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Dicotomia n. 38: Natale da piccoli / Natale da grandi

19 ottobre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 24 dicembre 2013

 

Non desidero una rosa a Natale più di quanto possa desiderar la neve a maggio: d’ogni cosa mi piace che maturi quand’è la sua stagione. William Shakespeare, Pene d’amor perdute, 1593/96

Lei ha solo quindici anni. Lo spolverio di luce dà un senso vago a ogni forma intorno, illumina le tende in movimento. Le guarda dal letto, immobile, dopo l’appendicite. Stordita, indolenzita, forse febbricitante, sfiorata sulle guance da correnti d’aria che il legno fa passare alle finestre. È brezza del mattino o è quella della sera? Nemmeno un suono arriva dalla strada, ma cigolano gli ultimi gradini della scala. Suo padre, a schiena curva nel vecchio palchettone, toglie al presepe la polvere di un anno. Cosa gli cada di mano e rotoli per terra non lo vede, però ne segue il suono tra le stanze. Tra resti di nastri, carte, e bigliettini mezzo compilati, il gatto salta e sfreccia, pazzo di un filo torto. Rincorre il fratellino che tiene l’altro capo. Irrompono in cucina ma la madre li scaccia, o non finirà la cena. È sera, forse. L’aroma che si spande, davvero sembra odore di Natale. Stretta a quella speranza, sprofonda in nuovi sogni. La sveglia un miagolio, la sfiora una carezza sulla guancia. Si alza piano, per non strappare i punti. Fissa quel figlio dagli occhi leggermente strabici, che chiama con schiocchi di labbra e lanci di vagiti. Stretta a quella certezza, si dona alla sua fame. Lo spolverio di luce si spande sopra le vecchie cose intorno, e le rianima. Oggi che ha già trent’anni sa qual è il nuovo senso di tutto. E dà la sua versione esatta del Natale.

Da grandi il Natale ha un altro aspetto, un altro senso se di sensi possiamo parlare. Può effettivamente perdere la dolcezza, la lucentezza e la sua poesia trasformarsi in una sorta di disagio costante che dura per tutto il tempo dei giorni di festa. Oppure, da grande sei per forza costretto a tornare bambino “ino ino” una sorta di regressione indotta o voluta perché altrimenti il tempo non passa, o passa male e tutto quel che riluccica a festa fai fatica a fartelo andar bene. Alla fine noi del Natale abbiamo solo ricordi, siamo costretti ad avere dei ricordi perché funziona da periodo in cui bene o male tutto si ferma e prende un’altra forma tendente alla “bellezza” diffusa.
Ma la bellezza da grande la vai a cercare in altre cose, in altri periodi, in altri sogni e bisogni e non deve per forza aspettare di chiamarsi “Natale” per essere bellezza e affettività e coesione sociale e bontà che trabocca da cornucopie dorate. Chiaro, se sei diventato grande da solo qualche domanda te la sei dovuta fare e qualche risposta te la sei dovuta dare, e mentre hai fatto questo esercizio tutto tuo sei diventato critico e la critica si sa: o tramortisce o ingigantisce, raramente è obiettiva.
Da grandi il Natale è bello quando hai l’influenza che ti blocca sotto l’albero acceso e la febbre che annulla il tuo essere iper-critico su tutto, ti trasforma in un pezzo di Presepio. In quel momento apprezzi anche il gatto di casa che cerca calore e carezze, anche lui sempre così indipendente, a Natale ha bisogno di trovare in te delle certezze che a tua volta non sai dove trovare.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 38
Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 38: Natale da piccoli / Natale da grandi (Su Cartaresistente)

24 dicembre 2013

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Non desidero una rosa a Natale più di quanto possa desiderar la neve a maggio: d’ogni cosa mi piace che maturi quand’è la sua stagione.

(William Shakespeare, Pene d’amor perdute, 1593/96 ) 

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[Continua a leggere su Cartaresistente]

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Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon
Disegno di Fabio Visintin

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Un libro low cost sotto l’albero (su Cartaresistente)

15 dicembre 2013

 

Leggi e dimostra di apprezzare il post originale QUI

Mi dispiaceva mancare a “Un libro sotto l’albero”, così ho rimediato. Un po’ in extremis se vogliamo, ma, beh, eccomi. Ci sono anch’io.
Il punto, per quanto mi riguarda, sta nel fatto che sono una compratrice compulsiva. Se mi piace un libro, cerco di averlo subito. E l’urgenza di leggerlo scalza via tutte le classifiche impostate precedentemente. Quindi scrivo e invio questo post in fretta in fretta, prima che trascorra l’ora di pranzo di una domenica prenatalizia che, in quanto tale, mi permetterebbe di trovare più di una libreria aperta e far sfumare il proposito.

Vi segnalo il libro di Stefano Bartezzaghi, “Anche meno. Viaggio nell’Italiano low cost” edito da Mondadori, appena adocchiato nella bella recensione di Aldo Grasso su La Lettura di oggi, 15 dicembre. Mi piacerebbe averlo per un paio di motivi.
Il primo è che i miei amici mi definiscono spesso “maestrina dalla penna rossa”, e non a torto.
Il secondo sta nella consapevolezza che, tra i miei affetti e gli amici più cari, tanti ne sono che non sanno mettere apostrofi, usano una terminologia televisiva e a buon mercato quando scrivono o parlano e, a mio parere, le cui riflessioni sono lontane anni luce dall’indipendenza necessaria a contribuire alla ricostruzione dell’orizzonte democratico di questo Paese.
Questo mi rattrista, e, per l’affetto che porto loro, non intendo criticare sterilmente il mondo in cui tutti noi viviamo e che ci spinge a semplificare e distorcere il nostro stesso pensiero, cosa più evidente quando messo per iscritto, né usare la penna rossa per segnalare una distanza che, per me, non è umana, ma in prevalenza formale.
Vorrei poter prendere fiato e sorridere di questa condizione generalizzata. Grazie anche all’aiuto di Bartezzaghi.
E poi mettermi al fianco dei miei affetti sgrammaticati e lasciare che un’ironia costruttiva prenda il posto di un paralizzante pregiudizio.

