancora intrappolati. Se avessi voluto, avrei potuto continuare a sciogliermi, sussurrando parole necessarie e baciando lievemente quelle care dita e quel palmo tanto generoso e caldo. Avrei potuto, con la gratitudine che in realtà provavo, restituire il tocco, non sentire più il bisogno di parlare, ma solo quello di perdermi, dimenticando il mondo e l’Io e tutte le cose che avremmo lasciato fuori dalla porta, prima di entrare. Per una volta senza sapore d’aspro né d’amaro, ma, confondendo succo di labbra e frutta matura nel palato, uscire dal presente ed entrare in punta di piedi nell’eternità che si svela dentro il respiro sincrono. Curandomi, curandoci, curandoci di noi. E noi sarebbe stato il nostro nome, per tutto il tempo che avremmo fatto in modo che durasse.

Invece iniziai a respingere le sue attenzioni, e ogni volta che ferivo lei pativo anche in me stessa l’eco del colpo inferto come un dolore crudele che mi percorreva tutto il torace. Erano ormai oltre ventiquattr’ore che non avevo più sue notizie. Mi illudevo che, passato un primo smarrimento, la sua assenza fosse già diventata abitudine. Scesa dal treno, un suono aveva annunciato l’arrivo di una mail. Era sua, l’avevo capito ancora prima di guardare, ma non ebbi fretta. Cercai di percorrere la maggior distanza possibile prima di aprirla. Così, come tutte le volte che l’avevo accanto o solo nella testa, Carrie mi tirò uno dei suoi scherzi puerili.

Mi immaginai di vederla sghignazzare, e poi chinarsi pentita a tendermi la mano, ma solo dopo, quando era già troppo tardi per fare qualunque cosa. Tardi, perché ormai avevo letto il suo ultimo messaggio. Per quel motivo ero caduta in terra e stavo sdraiata in mezzo alla carreggiata, con un capannello di curiosi intorno che mi toglieva la vista di qualunque cosa. – Mi sente, è cosciente? Non si muova. Qualunque cosa. Dica il suo nome. Come si chiama signora, come si chiama? Qualunque cosa all’infuori del solito semaforo, che avevo consultato per confermare la mia stupidità (- Carolyne, fu tutto quello che riuscii a rispondere) prima di chiudere gli occhi, forse (era ancora arancione) per sempre.

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Mai pensato di tenere traccia del mio dolore
O della felicità
Candele che illuminano il merletto soffuso
Disegnato dall’aria
Attorno ai tuoi capelli / una doccia
Organizzata da Dio
In castano e rame
Ondulazioni luminose come guizzi
Di fiamma.
 
Ma ora lo faccio.
Richiamo un pomeriggio di albicocche
E acqua intervallata da sigarette
E sabbia e scogli
Che abbiamo attraversato:
                                 Quanto facilmente tenevi
La mia mano
Durante la bassa marea
Del mondo.
 
Ora lo faccio.
Rivivo una sera segreta
Un ponte lasciato alle spalle
Dove il calore, coagulatosi
In lussuria e tenero tremore,
Stava così, crudele e gentile come
Passione che si riaffaccia all’infinito
Oscillando tra l’amaro
E il dolce.
 
Sola e desiderando te
Ora lo faccio.

(Temeraria traduzione dall’originale: June Jordan – Poem for Haruko)

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Of Monsters and Men – Yellow Light

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Infinito Presente /6

14 agosto 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

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26 Giugno 2012

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6. Sentire/Vedere

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La primavera è passata per noi, mio caro amico, mio caro amore.

E l’autunno è già arrivato, con il giallo attuale delle sue foglie.

Anzi, è pieno inverno in questa precoce estate

rinfrescata dalla brezza che stasera soffia

sulla terrazza affacciata sul porto di Nasso.”

(Antonio Tabucchi, Lettera al vento*)

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Mezz’ora prima Aldo, che finito di preparare il suo zaino l’aveva accostato alla porta della camera d’albergo, aveva approfittato di un momento di solitudine per accoltellarsi un po’.

