Superstizione

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– Ti do un consiglio: sta’ attenta ai tipi come quello.

Intanto aveva finito di avvitare la nuova lampadina. Col temporale se ne erano spente due, una all’ingresso (e pace), l’altra lì dove io e Dimitri ce ne stavamo ciascuno rannicchiato sulla propria poltrona a leggere, sforzando gli occhi sotto la debole illuminazione giallastra dell’insignificante lampadario che incombeva sul centro del salotto. Finché, a un tratto, tutto si era acceso in modo iperreale per una frazione di secondo e, ancora prima che arrivasse il tuono, non fummo più in grado di comprendere una riga.

Alzai gli occhi su di lui, mi aveva parlato come se ancora non ci conoscessimo abbastanza. Sperai che si accorgesse del mio sguardo, ma se ne stava tutto concentrato nell’apprezzamento del proprio lavoro. O meglio, a controllare, visto mai una volta sceso dalla scala avesse a pentirsi che l’avvitamento soffrisse di qualche imperfezione.

Lo guardai appoggiare cauto le punte dei piedi sulle assi di legno mentre tornava verso il basso, richiudere l’arnese e accostarlo piano al muro, proprio accanto all’interruttore. Quadri non ne avevamo ancora messi, avevamo fissato invece qualche tappeto lungo le pareti perimetrali, per cercare di arginare in qualche modo i rigori dell’inverno. Ci aiutava una piccola stufa, sapevamo che non avremmo potuto contare sempre sul riscaldamento centralizzato, per via di qualche bega con la Russia che avrebbe tagliato il gas come ogni anno, e poi avrebbe riaperto i flussi dopo che la prova di forza avesse ottenuto i risultati sperati e, comunque, mietuto qualche decina di vite tra i vecchi e i bambini. Ma sarebbe bastato poco altro, anche solo che ghiacciasse un tubo, di quelli della ramificazione che raggiungeva il nostro appartamento, e sarebbe stato gelo. Un gelo che entrava subito nelle ossa.

E neppure io e Dimitri bevevamo, eravamo due giovani impiegati senza vizi. Quello che quel giorno ci porgeva il biglietto da visita nella corrente pungente e secca che spirava dal nord, sarebbe stato il nostro primo inverno insieme. Lo avremmo superato senza incappare negli errori che prima o poi separano tutte le coppie? Io non potevo smettere di pensarci. Se lo facevo, se pensavo ad altro, era sempre perché quel qualcos’altro richiedeva un’attenzione estrema, come mettere le giuste dosi di ingredienti nel borsch per pranzo. Dalla cucina, era quasi ora di mangiare, si spandeva un odorino delizioso. E, leggere, leggere mi distraeva. Un’attività che mi portava in altre dimensioni. Ma non appena alzavo lo sguardo dal libro tornavo a ragionare, girando a volte in tondo, senza riuscire a smettere.

Lui invece, avvicinava il dito all’interruttore e pareva imperturbabile, pensieri come quello nemmeno lo sfioravano. Dev’essere una delle caratteristiche che differenziano uomini e donne dall’epoca preistorica. Le donne non possono fare a meno di rimuginare e presagire, anche senza sentire il suono di alcuna sirena d’allarme. Gli uomini no, scattano sull’attenti quando l’incendio è conclamato. Così il mio Dimitri, che al segnale aveva reagito come da copione e si era messo subito all’opera (com’era bello mentre non immaginava i miei occhi su di lui, aveva le labbra strette e lo sguardo concentrato, quegli zigomi alti, quelle braccia mosse con perizia. Come lo desideravo), poi aveva dato una ditata tronfia all’interruttore, pronto ad assaporare il gusto della vittoria ma… zaf! Un altro piccolo scoppio scintillante, nemmeno il tempo di veder spargersi la luce sulle cose intorno, e la nuova lampadina era già andata.