Stefano Bartezzaghi, “Anche meno. Viaggio nell’Italiano low cost” (Mondadori)

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(Su questo post i like sono disattivati, ma non lesinateli alla fonte, per consentire -sapete com’è, c’è la crisi- un esborso low cost al generoso duo CRT)

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Buonnatale

25 dicembre 2012

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Auguri… Servono.:-)

Racconto di Natale /8

24 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue / leggi dall’inizio]

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– La scelta era tra Montecatini Terme e Cuba.

Non stavo bevendo nulla, per cui rischiai di strozzarmi con quel po’ di saliva che avevo in bocca. Quando ripresi la padronanza delle corde vocali, chiesi:

– E, …come hai fatto a scegliere?

– Semplice, ho chiesto a un mio amico toscano, conosciuto su internet, il quale mi ha sconsigliato vivamente Montecatini, a meno che non fossi a caccia di avventure sessuali. Cosa che non avrei neanche escluso, ma quel mio amico mi ha fermato subito.

– Cosa? Ho sentito bene?

Ero scandalizzata. Non per altro, per l’età della mia dolce nonnina, in riferimento alla questione osé menzionata testé. Ma lei, animo puro e innocente, mi aveva frainteso:

– Eh. Ma lo sai che un gigolò, così mi ha detto, che ti tenga compagnia un’intera giornata (di meno non vale la pena), chiede almeno set-te-cen-to euro! Figlia mia, però, bevi qualcosa. Non immaginavo che fossi così sensibile riguardo al denaro. Ti mantengono ancora i tuoi genitori, in fondo. Capisci bene che così, anche solo per tre giorni, tra albergo, bagno turco, fanghi e accompagnatore, mi gioco molto più di una sola pensione.

Attesi qualche momento e ripartii, cercando di non battere ciglio:

– Ehm. Quindi hai deciso per Cuba perché…

– Perché, sempre un mio amico, un altro amico,

– Conosciuto su internet.

– Conosciuto su internet, sì, anche lui. Mi ha detto che a Cuba volendo si possono visitare posti esotici e incontaminati, e si può incontrare della gente speciale, molto affabile, tutto il contrario dei mercenari e delle mercenarie delle quali di solito si sente parlare da quei porcaccioni, come certi tuoi zii romagnoli…

– Zio Fausto! E zio Felice! Non dirmi, ti prego. Non voglio sapere.

Nonna cubista, ci avrei scommesso. Avevo infilato d’istinto la testa in mezzo alle ginocchia. “Oh. Mio. Dio.” Pensai. Quanto ancora dovevo scoprire vivendo.

– Allora, ninnì. Veniamo al dunque. Anche quest’anno non ti sei laureata.

– Eh, no, nonna, ma ormai è questione di mesi…

– Non me ne frega niente. È solo che non posso permettermi di aspettare ancora. Così ho deciso che questo Natale ti faccio direttamente il regalo della laurea.

Credetti di sorridere, invece la bocca si aprì in modo soltanto spropositato, mentre vocalizzavo:

– Eeeh?

– Allora, fai tu. Qui dentro – da dietro il cuscino tirò fuori il borsello ritrovato nella neve – c’è un biglietto andata e ritorno per Cuba, e la prenotazione di tre settimane di albergo a quattro stelle con accesso diretto alla spiaggia.

Non capivo. Era lei quella che, fino a poco prima, dichiarava di volersi dare al turismo sessuale.

– Posso partire io, e lasciare la casa per tre settimane a te e a quel tuo ragazzo. A tua madre racconti che sei andata a sciare in Abruzzo, mentre voi vi tappate in casa col frigorifero pieno e quello che succede succede. Oppure…

– Op- pure…

Tremando, anticipai mentalmente quello che avrebbe detto.

– Oppure, potresti partire tu per Cuba.

– Da sola?

Mi morsi subito la lingua.

– Senti, cocca, io ho una sola pensione e il mio amico cubano, portiere d’albergo…

– Conosciuto via internet?

– Conosciuto via internet, sì, può coprire il soggiorno di una sola persona. Per il tuo amico, arrangiatevi un po’ voi. Io la mia parte l’ho fatta. Allora, che ne dici?

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Lupo era, ed è ancora, l’uomo più strano che io abbia mai conosciuto. Ma non glie ne faccio una colpa. Ognuno è quello che è, e non può essere nient’altro, anche se avrei tanto voluto che le cose fossero andate diversamente. Oggi non posso pensare a lui senza che accorra subito Tristezza a stringermi forte a sé. Allora, facendo immensi sforzi, devo sganciarmi da quell’abbraccio mortale e tornare alla vita di ogni giorno.

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§

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Lasciata mia nonna, e infilato il mio regalo sotto le maglie, stretto dalla cintura dei pantaloni, mi precipitai a cambiare le prenotazioni a mio nome. Poi preparai i bagagli, una volta messi al corrente i miei. La mattina della vigilia ci salutammo abbracciandoci due volte con entrambi.

Quando arrivò il taxi, gli chiesi di fare una veloce deviazione.

