Posts Tagged ‘Nanni Moretti’

Fantasmi

1 ottobre 2013

Glenn Gould – Bach, The Goldberg Variations, BMV 998

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Che paura.

A inizio anno ho aperto il mio profilo fb. Non dirò che non me l’aspettavo, ma tra le prime a chiedermi “l’amicizia”  si sono presentate proprio le persone che nel tempo si erano allontanate o dalle quali avevo preso le distanze accettando la cosa come inevitabile segno del tempo che scorre e tutto porta via.

Come se non bastasse la profanazione della memoria che compio quando racconto del passato in questi post, ecco venirmi meno alcune piccole solidissime convinzioni che mi hanno sempre permesso di lasciar andare, e proseguire oltre.

Chi muore tace e chi vive si da pace.

Insomma.

Non mi concedo pace, so che basterebbe richiudere il vaso scoperchiato ma non riesco. Riempirlo è semplice, è come fare il cambio di stagione: man mano che si avanza nella vita, si piega e si accatasta tutto il vecchio sottovuoto. Ma basta una minima immissione d’aria e i morti tornano. Quelli veri e quelli ancora vivi, hai voglia a spingerli di nuovo dentro, non ci stanno. Vorrei scoprire qual è la lezione. Qual è il vantaggio che si può sperare di ottenere facendo tornare in vita certi fantasmi.

Un volo pindarico. Salto sopra sopra tutti gli altri esempi e mi soffermo sulla fotografia di un cane maremmano.

Ho pensato Mitzi? (Mitzi, che mi leccava ansiosa quando piangevo di rabbia e di stanchezza la notte prima dell’esame – bussavo al portone del suo padrone, implorandolo di darmi il suo pennino 0,1 ché i miei li avevo spezzati tutti e non sapevo come chiudere le tavole. Mitzi che, un’altra volta, cercava di avvertirmi col suo ululato strano, un attimo prima che il suo compagno folle di gelosia mi azzannasse la gamba. Mitzi che ho salutato per sempre baciandola sul musetto peloso e che sapeva, ma non aveva avuto altra forza per esprimersi che dare un ultimo sventolio di coda e roteare gli occhi tristi su di me).

Siamo stati in due a fare un simile pensiero e, no, non era Mitzi, aveva risposto il padrone di un tempo, ma un altro cane molto somigliante.

Ormai insufflati di quell’aria nuova, sono riapparsi sulla scena del ricordo tre giovani fantasmi in un giardino e un quarto – molto più fantasma – in trasparenza. E sono saltati fuori pure, a casaccio, il pianoforte di Glenn Gould, un basso, uscite per concerti e film, il primo Nanni Moretti e con lui una poesia che avevo trascritto e poi letto e consumato, e infine messa via con tutte le altre cose. Adesso che non posso più tenermela, e in fondo è anche su Youtube, ve la regalo:

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Ecce Bombo – La telefonata di Luciano

Ne ho presi tre miliardi di bastonate…
Ne ho scritte trecento di poesie…
(e anche due trattati di urbanistica e uno d’arredamento)
Scusa, faccio piano perché qui c’è… c’è gente.

Quando mi chiami

Quando mi chiami
improvvisa fiorisce la speranza
i tuoi occhi sono la luce nel mio buio.
E al suono della tua voce,
strette le mie mani nelle tue
dimentico chi calpesta il passero caduto
e il mondo che riempie di paura questo cuore.
Quando mi chiami
io esisto con te,
perché tu esisti nella realtà del sole.

Ho finito, grazie. Arrivederci. Click

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(Ora che c’è un po’ più spazio, potrò richiuderlo questo benedetto vaso?)

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Parliamone

20 aprile 2013

 

 

Volevo scrivere un pezzo serioso, di incoraggiamento per me e per questo paese. Avevo iniziato pure, c’era lo spunto: un certo convegno a cui ho partecipato. Poi ieri sera, dopo la quarta votazione andata a vuoto e quello che ne è seguito, la mia idea ha cominciato a vacillare.