Contrariamente  ai miei timori, invece di prendersela e rovinare l’aria domenicale tutta impregnata del buon odore di borsch, Dima sorrise. E si venne a sedere sul bracciolo della mia poltrona per dirmi, con lo sguardo rivolto alla lampadina,

– Era destino, allora.

– E tu, credi nel destino?

– Nemmeno un po’. Non sono affatto superstizioso. Ma tant’è.

Si alzò di nuovo di scatto com’era nel suo carattere e andò a regolare la fiamma della stufa all’angolo opposto della stanza. All’idea che avremmo passato la domenica al buio pativamo entrambi già un po’ più di freddo. Guardai la schiena di quell’uomo accovacciato e fu come leggergli attraverso. L’umiliazione repressa, la necessità di mostrarsi forte. Un piccolo fatto come quello mi generò un impulso incontrollabile. Districai le gambe che tenevo incrociate sotto il sedere e posai a terra i piedi, aggrediti all’istante da un fastidiosissimo formicolio. Lo raggiunsi vacillando nella mia camminata indolenzita. Gli sfiorai la spalla e mi accucciai in terra, accanto a lui.

La stufa svolgeva bene il suo dovere. Diventammo entrambi incandescenti. Ci lasciammo cadere sul pavimento senza parlare, io gli tenevo ancora la mano sulla spalla. Intorno, le ombre erano più dense delle cose vere, e tra le ombre completammo la trasformazione in fiamme. Il ricordo preciso di ogni istante mi ferisce ancora oggi, come una stilettata appuntata sul basso della pancia che va a squarciare tutti i nervi del corpo. La consapevolezza della nostra esistenza come esseri sensuali che diventava respiro condiviso, scorrimento indefinito. Perdita, caduta. Ciascuno in sé, senza paura, ma sicuri, perché tenuti dolcemente a galla dalla fiducia che riponevamo l’una nell’altro.

– Cosa dicevi dei tipi come quello?

Gli feci, riprendendo il discorso interrotto, che ormai sembrava lontanissimo nel tempo. Ma era giusto un diversivo per avere il tempo di tornare pian piano al ritmo normale del respiro.

– Ah, sì. Ma certo non hai bisogno di consigli. Volevo solo avvertirti che ne ho sentito parlare in giro. La storia è sempre quella, nei vuoti di potere si insinuano i peggiori individui, portatori dei peggiori interessi, e lui è uno di quelli. Tra l’altro, non è quello che sembra.

– Vedi, Dima, io me n’ero accorta subito, … –  Afferrai i lembi del maglione per riportarli giù, ma,

– Vieni qui, – mi disse lui, e iniziò a produrre piccoli ammaccamenti, labbra contro pelle. Io non potei far altro che sorridergli, senza aver più voglia di concludere la frase. Era bello starsene lì, sapendo di avere i minuti contati prima che suonasse il timer del fornello. Lo lasciai fare, gustando di riflesso le sue incursioni impudenti all’assaggio di tutti i miei sapori. Intanto che il corpo si beava, viaggiando nei livelli superiori dell’esperienza umana, la mente, non vista, ripercorreva a ritroso la strada fatta, per ricongiungersi ai pensieri che non avevo avuto il tempo di concludere. Gli stessi che riacciuffavo oggi, guardando la pioggia che cadeva, sempre di domenica, sempre in pieno autunno, sempre impegnata nell’attraversamento di un guado.

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Daniele Silvestri – Sempre di domenica

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Ieri sera mi sono trovata faccia a faccia con Andrej, che non lo vedevo da, quanto? Sarà stato almeno un anno che non incontravo Andrej. Sempre uguale, un tipo serio, che mette in soggezione. Con le persone che non sbottano a ridere di pancia mi trovo un po’ a disagio. Non li capisco molto, mi sembrano quasi alieni. E io mi sento stupida, anzi sono quasi certa di esserlo. Io sono stupida, perché rido spesso, e la riprova è che le persone serie la sanno sempre più lunga di me.

