Archive for the ‘Racconto di Natale’ Category

Racconto di Natale /8

24 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue / leggi dall’inizio]

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– La scelta era tra Montecatini Terme e Cuba.

Non stavo bevendo nulla, per cui rischiai di strozzarmi con quel po’ di saliva che avevo in bocca. Quando ripresi la padronanza delle corde vocali, chiesi:

– E, …come hai fatto a scegliere?

– Semplice, ho chiesto a un mio amico toscano, conosciuto su internet, il quale mi ha sconsigliato vivamente Montecatini, a meno che non fossi a caccia di avventure sessuali. Cosa che non avrei neanche escluso, ma quel mio amico mi ha fermato subito.

– Cosa? Ho sentito bene?

Ero scandalizzata. Non per altro, per l’età della mia dolce nonnina, in riferimento alla questione osé menzionata testé. Ma lei, animo puro e innocente, mi aveva frainteso:

– Eh. Ma lo sai che un gigolò, così mi ha detto, che ti tenga compagnia un’intera giornata (di meno non vale la pena), chiede almeno set-te-cen-to euro! Figlia mia, però, bevi qualcosa. Non immaginavo che fossi così sensibile riguardo al denaro. Ti mantengono ancora i tuoi genitori, in fondo. Capisci bene che così, anche solo per tre giorni, tra albergo, bagno turco, fanghi e accompagnatore, mi gioco molto più di una sola pensione.

Attesi qualche momento e ripartii, cercando di non battere ciglio:

– Ehm. Quindi hai deciso per Cuba perché…

– Perché, sempre un mio amico, un altro amico,

– Conosciuto su internet.

– Conosciuto su internet, sì, anche lui. Mi ha detto che a Cuba volendo si possono visitare posti esotici e incontaminati, e si può incontrare della gente speciale, molto affabile, tutto il contrario dei mercenari e delle mercenarie delle quali di solito si sente parlare da quei porcaccioni, come certi tuoi zii romagnoli…

– Zio Fausto! E zio Felice! Non dirmi, ti prego. Non voglio sapere.

Nonna cubista, ci avrei scommesso. Avevo infilato d’istinto la testa in mezzo alle ginocchia. “Oh. Mio. Dio.” Pensai. Quanto ancora dovevo scoprire vivendo.

– Allora, ninnì. Veniamo al dunque. Anche quest’anno non ti sei laureata.

– Eh, no, nonna, ma ormai è questione di mesi…

– Non me ne frega niente. È solo che non posso permettermi di aspettare ancora. Così ho deciso che questo Natale ti faccio direttamente il regalo della laurea.

Credetti di sorridere, invece la bocca si aprì in modo soltanto spropositato, mentre vocalizzavo:

– Eeeh?

– Allora, fai tu. Qui dentro – da dietro il cuscino tirò fuori il borsello ritrovato nella neve – c’è un biglietto andata e ritorno per Cuba, e la prenotazione di tre settimane di albergo a quattro stelle con accesso diretto alla spiaggia.

Non capivo. Era lei quella che, fino a poco prima, dichiarava di volersi dare al turismo sessuale.

– Posso partire io, e lasciare la casa per tre settimane a te e a quel tuo ragazzo. A tua madre racconti che sei andata a sciare in Abruzzo, mentre voi vi tappate in casa col frigorifero pieno e quello che succede succede. Oppure…

– Op- pure…

Tremando, anticipai mentalmente quello che avrebbe detto.

– Oppure, potresti partire tu per Cuba.

– Da sola?

Mi morsi subito la lingua.

– Senti, cocca, io ho una sola pensione e il mio amico cubano, portiere d’albergo…

– Conosciuto via internet?

– Conosciuto via internet, sì, può coprire il soggiorno di una sola persona. Per il tuo amico, arrangiatevi un po’ voi. Io la mia parte l’ho fatta. Allora, che ne dici?

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Lupo era, ed è ancora, l’uomo più strano che io abbia mai conosciuto. Ma non glie ne faccio una colpa. Ognuno è quello che è, e non può essere nient’altro, anche se avrei tanto voluto che le cose fossero andate diversamente. Oggi non posso pensare a lui senza che accorra subito Tristezza a stringermi forte a sé. Allora, facendo immensi sforzi, devo sganciarmi da quell’abbraccio mortale e tornare alla vita di ogni giorno.

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§

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Lasciata mia nonna, e infilato il mio regalo sotto le maglie, stretto dalla cintura dei pantaloni, mi precipitai a cambiare le prenotazioni a mio nome. Poi preparai i bagagli, una volta messi al corrente i miei. La mattina della vigilia ci salutammo abbracciandoci due volte con entrambi.

Quando arrivò il taxi, gli chiesi di fare una veloce deviazione.

Lupo viveva in una villetta insieme ai genitori. Lungo il viale non c’erano parcheggiate auto, ma solo la sua moto scalcagnata. Camminai fino alla porta, tenendo con le mani coperte dai guanti due bicchieroni termici ricolmi di té caldo e profumato. Le posai in terra, sul tappetino, e con convinzione premetti il campanello. Attesi un paio di minuti, poi lo chiamai una volta:

– Lu’.

Ma lui non rispondeva. Lo feci ancora, con minore convinzione. Ci avevo sperato fino all’ultimo, ma non si stava smentendo.

– Volevo solo dirti buon Natale.

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§

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– Dai, dai.

– E se non è lei?

– E dai!

– Sc… scus-mi, miss.

– Eh?

– Ar-iù de feimus èctress?

– Ah, no no no. Non sono io, io sono italiana.

– Ah, è ita…

– Oh…

– Non fa niente, facciamo una foto insieme?

– Ma no!

– Su, che le costa? Si metta in posa, ciiis!

– Ma no, ma no, mi lasci in pace!

– Che antipatica.

– Chissà chi si crede di essere.