Silvia verso le sei del pomeriggio aveva portato il figlio presso il circolo sportivo di una frazione dello stesso Comune, sulle alture che sormontavano i due paesi gemelli, uno la copia riveduta e corretta dell’altro. Lassù si trovavano campi in terra battuta davvero ben curati e vi era giunta in vacanza una coppia di conoscenti di Roma con un ragazzino dell’età del loro Giovanni. Lui per tutto l’inverno precedente aveva seguito un corso di tennis profumatamente pagato da Silvia, che se lo poteva permettere grazie alla sostanziosa rendita lasciata dai genitori. I quali non erano affatto morti, avevano soltanto deciso di trascorrere all’estero il resto dei loro giorni da pensionati, ma prima avevano sistemato ogni cosa perché figlia e nipote non avessero da preoccuparsi per le scelte di vita eccentriche, e in genere fallimentari, del genero.

Aldo aveva accompagnato il resto della famiglia giù alla hall e l’aveva visto allontanarsi in direzione del parcheggio. Silvia aveva l’aspetto curato di una ragazza bene, dimostrava grosso modo dieci anni di meno. Ma quel pomeriggio lui non ci fece troppo caso: alle nove sarebbe salito sul pullman che nel corso della notte, fermata dopo fermata, lo avrebbe riportato indietro. Arrivato in vacanza, aveva messo in conto di rientrare dopo non più di tre settimane (moglie e figlio sarebbero rimasti, serviti e riveriti, nella prigione d’oro estiva che lui aveva loro imposto), ufficialmente per non lasciare troppo a lungo la casa incustodita. Ma il giorno precedente la chiamata del suo ex collega che gli annunciava la possibilità di ricominciare a lavorare, se solo si fosse tenuto pronto a una chiamata che poteva arrivare “il giorno successivo o un altro, comunque molto presto”, gli aveva fornito un pretesto inattaccabile per ritornare alla desiderata solitudine.

E così, nel tempo carico di attesa e di timore che precede la partenza, gli era cresciuto un gran desiderio di riprovarci. Lo faceva sempre più spesso, appena aveva la certezza che sarebbe stato lasciato in pace per un certo periodo di tempo. Comunque, per prudenza, si chiudeva sempre a chiave nel bagno, dove aveva già disposto sulla mensola del lavandino tutto il necessario. Ovvero: un coltellino a lama affilata, che conservava nel borsello con il necessario per barba e doccia, avvolto in un robusto spessore di carta di giornale sulla quale arrotolava un foglio di alluminio (di quelli per conservare i cibi in frigorifero, ormai senza più un’utilità reale, tanto era accartocciato e strappato in più punti), cerotti, acqua ossigenata, grappa. Quest’ultima non era tanto materialmente necessaria al rito, quanto a darsi un certo stordimento che allentasse i freni inibitori. Tracannò dalla bottiglia una sorsata veloce, e non attese nemmeno che scendesse in fondo all’esofago. La finestra, che dava su un cortile cieco, senza altri affacci, era spalancata. Si spogliò, quindi spostò la tenda della doccia, vi entrò ed aprì giusto un debole scroscio d’acqua, ben bollente.

Ormai aveva smesso di incidersi le mani. Tutte quelle cicatrici, le medicazioni esibite tanto di frequente, portavano la gente a essere troppo curiosa. E poi aveva capito che il suo non era un caso così disperato. Stava guarendo, e quello che sarebbe accaduto di lì a poco sarebbe stato solo la ricaduta in un vizio. Aveva già richiesto la cancellazione dell’invalidità, una di quelle cose che mandavano in bestia il suocero: rinunciare ad un sussidio quando non aveva ancora neppure trovato un nuovo lavoro. Ma lui non aveva intenzione di passare il resto della vita bollato come invalido. Da poco tempo voleva ritornare a vivere, voleva farlo con tutte le sue forze, utilizzando ogni possibilità che avrebbe incontrato per la strada. E aveva smesso di preoccuparsi che il suo modo di fare somigliasse più a quello irrazionale di un adolescente che a quello di un adulto che aveva superato la metà della vita. Sapeva riconoscere che la sua inquietudine era la cifra del proprio tempo e in particolare della propria generazione. E che se non fosse andato a fondo cercando di capire, anche vivendo sulla propria pelle tutti gli sbagli e le contraddizioni che gli si sarebbero presentate strada facendo, non sarebbe mai riuscito a superare quel periodo per tornare a guardare avanti.

