Archive for the ‘Devi dormire’ Category

Devi Dormire – Il mio Pinotto fragile

8 marzo 2014

[segue]

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(ai maschi, con amore)

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– Mi racconti una storia?

– Ti racconterò di Pinotto, il burattino.

Il papà di Pinotto era un informatico

che viveva da solo

e per farsi compagnia

aveva creato un robot

con la scocca in plastica

e l’interno riempito

di microchip e fili colorati.

La mattina appena sveglio

iniziava a telecomandarlo.

Pinotto ballava e cantava,

pronunciava frasi, poesie,

faceva conti con le quattro operazioni

e anche con qualcuna in più.

Era un burattino perfetto.

Quando tornava dal lavoro

il papà trascorreva tutto il tempo

con Pinotto, fino all’ora di dormire.

Di notte Pinotto se ne stava zitto e fermo.

A volte suo papà si svegliava

e se lo stringeva al petto.

Pinotto però restava sempre

zitto e fermo.

Così iniziò a pensare

che a Pinotto servisse altra compagnia.

Si ricordò di una bambina

che non andava a scuola, e decise

di prestarle il suo burattino di giorno

per insegnargli quello che a lui non riusciva.

Turchina

(questo era il suo nome)

aveva solo tre anni.

Il papà di Pinotto non sapeva

che Turchina giocava duro con Pinotto

il quale, sera dopo sera,

tornava sempre più ammaccato.

Una volta arrivò a spezzargli il collo.

Dal buco sotto il mento uscivano fili,

cavi e microcip. Pinotto non si muoveva più.

Senza perdersi d’animo Turchina

cercò di riassemblarlo: prima

ci sputò dentro, poi lo cosparse di colla,

e infine fece combaciare i lembi

e gli strinse attorno tre giri di scotch.

Il papà di Pinotto impallidì

vedendo come era conciato,

ma non rimproverò Turchina,

che d’altronde era solo una bambina.

Mise Pinotto sopra il suo scaffale,

mangiò in silenzio e se ne andò a dormire.

Nella notte, lo sputo corrosivo di Turchina

finì col fondere assieme i circuiti e i cavi

tranciati, la colla si indurì e Pinotto

fu infine rianimato da una misteriosa luce

che scendeva come un faro

nella stanza.

Quando suonò la sveglia, Pinotto saltò

da solo giù dallo scaffale e andò a svegliare

suo papà dicendo “Ho fame”.

Il padre ebbe bisogno di numerose

tazze di caffè prima di convincersi

di non stare sognando.

Pinotto era diventato

un bambino vero.

– Ma questa è la favola di Pinocchio!

– No, è quella di Pinotto. Ascolta.

Quella volta Pinotto e il padre

restarono in casa a ballare e cantare

senza bisogno di telecomandi

né di ricaricare le batterie.

Ma dal giorno dopo Pinotto

dovette andare a scuola

e, dato che era un bambino

intelligente e già piuttosto colto,

se ne andò dritto dritto

in prima elementare.

Non amava la scuola,

ma almeno ottenne

di non vedere più Turchina per tre anni.

Finché, era settembre, se la trovò

seduta al tavolo della sua stessa mensa.

Fu così che riprese il tormento.

Giocava duro con lui a ricreazione,

a pranzo, in giardino, in bagno,

e Pinotto tornava a casa ogni giorno

sempre più ammaccato.

Finché una volta non gli spezzò il collo.

Pinotto non si muoveva più,

ma invece di portarlo in ospedale,

suo padre se lo riprese a casa.

Di notte tornò a essere un burattino

con la scocca di plastica e fili e chip

sbordanti dall’incastro del collo con le spalle.

Turchina, che si sentiva in colpa,

si intrufolò in casa sua, una sera,

chiedendo se ci fosse dello zucchero.