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§

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In alto, sorvolando l’Oceano, stringevo forte le palpebre. Lì lo spazio non era ancora siderale, il sole regnava incontrastato al di sopra di qualsiasi nuvola.  Ero profondamente commossa davanti all’incontro con quella rara e ineccepibile certezza. Pensavo: dovrei dirglielo, a Lupo, che soffre tanto l’inverno, gli strapperei un sorriso. Ma invece di cominciare a scrivere, restai immobile a fissare il cielo oltre il finestrino. Lassù, a braccetto con l’idea della morte certa in caso di incidente, lasciai il pensiero correre. Continuava a tornarmi in mente la scena che avevo colto dal taxi che sgommava via verso l’aeroporto. La figuretta magra di Lupo che usciva dalla porta a piedi scalzi, i capelli scompigliati, che raccoglieva una delle due tazze di té ancora fumante e, con un’espressione tutta seria, alzava appena il palmo di una mano nella mia direzione.

 

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Thin Lizzy – Don’t Believe A Word

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Don’t believe me if I tell you
Not a word of this is true
Don’t believe me if I tell you
Especially if I tell you that I’m in love with you

Don’t believe me if I tell you
That I wrote this song for you
There just might be some other silly pretty girl
I’m singing it to

Don’t believe a word
For words are so easily spoken
And your heart is just like that promise
Made to be broken

Don’t believe a word
‘Cause words can tell lies
And lies are no comfort
When there’s tear in your eyes

Don’t believe me if I tell you
Not a word of this is true
Don’t believe me if I tell you
Especially if I tell you that I’m in love with you

Don’t believe a word
No Don’t believe a word
Don’t believe it, don’t believe it
Not a single word
Hey, don’t

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Racconto di Natale /7

23 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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.fettine

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Il tempo scorre, non lo si può negare. Quando te ne accorgi, ti sembra che la vita sia come uno di quei sogni nei quali la realtà si modifica strada facendo. Un momento prima stringevi qualcosa in mano, chessò, la mano di un altra persona, per esempio. E te ne stavi così, beata, a pensare che in fondo era tutto tanto facile. Perché mai ci eravamo fatti degli scrupoli in passato? Chi si ricorda più? Ah, ma ora le cose erano diverse, sì. Come se avessimo scoperto l’acqua calda: bastava solo lasciarsi andare, ma davvero, come mai non ce n’eravamo accorti prima? E poi, un attimo dopo, ancora con lo sguardo rapito e la bocca sorridente, davi un’altra occhiata alla mano e, la miseria. Non stringeva più proprio niente.

Il tempo era passato, io avevo avvertito Lupo che mia nonna sarebbe tornata da un momento all’altro e, mentre si rivestiva e lo guardavo, e pensavo “Quest’uomo è il mio” e galoppavo con la fantasia, e il futuro era pieno di incontri, e tutto il mondo diventava un orto botanico nel quale lui mi portava in moto in una mattina di maggio piena di sole, facciamo il caso, e ci addentravamo a passeggiare in una serra afosa. E io gli dicevo: Senti che caldo umido, e poi: Conosci queste piante? Oh, Dio, le orchidee, e poi le rose, le rose… E lui mi spingeva in un angolo, aspettando che la gente si fosse  allontanata, e poi mi guardava con due occhi degni del suo nome, Lupo, e mi… Uh-uh. E magari, usciti da lì, scarmigliati e disorientati, camminando stretti stretti, saremmo entrati in una pizzeria al taglio e avremmo mangiato insieme, e lui all’improvviso mi avrebbe baciata con la bocca piena di pizza, e.. Oh-oh. E tutto si sarebbe ripetuto ancora, e… E intanto se ne era andato, e io ero rimasta lunghissimi minuti seduta sul letto a guardare nel vuoto e avevo sentito la chiave nella toppa che girava, mia nonna era tornata.
Passò l’ora di pranzo. Mi ero appoggiata sul divano, ancora febbricitante, provavo quattro accordi. Il telefono era buttato lì, sul posto accanto a quello che occupavo io. Era quasi Natale, mi continuavano ad arrivare gli auguri degli amici e le chiamate dei miei genitori. Mia madre era passata già due volte quel pomeriggio, complottava per farmi tornare a casa e io opponevo resistenza. Nonna aveva sempre qualcosa da fare, andava e veniva fumando come un bastimento. Scoprivo in quale stanza si trovava seguendo la scia del fumo. Gli abiti stirati da lei avevano un curioso odore di ammorbidente e nicotina. L’odore della mia infanzia.
Lupo. Provai a mandargli un messaggio: “Come va?” A cui rispose solo “Ti voglio bene”. In un sospiro raggiunsi il soffitto, lo toccai con un dito e ridiscesi al ralenti sul divano. Baciai le mie stesse mani, baciai il telefono, poi la chitarra, mi girai e rigirai mille volte su me stessa. Non potevo aspettare. Gli inviai un ingenuo: “Che mi dici?” E lui, di nuovo: “Ti voglio bene”. Mi misi a sedere con la schiena dritta, per toccare bene terra con i piedi. Poi restai in attesa che arrivassero dei pensieri utili, per tanto di quel tempo.

– Ninnì. Vieni.
– Arrivo.

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Fiutando le correnti più dense dell’intorno, già fumoso di suo, mi ritrovai in cucina.

– Nonna! Ma hai visto l’ora?
– Sì, io faccio uno spuntino. Vuoi favorire?

Aveva aperto una bottiglia di Vermentino e stava pasteggiando a fettine di salame. Mi sedetti accanto a lei al tavolo rotondo di cristallo, che come base aveva un cilindro di plexiglas. Un tempo era un acquario, ora il vuoto che racchiudeva ospitava solo spugne, coralli e sabbia granulosa e bianca. Cedetti anch’io e iniziai ad affettare il salame. Le fette venivano fuori con una forma curiosa. Erano cuori, erano fette di cuore. Mentre mangiavo non apprezzavo molto, mi venne su un rigurgito di disgusto. Nonna disse:

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– Bevi.