Ma lui è un caro amico di D.S., mi era arrivata voce che era stato al suo matrimonio e da qualche mese, dopo averlo saputo, non stavo nella pelle di farmi raccontare. Ero anche un po’ stizzita. “Ma come, con D.S. ho un lungo sodalizio. Ho quasi tutti gli album”,

– E dai, Andrej, che lo sapevi: che ti costava farmi imbucare al matrimonio di D.S.? Tanto dopo la cerimonia finisce tutto in baldoria, e nessuno sa più dire chi ha invitato chi.

Era stata la prima cosa che avevo chiesto. E intanto Andrej stava come sempre in posizione difensiva: braccia conserte, addominali contratti e gambe divaricate, la tipica posizione del buttafuori, mancava solo il berretto calato sugli occhi. Lo inchiodai con la seconda, che già girava gli occhi intorno cercando un appiglio per sganciarsi:

– Ma insomma chi era la sposa? No perché, nel 2002, sul palco del concerto spingeva, tutto orgoglioso, il passeggino del figlio di S.C. Uno dei due figli avuti da S.C., credo che fosse il primo.

E S.C., l’attrice, me la ricordo, ero una ragazzina, d’estate, poco tempo prima di conoscere Dimitri. Me la indicavano quando passavo le notti a ballare come in trance in discoteca. Dicevano, la vedi quella? Quella è l’attrice. E vabbé, è l’attrice, rispondevo io, ma sarà caduta in disgrazia, dato che ora raccoglie i bicchieri sporchi da sopra i tavoli. Chissà perché poi, sarà costretta dalla necessità? E mentre mi perdevo in inutili supposizioni, non mi accorgevo che finiva una delle ultime stagioni spensierate, almeno per quanto mi riguardava. Finiva per esaurimento scorte. Finiva per noia. Il gruppo di amici, lo studio svogliato senza alcuna visione del futuro. La discoteca con l’ingresso gratis, gente in pista come gli ambulanti, i camerieri e i cuochi a fine turno, l’odore delle canne, le birre rosse, quelle che preferivo. Questo di notte.

Di giorno però, ogni mattina insieme al sole sorgeva l’inquietudine. Cercavo di capire che razza di messaggio da tifoseria calcistica fosse quello che stava attaccato al parabrezza posteriore di certi grandi pullman. Strizzavo gli occhi perché, guardando verso l’alto, si ferivano con la luce e, intanto, mi facevo i conti sui prossimi mondiali. Io il calcio non l’ho mai seguito. Ma i mondiali un minimo interferivano con la mia vita. I mondiali non si sarebbero tenuti che l’anno successivo, che senso aveva inneggiare alla Nazionale, in quel momento? Me lo spiegai dopo pochissimo, e, visto come andarono le elezioni nella primavera del ’94, non c’era da stare allegri. Ma intanto potei distrarmi, Dima aveva fatto ingresso nella mia vita e subito decidemmo di provarci, a stare insieme giorno dopo giorno.

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Era inevitabile tornare a pensare a lui, parlando con Andrej del matrimonio civile di D.S. con una segretaria della sua casa di produzione. Dopo la cerimonia, era seguita una gran festa, con gran spreco di attori e musicisti in voga. Dico, avrebbe potuto anche imbucarmi, o no? Ma, obiettivamente, non lo potevo pretendere.

– E c’era pure F.Z., giusto?

– Mmm… Non sono più tanto in sintonia, sai?

– Non dirmi. Non ci credo. Eppure hanno lavorato spesso insieme.

– Eh, sì, ma F.Z. non era tra gli invitati.

E così neanche D.S. era rimasto lo stesso. Me n’ero accorta, d’altra parte, dal tono delle sue ultime canzoni. Né il matrimonio, né l’amicizia avevano retto. E io non ero neanche stata invitata alle seconde nozze.

