Posts Tagged ‘Gustave Flaubert’

Dicotomia n. 34 – Arte: Realista/Surrealista (Su Cartaresistente)

15 novembre 2013

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Se c’è sulla terra e fra tutti i nulla qualcosa da adorare, se esiste qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi questo smisurato desiderio dell’infinito e del vago che chiamano anima, questa è l’arte.

(Gustave Flaubert, Memorie di un pazzo, 1838) 

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[Continua a leggere su Cartaresistente]

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Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon
Disegno di Fabio Visintin

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Il solitario

12 Mag 2013

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Auricolari rosa

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A Barbara, e a tutti quelli che leggendomi non capiscono.

Niente di personale.

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All’improvviso, mentre camminavi -guardavi a terra anche se non ti sembrava che a terra ci fosse qualcosa di interessante-, hai alzato la fronte che si è tirata dietro gli occhi e davanti hai visto… pure: niente di interessante.  Solo e sempre le solite cose che ritornano, e che ti lasciano senza parole. Perché le tue parole, i tuoi bisogni, la tua stessa esistenza non hanno niente da dirti.

La differenza con ieri sta nel fatto che te ne sei accorto. Hai fatto la scelta di toglierti gli auricolari rosa dalle orecchie, per capire se il ronzio di fondo dipendesse dalla cattiva qualità del file o da qualcosa di esterno. Fuori c’era silenzio, talmente intenso da farti restare immobile a bocca aperta. Talmente vero da farti scegliere di gettare via le cuffiette.

Le cose che ritornano, io le so distinguere tra loro. Le ho catalogate, analizzate, a differenza tua. E ora lo so benissimo perché non parlano. E poi, so come mi ritornano sotto il naso di soppiatto. Come non ammetterebbero mai, neanche sotto tortura, di saperlo che generano brevissime illusioni di senso. Che consumano a furia di imperversare sempre sullo stesso organo, ma delle quali, ti sembra strano?, mi piace il gusto.

Vogliono convincermi a toglierle di mezzo. Me lo ripeterebbero ogni giorno nelle orecchie, se indossassi ancora i miei auricolari, dei quali invece anche io mi sono sbarazzata. Ma che ne sanno loro, che scambiano il dovere col piacere, e le cose che tornano le tengono d’occhio già molto prima di trovarsele davanti. Che solo quando capiscono che sono inoffensive, le invitano pure a cena in casa propria. E se anche loro cadono di tanto in tanto in qualche equivoco, lo giocano sul filo dell’umorismo, e l’imbarazzo rientra in un momento, basta mettere alla porta le cose che molestano. O al contrario, se fiutano un pericolo, non c’è nessun problema. Le mettono alla porta, in ogni caso.

Io, le cose, lo so perché ritornano. E adesso le costruisco a tavolino le illusioni, le giostro come mi pare, per il mio solo godimento personale.

Poco fa in strada sono tornata nel letto dal quale mi ero alzata da diverse ore. Cose che tornano anche lì, sempre le stesse poi, come qui in strada. Sono uguali, in questo, la strada e il letto. Non ne sono annoiata, ma no. A me non annoia la ripetizione. Mi delude, e mi sobilla reazioni sorprendenti.

Perché nel letto, a volte, quando penso di essere sveglia e invece forse non lo sono proprio del tutto, non saprei dire affatto dove sono. Lo subodoro, magari sbaglio, e se me ne sto rannicchiata tutta su un fianco e sfioro il bordo e quasi quasi cado di sotto. Quello è il momento in cui forzare l’illusione, creando un mondo profondissimo in una bolla di sapone -fragilissima- che, appena scoppia, mi porta a risvegliarmi per davvero.

Anche ora che non sono più sdraiata, e che cammino per la solita strada sempre uguale, mi troverò davanti le solite cose. La delusione mi sovreccita almeno il tempo di uno starnuto. E allora mi dico: rifarò la stessa strada anche domani.