Lupo viveva in una villetta insieme ai genitori. Lungo il viale non c’erano parcheggiate auto, ma solo la sua moto scalcagnata. Camminai fino alla porta, tenendo con le mani coperte dai guanti due bicchieroni termici ricolmi di té caldo e profumato. Le posai in terra, sul tappetino, e con convinzione premetti il campanello. Attesi un paio di minuti, poi lo chiamai una volta:

– Lu’.

Ma lui non rispondeva. Lo feci ancora, con minore convinzione. Ci avevo sperato fino all’ultimo, ma non si stava smentendo.

– Volevo solo dirti buon Natale.

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§

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– Dai, dai.

– E se non è lei?

– E dai!

– Sc… scus-mi, miss.

– Eh?

– Ar-iù de feimus èctress?

– Ah, no no no. Non sono io, io sono italiana.

– Ah, è ita…

– Oh…

– Non fa niente, facciamo una foto insieme?

– Ma no!

– Su, che le costa? Si metta in posa, ciiis!

– Ma no, ma no, mi lasci in pace!

– Che antipatica.

– Chissà chi si crede di essere.

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§

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In alto, sorvolando l’Oceano, stringevo forte le palpebre. Lì lo spazio non era ancora siderale, il sole regnava incontrastato al di sopra di qualsiasi nuvola.  Ero profondamente commossa davanti all’incontro con quella rara e ineccepibile certezza. Pensavo: dovrei dirglielo, a Lupo, che soffre tanto l’inverno, gli strapperei un sorriso. Ma invece di cominciare a scrivere, restai immobile a fissare il cielo oltre il finestrino. Lassù, a braccetto con l’idea della morte certa in caso di incidente, lasciai il pensiero correre. Continuava a tornarmi in mente la scena che avevo colto dal taxi che sgommava via verso l’aeroporto. La figuretta magra di Lupo che usciva dalla porta a piedi scalzi, i capelli scompigliati, che raccoglieva una delle due tazze di té ancora fumante e, con un’espressione tutta seria, alzava appena il palmo di una mano nella mia direzione.

 

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Thin Lizzy – Don’t Believe A Word

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Don’t believe me if I tell you
Not a word of this is true
Don’t believe me if I tell you
Especially if I tell you that I’m in love with you

Don’t believe me if I tell you
That I wrote this song for you
There just might be some other silly pretty girl
I’m singing it to

Don’t believe a word
For words are so easily spoken
And your heart is just like that promise
Made to be broken

Don’t believe a word
‘Cause words can tell lies
And lies are no comfort
When there’s tear in your eyes

Don’t believe me if I tell you
Not a word of this is true
Don’t believe me if I tell you
Especially if I tell you that I’m in love with you

Don’t believe a word
No Don’t believe a word
Don’t believe it, don’t believe it
Not a single word
Hey, don’t

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Racconto di Natale /7

23 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue / leggi dall’inizio]

.fettine

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Il tempo scorre, non lo si può negare. Quando te ne accorgi, ti sembra che la vita sia come uno di quei sogni nei quali la realtà si modifica strada facendo. Un momento prima stringevi qualcosa in mano, chessò, la mano di un altra persona, per esempio. E te ne stavi così, beata, a pensare che in fondo era tutto tanto facile. Perché mai ci eravamo fatti degli scrupoli in passato? Chi si ricorda più? Ah, ma ora le cose erano diverse, sì. Come se avessimo scoperto l’acqua calda: bastava solo lasciarsi andare, ma davvero, come mai non ce n’eravamo accorti prima? E poi, un attimo dopo, ancora con lo sguardo rapito e la bocca sorridente, davi un’altra occhiata alla mano e, la miseria. Non stringeva più proprio niente.

Il tempo era passato, io avevo avvertito Lupo che mia nonna sarebbe tornata da un momento all’altro e, mentre si rivestiva e lo guardavo, e pensavo “Quest’uomo è il mio” e galoppavo con la fantasia, e il futuro era pieno di incontri, e tutto il mondo diventava un orto botanico nel quale lui mi portava in moto in una mattina di maggio piena di sole, facciamo il caso, e ci addentravamo a passeggiare in una serra afosa. E io gli dicevo: Senti che caldo umido, e poi: Conosci queste piante? Oh, Dio, le orchidee, e poi le rose, le rose… E lui mi spingeva in un angolo, aspettando che la gente si fosse  allontanata, e poi mi guardava con due occhi degni del suo nome, Lupo, e mi… Uh-uh. E magari, usciti da lì, scarmigliati e disorientati, camminando stretti stretti, saremmo entrati in una pizzeria al taglio e avremmo mangiato insieme, e lui all’improvviso mi avrebbe baciata con la bocca piena di pizza, e.. Oh-oh. E tutto si sarebbe ripetuto ancora, e… E intanto se ne era andato, e io ero rimasta lunghissimi minuti seduta sul letto a guardare nel vuoto e avevo sentito la chiave nella toppa che girava, mia nonna era tornata.
Passò l’ora di pranzo. Mi ero appoggiata sul divano, ancora febbricitante, provavo quattro accordi. Il telefono era buttato lì, sul posto accanto a quello che occupavo io. Era quasi Natale, mi continuavano ad arrivare gli auguri degli amici e le chiamate dei miei genitori. Mia madre era passata già due volte quel pomeriggio, complottava per farmi tornare a casa e io opponevo resistenza. Nonna aveva sempre qualcosa da fare, andava e veniva fumando come un bastimento. Scoprivo in quale stanza si trovava seguendo la scia del fumo. Gli abiti stirati da lei avevano un curioso odore di ammorbidente e nicotina. L’odore della mia infanzia.
Lupo. Provai a mandargli un messaggio: “Come va?” A cui rispose solo “Ti voglio bene”. In un sospiro raggiunsi il soffitto, lo toccai con un dito e ridiscesi al ralenti sul divano. Baciai le mie stesse mani, baciai il telefono, poi la chitarra, mi girai e rigirai mille volte su me stessa. Non potevo aspettare. Gli inviai un ingenuo: “Che mi dici?” E lui, di nuovo: “Ti voglio bene”. Mi misi a sedere con la schiena dritta, per toccare bene terra con i piedi. Poi restai in attesa che arrivassero dei pensieri utili, per tanto di quel tempo.