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Certo, io bevvi. E fu così che passai la terza notte a casa sua, ciucca di Vermentino di Gallura. La febbre mi era scesa, ad ogni modo. Prima di chiudere gli occhi, vidi scorrere i pensieri nell’aria, come su un gobbo, scritti con un inchiostro che svaniva subito dopo averli formulati.
Forse Lupo aveva cambiato idea. Anzi, sicuramente. Se non lo conoscevo io. Forse aveva riflettuto sul fatto che mi ero appostata davanti a casa sua, e si era infastidito. Ma che sciocchezza! È che io non sapevo dove andare a parare, non capivo più che fare con lui. Ero costretta a spiarlo. Mica sempre, ogni tanto, per conferma. Va bene: per masochismo, lo ammetto, per frenare la fantasia che galoppava. Lo sapevo cosa avrei visto presto o tardi, standomene in attesa.
Lupo, io non l’avevo conosciuto così nei miei confronti. Era cambiato. E mentre mi trattava male non mi mollava affatto. Forse frequentava un’altra, più altre? Ero stata scalzata via da rapporti reali? Platonici? Virtuali? E allora cosa cercava ancora girando intorno a me? Sapevo che era un tipo che si stufava presto. Forse era soltanto ricaduto nella sua confortevole apatia emotiva. Sospettavo che alla mia dignità non ci pensasse affatto. E adesso, oggi, che altro era successo oggi?
“Ti voglio bene”, rilessi quello che mi aveva scritto, e iniziai a pensare che forse stava tutto lì il problema. Tentai fino a tarda sera di parlargli. La madre mi disse che era andato alle prove. Il suo telefono era staccato. Ringraziai la spossatezza estrema che mi avviluppava, e l’alcol, per il fatto che il mio stato di veglia si sfilacciò a poco a poco, senza ripensamenti.

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[continua]

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Dente – Oceano

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Racconto di Natale /6

22 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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jbaker

C’è che quando dormi in un letto che non è il tuo, a parte il caso della camera d’albergo, non te la senti di approfittartene più di tanto. Insomma, fuori era giorno, vedevo che qualche rettangolino luminoso si disegnava sulle pareti opposte alla finestra. Chissà che ora era. Ma in quella stanza non c’erano orologi. Misi mano al cellulare e intanto cercai qualcosa da guardare per distrarmi, attendendo la trafila dell’accensione. Mhm, mhm. Pareti quasi nude, d’altra parte lì ci si veniva per stirare. Giusto quei tre quadretti appesi: una natura morta macchiaiola, una geometria astratta in toni freddi, una composizione anonima, che avrei definito… sì, cubista. Da Picasso e Braque in poi, la brutta fama delle scatolette si era completamente rovesciata. Cubismo diventò sinonimo di libertà creativa, scoperta della quarta dimensione, un -ismo acculturato, e si fece sempre più algido e cerebrale. Questa era la nuova formula del reale, les papier collés, i culi spigolosi. Che ne faceva del cubismo nonna? Sono convinta che sapesse benissimo cosa fosse. Che quel movimento era legato alla relatività di Einstein per la stessa legge del caso che lo univa ancora oggi al termine “cubista” (nessuno spigolo in quei corpi, eh), oppure anche a “cubano”. Altro che scientismo, altro che cerebralità. Anche Henry Miller, per esempio, sapeva di cosa parlava quando curò la prefazione a Les Illuminations di Léger. Cubismo, cubiste, Cuba, Tropico del Cancro. Josephine Baker e le sue banane. Cubiste pure loro, sì. Al tropico chissà che caldo, a ballare coperta da tutte quelle banane. Uh… Ma che caldo anche a restare ferma dentro al letto e pensare a tutto questo.

Ah, ecco, il telefono era acceso, segnava già le otto.

Odore di caffé. Prima della prima sigaretta, il primo e l’unico caffé nella giornata di mia nonna. Che per portarmene una tazzina impiegò un tempo lunghissimo, durante il quale riuscii a sapere il numero dei gradini della scala che saliva a fatica, contando i tintinnii della porcellana in bilico. Ci teneva a me, e, certo teneva altrettanto a dimostrarsi ancora autosufficiente.

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– Sveglia, che tra poco arriva il tuo amico capellone.

– Chi, Lupo? – Mi stupii.

– Sì, lui. Agenore. Gli ho detto di aggiustarmi il rubinetto che perde.

– Ma va?

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Appena il tempo di darmi una lavata e di infilarmi di nuovo sotto le coperte, Lupo fu puntualissimo. Udii da sotto la sua voce che diceva:

– Andiamo a dare un’occhiata all’ammalata.

Mi ritrovai a sorridere senza saperlo nascondere. Quando attraversò la soglia della stanza, si mise a sedere in terra, a gambe incrociate. Portando il viso all’altezza del mio.

– Che hai fatto ai capelli? – Li aveva tutti pettinati all’indietro. Sembrava il garzone di un fornaio.

– Tua nonna me l’ha imposto. Sto tanto male?

– Per niente. Hai l’aria del bravo ragazzo.

– Io sono un bravo ragazzo.

Si alzò aggiungendo:

– Vado a dare una mano a tua nonna. – E, senza più guardarmi in faccia, si voltò e mi lasciò da sola. Sentii la mia vecchietta usare con lui un tono docile, dargli indicazioni e consigli, offrirgli più di una tazzina di caffè.

Dopo il rubinetto, fu la volta della tapparella che stava collassando. Quella fu una faticaccia. Andava capito come funzionava tutto il sistema, prima. Mi alzai per dare un’occhiata dalla balaustra. La scatola in cartongesso stava appoggiata a terra, contro il muro. Lupo invece era arrampicato sulla scala e reggeva con difficoltà l’avvolgibile. Mia nonna protendeva le braccia verso di lui come se  le spettasse salvarlo in caso di caduta. Era una scena esilarante. Mi ritirai in punta di piedi perché non reggevo la tensione. E perché temevo di scoppiare a ridere. La cosa fu conclusa in meno di mezz’ora, quindi arrivò il momento di fare la spesa. Nonna preparò le buste, si infilò il cappotto e uscì, raccomandando a Lupo di vegliare sulla nipote influenzata.

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– Allora, come ti senti?

– Credo di avere ancora la febbre, ho freddo.

– Fai sentire.

