Racconto di Natale /7

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue / leggi dall’inizio]

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Il tempo scorre, non lo si può negare. Quando te ne accorgi, ti sembra che la vita sia come uno di quei sogni nei quali la realtà si modifica strada facendo. Un momento prima stringevi qualcosa in mano, chessò, la mano di un altra persona, per esempio. E te ne stavi così, beata, a pensare che in fondo era tutto tanto facile. Perché mai ci eravamo fatti degli scrupoli in passato? Chi si ricorda più? Ah, ma ora le cose erano diverse, sì. Come se avessimo scoperto l’acqua calda: bastava solo lasciarsi andare, ma davvero, come mai non ce n’eravamo accorti prima? E poi, un attimo dopo, ancora con lo sguardo rapito e la bocca sorridente, davi un’altra occhiata alla mano e, la miseria. Non stringeva più proprio niente.

Il tempo era passato, io avevo avvertito Lupo che mia nonna sarebbe tornata da un momento all’altro e, mentre si rivestiva e lo guardavo, e pensavo “Quest’uomo è il mio” e galoppavo con la fantasia, e il futuro era pieno di incontri, e tutto il mondo diventava un orto botanico nel quale lui mi portava in moto in una mattina di maggio piena di sole, facciamo il caso, e ci addentravamo a passeggiare in una serra afosa. E io gli dicevo: Senti che caldo umido, e poi: Conosci queste piante? Oh, Dio, le orchidee, e poi le rose, le rose… E lui mi spingeva in un angolo, aspettando che la gente si fosse  allontanata, e poi mi guardava con due occhi degni del suo nome, Lupo, e mi… Uh-uh. E magari, usciti da lì, scarmigliati e disorientati, camminando stretti stretti, saremmo entrati in una pizzeria al taglio e avremmo mangiato insieme, e lui all’improvviso mi avrebbe baciata con la bocca piena di pizza, e.. Oh-oh. E tutto si sarebbe ripetuto ancora, e… E intanto se ne era andato, e io ero rimasta lunghissimi minuti seduta sul letto a guardare nel vuoto e avevo sentito la chiave nella toppa che girava, mia nonna era tornata.
Passò l’ora di pranzo. Mi ero appoggiata sul divano, ancora febbricitante, provavo quattro accordi. Il telefono era buttato lì, sul posto accanto a quello che occupavo io. Era quasi Natale, mi continuavano ad arrivare gli auguri degli amici e le chiamate dei miei genitori. Mia madre era passata già due volte quel pomeriggio, complottava per farmi tornare a casa e io opponevo resistenza. Nonna aveva sempre qualcosa da fare, andava e veniva fumando come un bastimento. Scoprivo in quale stanza si trovava seguendo la scia del fumo. Gli abiti stirati da lei avevano un curioso odore di ammorbidente e nicotina. L’odore della mia infanzia.
Lupo. Provai a mandargli un messaggio: “Come va?” A cui rispose solo “Ti voglio bene”. In un sospiro raggiunsi il soffitto, lo toccai con un dito e ridiscesi al ralenti sul divano. Baciai le mie stesse mani, baciai il telefono, poi la chitarra, mi girai e rigirai mille volte su me stessa. Non potevo aspettare. Gli inviai un ingenuo: “Che mi dici?” E lui, di nuovo: “Ti voglio bene”. Mi misi a sedere con la schiena dritta, per toccare bene terra con i piedi. Poi restai in attesa che arrivassero dei pensieri utili, per tanto di quel tempo.

– Ninnì. Vieni.
– Arrivo.

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Fiutando le correnti più dense dell’intorno, già fumoso di suo, mi ritrovai in cucina.

– Nonna! Ma hai visto l’ora?
– Sì, io faccio uno spuntino. Vuoi favorire?

Aveva aperto una bottiglia di Vermentino e stava pasteggiando a fettine di salame. Mi sedetti accanto a lei al tavolo rotondo di cristallo, che come base aveva un cilindro di plexiglas. Un tempo era un acquario, ora il vuoto che racchiudeva ospitava solo spugne, coralli e sabbia granulosa e bianca. Cedetti anch’io e iniziai ad affettare il salame. Le fette venivano fuori con una forma curiosa. Erano cuori, erano fette di cuore. Mentre mangiavo non apprezzavo molto, mi venne su un rigurgito di disgusto. Nonna disse:

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– Bevi.

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Certo, io bevvi. E fu così che passai la terza notte a casa sua, ciucca di Vermentino di Gallura. La febbre mi era scesa, ad ogni modo. Prima di chiudere gli occhi, vidi scorrere i pensieri nell’aria, come su un gobbo, scritti con un inchiostro che svaniva subito dopo averli formulati.
Forse Lupo aveva cambiato idea. Anzi, sicuramente. Se non lo conoscevo io. Forse aveva riflettuto sul fatto che mi ero appostata davanti a casa sua, e si era infastidito. Ma che sciocchezza! È che io non sapevo dove andare a parare, non capivo più che fare con lui. Ero costretta a spiarlo. Mica sempre, ogni tanto, per conferma. Va bene: per masochismo, lo ammetto, per frenare la fantasia che galoppava. Lo sapevo cosa avrei visto presto o tardi, standomene in attesa.
Lupo, io non l’avevo conosciuto così nei miei confronti. Era cambiato. E mentre mi trattava male non mi mollava affatto. Forse frequentava un’altra, più altre? Ero stata scalzata via da rapporti reali? Platonici? Virtuali? E allora cosa cercava ancora girando intorno a me? Sapevo che era un tipo che si stufava presto. Forse era soltanto ricaduto nella sua confortevole apatia emotiva. Sospettavo che alla mia dignità non ci pensasse affatto. E adesso, oggi, che altro era successo oggi?
“Ti voglio bene”, rilessi quello che mi aveva scritto, e iniziai a pensare che forse stava tutto lì il problema. Tentai fino a tarda sera di parlargli. La madre mi disse che era andato alle prove. Il suo telefono era staccato. Ringraziai la spossatezza estrema che mi avviluppava, e l’alcol, per il fatto che il mio stato di veglia si sfilacciò a poco a poco, senza ripensamenti.

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[continua]

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Dente – Oceano

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