Mi sa che ciò che succede nei partiti e in Parlamento è davvero rappresentativo dell’elettorato. Ma quali strategie.

Che cosa vuoi allora, Italia? Hai troppo sole? Poco sole? Cos’è che vuoi? Più acqua? Meno acqua? Perché non parli? Rispondi!

Nanni Moretti – Bianca

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Finirà che ci butteremo da soli dal balcone?

Oggi un amico blogger ha ricordato le parole di Pavese:

“…si parla per farsi un’idea, per capire come va questo mondo. Non ci avevo mai pensato prima.”

Nemmeno io, eppure un anno di blog qualcosa mi ha insegnato.

Va bene, mi rimetto sul pezzo serioso. Voi però, intanto, parlatevi e mettetevi d’accordo.

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Il problema è di chi resta: prepararsi alle nuove leggi di mercato

28 marzo 2013

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Costa ancora un’elemosina

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Gli ultimi in ordine di apparizione sono i manifesti che sloganeggiano un tristemente esplicito VaffanCUD, firmato da una delle tante sottosigle sindacali.

Lo leggo a semaforo rosso, è affisso sulla recinzione del cantiere fermo-per-elezioni-comunali, tappezzato di vecchie e nuove facce che chiedono il voto dietro promesse spudoratamente false. Per reazione mi volto dall’altra parte. Alla mia vista si espone magnanimamente agli sguardi altrui un essere di cui individuo il sesso, femminile, grazie alla gonna di cotone verde militare, lunga, a balze, con pizzi e frange, che penzola da sotto il giubbotto sportivo di stoffa nera.

Le mani della donna si danno da fare sopra un telefonino, nella destra stringe una sigaretta appena accesa. Le unghie sono lunghe quanto metà dita e decorate con un french particolarmente fantasioso. Da dentro l’auto non decifro il disegno, ma a occhio e croce sarà costato un’ora di lavoro all’estetista, oltre al coating di prammatica.

La donna è grassa, ha un gran pancione che tende il giubbotto verso il basso, le gambe sono pietosamente nascoste alla vista dalla copertina invernale dello scooter. Del viso si scorgono solo labbra pittate e naso adunco, da sotto il casco escono allo scoperto mostruosi orecchini stile impero e occhiali firmati, sovramisurati.

Mentre allontano un lavavetri, il solito a quel semaforo (ci conosciamo e, se non oggi, capitolerò domani), riesco a immaginarla in versione estiva, col culo che straborda dalla cintura troppo calata in vita e una Y merlettata che scava nelle sue carni striate, portando l’involontario osservatore a frugare con la fantasia fin dentro i  suoi più reconditi recessi.

Mi viene da pensare che sia una che scopa. Sicuro. E tutti i giorni, pure. Alla faccia dell’età e del senso estetico comune. Immagino che abbia una vita vorticante nel web. Una famiglia che le somiglia, un cane che le somiglia.

Alla fine scatta il verde, mentre sto pensando che una così avrà anche fede in un partito che le somiglia molto. Del quale rappresenta il tipico elettore di estrazione popolare, ma benestante, probabilmente lavora in qualche ramo del commercio.

Perché i poveracci hanno poco da sentirsi rappresentati. Ne incontro a mazzi di decine al giorno, camminando verso il posto di lavoro.

Al primo, in genere uno che canta, suona o si lamenta in metro, mollo quello che trovo in tasca. Cerco di non dare più di trenta o cinquanta centini, perché poi come al solito finisco io a ricasco dei colleghi, quando si improvvisano riunioni  o pre-riunioni, o solo chiacchiericci, davanti al distributore del caffè. Non mi piace avere conti in sospeso, di nessuna natura.

Ma poi arriva il secondo, spesso un vecchio, malandato, puzzolente, spesso sdraiato o seduto in terra. In tasca non mi è rimasto nulla, se non quei trenta centesimi di cui sono restia a privarmi. Tiro dritta, non lo guardo neanche in faccia. Mi vergogno, e rimando mentalmente al prossimo incontro.