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Per tutto il tempo che Lupo era rimasto in casa, il cuore mi si era come espanso in tutto il corpo. La mia felicità aveva preso un’evidenza fisica. Spostai senza timore la sua mano dalla fronte alla mia bocca e da questa allo sterno, che si alzava e abbassava velocemente. Lupo non disse niente, si infilò tutto vestito nel letto e cominciò a baciarmi.

Facemmo l’amore lentissimamente, guardandoci negli occhi. Venimmo insieme, a lungo e silenziosamente. Silenziosamente restammo abbracciati. Baciando, quando riprendevamo fiato dall’apnea dello stupore, ogni punto alla portata delle nostre bocche. Veniva naturale, anche se ora sembra una cosa eccentrica: io mi coglievo vivere nel presente. Non avevo mai fatto esperienza prima di allora, che io ricordassi, di tanta consapevolezza. Di me e dell’uomo fermo e delicato che mi stringeva a sé.

[continua]

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Bebel Gilberto – Cada Beijo

Racconto di Natale /5

21 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012).

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Nessun pranzetto a lume di candela, come una volta dopo i nostri esami, solo qualcosa buttato giù in fretta al bar. Alla fine la gente mi fece le domande giuste, ma certo poca roba. Quello che era sembrato un trionfo, si rivelò nient’altro che un buffetto sulla guancia.

Una volta usciti, avevamo riso di quella storia della somiglianza con l’attrice. Lupo sapeva che non sopportavo il paragone. Ci tenevo a essere apprezzata per me stessa, e proprio nel periodo della vita nel quale stavo lavorando a questo scopo, cominciò una specie di persecuzione. Parenti, amici, persone appena conosciute, a volte subivo quasi delle aggressioni. Le donne, soprattutto, capitava che mi seguissero anche in bagno per dirmi quanto ero fortunata a somigliare a tale famosa attrice. Comunque quel giorno liquidammo il tutto in una risata.

Salimmo in moto, Lupo mi aveva detto “Non ti lascio tornare da sola”. Raccogliendo molliche mi sembrava di poter ricostruire il pane spezzato.

All’altezza di casa sua mi indicò un punto all’altro lato della carreggiata.

– Non è tua nonna quella?

Effettivamente, sul marciapiede opposto a quello che scorreva al nostro fianco, c’era mia nonna che si sporgeva verso il parco e rovistava col bastone in basso, appoggiata con tutto il corpo alla siepe di arbuscelli. La stessa siepe dietro la quale eravamo finite entrambe solo la sera prima. Sentii agitarsi qualcosa nello stomaco mentre la moto faceva rotta su di lei.

– Ciao.

– Chi è? Ah, voi.

Alzò la testa, ed era furibonda.

– Datemi un po’ una mano, su!

– A fare cosa, nonna?

– Ieri sera ho perso il borsello, qua dietro. Aiutatemi a cercarlo.

– Ieri sera? – fece Lupo, rivolgendomi uno sguardo diffidente.

– Eh, poi non abbiamo avuto più il tempo di parlare…

Appena iniziai a raccontare, mia nonna gli piazzò le mani sul sedere e lo spinse con insospettabile forza dall’altra parte dell’infilata di cespugli.

– Ehi! – Protestò Lupo. Ne ricevette in cambio uno sguardo umido e trepido, qualcosa che avrebbe squagliato anche una pietra. Lupo incassò signorilmente e si mise in cauta esplorazione.

– C’è un buco qui.

La neve si era quasi del tutto sciolta, aveva piovuto di nuovo nella notte. Si capiva bene ormai che il terreno era stato lasciato aperto per una stretta fessura, in corrispondenza di un cantiere per la riparazione di qualche guasto alle tubazioni.

– Tu ieri sera sei finita dentro… Qui? E come mai?

Finsi di non aver sentito la domanda. Appoggiai una mano a terra e mi misi a sedere guardando la strada, in attesa dell’ineluttabile chiarimento.

Lupo riemerse tutto sporco di fanghiglia, tenendo nella mano destra il borsello perduto e ritrovato. Il mistero su che cosa contenesse andò ad aggiungersi a quello che riguardava l’insolita passeggiata serale della vegliarda. Alla quale però non era il caso di fare tante domande.

Stava giusto allontanandosi dopo aver sibilato un vago ringraziamento, quando dovetti dire:

– Svengo.

E infatti svenni.

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Riaprii gli occhi sul solito lettino di fortuna. Ero svestita a metà, e adesso stavo in maglietta, mutandine e calzettoni, ben coperta da tre strati di coperte multicolori, confezionate ai ferri ai tempi in cui mia nonna ci vedeva ancora bene. Sentivo trabaccare nelle stanze intorno, ma non capivo molto di quello che accadeva. La testa mi ronzava e sul tavolino di fronte a me stava un bicchiere vuoto con accanto la confezione aperta di una pastiglia di Aspirina effervescente. Richiusi gli occhi e caddi di nuovo in un lungo e immemore sonno fino a sera.

I miei genitori furono avvertiti. Si materializzò l’ectoplasma di mia madre, la riconobbi dal profumo e dal bacio che mi appoggiò piano su una tempia. Le sorrisi ad occhi chiusi, lei mi fece qualche raccomandazione e poi si ritirò in cucina a confabulare con la sua, di madre.

La mattina seguente mi risvegliai sempre nello stesso letto.

[continua]

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In a manner of speaking – Nouvelle Vague

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Racconto di Natale /4

20 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012).

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Perché annunciare “arrivo in tempo”. Perché crederci per prima. Avesse contato qualcosa. Li salivo a fatica e con lentezza quei gradini sdrucciolevoli del vecchio palazzo di Fontanella Borghese. Ero cosciente, e pure indifferente, del mio ritardo di oltre un’ora sull’apertura dell’appello. A metà della lunga rampa, nel viavai di studenti in preda all’agitazione, alzai lo sguardo: dall’alto, in una pioggia fitta di luce, precipitavano insieme angeli e demoni. Tutto era caos e io ne ero una particella non del tutto ignara. In lontananza suonavano le trombe del Giudizio.