Utilizzò pollice e indice della mano sinistra per tendere bruscamente la pelle della coscia destra, in un punto ancora non esplorato. L’altra mano era già pronta ad appoggiare sopra la pelle sottile la lama, disinfettata velocemente poco prima con uno spruzzo di acqua ossigenata. Ne premette il dorso fino a vedere il filo sparire sotto pelle. Lo vide, infatti, più che sentirlo. Si spaventò di questo e premette di più, finché avvertì un bruciore perfettamente sopportabile. Un rivolo di sangue iniziò a gocciare silenziosamente sul piatto doccia, allargandosi in macchie filamentose che si unirono in rigagnoli, nel percorrere la pendenza fino allo scarico. Da quel momento, raggiunto l’obiettivo, iniziò a sentire il bruciore nella gamba come fonte di piacere. Sapeva che sarebbe accaduto, come già nei giorni passati. Voleva arrivare a questo. Sperimentare l’eccitazione del sentirsi vivo. Continuò a segnare nuove superfici, solo però qualche millimetro per volta.

Fino a poco prima si era lasciata aperta la possibilità di aprire al massimo l’acqua caldissima, dare un taglio deciso all’altezza della safena grande e accasciarsi senza opporre resistenza al lento addio del sangue a tutto il corpo. Ma nemmeno quello era il giorno adatto, non avrebbe saputo lasciarsi andare verso il nulla proprio mentre sentiva di nuovo la forza della vita scorrergli dentro e dargli tutta quella carica. Chiuse di colpo l’acqua, scappò fuori dalla doccia tamponandosi con un asciugamano scuro, uno che si era ricordato di portare da casa all’ultimo momento. Si medicò in fretta, richiuse tutto nel borsello e si rivestì. Pochi istanti dopo si trovava in strada con il grosso zaino sulle spalle. Zoppicava leggermente e se ne compiacque, sorridendo con discrezione di quel fastidio, mentre si dirigeva verso biblioteca comunale. Si erano fatte le diciotto e trenta e si stava aprendo la conferenza del noto scrittore X. Tra i viventi, uno dei suoi preferiti.

La mezz’ora che avrebbe potuto cambiare il corso delle cose, ovvero la sua vita, si era conclusa senza grosse conseguenze. Le cose stesse avevano scelto di non prendere strade diverse da quelle già tracciate. L’unica eccentricità rispetto alla monotonia della vacanza l’avrebbe trovata lì dove si stava indirizzando. Non era un’occasione irripetibile, tutt’altro, ma desiderava ripartire portandosi dietro qualcosa di diverso a cui pensare. A lui quei luoghi ameni mettevano addosso brividi di disagio, come quando la pelle si rapprende per uno stridore fastidioso. Si giustificava dichiarandosi un uomo metropolitano, uno che non sarebbe sopravvissuto a un anno intero in tanto isolamento.

Attraversò il corridoio che portava alla Sala Conferenze. Odorava di intonaco dato di fresco, un odore che gli era sempre piaciuto. La novità, o almeno il rinnovamento, il moto perpetuo, la vernice passata e ripassata su vecchie superfici, come nel caso di quel camminamento candido, gli dava l’illusione di fare le cose come per la prima volta. Varcata la soglia della sala rettangolare dal soffitto basso, coperto da una scacchiera di plafoniere al neon, delle quali alcune erano accese senza apparente regola, contò non più di una trentina di persone annoiate, comprese le vecchie che aspettavano la messa feriale delle diciannove, e che erano venute solo perché accompagnavano figlie o nuore che avevano studiato fuori e poi erano tornate al paese a sistemarsi, e per le quali quella conferenza era probabilmente davvero l’unico evento degno di nota di tutta una stagione. Poche presenze maschili nel pubblico. Si stupì di non conoscerne nessuno. Faceva troppo caldo e le finestre piccole e alte non permettevano l’ingresso di aria nuova.

