Racconto di Natale /8

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue / leggi dall’inizio]

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– La scelta era tra Montecatini Terme e Cuba.

Non stavo bevendo nulla, per cui rischiai di strozzarmi con quel po’ di saliva che avevo in bocca. Quando ripresi la padronanza delle corde vocali, chiesi:

– E, …come hai fatto a scegliere?

– Semplice, ho chiesto a un mio amico toscano, conosciuto su internet, il quale mi ha sconsigliato vivamente Montecatini, a meno che non fossi a caccia di avventure sessuali. Cosa che non avrei neanche escluso, ma quel mio amico mi ha fermato subito.

– Cosa? Ho sentito bene?

Ero scandalizzata. Non per altro, per l’età della mia dolce nonnina, in riferimento alla questione osé menzionata testé. Ma lei, animo puro e innocente, mi aveva frainteso:

– Eh. Ma lo sai che un gigolò, così mi ha detto, che ti tenga compagnia un’intera giornata (di meno non vale la pena), chiede almeno set-te-cen-to euro! Figlia mia, però, bevi qualcosa. Non immaginavo che fossi così sensibile riguardo al denaro. Ti mantengono ancora i tuoi genitori, in fondo. Capisci bene che così, anche solo per tre giorni, tra albergo, bagno turco, fanghi e accompagnatore, mi gioco molto più di una sola pensione.

Attesi qualche momento e ripartii, cercando di non battere ciglio:

– Ehm. Quindi hai deciso per Cuba perché…

– Perché, sempre un mio amico, un altro amico,

– Conosciuto su internet.

– Conosciuto su internet, sì, anche lui. Mi ha detto che a Cuba volendo si possono visitare posti esotici e incontaminati, e si può incontrare della gente speciale, molto affabile, tutto il contrario dei mercenari e delle mercenarie delle quali di solito si sente parlare da quei porcaccioni, come certi tuoi zii romagnoli…

– Zio Fausto! E zio Felice! Non dirmi, ti prego. Non voglio sapere.

Nonna cubista, ci avrei scommesso. Avevo infilato d’istinto la testa in mezzo alle ginocchia. “Oh. Mio. Dio.” Pensai. Quanto ancora dovevo scoprire vivendo.

– Allora, ninnì. Veniamo al dunque. Anche quest’anno non ti sei laureata.

– Eh, no, nonna, ma ormai è questione di mesi…

– Non me ne frega niente. È solo che non posso permettermi di aspettare ancora. Così ho deciso che questo Natale ti faccio direttamente il regalo della laurea.

Credetti di sorridere, invece la bocca si aprì in modo soltanto spropositato, mentre vocalizzavo:

– Eeeh?

– Allora, fai tu. Qui dentro – da dietro il cuscino tirò fuori il borsello ritrovato nella neve – c’è un biglietto andata e ritorno per Cuba, e la prenotazione di tre settimane di albergo a quattro stelle con accesso diretto alla spiaggia.

Non capivo. Era lei quella che, fino a poco prima, dichiarava di volersi dare al turismo sessuale.

– Posso partire io, e lasciare la casa per tre settimane a te e a quel tuo ragazzo. A tua madre racconti che sei andata a sciare in Abruzzo, mentre voi vi tappate in casa col frigorifero pieno e quello che succede succede. Oppure…

– Op- pure…

Tremando, anticipai mentalmente quello che avrebbe detto.

– Oppure, potresti partire tu per Cuba.

– Da sola?

Mi morsi subito la lingua.

– Senti, cocca, io ho una sola pensione e il mio amico cubano, portiere d’albergo…

– Conosciuto via internet?

– Conosciuto via internet, sì, può coprire il soggiorno di una sola persona. Per il tuo amico, arrangiatevi un po’ voi. Io la mia parte l’ho fatta. Allora, che ne dici?