– Ninnì. Vieni.
– Arrivo.

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Fiutando le correnti più dense dell’intorno, già fumoso di suo, mi ritrovai in cucina.

– Nonna! Ma hai visto l’ora?
– Sì, io faccio uno spuntino. Vuoi favorire?

Aveva aperto una bottiglia di Vermentino e stava pasteggiando a fettine di salame. Mi sedetti accanto a lei al tavolo rotondo di cristallo, che come base aveva un cilindro di plexiglas. Un tempo era un acquario, ora il vuoto che racchiudeva ospitava solo spugne, coralli e sabbia granulosa e bianca. Cedetti anch’io e iniziai ad affettare il salame. Le fette venivano fuori con una forma curiosa. Erano cuori, erano fette di cuore. Mentre mangiavo non apprezzavo molto, mi venne su un rigurgito di disgusto. Nonna disse:

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– Bevi.

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Certo, io bevvi. E fu così che passai la terza notte a casa sua, ciucca di Vermentino di Gallura. La febbre mi era scesa, ad ogni modo. Prima di chiudere gli occhi, vidi scorrere i pensieri nell’aria, come su un gobbo, scritti con un inchiostro che svaniva subito dopo averli formulati.
Forse Lupo aveva cambiato idea. Anzi, sicuramente. Se non lo conoscevo io. Forse aveva riflettuto sul fatto che mi ero appostata davanti a casa sua, e si era infastidito. Ma che sciocchezza! È che io non sapevo dove andare a parare, non capivo più che fare con lui. Ero costretta a spiarlo. Mica sempre, ogni tanto, per conferma. Va bene: per masochismo, lo ammetto, per frenare la fantasia che galoppava. Lo sapevo cosa avrei visto presto o tardi, standomene in attesa.
Lupo, io non l’avevo conosciuto così nei miei confronti. Era cambiato. E mentre mi trattava male non mi mollava affatto. Forse frequentava un’altra, più altre? Ero stata scalzata via da rapporti reali? Platonici? Virtuali? E allora cosa cercava ancora girando intorno a me? Sapevo che era un tipo che si stufava presto. Forse era soltanto ricaduto nella sua confortevole apatia emotiva. Sospettavo che alla mia dignità non ci pensasse affatto. E adesso, oggi, che altro era successo oggi?
“Ti voglio bene”, rilessi quello che mi aveva scritto, e iniziai a pensare che forse stava tutto lì il problema. Tentai fino a tarda sera di parlargli. La madre mi disse che era andato alle prove. Il suo telefono era staccato. Ringraziai la spossatezza estrema che mi avviluppava, e l’alcol, per il fatto che il mio stato di veglia si sfilacciò a poco a poco, senza ripensamenti.

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[continua]

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Dente – Oceano

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Racconto di Natale /6

22 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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[segue / leggi dall’inizio]

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C’è che quando dormi in un letto che non è il tuo, a parte il caso della camera d’albergo, non te la senti di approfittartene più di tanto. Insomma, fuori era giorno, vedevo che qualche rettangolino luminoso si disegnava sulle pareti opposte alla finestra. Chissà che ora era. Ma in quella stanza non c’erano orologi. Misi mano al cellulare e intanto cercai qualcosa da guardare per distrarmi, attendendo la trafila dell’accensione. Mhm, mhm. Pareti quasi nude, d’altra parte lì ci si veniva per stirare. Giusto quei tre quadretti appesi: una natura morta macchiaiola, una geometria astratta in toni freddi, una composizione anonima, che avrei definito… sì, cubista. Da Picasso e Braque in poi, la brutta fama delle scatolette si era completamente rovesciata. Cubismo diventò sinonimo di libertà creativa, scoperta della quarta dimensione, un -ismo acculturato, e si fece sempre più algido e cerebrale. Questa era la nuova formula del reale, les papier collés, i culi spigolosi. Che ne faceva del cubismo nonna? Sono convinta che sapesse benissimo cosa fosse. Che quel movimento era legato alla relatività di Einstein per la stessa legge del caso che lo univa ancora oggi al termine “cubista” (nessuno spigolo in quei corpi, eh), oppure anche a “cubano”. Altro che scientismo, altro che cerebralità. Anche Henry Miller, per esempio, sapeva di cosa parlava quando curò la prefazione a Les Illuminations di Léger. Cubismo, cubiste, Cuba, Tropico del Cancro. Josephine Baker e le sue banane. Cubiste pure loro, sì. Al tropico chissà che caldo, a ballare coperta da tutte quelle banane. Uh… Ma che caldo anche a restare ferma dentro al letto e pensare a tutto questo.

Ah, ecco, il telefono era acceso, segnava già le otto.

Odore di caffé. Prima della prima sigaretta, il primo e l’unico caffé nella giornata di mia nonna. Che per portarmene una tazzina impiegò un tempo lunghissimo, durante il quale riuscii a sapere il numero dei gradini della scala che saliva a fatica, contando i tintinnii della porcellana in bilico. Ci teneva a me, e, certo teneva altrettanto a dimostrarsi ancora autosufficiente.

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– Sveglia, che tra poco arriva il tuo amico capellone.

– Chi, Lupo? – Mi stupii.

– Sì, lui. Agenore. Gli ho detto di aggiustarmi il rubinetto che perde.