Quindi è la volta di un uomo di colore o può essere una donna, a volte corredata di figliolo in fasce, con un carico di calzini incellofanati che sborda dalle braccia ripiegate sul petto, e l’insistente “Ehi bella, ho fame, non hai qualche spiccio? Ehi? Bella? Bella? Ehi.”

Mi è capitato di fermarmi con loro, qualche volta. Se regalo del denaro mi va di scambiare due parole con chi lo riceve. Immagino sia una compensazione tipica da personalità fragile, questo tentativo di livellare le posizioni, di non sentirmi gravata dalla colpa della mia migliore condizione.

Un tempo questi ragazzi, sempre intorno alla trentina, non accettavano spicci, insistevano che venisse comprato qualcosa, offerta libera, mai meno di una manciata di euro. Un tempo potevamo anche permettercelo, noi che possiamo contare su di un conto in banca (finché l’effetto Cipro non ci travolgerà).

Noi che abbiamo qualcuno al quale diamo fiducia perché ci rappresenti in Parlamento, anche se siamo consapevoli che non sarà mai una fiducia abbastanza ben riposta. È solo l’unica alternativa al non voto, e il non voto è una violenza ai nostri diritti e un insulto ai nostri padri. Eccetera.

Oggi, diversamente da ieri, l’”offerta” è calata drasticamente, e la “domanda” si è adeguata.  Arrivano anche a toccarmi, a volte a strattonarmi, i venditori di calzini. Mi chiedono spicci, quello che ho, anche se non gli compro niente. Io li guardo e mi sembrano sempre così in carne. Non so, forse era meglio darli al vecchio.

Mantengo ancora i trenta centesimi stretti tra le dita della mano nascosta in tasca. So che non mi toglierò l’odore di metallo per una buona mezza mattinata, e così il fastidio di pensare a queste prime ore del giorno. Continuo a  camminare, il panorama è vario.

Donne in età, in età molto avanzata e anche bambinaie, giovani e vecchie, molte straniere, con passeggini, e ragazze e ragazzi, che teoricamente dovrebbero preoccuparsi del futuro e non trovarsi in quel momento in strada a gonfiare il petto coi soldi dei genitori, griffati e supponenti.

Portano a spasso il cane, tutti. I cani sfuggono, si perdono, si azzuffano l’un l’altro. I proprietari strillano. I passeggini intoppano. I bambini spengono gli occhi sbarrati sulla strada, qualcuno riesce pure a dormire, in mezzo ai clacson e alle urla.

Da un paio d’anni Stefano non c’è più. Veniva dall’est Europa, uno scheletro di circa novanta primavere, le ultime cinque, almeno, passate sulla strada, estate e inverno. C’erano persone che sospettavano che fosse sfruttato da una banda di compatrioti, perché ispirava “troppa” pietà. E per questo, per non alimentare il racket sospettato, non gli hanno mai dato una moneta.

Io con Stefano ero entrata in confidenza. Lui, non so se mi riconoscesse quando lo salutavo, mi faceva sempre dire il mio nome, era praticamente cieco. Ma le sue orbite offuscate si illuminavano, e slargava la bocca in un sorriso dei suoi due o tre denti appesi ai gengivoni rosati, quando mi ci accucciavo davanti e perdevo tempo con lui.

Stava seduto su una cassettina della frutta. A me faceva bene, davvero, parlarci. Era un brutto periodo, mi sentivo più vicina alle persone senza patria e senza casa che a quelli che frequentavo quotidianamente. Loro non avrebbero capito cosa mi si agitava dentro.

Una volta Stefano mi ha sorpreso, discendo che da giovane era stato uno studioso, un professore, e aveva curato la traduzione del Decamerone. Mi declamò su due piedi qualcosa di Boccaccio. Mentre alterava la voce in maniera spaventosa (considerato che era ogni giorno più privo di forze) e sputazzava in giro, gli scendevano le lacrime. E aveva un’aria fiera. Si lamentò di non poter più leggere. E di non aver nessuno che leggesse a lui qualcosa.