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§

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Lupo era, ed è ancora, l’uomo più strano che io abbia mai conosciuto. Ma non glie ne faccio una colpa. Ognuno è quello che è, e non può essere nient’altro, anche se avrei tanto voluto che le cose fossero andate diversamente. Oggi non posso pensare a lui senza che accorra subito Tristezza a stringermi forte a sé. Allora, facendo immensi sforzi, devo sganciarmi da quell’abbraccio mortale e tornare alla vita di ogni giorno.

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§

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Lasciata mia nonna, e infilato il mio regalo sotto le maglie, stretto dalla cintura dei pantaloni, mi precipitai a cambiare le prenotazioni a mio nome. Poi preparai i bagagli, una volta messi al corrente i miei. La mattina della vigilia ci salutammo abbracciandoci due volte con entrambi.

Quando arrivò il taxi, gli chiesi di fare una veloce deviazione.

Lupo viveva in una villetta insieme ai genitori. Lungo il viale non c’erano parcheggiate auto, ma solo la sua moto scalcagnata. Camminai fino alla porta, tenendo con le mani coperte dai guanti due bicchieroni termici ricolmi di té caldo e profumato. Le posai in terra, sul tappetino, e con convinzione premetti il campanello. Attesi un paio di minuti, poi lo chiamai una volta:

– Lu’.

Ma lui non rispondeva. Lo feci ancora, con minore convinzione. Ci avevo sperato fino all’ultimo, ma non si stava smentendo.

– Volevo solo dirti buon Natale.

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§

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– Dai, dai.

– E se non è lei?

– E dai!

– Sc… scus-mi, miss.

– Eh?

– Ar-iù de feimus èctress?

– Ah, no no no. Non sono io, io sono italiana.

– Ah, è ita…

– Oh…

– Non fa niente, facciamo una foto insieme?

– Ma no!

– Su, che le costa? Si metta in posa, ciiis!

– Ma no, ma no, mi lasci in pace!

– Che antipatica.

– Chissà chi si crede di essere.

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§

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In alto, sorvolando l’Oceano, stringevo forte le palpebre. Lì lo spazio non era ancora siderale, il sole regnava incontrastato al di sopra di qualsiasi nuvola.  Ero profondamente commossa davanti all’incontro con quella rara e ineccepibile certezza. Pensavo: dovrei dirglielo, a Lupo, che soffre tanto l’inverno, gli strapperei un sorriso. Ma invece di cominciare a scrivere, restai immobile a fissare il cielo oltre il finestrino. Lassù, a braccetto con l’idea della morte certa in caso di incidente, lasciai il pensiero correre. Continuava a tornarmi in mente la scena che avevo colto dal taxi che sgommava via verso l’aeroporto. La figuretta magra di Lupo che usciva dalla porta a piedi scalzi, i capelli scompigliati, che raccoglieva una delle due tazze di té ancora fumante e, con un’espressione tutta seria, alzava appena il palmo di una mano nella mia direzione.

 

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Thin Lizzy – Don’t Believe A Word

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Don’t believe me if I tell you
Not a word of this is true
Don’t believe me if I tell you
Especially if I tell you that I’m in love with you

Don’t believe me if I tell you
That I wrote this song for you
There just might be some other silly pretty girl
I’m singing it to

Don’t believe a word
For words are so easily spoken
And your heart is just like that promise
Made to be broken

Don’t believe a word
‘Cause words can tell lies
And lies are no comfort
When there’s tear in your eyes

Don’t believe me if I tell you
Not a word of this is true
Don’t believe me if I tell you
Especially if I tell you that I’m in love with you

Don’t believe a word
No Don’t believe a word
Don’t believe it, don’t believe it
Not a single word
Hey, don’t

.

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4 Risposte to “Racconto di Natale /8”

  1. ilsolitomood Says:

    Mi è piaciuto moltissimo!

    Mi piace

  2. gelsobianco Says:

    Bello!

    gb

    Mi piace

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