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Con Dima era durata ben diciassette anni. Avevamo superato non solo il primo, ma anche tutti gli inverni successivi. Dormivamo insieme, soprattutto per scaldarci meglio. Leggevamo vicini, perché così risparmiavamo sulla luce. Il borsch mi riusciva sempre bene, nessuna distrazione al momento di cucinare. Al termine mi restò di lui soltanto il paio di scarpe che indossava il giorno che morì. Il resto se l’era portato già via il tempo: la tentazione di diventare imprenditore fece fuori in un batter di ciglia tutti i risparmi. Lui si era messo nel commercio di biomasse. Da noi la legna abbonda, gli impianti di riscaldamento però, in genere, andavano rifatti completamente. La ditta straniera che aveva investito nel nostro paese, dopo un po’, non vedendo risultati, lo aveva mollato in mezzo a un mare di debiti. L’egemonia politica che aveva prevalso giusto negli ultimi diciassette, nella primavera dello scorso anno aveva subito un brutto colpo. Si era prodotto un nuovo vuoto di potere e, mentre la gente strillava e strepitava a vanvera, lasciava a nuove macchinazioni lo spazio sufficiente per incunearsi.

Io avevo il mio buon impiego da statale a bassissimo stipendio, e ancora per un po’ potevo ritenermi al sicuro. Ce la faremo, gli ripetevo spesso. Ma Dima non mi guardava quasi più in faccia. Usciva di casa ogni mattina tentando disperatamente di fare qualche buon affare. Negli anni avevamo installato lampadine a basso consumo per tutta la casa, ma non erano rimasti soldi per ristrutturare l’impianto elettrico. Così, la volta che durante un temporale restammo un’altra volta al buio, lui quasi non si mosse dalla sua poltrona. Appoggiò il reader sul bracciolo e mi fece, con aria sconsolata,

– Ci provo?

Io scrollai le spalle, provando dentro un panico inspiegabile. Lo vidi alzarsi, uscire dalla stanza e andare verso il quadro elettrico. Poi una fiammata lampeggiò nel corridoio, saltai in piedi e me lo ritrovai per terra, che quasi lo calpestavo.

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Stamattina, svegliandomi, ero ancora suonata come un pugile. Pioveva, a tratti. A tratti usciva il sole. L’aria fuori delle finestre del mio piccolo appartamento era pungente e fredda, e profumava come se sotto, invece dell’asfalto, ci fosse stato un prato pieno di sempreverdi e di betulle, di erba alta e funghi, che con la pioggia esalavano i loro profumi, portati fino a me dal vento.

Al musicista, amico del mio amico, forse era andata meglio. Aveva fatto i suoi conti, probabilmente. Anche lui infatti è uno, in apparenza almeno, molto serio. Io, invece, scoppio spesso a ridere all’improvviso. Per esempio, se mi ricordo di una battuta e sono da sola, alla fermata dell’autobus, o mentre faccio la spesa, rido, poi mi guardo intorno e nell’ultimo singhiozzo di ilarità a volte mi prende un crampo di tristezza. Mi blocco subito, non devo lasciarmi abbattere. Piuttosto, voglio imparare dall’esperienza, non arrivare mai più a contare fino a diciassette. Se lo avessi capito prima avrei avvertito Dima, di cercare di essere almeno un po’ superstizioso. Diciassette anni, doveva immaginarlo. O almeno doveva sforzarsi di fare qualche previsione.

Ora, quella stufa incandescente riscalda solo me, che la fronteggio seduta a breve distanza. Di là la zuppa finisce la cottura. Io sono quasi al buio, con la finestra aperta alle mie spalle, e lascio che l’odore di pioggia entri insieme al temporale. Nel frattempo, non riesco a pensare proprio a niente. Niente che non sia pensato solo dal corpo, il ricordo vivissimo di un giorno in cui sembrava che la felicità sarebbe stata sempre alla portata del tocco di una mano.

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Tiromancino – Anatema

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