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Troppo buono

26 luglio 2013

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Un racconto liberamente ispirato a un passaggio di Suttree di Cormac Mc Carthy.

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Stava terminando un’altra giornata. Di sole forte, troppo per essere compreso appieno. C’era da restare istupiditi a vita dopo giornate di sole come quella. Sarebbe stato meglio prenderne a dosi minori, o almeno inframezzato da pause regolari. Strisce di sole, ecco. Non rinunciarci, al sole, ma assumerlo in dosi controllate.
Adesso era quasi buio e camminavano verso l’unica insegna illuminata, il Café Conception, lei e l’altra a braccetto, leggermente zoppicanti e già brille. Superarono un tale appena uscito dal locale e che, inspiegabilmente, dopo pochi passi fece dietro front e cominciò a seguirle, rientrando da dove era appena uscito.
Presero due birre al bancone e lì si fermarono, lo sconosciuto si sistemò a un tavolo alle loro spalle. Aveva appena dato un sorso alla propria bottiglia che una delle due si voltò sfacciata a domandare:
– Che si fa in questa città?
Lui si appoggiò allo schienale col gomito, spinse avanti torace e testa e le soppesò.
– Mi sembra niente di che, ma sono nuovo anche io. Voi da dove venite?
– Italia, Roma.
L’espressione serafica dell’uomo si scompose, ma si riprese subito. Forse stava pensando al loro accento.
– E da quanto siete qui?
– È già qualche settimana che facciamo su e giù.- Rispose la più giovane, e gli sorrise. L’altra le fece eco:
– Su e giù, puoi dirlo.
Era tornato perfettamente a suo agio e sembrava aver compreso la situazione.
– So di un locale dove secondo me, potete rimediare qualcosa.
– Andiamo insieme?
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Quando tirò fuori dalla tasca dei pantaloni una banconota, il tassista gli fece discretamente cenno di avvicinarsi.
– Quelle fanno la vita.
Lui annuì complice e gli lasciò tenere il resto.
Ballò con entrambe, la meno avvenente cercava di infilarsi tra gli altri due. Quella carina gli si accostava contro con forza, infilandogli una coscia tra le gambe e soffiandogli sul collo. Lui sorrideva alzando il mento a occhi chiusi, sentiva l’osso pubico di lei colpirlo a tratti.
– A questo punto si può sapere come ti chiami?
– Paco.
– Paco.
– Già.
– Ok, Paco.
Aveva cercato di tenere a bada il tasso alcolico ma il pavimento si faceva sempre più ondeggiante.
– Mi piaci, Paco.
– Ma no, e come mai?
– Me lo sento.
– A fior di pelle?
– Anche. E pure più a fondo.
– Quanto ti fermi qui?
– Non ne ho idea, non posso tornare a Roma per un po’.
– Perché?
– Uhm, conti in sospeso.
– Aha, con la legge?
– Mi tocca starmene in giro, vagare avanti e indietro.
– Avanti e indietro. Su e giù.
Di slancio, lei gli premette il bacino contro e iniziò a mordergli l’orecchio.
– Beviamo qualcosa ancora?
– Ok, a questo giro però pago io.
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La cameriera li informò che l’amica era dovuta andare via.
Sotto il tavolo, una mano si impresse con audacia sulla gamba inquieta di lui.
Quando i bicchieri furono mezzi vuoti, ormai ridevano a ogni battuta senza senso, lei gli stava raccontando la storia della propria vita, più o meno. Lui abbracciava con lo sguardo, e di nascosto con tutti gli altri sensi, la nuvola di capelli, i seni morbidi troppo strizzati nel top, il profumo buono, qualcosa che ricordava la lavanda e biancheria pulita stesa all’aria aperta, e giorni di sole e vento forte nei campi.
Si domandò se fosse mai stata una bambina rimasta a bocca aperta davanti a una giostra che girava.
– Vieni da me?
– Non posso. Ma ti accompagno se vuoi.
Emersero dal taxi con cautela, lui le porse la mano, lei l’afferrò e non la lasciò andare finché Paco non ebbe promesso che sarebbe ritornato.
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Per prendere sonno quella notte non sarebbe bastato il solito bagno caldo, o le pillole che riservava ai giorni più disperati, quelli in cui capitava il cliente sadico, o il gruppo, o più semplicemente provava schifo e stanchezza per una vita votata all’esclusiva soddisfazione del piacere.
Al buio, si ritrovò nel pieno di una fantasia consolatoria, in cui costringeva Paco a mostrarsi preciso e valido seguendola in richieste con le quali lo andava tartassando dolcemente. Sentì il proprio seno lievitare, bruciante proprio in punta ai due capezzoli. Patì l’imbrattatura sulla pelle tesa delle proprie cosce sfiorandole, senza volersi penetrare, tanto a lungo che il corpo iniziò a oscillare spontaneamente, compiendo come una giaculatoria rivolta solo a sé stesso.
Vedeva Paco come doveva in fondo essere in realtà. Era soltanto un uomo, non è vero? Lo immaginava assecondarla, sempre più incanalato verso la domanda che giaceva inespressa, sul fondo di quel gioco disperato. Lo udì tuonare ordini, camminare sollevato sul lago causato dalla propria eccitazione, e venirle incontro, separando poi le acque, prendendola in braccio e cullandola amorevolmente. Ebbe visioni del futuro e per una volta senza averne paura.
Quella notte non venne, ma pianse a lungo, tenendosi racchiusa la testa tra le braccia.
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Al mattino si incamminò verso l’appuntamento con l’amica. Era confusa e disorientata, non le era mai capitato nulla di simile, non sapeva cosa pensare.
La calca nei vicoli si stava componendo in un solo movimento, confluiva tutta in una direzione. Sta accadendo qualcosa, pensò. E per un attimo riuscì a distrarsi, si unì alle orde di schiene vocianti, ma non riuscì a distinguere una parola di ciò che veniva detto.
Si ritrovò sul lungomare. Tra ali di folla, mai vista tanta folla prima d’ora, un’auto blindata stava avanzando con difficoltà. Dei brutti ceffi menavano le mani da tutti i finestrini, tranne da uno di quelli del sedile posteriore.
Lì, sfoggiando quel sorriso che le si era impresso tanto bene in mente, stava Paco. Era vestito di bianco, ma non come quei magnaccia col panama sulle ventitré, il pezzo d’oro al collo e i polsini rivoltati su un gigantesco Rolex. Paco indossava una specie di mantello di un candore accecante, e si faceva toccare, afferrare, baciare. Distribuiva carezze e baci a sua volta, sembrava in estasi.
Le girò forte la testa, tanto che dovette appoggiarsi sulla spalla di un uomo che le stava davanti. Strinse forte le mascelle e, ebbra di gelosia, respirò un’unica, spropositata, sorsata d’aria prima di lanciarsi verso il mezzo che si era quasi riuscito a guadagnare spazio sufficiente per riprendere velocità. Gli fu addosso in un attimo, afferrandogli il collo con le due mani e trovando la forza di gridare sulla sua faccia sorpresa un Perché? grondante di rinnovate lacrime, rimprovero e astio e altri dolori occulti, remoti e radicati.
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Finì così il suo soggiorno a Copacabana. Gli ultimi giorni in attesa del rimpatrio definitivo se ne stette vestita di niente, guardata a vista da morbosi secondini, illuminata a tratti da un sogno troppo realistico, e fissando, col proposito di rendersi cieca, un discreto e inoffensivo sole a strisce.