L’atrio di smistamento tra le aule era ampio, e pure il corridoio a lato. Non uno spazio libero dove non si accalcassero anime perse. Pareva l’anticamera dell’Inferno. Uno ripeteva a occhi chiusi con la testa contro il muro, un altro consolava una collega singhiozzante. Tutti gridavano. Mentre cercavo di orientarmi, un tizio che conoscevo ma che non riconobbi subito, per via di quello sguardo spiritato, mi disse che gli era andata male. Gli feci appena:

– Oh.

E sulla sua faccia si aprì istantaneamente un ghigno folle. Scambiò maglia e cravatta con uno che gli veniva incontro, inforcò gli occhiali che prima aveva evitato di indossare e scamazzò a caso i suoi capelli. Si ripresentava al varco, sperando di capitare, non riconosciuto, davanti a un secondo misero assistente. Si rituffò nel mucchio, e lo persi subito di vista.

Intanto avevo individuato l’aula. Fuori delle porte c’era altra gente accalcata. Alcuni stavano perfino in piedi sui banchi accostati tra loro al centro del grande parallelepipedo. Provai a convincermi pensando “Devo entrare”. Ma, lo sentivo anche a distanza, il vuoto al di sopra delle teste era tutto occupato da un grasso, roboante, fastidiosissimo frastuono e io non stavo bene. Ero molto intontita e sospettavo di covare una febbre da cavallo.

Il professore era un tipo capriccioso, saliva su di giri come niente. Mi ero fatta l’idea che disprezzasse lo studente medio, sul quale infieriva con gesti e aggettivazioni poco cortesi, e che mandava via col minimo dei voti, anche se quello aveva ingoiato i fogli dei suoi appunti a uno a uno, per essere sicuro di digerirli bene.

Per l’esame servivano due tipi di preparazione. Il primo era lo studio approfondito delle dispense e dei libri previsti nel programma, come di tutti quelli non inclusi, ma che andavano cercati nelle biblioteche. Andava saputo tutto, in maniera impeccabile. Nel caso toccasse in sorte l’interrogazione da parte di un assistente, che mai avrebbe proposto più dell’assegnazione di uno stitico ventotto.

L’altro modo richiedeva della genialità. Il guizzo, l’intuizione, la sintonia con gli umori e le complesse vie che prendevano i ragionamenti del Prof. Che era, sì, un docente, ma soprattutto un critico d’arte, un amico dei potenti. Uno che a breve avrebbe iniziato a dirigere un’importante rivista di settore e sarebbe stato coinvolto in un clamoroso errore giudiziario. Cosa gliene poteva fottere di sbarbatelli come noi. Durante le sessioni d’esame si annoiava a morte, immaginai, non appena riuscii a fare capolino nell’aula. Dunque, benissimo.

Perché non è che fossi stata una secchiona, come credeva Lupo, anzi. Di corsi da seguire ne avevo avuti veramente troppi quell’anno, per dare peso anche a Storia dell’Arte. Assistetti alla prima lezione, più di dodici mesi prima, e decisi quale sarebbe stata la mia strategia. Il fatto era che il  Prof pareva il gemello di mia nonna. Vanesio, presuntuoso e pronto a premiare chiunque avesse mostrato lo spirito giusto nel giudicare un’opera, al di là del nozionismo. Ma soprattutto non gli avesse fatto perdere tempo. Bè, mi sentivo a casa.

Il tipo che aveva cambiato aspetto per ritentare l’esame mi comparì ancora davanti, in preda a una gioia senza freni. Afferrò le mie mani stringendole convulsamente.

– È andata bene! Ho preso diciotto!

E passò quindi a stropicciare altre mani e a dare la notizia a chiunque incontrasse andando via.

Lupo lo chiamarono prima di me. Si sistemò davanti a un’assistente donna, una brunetta acqua e sapone con i capelli tenuti insieme da una composta coda di cavallo. Buon per lui e la sua preparazione da Bignami. Concentrai lo sguardo sulla sua nuca, continuavo a sentirmi due persone insieme, e trepidavo. Ma ecco che fu il mio turno. Si erano liberati sia il professore che l’altra assistente donna, un tipo secco secco e coi capelli corti. Si consultò col Prof, e uno studente prese posto di fronte al titolare della cattedra. Mi sentii crollare il mondo addosso. Non era così che sarebbe dovuto andare. Lei fece:

– Mi parli dell’acquerello di Cézanne.

Uff.

– Nel millenovecentosei, Cézanne…

In quel momento il professore incominciò ad urlare. Quello che era seduto accanto a me scomparve all’orizzonte ancora prima che terminasse la sua flagellazione. Feci a voce più alta, tenendo d’occhio la sedia appena liberata:

– Mi scusi, ma sono un po’ confusa perché mi aspettavo di essere interrogata dal professore. Pensi che l’ho perfino sognato stanotte, saprei ripetere tutta l’interrogazione.

– Va bene, però le ho chiesto…

– No, lasci, la lasci parlare. Anzi, lei, venga qui davanti, visto che c’è un posto libero- , mi fu proposto. Ce l’avevo fatta.

Iniziai un monologo dal sapore onirico che il Prof sorbì con la bocca così stretta che diventò violacea, e gli occhi puntati fissi dentro ai miei. Finché non mi interruppe a bassa voce:

– Basta così.

Quindi, saltato in piedi, zittì gli altri dannati e urlò:

– Vedete questa stronza? È l’unica ad aver capito tutto, tutto! Imparate da una come lei, voi che non capite e non capirete mai un cazzo!

Quindi, come se niente fosse, si mise di nuovo seduto e, a occhi bassi, sospirò:

– Trenta e lode.

– Co- cosa? – Balbettai io.

– Su, se ne vada – la voce sembrò iniziare ad alterarsi – se non vuole che cambi idea!

Detto fatto. Siglata la preziosa cifra sul libretto, mi agganciai a Lupo, che pescai vicino all’uscita tra la folla. Questa iniziò a stringersi a cappio attorno a me.

Ci lanciammo correndo verso il basso per le scale e lo scalpiccio alle mie spalle prese in breve il peso di una cavalcata. Al mezzanino ero già stata raggiunta e circondata. Iniziò a quel punto l’intervista.