– Ma va?

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Appena il tempo di darmi una lavata e di infilarmi di nuovo sotto le coperte, Lupo fu puntualissimo. Udii da sotto la sua voce che diceva:

– Andiamo a dare un’occhiata all’ammalata.

Mi ritrovai a sorridere senza saperlo nascondere. Quando attraversò la soglia della stanza, si mise a sedere in terra, a gambe incrociate. Portando il viso all’altezza del mio.

– Che hai fatto ai capelli? – Li aveva tutti pettinati all’indietro. Sembrava il garzone di un fornaio.

– Tua nonna me l’ha imposto. Sto tanto male?

– Per niente. Hai l’aria del bravo ragazzo.

– Io sono un bravo ragazzo.

Si alzò aggiungendo:

– Vado a dare una mano a tua nonna. – E, senza più guardarmi in faccia, si voltò e mi lasciò da sola. Sentii la mia vecchietta usare con lui un tono docile, dargli indicazioni e consigli, offrirgli più di una tazzina di caffè.

Dopo il rubinetto, fu la volta della tapparella che stava collassando. Quella fu una faticaccia. Andava capito come funzionava tutto il sistema, prima. Mi alzai per dare un’occhiata dalla balaustra. La scatola in cartongesso stava appoggiata a terra, contro il muro. Lupo invece era arrampicato sulla scala e reggeva con difficoltà l’avvolgibile. Mia nonna protendeva le braccia verso di lui come se  le spettasse salvarlo in caso di caduta. Era una scena esilarante. Mi ritirai in punta di piedi perché non reggevo la tensione. E perché temevo di scoppiare a ridere. La cosa fu conclusa in meno di mezz’ora, quindi arrivò il momento di fare la spesa. Nonna preparò le buste, si infilò il cappotto e uscì, raccomandando a Lupo di vegliare sulla nipote influenzata.

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– Allora, come ti senti?

– Credo di avere ancora la febbre, ho freddo.

– Fai sentire.

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Per tutto il tempo che Lupo era rimasto in casa, il cuore mi si era come espanso in tutto il corpo. La mia felicità aveva preso un’evidenza fisica. Spostai senza timore la sua mano dalla fronte alla mia bocca e da questa allo sterno, che si alzava e abbassava velocemente. Lupo non disse niente, si infilò tutto vestito nel letto e cominciò a baciarmi.

Facemmo l’amore lentissimamente, guardandoci negli occhi. Venimmo insieme, a lungo e silenziosamente. Silenziosamente restammo abbracciati. Baciando, quando riprendevamo fiato dall’apnea dello stupore, ogni punto alla portata delle nostre bocche. Veniva naturale, anche se ora sembra una cosa eccentrica: io mi coglievo vivere nel presente. Non avevo mai fatto esperienza prima di allora, che io ricordassi, di tanta consapevolezza. Di me e dell’uomo fermo e delicato che mi stringeva a sé.

[continua]

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Bebel Gilberto – Cada Beijo

Racconto di Natale /5

21 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012).

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[segue / leggi dall’inizio]

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Nessun pranzetto a lume di candela, come una volta dopo i nostri esami, solo qualcosa buttato giù in fretta al bar. Alla fine la gente mi fece le domande giuste, ma certo poca roba. Quello che era sembrato un trionfo, si rivelò nient’altro che un buffetto sulla guancia.

Una volta usciti, avevamo riso di quella storia della somiglianza con l’attrice. Lupo sapeva che non sopportavo il paragone. Ci tenevo a essere apprezzata per me stessa, e proprio nel periodo della vita nel quale stavo lavorando a questo scopo, cominciò una specie di persecuzione. Parenti, amici, persone appena conosciute, a volte subivo quasi delle aggressioni. Le donne, soprattutto, capitava che mi seguissero anche in bagno per dirmi quanto ero fortunata a somigliare a tale famosa attrice. Comunque quel giorno liquidammo il tutto in una risata.

Salimmo in moto, Lupo mi aveva detto “Non ti lascio tornare da sola”. Raccogliendo molliche mi sembrava di poter ricostruire il pane spezzato.

All’altezza di casa sua mi indicò un punto all’altro lato della carreggiata.

– Non è tua nonna quella?

Effettivamente, sul marciapiede opposto a quello che scorreva al nostro fianco, c’era mia nonna che si sporgeva verso il parco e rovistava col bastone in basso, appoggiata con tutto il corpo alla siepe di arbuscelli. La stessa siepe dietro la quale eravamo finite entrambe solo la sera prima. Sentii agitarsi qualcosa nello stomaco mentre la moto faceva rotta su di lei.

– Ciao.

– Chi è? Ah, voi.

Alzò la testa, ed era furibonda.

– Datemi un po’ una mano, su!

– A fare cosa, nonna?

– Ieri sera ho perso il borsello, qua dietro. Aiutatemi a cercarlo.

– Ieri sera? – fece Lupo, rivolgendomi uno sguardo diffidente.

– Eh, poi non abbiamo avuto più il tempo di parlare…

Appena iniziai a raccontare, mia nonna gli piazzò le mani sul sedere e lo spinse con insospettabile forza dall’altra parte dell’infilata di cespugli.

– Ehi! – Protestò Lupo. Ne ricevette in cambio uno sguardo umido e trepido, qualcosa che avrebbe squagliato anche una pietra. Lupo incassò signorilmente e si mise in cauta esplorazione.

– C’è un buco qui.

La neve si era quasi del tutto sciolta, aveva piovuto di nuovo nella notte. Si capiva bene ormai che il terreno era stato lasciato aperto per una stretta fessura, in corrispondenza di un cantiere per la riparazione di qualche guasto alle tubazioni.