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sole a strisce

Rincorrendo una bellezza insospettata

28 giugno 2013

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Alcune goccioline trasparenti si posano sui vetri e strisciano per minimizzare la loro presenza. Così si disfano, cercano di venir evaporate dal sole, che sempre è sole di Giugno, prima di creare il panico tra noi mortali. Domani è sabato, e a Roma la situazione è questa:

 Cielo di Roma a Giugno

Lola, insoddisfatta a prescindere dalla situazione, dice da sempre (o da che la conosco) che vuole andare via. A Honolulu, per la precisione. Tutta colpa di Stanlio e Ollio, del ritornello Honolulu Baby cantato durante la disavventura che li vede tornare da un falso convegno alle devote mogliettine, senza sapere che la notizia è corsa fino a loro, ma non ha raggiunto i due malcapitati. La nave è naufragata.

Ai due mentitori accadono disavventure che giusto nelle comiche, divergenti sul finale: Ollio massacrato e Stanlio premurosamente coccolato. E Lola vorrebbe andare a Honolulu senza essere né l’uno né l’altro. Beata lei, che le basta una canzoncina. Chi non risica …, la pensa così ma poi passa i suoi anni a rosicare (alla romana).

Io pure credo al proverbio, e ora come ora me ne andrei dritta a Copacabana (scongiurato anche il pericolo di coinvolgimento negli scontri per la finale della Confederations Cup). Colpa, nel mio caso, di una canzonetta smozzicataprêt-à-parodier  un certo Paolo Conte, di Stefano Bollani. Mi ronza in testa e non se ne va via, diversamente da Battisti (Cesare) che pare che non rischierei di incontrare, dato che su di lui adesso incombe l’espulsione.

Ottimi motivi dunque. E, senza esserci ancora stata, credo che chiederò a Lola di prendere una nave insieme a me domattina, e sostituire l’idea immanente di Honolulu con una fulminea Copacabana Experience.

rio_experience_05

Ancora una volta per via di una canzonetta, dove attorno a una col suo nome ruota un’atmosfera sognante, agli aromi di frutta estiva fresca, scintillante, lasciva, preludente a qualcosa che sa solo chi agogna, chi sogna, chi è senza vergogna. (Una come me, che non mi chiamo Lola, ma tant’è.)

Barry Manilow – Copacabana

Poi tornerei, però.  Anche per poter affermare Je ne regrette rien* a ragion veduta.

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*) Una recensione cinematografica scritta anni fa da Luca Alvino, pescata zompettando di post in post. Qualcosa che sopravvive allo spunto che l’ha generata. Una recensione valida a prescindere dall’oggetto che la può indossare. Prêt-à-porter, sempre che non cambi tempo.

Ma quando non c’è più nessuno ad attenderti dall’altra parte, e hai ormai dimenticato di vivere in un mondo che non è reale (per convenienza, per rassegnazione, o per l’oblio che sempre incombe minaccioso sulla mortalità), l’unica possibilità che ti rimane per svegliarti è compiere un atto di fede: rinunciare all’indeterminatezza del sogno, e credere che la consumazione di una scelta non corrisponda alla spietata rinuncia all’infinità; percepire fino in fondo che nella consunzione può addensarsi un senso profondo, e nell’assunzione di responsabilità una bellezza insospettata.

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