Quattro uomini in circolo (ma, notò Aldo, ciascuno chiuso in sé, coi piedi ben piantati in terra e le braccia conserte) si rivolgevano all’orecchio dell’interlocutore di turno mentre questi si inclinava leggermente per ascoltare meglio. Il Primo Cittadino in fascia tricolore, finita la consultazione uscì dal capannello e, dopo essersi toccato il labbro inferiore col pollice un paio di volte, e rivolto uno sguardo senza entusiasmo alla platea, andò ad accomodarsi in prima fila. Aldo volle avvicinarsi per salutarlo, in fondo lo aveva evitato accuratamente da che era arrivato e non voleva che, saputo che era stato lì tutti quei giorni senza farsi vivo, se la prendesse a male. Erano stati amici, un tempo. Non si vedevano da quando giocavano insieme a pallone sul campo terroso di Tresea, il paese accanto, quello semidistrutto dalla frana dei primi anni ottanta, e poi abbandonato da quasi tutti gli abitanti, incapaci di restare in eterna attesa di finanziamenti e aiuti, che si misero presto all’opera per ricostruirlo alla bell’e meglio nel piccolo golfo che seguiva a Sud, lungo il corso della Provinciale, con buona pace di Piani territoriali, ambientali o paesistici. D’altra parte, nessuno alzò mai un’obiezione negli anni a venire. Il nuovo insediamento venne chiamato Pulizzi, dal nome del costruttore originario di Tresea che mise a disposizione, accettando margini irrisori, i materiali e i mezzi necessari. In mezzo al giardino circondato da una recinzione con punte di lancia sulla sommità, sul versante della piazza centrale che affacciava sul porto, era stata collocata una statua a grandezza naturale di Alcione Pulizzi in tenuta da ricco imprenditore (lo scultore aveva reso addirittura il principe di galles, cesellandolo chissà in che modo sopra il bronzo) che indicava a braccio teso e con aria accigliata il nuovo campanile.

Per la consuetudine dovuta al ruolo, il Sindaco Pinardo gli porse subito la mano con decisione, benché fosse chiara la sua incertezza sull’identità dell’uomo chinato su di lui. Lo squadrò con gli occhi semichiusi, ma doveva essere un atteggiamento, pensò Aldo, perché aveva un paio di vistosi occhiali poggiati sul naso sudato e ricoperto di capillari colorati. Una veloce rinfrescata alla memoria gli consentì di riconoscerlo, e a quel punto si alzò di scatto per abbracciarlo calorosamente. Forse avrebbero potuto dirsi di più ma il gracchiare del microfono che veniva acceso diede ad Aldo l’occasione per sganciarsi e andare ad occupare in tutta fretta una sedia qualche fila più indietro.

Alzò lo sguardo. Al posto dello scrittore atteso, al centro del tavolo sedeva una donna, con una maglietta blu scuro da poco prezzo e pantaloncini corti di colore beige. Le sue gambe incrociate sbucavano da sotto il piano e oscillavano a un ritmo agitato, guidate dal movimento ritmico dei piedi fasciati da sandali bassi e spartani. La sconosciuta guardava in alto, sopra le teste dei presenti. Si mordicchiava le labbra a turno, ora il superiore e ora quello inferiore. Le si avvicinò uno degli organizzatori che, dopo averle detto qualcosa a bassa voce, le rivolse un largo sorriso stringendole forte una spalla prima di lasciarla nuovamente sola. Lei si schiarì la voce.

– Buona sera, – disse. Aldo notò dapprima un particolare accento e subito dopo che il tono di voce era leggermente impostato, come di una persona abituata a parlare in pubblico, ma che comunque si trovava fuori dal proprio ambiente. L’esordio fu una palese mossa per prendere tempo. Pronunciò il proprio nome e cognome e annunciò la defezione imprevista dello scrittore. Aldo capì l’antifona e si dispiacque che di lì a poco avrebbe portato nel viaggio verso casa soltanto il fastidio di un’attrazione da mezza tacca da paesino di provincia. Iniziò a sperare che la cosa non si prolungasse oltre i limiti della decenza. Lei proseguì con qualche banalità.

 – So che sperate che mi riveli all’altezza di chi doveva essere seduto qui al mio posto, ma temo di dovervi deludere. – Voilà. in questo modo si era alienata subito la metà del pubblico.

– Sono nativa di Tresea, e sono una scrittrice. Un certo tipo di scrittrice, poi. Fine delle similitudini. Perché, vedete, no non si scomodi, lei in seconda fila, a nascondere lo sbadiglio, se vuole può anche alzarsi. Non sono abituata ad avere un grande pubblico -. Aldo si era fermato alla prima affermazione. Iniziò a chiedersi se non l’avesse già conosciuta in passato, fin da subito gli era sembrata una faccia nota.

– E la sede, certo, non è delle più comode – aggiunse, accompagnando alle parole il gesto di un braccio che descriveva in un arco la desolazione della sala. Il Sindaco gli stava seduto davanti, ma immaginò lo stesso che a quella battuta l’avesse incenerita con lo sguardo.