– Tu ieri sera sei finita dentro… Qui? E come mai?

Finsi di non aver sentito la domanda. Appoggiai una mano a terra e mi misi a sedere guardando la strada, in attesa dell’ineluttabile chiarimento.

Lupo riemerse tutto sporco di fanghiglia, tenendo nella mano destra il borsello perduto e ritrovato. Il mistero su che cosa contenesse andò ad aggiungersi a quello che riguardava l’insolita passeggiata serale della vegliarda. Alla quale però non era il caso di fare tante domande.

Stava giusto allontanandosi dopo aver sibilato un vago ringraziamento, quando dovetti dire:

– Svengo.

E infatti svenni.

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Riaprii gli occhi sul solito lettino di fortuna. Ero svestita a metà, e adesso stavo in maglietta, mutandine e calzettoni, ben coperta da tre strati di coperte multicolori, confezionate ai ferri ai tempi in cui mia nonna ci vedeva ancora bene. Sentivo trabaccare nelle stanze intorno, ma non capivo molto di quello che accadeva. La testa mi ronzava e sul tavolino di fronte a me stava un bicchiere vuoto con accanto la confezione aperta di una pastiglia di Aspirina effervescente. Richiusi gli occhi e caddi di nuovo in un lungo e immemore sonno fino a sera.

I miei genitori furono avvertiti. Si materializzò l’ectoplasma di mia madre, la riconobbi dal profumo e dal bacio che mi appoggiò piano su una tempia. Le sorrisi ad occhi chiusi, lei mi fece qualche raccomandazione e poi si ritirò in cucina a confabulare con la sua, di madre.

La mattina seguente mi risvegliai sempre nello stesso letto.

[continua]

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In a manner of speaking – Nouvelle Vague

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Racconto di Natale /4

20 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012).

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[segue / leggi dall’inizio]

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Perché annunciare “arrivo in tempo”. Perché crederci per prima. Avesse contato qualcosa. Li salivo a fatica e con lentezza quei gradini sdrucciolevoli del vecchio palazzo di Fontanella Borghese. Ero cosciente, e pure indifferente, del mio ritardo di oltre un’ora sull’apertura dell’appello. A metà della lunga rampa, nel viavai di studenti in preda all’agitazione, alzai lo sguardo: dall’alto, in una pioggia fitta di luce, precipitavano insieme angeli e demoni. Tutto era caos e io ne ero una particella non del tutto ignara. In lontananza suonavano le trombe del Giudizio.

L’atrio di smistamento tra le aule era ampio, e pure il corridoio a lato. Non uno spazio libero dove non si accalcassero anime perse. Pareva l’anticamera dell’Inferno. Uno ripeteva a occhi chiusi con la testa contro il muro, un altro consolava una collega singhiozzante. Tutti gridavano. Mentre cercavo di orientarmi, un tizio che conoscevo ma che non riconobbi subito, per via di quello sguardo spiritato, mi disse che gli era andata male. Gli feci appena:

– Oh.

E sulla sua faccia si aprì istantaneamente un ghigno folle. Scambiò maglia e cravatta con uno che gli veniva incontro, inforcò gli occhiali che prima aveva evitato di indossare e scamazzò a caso i suoi capelli. Si ripresentava al varco, sperando di capitare, non riconosciuto, davanti a un secondo misero assistente. Si rituffò nel mucchio, e lo persi subito di vista.

Intanto avevo individuato l’aula. Fuori delle porte c’era altra gente accalcata. Alcuni stavano perfino in piedi sui banchi accostati tra loro al centro del grande parallelepipedo. Provai a convincermi pensando “Devo entrare”. Ma, lo sentivo anche a distanza, il vuoto al di sopra delle teste era tutto occupato da un grasso, roboante, fastidiosissimo frastuono e io non stavo bene. Ero molto intontita e sospettavo di covare una febbre da cavallo.

Il professore era un tipo capriccioso, saliva su di giri come niente. Mi ero fatta l’idea che disprezzasse lo studente medio, sul quale infieriva con gesti e aggettivazioni poco cortesi, e che mandava via col minimo dei voti, anche se quello aveva ingoiato i fogli dei suoi appunti a uno a uno, per essere sicuro di digerirli bene.

Per l’esame servivano due tipi di preparazione. Il primo era lo studio approfondito delle dispense e dei libri previsti nel programma, come di tutti quelli non inclusi, ma che andavano cercati nelle biblioteche. Andava saputo tutto, in maniera impeccabile. Nel caso toccasse in sorte l’interrogazione da parte di un assistente, che mai avrebbe proposto più dell’assegnazione di uno stitico ventotto.

L’altro modo richiedeva della genialità. Il guizzo, l’intuizione, la sintonia con gli umori e le complesse vie che prendevano i ragionamenti del Prof. Che era, sì, un docente, ma soprattutto un critico d’arte, un amico dei potenti. Uno che a breve avrebbe iniziato a dirigere un’importante rivista di settore e sarebbe stato coinvolto in un clamoroso errore giudiziario. Cosa gliene poteva fottere di sbarbatelli come noi. Durante le sessioni d’esame si annoiava a morte, immaginai, non appena riuscii a fare capolino nell’aula. Dunque, benissimo.

Perché non è che fossi stata una secchiona, come credeva Lupo, anzi. Di corsi da seguire ne avevo avuti veramente troppi quell’anno, per dare peso anche a Storia dell’Arte. Assistetti alla prima lezione, più di dodici mesi prima, e decisi quale sarebbe stata la mia strategia. Il fatto era che il  Prof pareva il gemello di mia nonna. Vanesio, presuntuoso e pronto a premiare chiunque avesse mostrato lo spirito giusto nel giudicare un’opera, al di là del nozionismo. Ma soprattutto non gli avesse fatto perdere tempo. Bè, mi sentivo a casa.