Tu che hai tolto gli auricolari rosa, riflettici sul fatto che le cose, inevitabilmente, continueranno a ritornare. E prova almeno a commuoverti -io ho raggiunto le lacrime- leggendo questo ritratto impressionista di Flaubert.

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Marlene Kuntz – Il solitario

La Sfinge e la Chimera

13 gennaio 2013

Chimera

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La Chimère.
Moi, je suis légère et joyeuse ; je découvre aux hommes des perspectives éblouissantes, avec des paradis dans les nuages et des félicités lointaines ; je leur souffle à l’âme les éternelles manies, projets de bonheur, plans d’avenir, rêves de gloire, et les serments d’amour, et les résolutions vertueuses. Autour du flambeau des poètes je voltige en délire, mon haleine passe dans leur chevelure, et ils bondissent au contact soudain des pensées qui les frôlent ; d’une voix faite pour eux j’apporte à leur oreille l’harmonie des mondes, j’évoque les formes de leurs oeuvres, qui passent à la file comme des fantômes de rois, couronne en tête et les bras étendus ; je leur murmure des rythmes, je leur étale des couleurs, je les fonds en tendresses, je les déchire avec des énergies d’un autre monde, et il leur apparaît à travers un crépuscule d’or des colosses terrifiants qui les font crier d’enthousiasme. […]
Le Sphinx.
O fantaisie ! Fantaisie ! Emporte-moi sur tes ailes pour désennuyer et délasser ma tristesse.
La Chimère.
O inconnu ! Inconnu ! Je suis amoureuse de tes yeux ; comme une hyène en chaleur, je tourne autour de toi et je flaire ta croupe, sollicitant les fécondations dont le besoin me dévore. Ouvre la gueule, lève tes pieds, grimpe sur mon dos.
Gustave Flaubert – La Tentation de Saint-Antoine

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(Per Olga: questa follia non è del tutto  “colpa” tua)

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Stavo dicendo (era la mia grande Verità, appena compresa):

– Ho la fortuna di avere raggiunto tutte le mete prefissate. Ora le alternative sono due: eclissarmi in attesa della fine o rimettermi in moto. La nuova vita come nuova meta.

Prima hanno riso. Poi hanno esclamato insieme: “Ma dai, su”. Si sono imbarazzate. Sentita la prima parte del discorso (ancora la vergognosa paura della morte), hanno chiuso le orecchie sul finale. Che era la vera bomba.

– Scusate, però, io intendevo…

Ma una era già sparita dietro una telefonata, l’altra diceva “Torniamo all’argomento”, la terza vagava con lo sguardo, come smarrita. Così ho pensato Non sono ancora pronte. Ah, se tutti arrivassero alle mie stesse conclusioni. Nessuno abbraccia la mia mente come me, bisogna che mi arrenda al fatto.

– Scusate tanto, vado a organizzare la cena.

Nei saluti carichi di teatro mi avverto falsa quel tanto che mi fa stranire. Voglio davvero bene a Maria e alle altre, ma non ne posso più della loro fissità.

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Allora, una sistemata ai capelli con la zampa. E balzo giù dalla rupe.

Per tutto il tempo della corsa mi chiedo se sono contenta di aver rivisto le mie amiche. Cerco motivi per rispondermi di sì. Non sono sicura di trovarne. Quelle ragazze, di volta in volta le sento più distanti. Mi annoia fare discorsi sempre uguali su cuccioli, partner, fughe ristoratrici standard. Tornate da qualsiasi posto al mondo ci ritroviamo attorno al solito pietrone, ascoltando gli stessi racconti, ridendo di battute ovvie e prevedibili. No, mi correggo, io non ne rido più. Rimango per un po’ perplessa e muta, in attesa che il tempo mi conduca al punto di dover andare via.