– Scusa!

– Senti, te la possiamo fare una domanda?

– Ok, ok. Ma devo arrivare al bar e mangiare qualcosa, sennò svengo.

– E noi ti accompagniamo, che problema c’è?

Saranno stati, non so, una cinquantina o più. Ero stordita e iniziavo a vedere tutto nero, continuando a galoppare verso il basso assieme al resto della mandria.

– Senti!

– Scusa,

Cominciai a cercare le parole e anche le dita di Lupo. Gliele strinsi con forza. Un simile successo non era spiegabile con poco e poi io mi stavo sentendo sempre peggio.

– Dimmi. Ditemi.

– Te l’hanno mai detto che sei uguale a Debra Winger?

Debra

[continua]

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Ryuichi Sakamoto, The sheltering sky – Loneliness

Racconto di Natale /3

18 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012).

[segue / leggi dall’inizio]

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Avevo percorso a passo sostenuto tutta la distanza. Non ci sarei dovuta andare ma ormai era cosa fatta, mi giustificai con me stessa. Usai le chiavi, potevo percorrere non accompagnata il dedalo degli stretti corridoi dei quali, dopo sei mesi, conoscevo ciascun meandro. Bussai forte, mi aprirono la porta di metallo. Era un’ampia cantina,  il posto dove i condomini di Federico, gente “normale”, tenevano prosciutti, sci da fondo del 1912, racchette da tennis spaccate e altri rottami vari, vecchi, sporchi e mediamente ormai inservibili. Noi ci avevamo portato gli strumenti e le attrezzature. Ci ritiravamo lì spesso per provare. Le nostre eterne prove in vista del concerto che nessuno aveva ancora programmato.

– Allora sarà a marzo eh, ragazzi -, stava annunciando appunto il batterista, mentre entravo. Federico (chissà com’è, i batteristi hanno tutti la testa sulle spalle) era geometra e studiava da architetto. Lo stesso anno d’ingresso in facoltà di me e Lupo, ma lui svettava già verso la laurea, non si perdeva certo in chiacchiere.

Solare, spiritoso, prestante. In genere, le donne che capitavano nello scantinato, me esclusa che ero una musicista -mica una donna-, erano sue. Ma anche Lupo aveva il suo codazzo. Era la voce, il principale compositore dei testi e l’altra chitarra. L’atteggiamento strafottente e fatuo, esibito specialmente se aveva davanti un pubblico, unito a un’aria fragile e timida, complice il fisico e le abitudini ascetiche. Abbastanza per solleticare le fantasie materne della maggioranza delle ragazze che frequentava. Delle sue storie venivo a sapere a cose fatte. Concluse. Finite, insomma. Me lo raccontava lui quello che era successo, si era accorto che ho le spalle larghe, in tutti i sensi.

Le vedevo ronzare, quelle ragazze, con aria sfacciata per qualche giorno attorno a Lupo. Quando si dileguavano,  lui correva da me, appoggiava la guancia sul mio petto, lisciandomi insistentemente con la mano un fianco e socchiudendo gli occhi. Quindi cominciava a torturarmi. La storia era sempre quella: la ragazza gli mostrava la sua ammirazione, lui la invitava a casa sua per vederlo esercitare alla chitarra e a un certo punto, senza tanti complimenti, si abbassava i pantaloni. Quelle che non fuggivano impaurite o offese, lo compiacevano volentieri. Ma, imparai a capire, quando si rendevano conto di non essere loro l’oggetto del suo desiderio, lo mollavano su due piedi, e senza tante spiegazioni. Lui trovava il modo di sublimare la sua infelicità e di punto in bianco sbocciavano bellissime canzoni, che presto o tardi avrebbero fatto breccia nel cuore di qualche altra malcapitata.

Io invece ero quella che, appena conosciuto, l’aveva invitato un pomeriggio a casa propria. Lo aspettavo sbirciando dietro la tenda della finestra grande. Il rombo della moto si spense. Lo vidi scendere e avvicinarsi con passo dondolante. Indossava jeans neri, anfibi e, sotto il giubbotto di pelle, una maglietta sdrucita, anche questa nera. Per l’occasione mi ero truccata e vestita da ragazza. Quando gli aprii la porta, teneva gli occhi bassi e da dietro la sua schiena sbucarono un disco degli UB40 e uno degli esordi degli Smiths. Mi disse di tenerli, erano regali. Immaginai li avesse rubati o che fossero cose a cui non teneva affatto, ma ne fui lo stesso molto felice.

Ci sedemmo in salotto, sul divano, fianco a fianco. Mio padre andava e veniva, bofonchiando stupide scuse. Non sapevamo di cosa parlare, non avevamo alcuno strumento a portata di mano e finimmo per passare un paio d’ore sorseggiando del tè e scambiandoci larghissimi sorrisi.

Quando se ne andò, baciandomi una guancia, ebbi chiaramente una doppia percezione, la mia e la sua, del legame che da quel momento incominciava a unirci. Venne subito il periodo delle confidenze. Mi aprii completamente, avevo una fiducia totale in lui, e gli raccontai tutto quello che di me non sapeva nessun altro all’infuori di me stessa. Lui fece lo stesso e, confidando nelle mie spalle larghe, proseguì anche la cronaca allucinata della sua vita quotidiana. Tanto era tutto un gioco. Provavamo quotidianamente insieme, intrecciavamo accordi, vocalizzi. Improvvisavamo e poi ci guardavamo senza trovare alcuna barriera tra i sorrisi. Era un gioco, niente più, e sentivo di essere tanto fortunata.

Con tutta quella vicinanza, quella comunanza di ormoni e di sudori, iniziai a ritrovarmelo al centro di ogni sogno, così vivido da farmi svegliare nel mezzo della notte pensando di averlo lì accanto. Avrei voluto un po’ di distanza dalla realtà. Provai a chiedergli di non farmi sapere più nulla di sé  che potesse rischiare di ferirmi. Ma, per gradi, e poi sempre più rapidamente, al mio infragilimento corrispose la sua difficoltà ad avere ancora a che spartire con me. La materia tra noi si fece ispida, non fu più facile accarezzare le parole. Diventammo più sensibili, sospettosi, aggressivi. Duellammo per mesi, dilaniando e disperdendo al vento quasi tutto il poco che avevamo costruito. Ma continuando a fare tutto insieme.