Raggiunse di soppiatto il burattino,

e tentò di nuovo l’incantesimo:

gli sputò dentro, usò lo scotch e la colla,

e, uscendo con lo zucchero

ricevuto da quel tonto del padre,

lasciò Pinotto sullo scaffale, fiduciosa.

La notte un raggio calò

dal centro della stanza

e il giorno dopo Pinotto

era un bambino vero.

Di sei anni.

Ancora.

Dovette ricominciare il ciclo elementare,

stavolta in classe proprio con Turchina.

La maestra, convinta di fargli un favore,

lo sistemò in banco con la presunta amica.

Pinotto era un bambino fine, poetico,

sveglio, vivace, ma fragile.

Così, tanto per non sbagliare,

per mettere subito in chiaro

il proprio punto di vista,

firmò con cinque nocche

il sorriso soddisfatto di Turchina.

Prese lo zainetto e lo scagliò

contro la maestra,

quindi se la diede a gambe

saltando giù dalla finestra aperta.

– È vero, non c’entra niente con Pinocchio.

– Infatti. Questa storia parla

di violenza di genere.

 

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Fabrizio De André – Il Bombarolo

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Devi Dormire – Il pollosauro

18 dicembre 2013

[segue]

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pollosauro

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(un post per chi è stanco di scuola elementare)

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Quando eri ancora piccolo piccolo

una volta, al parco giochi,

ti sei messo a scavare nella terra

con la tua amichetta Leyre.

E scavavate e scavavate.

Eravate tutti insozzati di erba e terra,

fino ai capelli.

Io guardavo il papà di Leyre,

cercavo una sponda,

ma quell’omaccione era tutto soddisfatto.

Contento lui.

Mi sa che dei bucati si occupa la mamma.

A un certo punto hai sollevato qualcosa,

qualcosa di biancastro.

Mi pare che stessi per metterlo in bocca

perché mi ricordo di averti sgridato,

ma mi sono subito vergognata perché

il papà di Leyre invece rideva.

Ci siamo avvicinati per osservare meglio

che cosa avevi in mano.

Anche Leyre ti osservava.

Era un piccolo pezzo di qualcosa.

Era biancastro.

Sembrava un osso, un minuscolo

osso,

fatto come quello di un pollo.

Mi ricordo che hai detto

“Dinosaulo”

E io mi sono messa a ridere.

Ma mi sono subito vergognata perché

il papà di Leyre invece era rimasto serio.

Allora abbiamo avvicinato

la testa alla buchetta scavata

dalla tua manina.

Lo abbiamo fatto tutti insieme

e da fuori si è sentito un rumore sordo,

come di cocci.

Ma era solo un’impressione.

Ci siamo messi a scavare insieme

intorno a dove avevi trovato l’osso.

E ne è sbucato un altro

un po’ più grande.

Poi un altro.

E un altro.

E un altro.

Finché il papà di Leyre ha detto

“Basta così”.

Mi pare che ci fosse venuta all’improvviso

La tremarella.

A tutti.

E ci siamo allontanati così veloci,

ma così veloci,

che ci siamo ritrovati, non so come,

tu a letto,

io accanto a te mano nella mano,

nel buio della tua cameretta.

Il giorno dopo

Al parco, al posto della collinetta

dove avevi giocato con la tua amica,

si era aperta una voragine.

C’erano zolle di terra dappertutto.

Perfino sugli alberi.

Ci siamo fatti largo tra la gente,

spingendola via con il passeggino.

Abbiamo guardato giù.

Niente più ossa di pollo.

Invece, si allontanavano dalla buca

delle orme incredibili,

grandissime.

Come di enormi zampe di gallina.

Tu hai detto di nuovo

“Dinosaulo”

e mi hai convinto

non so come

a seguire quelle impronte

che schiacciavano l’erba alta.

Abbiamo solcato chilometri di sterrato

con i copertoni del tuo passeggino.

Abbiamo attraversato paludi,

deserti  infuocati,

abbiamo sofferto la sete,

la fame,

specie in presenza di certi cespugli

con delle bacche rosse

che odoravano di formaggio

andato a male.

