Chiamalo stupido

by

un getto di Francesca Perinelli

Finché il tempo non passa non sai

cos’è stato importante nella tua vita.

(Clara Sánchez,

Il profumo delle foglie di limone,

Garzanti 2011)

Sulla scena del pasto appena concluso restano: una mezza rosetta sbilenca, dimenticata accanto al piano cottura; un piatto unto, con dentro la spirale di uno spaghetto avvolto nell’olio e nel formaggio grattugiato; una bottiglia di birra. Pranza così da circa quarant’anni, Alfredo; da quando è solo lo fa in piedi, con un occhio al cellullare e uno al cane che dorme davanti a lui, tutto disteso a terra, lungo il muro.

Ma non sarebbe il caso, lo sa, almeno per la dieta: dovrebbe abbandonare gli spaghetti e pure il pane. Oggi si è contenuto, facendone avanzare. Un tozzo vola davanti al muso di Otello, perdendo qualche mollica e alcune significative molecole di odore. Con uno scatto in alto delle orecchie e uno laterale del tartufo, il cane apre una palpebra, poi l’altra, punta le zampe anteriori e inizia a sollevarsi stancamente. Alfredo si diverte allo spettacolo, un lento stirare il corpo, accompagnato da un tremito convulso. Otello disarticola le zampe posteriori, si impegna nella ripresa dell’equilibrio e, non appena stabile, tuffa la testa in basso, cacciandosi con la lingua il pane tra le fauci.

– Che stupido. Staresti sempre a mangiare, perfino quando non hai fame.

Otello rialza il muso e punta l’ultimo tozzo abbandonato; non si muove. Guarda ancora il padrone: anche lui se ne sta fermo, spalle ai fornelli; non fa proprio un bel niente, se non tenersi il ghigno sulla bocca.

Oscilla dal pane all’uomo e viceversa per un po’, poi si rassegna. Si accomoda seduto, tutto impettito e immobile. Goffo, per la sua mole costretta in quello spazio angusto. Le zampe anteriori si impegnano in piccoli scatti nervosi, le unghie grosse graffiano rumorose le piastrelle. Guaisce piano, lo sguardo è concentrato sui movimenti di Alfredo, che torna a ignorarlo e si volta per mettere sul fuoco un bricco pieno d’acqua. Apre una scatola di tè incellofanata, ne estrae una bustina.

Gli amici, i tre che si tira dietro dal liceo, non li ha neanche consultati, temendo la tempesta di battute. E poi gli direbbero di farsi dell’altra birra. È stata Nadia, l’ex fidanzata, a suggerirgli a mano chiusa su bocca e telefono, in sottofondo le urla dei bambini, quel compromesso per concludere i suoi pranzi.

Aveva detto: – Ma, scusa, prenditi un tè nero; senza limone per tenere a bada la gastrite, e senza zucchero, per la glicemia –. Poi, aveva aggiunto: – Beato te, che ti sei preso il cane. Da lunedì torniamo zona rossa e dovrò restare in casa con le mie, di bestie.

“Povera stupida, peggio per te”, aveva pensato Alfredo, con soddisfazione. “Adesso lo capisci, sì, chi avevi lasciato?”

Appena l’acqua bolle, la versa nella tazza e immerge la bustina. Vede che sull’incarto c’è un minuscolo orologio stilizzato, con indicato il tempo di infusione: 5-8 minuti. Ruota la manopola del timer fino al sei, dando l’avvio al conto alla rovescia.

Tic, toc, tic, toc. Il ticchettio riempie di sé tutto lo spazio.

Appoggia una spalla allo stipite della finestra lunga, aperta su una giornata dei primi di marzo limpida e fredda, che invoglia a respirare, a riempirsi i polmoni. Prende dai pantaloni un pacchetto di sigarette e se ne accende una. Mentre aspira forte, il ticchettio si stempera nei rumori della strada.

Otello invece non ha altre distrazioni, si carica dell’angoscia che qualcosa stia sul punto di accadere. Riprende il suo ruolo atavico di guardiano emettendo altri guaiti, via via sempre più prolungati e striduli.

– Guarda che ho la gastrite. Non farmi innervosire.

Il cane si riaccuccia, offeso. È chiara perfino alle stampe incorniciate la sua incomprensione. L’uomo si chiede cosa gli parli a fare: non può mica capirlo.

Tik Tok, invece, almeno lo distrae.

Tic toc. Tra le pareti rimbalza il suono del timer, sono trascorsi già tre minuti nell’attesa.

Tik Tok. A ogni colpo di pollice, avanza la sua timeline.

Alfredo ride, mugugna tra sé e sé, esclama: – Guarda! –. Mette dei like a caso, scrollando tra le immagini e i rumori, che si sovrappongono e vanno a svanire, senza lasciare traccia nella memoria; così come il tempo che gli impegnano, attimo dopo attimo, e che comunque non saprebbe utilizzare.

Non ha nient’altro per le mani. Niente che, dalle mani, trasporti il mondo dentro la sua testa. A parte sigarette e smartphone, e il pane e la forchetta con cui si imbottisce di cibo proibito. Ah, e il pelo del cane, e quel sentire saldamente stretto nel pugno il suo guinzaglio, nelle passeggiate quotidiane per il quartiere.

“Eccolo là”, pensa, mentre butta con una schicchera la cicca spenta in strada e muove di nuovo un passo verso l’interno dell’appartamento, “Eccolo là, lo stupido”.

Il trillo stonato del timer spezza l’angoscia ticchettante della monotonia.

Otello, risvegliato sul principio del sonno, scatta sulle quattro zampe e scuote la testa in ogni direzione, finché non si calma nel riconoscere il solito salotto, l’essere per lui più importante nella vita, e il suono della catena del guinzaglio.

– Che acqua zozza, te la potresti bere solo tu. Ti porto al bar, dai. Ho voglia di un caffè.


Questo racconto fa parte della serie Getti, nuovi racconti da solide radici. Per saperne di più, leggi qui.

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Una Risposta to “Chiamalo stupido”

  1. newwhitebear Says:

    Vita da cani 😀 In tutti i sensi. Povero Otello che assiste muto e assonnato alle performance di Alfredo

    "Mi piace"

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