Quando mi decisi al chiarimento, e lui, nella penombra di un cambio di spartito, appoggiò la fronte sulla mia, girò di scatto la testa mentre tentavo di baciarlo. L’improvviso ricordo di un impegno preso, una chiamata, un tic, del semplice disgusto? Cose che capitano, in ogni caso. Questo almeno credevo. Quello che è certo è che ci rimasi così male che ancora in questi giorni la bruciatura si faceva sentire forte e io lo evitavo, o meglio, con lui mi comportavo in maniera appena più che formale. Lupo appariva rilassato, sereno e iniziò a tenere nei miei confronti lo stesso contegno.

– Sei venuta qui in pigiama? Cos’è ’sta storia della nonna? Allora, non parli? Che faccia di legno che hai.

Il mal di testa deflagrò feroce.

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bombe

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Mezz’ora dopo ero già a letto. Respiravo forte dalla rabbia per i tanti motivi accatastati uno sull’altro. “Le perle ai porci, le perle ai porci”, mi ripetevo, sfregando la fronte sul cuscino. Con la federa del quale, come accadeva spesso ormai, mi asciugai a lungo il pianto.

Nella stanza accanto mia nonna russava della grossa. La conoscevo, avrebbe riso delle mie insipide vicende. Dentro quel letto di fortuna ricavato dal divanetto allestito nella camera dello “stiro”, mi sentivo allo stesso tempo scomoda e insieme comodissima, come se il fatto di trovarmi lontano dal solito ambiente mi aiutasse a ripulire in qualche modo i ragionamenti dal pattume inutile. Prevalse questa seconda sensazione e, a poco a poco, le lacrime finirono per essere riaccolte entro le ciglia. Avevano ragione quei due vecchi matti: lungi dagli -ismi. Romanticismo, Sturm und Drang, bleah. Sono tanto patetica, non è vero nonna?

Nel corso della notte sognai lo svolgimento dell’esame. Per filo e per segno. Sognai di raccontare il sogno al professore.

[continua]

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Benjamin Biolay feat Vanessa Paradis – Profite

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Racconto di Natale /2

17 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012).

[segue]

.Gottuso

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Le corde, strattonate dal bastone, intonarono uno sbreng sgraziato, mia nonna si spaventò e scivolò sul ghiaccio, per colpa di quelle scarpette deformate dall’artrite dei suoi piedini ossuti. Mocassini con la suola di cuoio consumata (nonna, ma come facevi a indossarle con quel freddo?). Ricadde, attutita dai rami innevati, oltre gli arbusti, nella neve alta. La testa a dieci centimetri dalla mia, le gambe ancora sul marciapiede, e un braccio sollevato che agitava debolmente quel suo machete. Si mise a gridare, e il suo pareva il verso di una piccola aquila in pericolo.

– Aiuuto! Maledetto inverno, maledetta neve! Maledetta me! Aiuto! Aiutaaaateemi!

– Nonna? Nonna, sono io, stai tranquilla. Adesso passa qualcuno e…

E inaspettatamente, al richiamo della povera vecchina si mise in moto una vera e propria gara di solidarietà. Venimmo riportate al mondo civile nell’arco di cinque minuti. Possibile? Ero rimasta tanto di quel tempo sepolta nella neve senza che nessuno si fosse accorto di me e adesso… Ma era comunque, ancora una volta, inutile porre domande fuori luogo.

Nonna mi riconobbe ufficialmente che eravamo ormai dentro casa sua. Solo quando ebbe chiuso fuori dal portone tutto il trambusto delle ultime ore, mi inquadrò per bene. Rilassandosi, ammise di sapere benissimo chi fossi, e cosa ci facessi lì con lei a quell’ora, dentro il suo inespugnabile maniero.

– Tornare a casa, nemmeno a parlarne. Adesso ci facciamo una fettina.

– La fettina no, nonna. E poi sono soltanto le sette.

– …Senti, – mi prese una mano tra le sue, fredde e nodose, e quel gesto mi scongelò di colpo il cuore, – ci apriamo una bottiglia di vino bianco, cuciniamo una fettina di vitella al burro con la cicoria ripassata, poi dividiamo una pera o un mandarino e ce ne andiamo a letto presto. Avverti casa tua.

– Grazie nonna, ma io avrei un esame domattina

– Embé, a questo punto quello che è fatto è fatto. Domani mattina presto mi accompagni dal parrucchiere e poi te ne vai a fare l’esame.

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– Lupo, sono io.

– Ma che voce hai? Siderale. Ti stiamo aspettando in sala prove.

– Mi sa che ti sei scordato dell’esame.

– Scherzi? Ho preparato già i foglietti. Ne ho per tutti i gusti, senti qui: Neoclassicismo, Impressionismo, Divisionismo, Simbolismo…

– Fermo, fermo, fermo. Ma che hai fatto? Hai studiato gli ismi? Lo sai benissimo che il prof detesta queste catalogazioni.

– Ma io ho studiato sull’Argan.

– Ma come “sull’Argan”? Quello è un libro del liceo!

– E anche sul Bignami.

– Tu sei pazzo.

– E tu sei in ritardo. Quando arrivi?

– Aspetto che mia nonna si addormenti.

– Perché? Porta anche lei. A parte gli scherzi, che ci fa tua nonna lì con te?

– È una storia lunga, quando arrivo te la spiego.

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Mi trovavo circondata da una discreta quantità di -ismi. Potevo riconoscere alle pareti delle nature morte in stile futurista, bottiglie alla Morandi, nudi alla Gottuso, colli lunghi e occhi a mandorla alla Modigliani. Mi stavo rendendo conto di aver avuto sotto gli occhi l’arte moderna fin da bambina. Di averci convissuto, con quelle opere, come aspetti naturalmente insiti nel mio ambiente, senza considerarli -ismi. Così come i francesismi, i tabagismi, i nervosismi e i disinvolti egocentrismi di mia nonna, il mio terzo genitore.