Il tipo che aveva cambiato aspetto per ritentare l’esame mi comparì ancora davanti, in preda a una gioia senza freni. Afferrò le mie mani stringendole convulsamente.

– È andata bene! Ho preso diciotto!

E passò quindi a stropicciare altre mani e a dare la notizia a chiunque incontrasse andando via.

Lupo lo chiamarono prima di me. Si sistemò davanti a un’assistente donna, una brunetta acqua e sapone con i capelli tenuti insieme da una composta coda di cavallo. Buon per lui e la sua preparazione da Bignami. Concentrai lo sguardo sulla sua nuca, continuavo a sentirmi due persone insieme, e trepidavo. Ma ecco che fu il mio turno. Si erano liberati sia il professore che l’altra assistente donna, un tipo secco secco e coi capelli corti. Si consultò col Prof, e uno studente prese posto di fronte al titolare della cattedra. Mi sentii crollare il mondo addosso. Non era così che sarebbe dovuto andare. Lei fece:

– Mi parli dell’acquerello di Cézanne.

Uff.

– Nel millenovecentosei, Cézanne…

In quel momento il professore incominciò ad urlare. Quello che era seduto accanto a me scomparve all’orizzonte ancora prima che terminasse la sua flagellazione. Feci a voce più alta, tenendo d’occhio la sedia appena liberata:

– Mi scusi, ma sono un po’ confusa perché mi aspettavo di essere interrogata dal professore. Pensi che l’ho perfino sognato stanotte, saprei ripetere tutta l’interrogazione.

– Va bene, però le ho chiesto…

– No, lasci, la lasci parlare. Anzi, lei, venga qui davanti, visto che c’è un posto libero- , mi fu proposto. Ce l’avevo fatta.

Iniziai un monologo dal sapore onirico che il Prof sorbì con la bocca così stretta che diventò violacea, e gli occhi puntati fissi dentro ai miei. Finché non mi interruppe a bassa voce:

– Basta così.

Quindi, saltato in piedi, zittì gli altri dannati e urlò:

– Vedete questa stronza? È l’unica ad aver capito tutto, tutto! Imparate da una come lei, voi che non capite e non capirete mai un cazzo!

Quindi, come se niente fosse, si mise di nuovo seduto e, a occhi bassi, sospirò:

– Trenta e lode.

– Co- cosa? – Balbettai io.

– Su, se ne vada – la voce sembrò iniziare ad alterarsi – se non vuole che cambi idea!

Detto fatto. Siglata la preziosa cifra sul libretto, mi agganciai a Lupo, che pescai vicino all’uscita tra la folla. Questa iniziò a stringersi a cappio attorno a me.

Ci lanciammo correndo verso il basso per le scale e lo scalpiccio alle mie spalle prese in breve il peso di una cavalcata. Al mezzanino ero già stata raggiunta e circondata. Iniziò a quel punto l’intervista.

– Scusa!

– Senti, te la possiamo fare una domanda?

– Ok, ok. Ma devo arrivare al bar e mangiare qualcosa, sennò svengo.

– E noi ti accompagniamo, che problema c’è?

Saranno stati, non so, una cinquantina o più. Ero stordita e iniziavo a vedere tutto nero, continuando a galoppare verso il basso assieme al resto della mandria.

– Senti!

– Scusa,

Cominciai a cercare le parole e anche le dita di Lupo. Gliele strinsi con forza. Un simile successo non era spiegabile con poco e poi io mi stavo sentendo sempre peggio.

– Dimmi. Ditemi.

– Te l’hanno mai detto che sei uguale a Debra Winger?

Debra

[continua]

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Ryuichi Sakamoto, The sheltering sky – Loneliness

Racconto di Natale /3

18 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012).

[segue / leggi dall’inizio]

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Avevo percorso a passo sostenuto tutta la distanza. Non ci sarei dovuta andare ma ormai era cosa fatta, mi giustificai con me stessa. Usai le chiavi, potevo percorrere non accompagnata il dedalo degli stretti corridoi dei quali, dopo sei mesi, conoscevo ciascun meandro. Bussai forte, mi aprirono la porta di metallo. Era un’ampia cantina,  il posto dove i condomini di Federico, gente “normale”, tenevano prosciutti, sci da fondo del 1912, racchette da tennis spaccate e altri rottami vari, vecchi, sporchi e mediamente ormai inservibili. Noi ci avevamo portato gli strumenti e le attrezzature. Ci ritiravamo lì spesso per provare. Le nostre eterne prove in vista del concerto che nessuno aveva ancora programmato.

– Allora sarà a marzo eh, ragazzi -, stava annunciando appunto il batterista, mentre entravo. Federico (chissà com’è, i batteristi hanno tutti la testa sulle spalle) era geometra e studiava da architetto. Lo stesso anno d’ingresso in facoltà di me e Lupo, ma lui svettava già verso la laurea, non si perdeva certo in chiacchiere.

Solare, spiritoso, prestante. In genere, le donne che capitavano nello scantinato, me esclusa che ero una musicista -mica una donna-, erano sue. Ma anche Lupo aveva il suo codazzo. Era la voce, il principale compositore dei testi e l’altra chitarra. L’atteggiamento strafottente e fatuo, esibito specialmente se aveva davanti un pubblico, unito a un’aria fragile e timida, complice il fisico e le abitudini ascetiche. Abbastanza per solleticare le fantasie materne della maggioranza delle ragazze che frequentava. Delle sue storie venivo a sapere a cose fatte. Concluse. Finite, insomma. Me lo raccontava lui quello che era successo, si era accorto che ho le spalle larghe, in tutti i sensi.