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La mia idea di tentazione ultimamente è molto lontana da quella Chimera che un tempo mi svolazzava attorno riuscendo facilmente a superare la mia impassibilità. Che mi solleticava il volto con le ali, beccandomi il didietro per provocare la mia reazione accesa, il turbamento che mi scatenava il riso. Non posso pensare al morso, a quel segno sul collo che riportavo a casa, e scorticavo con cura nei giorni successivi. Del quale succhiavo il gusto di metallo dalla punta delle dita, come se fosse ancora lei a farlo dalle punte taglienti delle sue zanne forti.

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La tentazione di stasera è giusto quella di provare quella padella doppia per frittate.

Non perché io l’abbia avuta in dono da Chimera (sennò l’avrei lanciata dalla finestra). È per motivi pratici: ahimé, ormai il tempo è sempre più tiranno.

Macché.

Posso mentire ad altri, non a me stessa: Chimera non mi solletica più da tempo. Si ricorda di me di quando in quando e mi fa avere regali come questo. Mi devo accontentare forse? Non so. Come dicevo alle altre, vorrei tornare a vivere. Ma intanto, mi tocca cucinare.

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Flap flap

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Questa è la suoneria del nuovo cellulare. Certo, sono le ali di Chimera. Non posso farne a meno, mi sento male se non la penso in volo attorno a me (mi telefona ancora, però, sai che gratifica).

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–   Ciao, come va?

Mi chiede in tono asciutto.

– Benone.

Faccio io, ma mento. Lei che lo sa, finge di non sapere. Incasso. Quindi proseguo, garrula:

– Stasera provo la padella, sai?

– Ah, poi mi dirai.

– Sicuro.

E intanto mi domando Che ti importa più di quei leoncini che muoiono di fame, cosa vorrai da me di tanto stupido come la rassicurazione che sia riuscita la frittata? Continui a torturarmi, forse vuoi farmi morire per inedia?

– I piccoli, lo sai, hanno tanta fame.

– Ti prego, non parlarmene.

Cambio argomento.

– Certo che ho poche uova. Stasera comunque provo con questo nuovo metodo. – Pausa.

– Chimera?

– Sì?

– Guarda, io non lo so, ma le frittate a me riescono benissimo lo stesso.

– E non provare la padella, allora.

Sembra seccata. Provo ad addolcirla:

– Non è perché non voglia. La proverò, invece: è un tuo regalo.

No, maledizione glie l’ho detto!

– Fai come vuoi, ciao.

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E riaggancia. Lo fa così, senza preavviso. Che mi si smorza il passo. Che il silenzio diventa intollerabile. Che non ho quasi più voglia di tornare, ma di perdermi, sì. Di disperdere brani di me nei vicoli senza speranze di questa foresta tanto umida e buia.

Chimera. E ancora ti chiamo ti chiamo… Ma so che non tornerai.

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Che una coppia viva di compromessi, lo sanno tutti. Ma dove non c’è una coppia, che compromessi servono? Comunque, io, la maga del rovesciamento di frittate, solo perché l’avevo detto, poi la padella l’ho provata. E a tarda sera l’ho detto anche a Chimera.

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– I fornelli sono un campo di battaglia.

– Devi imparare a usarla.

Ma che mi frega di una padella, Chimera! Io sono la Sfinge, davvero l’hai dimenticato?

Insomma, è tardi e sono abbastanza stanca da irritarmi dietro a quella sua voce distaccata.

– Senti. Avrò cambiato faccia sei o sette volte a quell’arnese, gli schizzi d’olio fritto non si contano. E la frittata, te lo confermo, la faccio meglio io. Col vecchio metodo, intendo.

– Ma brava.

Ma brava cosa? Ma brava proprio un corno!

– Brava di che?

– È quello che ti volevo dimostrare.

Resto così, incredula. O meglio, non posso permettermi l’illusione che non scoccherà una freccia al curaro.

– Cosa?- Le faccio, a mezza voce.

– Che sei bravissima a cavartela da sola.

– Chimera?

– Di’.

– Tu invece resti insuperabile quando si tratta di rigirare la frittata.

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