Prima di dormire pretese di guardare la televisione insieme. Aveva quell’odore tipico. La liseuse rosa tutta merletti e fiocchi appoggiata sulle spalle. Sotto, si apprestava a dormire in baby doll scosciato, la mia nonnina. Stavamo bene sdraiate sul lettone, mi sentivo la sua Cappuccetto Rosso. Lei a letto fumava, ovviamente. Io tossivo e tossivo, ma non se ne accorgeva. Oppure, com’è più probabile, se ne fregava allegramente. Seguiva tutta la programmazione di Rete 4.

Tempesta d’Amore ce lo siamo persi, ormai.

– Sì nonna, peccato.

– Vediamo Scene da un matrimonio e poi spegniamo.

Per me era un mistero come una donna in apparenza cinica e sprezzante come lei potesse passare ore a sorbirsi, in totale concentrazione, storie tanto sciocche oppure melense. E poi, si comportava come se non avesse subito alcuno stress. Io invece ero distrutta, sarei crollata seduta stante, ma avevo stabilito di resistere. Quando finì il programma, mi assicurai che si fosse addormentata profondamente, passando e ripassando davanti alla sua porta per controllare il livello raggiunto dal suo russare. Quindi scesi al piano di sotto, mi infilai cappotto e sciarpa sopra il pigiama e calzai gli stivali senza allacciarli. Imbracciai la chitarra, richiusi pianissimo la porta di casa e mi avviai verso la fermata dell’autobus.

Non pioveva più. Al centro del cielo una falce bianchissima rendeva luminescenti i mucchietti di neve molliccia mescolata a fango, che coprivano in parte il vialetto scuro d’asfalto. Camminavo sopra nuvole terrene. Avvolta dal vapore del mio stesso fiato, mi voltai indietro, in direzione della finestra di mia nonna. Mi era sembrato di sentirla russare dalla strada, ma mi accorsi che era il mio stomaco a rumoreggiare. Avevo ancora una fame spaventosa.

[continua]

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Traffic – Freedom rider

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Racconto di Natale /1

15 dicembre 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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blu(r)

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Dunque, i fatti andarono suppergiù così.

Affondavo fino al collo in un buco nel terreno. Dal collo in su, ero circondata dalla neve. Ah, dimenticavo: intanto però pioveva, piano piano, ma pioveva. L’acqua mi scivolava lungo il corpo, appiccicandosi ai vestiti, per osmosi. Scendeva inzuppando la sciarpa e poi scivolava sotto, dove per la lentezza faceva in tempo a diventare tiepida. La sensazione non era tanto male, avevo anche fatto la pipì. Quel discreto brodino allontanava il pericolo immediato di una morte per congelamento. Il vero problema era la testa. In testa avevo un freddo, del tipo che avrebbe invitato a nozze il mio amico, al quale genitori megalomani avevano appaiato il nome Lucrezio a un cognome che già di suo faceva Poeta. Il mio amico, che io per brevità chiamavo Lu.Po., l’avrebbe definito un freddo “siderale”.

Ma Lupo non ne sapeva nulla del mio guaio. Stava sicuramente al chiuso, forse in sala prove o davanti a qualche schermata attraente, a esser buona potrei dire a “crogiolarsi”, in attesa dell’ispirazione. Si era completamente dimenticato che il giorno dopo avevamo entrambi un esame. Ne ero certa. Lupo e gli altri del gruppo pensavano solo alla musica.

E io, accidenti, l’unica ad aver studiato mesi per rialzare la media dopo il tonfo dell’inverno precedente, ero incastrata in quell’assurda situazione, quando avrei dovuto -anzi voluto- in quel momento, starmene a sudare il rush finale, ingobbita fino a notte fonda sopra i miei libri consumati. Avvolta nella vestaglia di flanella e con la mano stretta sopra la calda ciminiera di una tazza di tè aromatico.

“Vecchia secchia, ah ah”. “Sì Lupo, d’accordo, sono una vecchia secchia”. Parlavo da sola, sragionavo. Ero il contenuto della formina di un ghiacciolo, incastrata e nascosta dietro una siepe ai margini della strada. Intorno il buio totale, ed erano solo le cinque del pomeriggio. Intanto continuava a piovere, ma la neve non accennava a sciogliersi. Le auto scorrevano veloci, i rari passi della gente, anche. Non mi sentivano chiamare, ho sempre avuto poca voce e in quella situazione la stavo perdendo del tutto. In più, ero conficcata troppo in basso perché mi si notasse.

Alla fine mi ero addormentata, è nella mia stupida indole lasciar fare al destino. Giunta a quel punto sarebbe stato difficile pensare a un mio risveglio, ma, ecco gli strani casi della vita -nei quali, ho capito, non bisogna mai smettere di confidare-, passò di lì mia nonna.

Ora, mia nonna, benché ancora parecchio bohemienne, d’abitudine non se ne andava in giro durante i pomeriggi rigidi d’inverno, tanto meno nella pioggia. Aveva appena compiuto ottant’anni, era mezza cieca e camminava col bastone. Comunque passava di lì, cosa che a me non mi dispiacque affatto, e bloccai immediatamente il fluire di domande fuori luogo. Il bastone che di solito lei usava per appoggiare il peso del corpo, lo stava agitando come un machete. Ancora me la vedo, ombra furente e inconsapevole che mi passava accanto, con le sopracciglia contratte sotto la fronte aggrottata, mentre sperava di beccare le caviglie di qualcuno. E invece intruppò nel manico della chitarra, che sporgeva dai rami del cespuglio basso, come una freccia, rossa per di più, a indicare la direzione dove sarei stata facilmente ritrovata. Incredibile, a ripensarci ora, che nessuno ci avesse fatto caso. Certo mancava poco a Natale e, si sa, quelli sono giorni in cui la gente pensa solo ai fatti propri.

[continua]

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David Sylvian – Red Guitar


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