Ma alla fine,

di spalle,

ricurvo su se stesso,

abbiamo visto lui:

il dinosauro più orripilante,

un Pollosauro Blu.

Blu, come il colore dei sogni.

E infatti, proprio mentre si girava

e apriva il becco spaventoso

nella nostra direzione,

ci siamo ricordati

di stare sognando.

E il pollosauro

*Puf*

È scoppiato in silenzio

e si è frammentato

in una miriade di bollicine

che ci sono ricadute addosso

sfrigolando.

Per il solletico

abbiamo chiuso gli occhi.

Quando ho riaperto i miei

ho visto che dormivi

con la testa sul cuscino,

nella tua cameretta.

Mentre io, accanto a te,

avevo ancora la mano

stretta nella tua.

 

[Continua]

 

Nouvelle Vague – Let Me Go

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Devi Dormire – Quattro storie che

17 novembre 2012

[segue]

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(un post per sonni sereni)

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Uno

– Mi racconti l’Uomo ragno?

– Va bene.

Ti racconterò di quella volta

Che sviluppò il “Senso di ragno”.

Quando Peter Parker

Fu morso dal ragno mutante

Subito si presentò

Il Senso di ragno.

– Che cos’è il Senso di ragno?

Il Senso di ragno è come

Una telefonata:

“Pronto?”

“Sì, sono l’Uomo Ragno, chi parla?”

“Ciao Uomo ragno,

Sono…

Il Senso di ragno!”

“Ah, ciao, Senso di ragno. Cosa volevi dirmi?”

“Niente. Volevo avvertirti

Che sta per avvenire un’esplosione”

“Oh! Dai! Dove?”

“Proprio qui, nei tuoi pressi.”

“Qui? Qui dove? Oh!”

“Mmm… alla tua destra.

Presto, spostati!”

“Sì, mi sposto subito a sinistra!

Grazie, Senso di ragn…”

<KABOOOWW!>

“Ma… come, tu mi avevi detto

Che l’esplosione sarebbe stata a destra

E invece, ahia, è avvenuta a sinistra!”

“Ah, scusa.”

“Scusa cosa? Guarda che mi hai combinato!

Dovrò farmi cucire una nuova

Tutina di ragno da Zia May!”

“E scusami, ti ho detto, su.

Quanto la fai lunga.

È che io, sai,

Come un po’ tutti,

Non mi oriento bene.

Confondo la destra con la sinistra.”

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Due

– Ancora.

Mi racconti ancora del Senso di ragno?

– Va bene.

Quella volta che l’Uomo ragno

Fu morso dal ragno mutante

Sviluppò il Senso di ragno.

– Che cos’è il Senso di ragno?

– Il Senso di ragno è

Come una telefonata:

“Pronto, parlo con l’Uomo ragno?”

“Sì. Chi è?”

“Sono io, il Senso di ragno.”

“Ciao Senso di ragno. Che mi dici?”

“Crollano i titoli Treccani.”

“Come sarebbe??

Ma che significa?”

“Guarda,

praticamente, no?,

avevo allungato la mano

in alto

sulla mensola,

perché stavo cercando il ferro.”

“Quale ferro?”

“Il ferro da stiro.”

“Eeh?”

“Eh. Poi ti spiego, perché

È un’altra storia.

Intanto però

Dovresti

Allontanarti, sai?”

“Ah, disgraziato! Ora ho capito!”

<TRACRATASTONFCAPUMBUMPUMUMPUMPPUMPUMP!>

“Scommetto che sotto il militare sei stato Carabiniere”.

.

Tre

– Ancora! Ancora! Ancora!

– E va beene.

Un giorno l’Uomo ragno venne punto

Dal terribile morso del ragno mutante.

E sviluppò…?

– Il Senso di ragno.

– Esatto.

E cos’era il Senso di ragno?

– Booh?