– Si possono aprire un po’ più le finestre? …Per favore? – Nessuno dava un seguito alle sue richieste. Qualche vecchia che si sventagliava già da un po’ alzò appena gli occhi verso le poche vetrate rimaste ancora chiuse. Finché il Sindaco non afferrò le redini della situazione intimando a un tizio che stava in piedi sul fondo di spalancare quelle stupide finestre. Poi, una volta in piedi, prese il cellulare dalla tasca dei pantaloni e prese l’uscita bisbigliando. Il brusio, che si era acquietato con l’apertura del microfono, riprese a salire. Aldo immaginò che avrebbe assistito a una conferenza sulle ricette della tradizione culinaria locale. Era pronto ad infilarsi dietro a una delle persone che stavano alzandosi e andandosene.

– Non avendo preparato materiale per questo incontro sono costretta ad andare a braccio. Inizierò col dirvi che mi occupo di scrittura per il cinema. Ma non vi parlerò di “story telling” tout court. Oddio, ho infilato quattro termini stranieri in fila, e in lingue diverse! Ah, ah! – I quattro gatti che erano rimasti risero, l’avevano presa in simpatia. La battuta aveva annullato la distanza. Aldo si tranquillizzò e restò a sentire come sarebbe andata a finire. Anche se lui di cinema non se ne intendeva molto. Era solo che aveva realizzato di avere qualcosa da domandarle. E poi lei aveva preso a parlare con scioltezza non appena aveva bloccato gli occhi, fissi sopra i suoi.

Disse di aver realizzato dieci plot, poi tradotti in film, di cinema indipendente nordamericano. Disse cose intorno alle teorie, aggiungendo che lei non ne seguiva, ma che piuttosto cercava di far reggere una storia, anche nel campo dell’assurdo o del fantascientifico, mantenendo un’onestà di fondo nei confronti dei suoi personaggi. Che era partita praticando la pittura, come sua madre.

– Qualcuno in sala l’avrà pure conosciuta, vivevamo in Contrada … prima dello smottamento del monte Foleno.

– Come no, – disse ad alta voce una delle vecchie in sala, – Norma la

Norma la matta, certo, – l’anticipò lei, arrossendo sotto l’abbronzatura, – Era di origine russa, lo sapevate? Amava così tanto questi posti che li aveva scelti come patria, e qui è venuta a morire.

A quelle parole seguì un breve lasso di tempo, talmente breve che chi durante il suo svolgersi provò imbarazzo, non fece in tempo ad accorgersene, perché subito lei riprese:

– Io venni data in affidamento a una famiglia che emigrò negli States e mi fece studiare. Laggiù sono diventata quella che sono oggi.

Aldo sbatté le palpebre due o tre volte di fila, come sorpreso da una rivelazione della quale però stentava ancora a individuare i contorni. Lei tornò ad aggrappare al suo sguardo il proprio. Lui lo sostenne, stavolta come se la stesse sostenendo con un braccio in vita per impedirle di cadere. Di Norma la matta se ne ricordava eccome.

– Come pittrice, il mio primo interesse era stato quello di descrivere lo spazio. Paesaggi, strade, città. Poi è arrivato il matrimonio e subito i figli. E, chissà com’è, quasi rinascendo insieme a loro, ho sentito farsi avanti nuove esigenze. È stato come se mi fossi resa conto che alla pittura, il mio mezzo d’espressione nel mondo, mancava qualcosa che completasse la realtà descritta dallo spazio. Mancava lo scorrere del tempo. O meglio, in molti ci avevano già provato, dalle avanguardie futuriste in poi, ma quell’epoca, il primo Novecento, è andata, svanita. Dirò di più: è fallita. Annientata dallo sconvolgimento culturale seguito alle due guerre.

Io, quando i figli sono arrivati quasi all’adolescenza, vedendo arrivare al termine il mio compito di madre che genera, nutre ed accudisce mi sono accorta di dover, probabilmente, o almeno spero – si nascose la bocca con la mano, sbuffando dal naso una risatina nervosa, – vivere ancora a lungo, ma senza più poter avere come bussola il compito assegnatomi dalla natura. Questo all’inizio mi ha provocato un disagio. L’ho sentito crescere dentro di me giorno per giorno, finché senza preavviso, mi sono trovata a un bivio. Riprendere a dare la vita. Non alla carne, ma a qualcosa che lo stesso percorra lo spazio e insieme il tempo. La vita ancora, quindi. Altrimenti, – Aldo avrebbe concluso la frase anche da solo, – avrei preferito morire. – E finalmente, nel pronunciare queste ultime parole, lasciò gli occhi liberi di vagare nello spazio davanti a sé, appoggiandosi allo schienale e prendendo un respiro profondo.