Le vedevo ronzare, quelle ragazze, con aria sfacciata per qualche giorno attorno a Lupo. Quando si dileguavano,  lui correva da me, appoggiava la guancia sul mio petto, lisciandomi insistentemente con la mano un fianco e socchiudendo gli occhi. Quindi cominciava a torturarmi. La storia era sempre quella: la ragazza gli mostrava la sua ammirazione, lui la invitava a casa sua per vederlo esercitare alla chitarra e a un certo punto, senza tanti complimenti, si abbassava i pantaloni. Quelle che non fuggivano impaurite o offese, lo compiacevano volentieri. Ma, imparai a capire, quando si rendevano conto di non essere loro l’oggetto del suo desiderio, lo mollavano su due piedi, e senza tante spiegazioni. Lui trovava il modo di sublimare la sua infelicità e di punto in bianco sbocciavano bellissime canzoni, che presto o tardi avrebbero fatto breccia nel cuore di qualche altra malcapitata.

Io invece ero quella che, appena conosciuto, l’aveva invitato un pomeriggio a casa propria. Lo aspettavo sbirciando dietro la tenda della finestra grande. Il rombo della moto si spense. Lo vidi scendere e avvicinarsi con passo dondolante. Indossava jeans neri, anfibi e, sotto il giubbotto di pelle, una maglietta sdrucita, anche questa nera. Per l’occasione mi ero truccata e vestita da ragazza. Quando gli aprii la porta, teneva gli occhi bassi e da dietro la sua schiena sbucarono un disco degli UB40 e uno degli esordi degli Smiths. Mi disse di tenerli, erano regali. Immaginai li avesse rubati o che fossero cose a cui non teneva affatto, ma ne fui lo stesso molto felice.

Ci sedemmo in salotto, sul divano, fianco a fianco. Mio padre andava e veniva, bofonchiando stupide scuse. Non sapevamo di cosa parlare, non avevamo alcuno strumento a portata di mano e finimmo per passare un paio d’ore sorseggiando del tè e scambiandoci larghissimi sorrisi.

Quando se ne andò, baciandomi una guancia, ebbi chiaramente una doppia percezione, la mia e la sua, del legame che da quel momento incominciava a unirci. Venne subito il periodo delle confidenze. Mi aprii completamente, avevo una fiducia totale in lui, e gli raccontai tutto quello che di me non sapeva nessun altro all’infuori di me stessa. Lui fece lo stesso e, confidando nelle mie spalle larghe, proseguì anche la cronaca allucinata della sua vita quotidiana. Tanto era tutto un gioco. Provavamo quotidianamente insieme, intrecciavamo accordi, vocalizzi. Improvvisavamo e poi ci guardavamo senza trovare alcuna barriera tra i sorrisi. Era un gioco, niente più, e sentivo di essere tanto fortunata.

Con tutta quella vicinanza, quella comunanza di ormoni e di sudori, iniziai a ritrovarmelo al centro di ogni sogno, così vivido da farmi svegliare nel mezzo della notte pensando di averlo lì accanto. Avrei voluto un po’ di distanza dalla realtà. Provai a chiedergli di non farmi sapere più nulla di sé  che potesse rischiare di ferirmi. Ma, per gradi, e poi sempre più rapidamente, al mio infragilimento corrispose la sua difficoltà ad avere ancora a che spartire con me. La materia tra noi si fece ispida, non fu più facile accarezzare le parole. Diventammo più sensibili, sospettosi, aggressivi. Duellammo per mesi, dilaniando e disperdendo al vento quasi tutto il poco che avevamo costruito. Ma continuando a fare tutto insieme.

Quando mi decisi al chiarimento, e lui, nella penombra di un cambio di spartito, appoggiò la fronte sulla mia, girò di scatto la testa mentre tentavo di baciarlo. L’improvviso ricordo di un impegno preso, una chiamata, un tic, del semplice disgusto? Cose che capitano, in ogni caso. Questo almeno credevo. Quello che è certo è che ci rimasi così male che ancora in questi giorni la bruciatura si faceva sentire forte e io lo evitavo, o meglio, con lui mi comportavo in maniera appena più che formale. Lupo appariva rilassato, sereno e iniziò a tenere nei miei confronti lo stesso contegno.

– Sei venuta qui in pigiama? Cos’è ’sta storia della nonna? Allora, non parli? Che faccia di legno che hai.

Il mal di testa deflagrò feroce.

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bombe

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Mezz’ora dopo ero già a letto. Respiravo forte dalla rabbia per i tanti motivi accatastati uno sull’altro. “Le perle ai porci, le perle ai porci”, mi ripetevo, sfregando la fronte sul cuscino. Con la federa del quale, come accadeva spesso ormai, mi asciugai a lungo il pianto.

Nella stanza accanto mia nonna russava della grossa. La conoscevo, avrebbe riso delle mie insipide vicende. Dentro quel letto di fortuna ricavato dal divanetto allestito nella camera dello “stiro”, mi sentivo allo stesso tempo scomoda e insieme comodissima, come se il fatto di trovarmi lontano dal solito ambiente mi aiutasse a ripulire in qualche modo i ragionamenti dal pattume inutile. Prevalse questa seconda sensazione e, a poco a poco, le lacrime finirono per essere riaccolte entro le ciglia. Avevano ragione quei due vecchi matti: lungi dagli -ismi. Romanticismo, Sturm und Drang, bleah. Sono tanto patetica, non è vero nonna?

Nel corso della notte sognai lo svolgimento dell’esame. Per filo e per segno. Sognai di raccontare il sogno al professore.

[continua]

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Benjamin Biolay feat Vanessa Paradis – Profite

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