– Il Senso di ragno era

Una specie di telefonata:

“Pronto?”

“Pronto signo’.”

“Chi è?”

“Sono io

Il Senso di ragno.”

“Ah, sei tu. Che c’è stavolta?”

“Signo’.”

“Eeeh! Che perditempo! Dimmi, allora, parla!

Che tra poco inizia la partita.”

“Sì Signò. Volevo sapere

Se qualche volta,

Magari, tanto per cambiare,

Potevo stirare qualcosa.”

“Eeeh?”

“Stirare, sì. Chessò:

Camice, pantaloni, ragnatele.

“…Tovaglie?”

“No, tovaglie e lenzuoli no, Signò.

Troppo pesante.”

“Uhm. Affare fatto.”

“Grazie, grazie!

Adesso però usciamo,

Stiamo sempre chiusi in casa.

Non andiamo mai

Da nessuna parte.

Ti porto a vedere la partita

Al bar dell’angolo.”

“Buona idea, sai? Dove ti raggiungo?”

“Sono qui, in strada, Signò,

Affacciati alla finestra

Che mi vedi.”

“Aspetta… Eccomi.

Ma dove sei?”

“Signooo’! Yu-huu! Sono qui!”

“Ah, sì, ti vedo.”

“A proposito, signò,…”

<SSSSHHHHWWAAAAAAARMMMMMMFFFFRRRIIIIGGGGGGSSSSSssssssss…>

“Sei licenziato.”

“…Il meteorite. Stavo per dire. Quello.

Scusa Signo’. Ma tu

Non mi facevi parlare.

Che puzza di bruciato.”

.

Quattro

 – Un altra!

– No, ora dormi.

– Ancooora!

– Uff. L’ultima?

– Occhei.

– Allora,

Una volta l’Uomo Ragno

Subì il morso dal terribile

Ragno mutante

EsviluppòilSensodiragno.

– E che cos’era

Il Senso di ragno?

– Il Senso di ragno

Era una specie…

– Di telefonata.

– Giusto!

“Senso di ragno!

Pronto! Senso di ragno!

Sempre tra i piedi e però

Mai una volta che sia alla portata

Quando serve”

“Signò. Sono qui, stavo stirando.”

“E tu chi ç@##° sei?”

“Sono Ramsete, signo’.

Il cugino di Senso di ragno”

“Ramsete. Benissimo, Ramsete,

E che caspiterina ci fai qui, Ramsete?

Dov’è Senso di ragno?”

“Senso di ragno licenziato ieri, Signo’.

Non ricordi?”

“Ah, è vero.”

“Ho preso il suo posto.”

“Tanto è lo stesso.

Ma io dico: in famiglia

Vi somigliate tutti?

Non siete connessi H24?

Non avete sentito le ultime notizie?

Non lo sapete che

L’Iran ha lanciato da poco

Un potentissimo

Missile nucleare

Diretto proprio verso

Un punto imprecisato

Di questo nostro

Grande, mitico,

Glorioso, inespugnabile

Paese?

Non lo sapete che

È vostro indiscutibile

Imprescindibile

Inoppugnabile

Inderogabile

Dovere

Tenermi al corrente

In tempo reale

Di quello che accade nel mondo?

Eeeeeeh?! Rispondi!”

“Non lo sapevo, no.”

“Seh, vabbé.

“E adesso che facciamo?”

“Signo’,

Per non saper né leggere né scrivere,

Direi che non sia il caso

<ZWISCHHH…>

Prima del volo

Dalla finestra aperta

Di lanciare ragnatele

Contro il muro,

Onde trovare un appiglio

Che consenta il mirabile salto

Nel vuoto sul Corso

Di gente affollato

Di macchine

Tutto ingolfato

Ma guarda:

C’è pure un prelato

Che medita accanto

A un pelato, che…”

“AAAaaaarrghhhhh….! SPLLACCCICK’”

                                     “Oooooh!!!” (la folla)

“Perché, Signo’…

Signo’,

mi seenteee?