Le sedie della prima fila, dopo l’uscita di scena del Sindaco, erano completamente inutilizzate. Dalla seconda fila all’ultima erano rimaste sì e no tre donne sulla quarantina, attente e mute. Le vecchie ormai erano tutte andate a messa. Aldo si rese conto di dover dare una registrata alla propria espressione. Strizzare un po’ gli occhi, cambiare fuoco guardandosi attorno. Era dispiaciuto del silenzio che si stava prolungando, in assenza di un contraddittorio. Così alzò la mano per prendere parola. Lei sollevò l’arcata sopraccigliare, sorpresa. In quel momento si spensero le luci e un bibliotecario zelante invitò i presenti a imboccare la porta.

Mentre attendeva che il pubblico residuo, le tre donne, la liberassero, si andò ad appoggiare al muro appena fuori dalla porta della biblioteca. La vide uscire e le si piazzò davanti, spaventandola. Come lei si riebbe, Aldo si presentò e, d’istinto, la prese sotto braccio camminando. La guidò fino al giardino con la statua di Pulizzi, facendole sommari complimenti e scoprendosi un poco nelle sue passioni. Non le disse però che anche lui c’era, durante i giorni dell’inferno di Tresea. Alla luce del tramonto lei aveva gli occhi più chiari e una bocca morbida dischiusa in un sorriso. Aldo lo ricambiò, senza altro perché che quello dettato dalle leggi di natura. Provava una vicinanza maggiore di quanto non lo fosse nel tempo che stavano vivendo. Dopo averle preso il braccio aveva iniziato a percepire una realtà più intensa, e ad avvertire i significati più profondi delle parole che scambiavano tra loro, nascosti dentro le frasi che sbocciarono in pochi istanti: – Sapeva, vero, che Carver ha descritto in un suo racconto* le ultime ore di Cechov? – Ho problemi con le storie, credo piuttosto nel caos…,La vastità del reale è incomprensibile… – La vita è prigioniera della sua rappresentazione. Del giorno dopo ti ricordi solo tu.**

Aldo prese un respiro con l’intenzione di utilizzarlo per recitarle “Tu mi portasti un po’ d’alga marina nei tuoi capelli, ed un odor di vento.” E per poi spiegarle: “Questa frase è dedicata a una donna che un giorno troverò in un porto, ma lei non sa ancora che ci incontreremo”***, quando un uomo biondo, alto e ben piazzato, fece capolino da dietro la siepe, pronunciando – Heèy.

– Hey, dear, I’m coming, – rispose lei, sganciando prontamente il braccio dalla presa.

Lo straniero notò che Aldo tentò di dire un’ultima battuta, mentre sua moglie gli veniva incontro.

Qualcuno di quelli appoggiati coi gomiti alla ringhiera sopra il porto si accorse della scena. Fu espresso qualche commento a mezza bocca. Videro la coppia allontanarsi con lo stesso passo lento verso la fine della piazza. Le campane iniziarono a suonare mentre l’uomo che era rimasto solo s’incamminava a sua volta in direzione del deposito dei pullman. Zoppicava in modo non troppo evidente e teneva appoggiata su una sola spalla una delle due cinghie dello zaino. Presto anche quelle persone compirono gesti consueti, tornando verso le loro case o le stanze della villeggiatura per cenare.

Su tutta la scena si spandeva la luce dorata proveniente dal mare, era il riflesso del Sole che vi si immergeva. Sole che osservava con uguale distacco e tedio i movimenti degli uomini e quelli delle formiche, a poco a poco indistinguibili tra loro a causa della lontananza del punto d’osservazione e  dall’avanzare implacabile dell’oscurità.

[continua]

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Paolo Conte – Fuga all’inglese

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*) Raymond Carver, Errand – The New Yorker, June 1, 1987

**) Antonio Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi Ed. Feltrinelli, 2010; Wim Wenders, Stanotte vorrei parlare con l’angelo – Scritti 1968-1988, Ed.ubulibri, 1994

***) Antonio Tabucchi, raccontoVagabondaggiosu Dino Campana


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