Volevo avvertire

Che prima

Avevo passato

Una mano di pittura

Alle pareti, capito Signo’?

Uno spatolato lucido,

Un bistro che sfuma in pervinca,

Comunque, Signo’:

Vernice ancora fresca.

Ecco perché…

Le ragnatele

…Signo’?”

.

[continua]

.

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Roxy Music – Out of the blue

Devi dormire – Un’astronave è per sempre

28 settembre 2012

Ti racconterò di quando Han Solo era un bambino

e si avvicinava il Natale.

Un giorno Han Solo passò davanti a un concessionario di astronavi

e vide: una ferrari

un cavallo a dondolo

e

una stranissima cosa

rotonda enorme

con due cornette in testa,

si chiamava Millennium Falcon.

Era un’astronave fantastica

gigantesca grigia piena di sportelli

e di lanciamissili.

Han Solo corse dalla mamma e chiese il Millennium Falcon

come regalo di Natale.

La mamma provò a lungo a dissuaderlo ma lui era irremovibile,

un vero scassalaminchia.

Così, in preda al malditesta, la madre acconsentì.

La mattina del 25 dicembre

Han Solo sgattaiolò fuori dal letto caldo caldo

e si mise i moon boot

perché

– Tutti sanno che la notte di Natale c’è la neve.

Anche se non è vero.

– Invece è vero,

lo sanno tutti.

– Ok è vero.

Allora,

arrivò strisciando panza a terra

fino a sotto l’albero

che dormiva ancora

e aveva le luci spente.

Tutta la casa aveva le luci spente.

E così Han Solo poveretto

tastò un po’ con le manine

e scoprì un pacchetto ricoperto di carta da regalo

provò a capire cosa fosse,

ma era un pacchetto strano.

Finché arrivò la mamma risvegliata dai rumori

e disse

– Ti sei già alzato?

sono le cinque,

disgraziato.

– Voglio aprire il regalo.

rispose Han Solo

– Va bene,

cedette la mamma,

– Ma prima indovina cos’é.

– Un disco?

– Nooo

– Un libro?

– Nooo

– Una tagliola?

– Nooo.

– Un accendisigari?

– Nooo.

– Un frullino?

– Nooo.

– Una pialla?

– Nooo.

– Un dado da brodo?

– Nooo.

– Insomma, si può sapere cos’è?

– Nooo.

– Come sarebbe ?

– Anzi, scusa, sì

– Ambé.

E allora?

– È

– È?

– È

– È?

– Una pallina da tennis.

Han Solo non era convinto.

Ormai il sole si era alzato e poté dare un’occhiata al pacchetto.

Bè, era proprio grande,

così grande che usciva fuori dalla finestra

e per scartarlo capì che non sarebbero bastate le sue manine.

Chiamò tutta la sua famiglia,

il gatto, pure,

i vicini, anche quelli antipatici,

i compagni di classe,

le maestre,

nonni e zii,

e tutto il quartiere.

Ma purtroppo

a mezzogiorno

ancora non erano riusciti ad aprirlo.

Allora

chiamò dalla galassia vicina

il suo amico Chewbacca

quello grande e peloso

che dice sempre Hhahhhhaaaa

e non si capisce una cippa.

Quando arrivò Chewbacca

con una zampata tolse tutta la carta

e scoprì che il magnifico regalo altro non era che

il Millennium Falcon.

Han Solo era ansioso di provarlo ma era troppo piccolo per guidare

allora invocò Yoda, il maestro jedi

che si materializzò e con il potere della forza

lo fece diventare improvvisamente grande.

Han Solo saltò sull’astronave,

la mise in moto,

salutò famiglia e amici

e si avventurò

ai confini dell’universo.

Quello fu un bellissimo Natale

l’ultimo in cui lo videro.

.

[continua]

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Clerks’ Soundtrack: Supernova – Chewbacca


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