In una delle farneticazioni con le quali intrattengo giulivamente me stessa, ero arrivata a pensare di cercare un audiolibro su CD con tutto il Decamerone, di regalarglielo insieme a un lettore CD da due soldi e delle cuffie per ascoltarlo. Avevo pensato di darglielo e scappare via. Ma forse non avrebbe saputo usarlo.

Forse avrei potuto farglielo provare, gli avrei spiegato come funzionava, e se poi ci riusciva, glielo avrei dato, e sarei scappata in fretta. Ma poi mi sono distratta, ed è passato tempo, e sono successe cose che mi hanno portata per mesi lontano da quei marciapiedi. Quando sono tornata, Stefano non c’era più.

Veniva in centro tutte le mattine con l’autobus, aggrappandosi a un bastone. Viveva da solo in periferia, da quando il suo coinquilino con cui condivideva una stanzetta nei dintorni lo aveva lasciato solo e lui non poteva più permettersi l’affitto. Altro che racket. Avesse avuto almeno un cane, uno vero, non uno da passeggio, a fargli compagnia.

Oggi c’è Anna appoggiata al muro, stretta in un cappotto beige, dimostra un’ottantina d’anni. Lei è italiana, com’è cambiata la “domanda”. Lei chiede e basta, non vende nulla. Non declama niente. Non salta, né balla. Prova solo tanta vergogna e cerca di non dare nell’occhio, si piazza dietro a dei cassonetti dell’immondizia e quando uno passa, chiede perfino scusa per il disturbo. A me non viene affatto il dubbio che sia sfruttata da qualcuno. Le do sempre qualcosa, e mi fermo per due parole. Dice che si contenta di mangiare passato di verdure e the, che tanto alla sua età è meglio contenersi.

Oggi le ho detto che avevo mal di schiena, ho due vertebre disallineate, ieri ho fatto la risonanza magnetica. Le ho parlato con scioltezza, ho ridacchiato pure, il solito complesso di quella che dorme tra due cuscini alla faccia degli altri.

Lei, per i neuroni specchio, forse, mi ha raccontato una certa storia di miracoli. Ha detto che in ospedale aveva aiutato un’amica a sollevare il corpaccione del marito che non riusciva a spostare da sola dalla sedia a rotelle al letto, e che si era fatta male alla schiena. Il medico le aveva prescritto il busto, ma non era riuscita a sopportarlo, se l’era tolto subito.

E poi il Signore aveva fatto prima la grazia all’uomo, facendolo tornare a camminare, poi a lei, togliendole il mal di schiena. Anna ha cercato di trasmettermi tranquillità. Io ho rabbrividito. Non riesco proprio a credere nei miracoli. Anzi, farlo mi è sempre sembrato un atteggiamento molto pericoloso.

E poco prima avevo incontrato Emilio. Che aveva detto “Chi la dura la vince”, ci devono dare il cento per cento. Emilio è un carissimo ragazzo, un uomo buono. Però, quanta voglia di credere ai miracoli. Credere come bambini che le cose, se le desideri intensamente, si avvereranno.

Per esempio, buttare giù per sempre i malcostumi ultradecennali d’Italia nel tempo di un Vaffanculo (com’è cambiata la “domanda”, una volta si sarebbe detto “nel tempo di un amen”). Credere nella venuta di Uno al di sopra del bene e del maaaaaaleee, fare, come l’eeeeremita… Uno che con una spallata distrugge tutto, ma tutto tutto. Tanto verrà qualcun altro a ricostruire, e a ricostruire come Uno comanda. Non quell’Uno, però, che non se ne intende affatto. Un altro.

Io sto studiando il modello Anna. Il suo modo semplice e astuto di presentarsi. Sa che la sua è una guerra a chi impietosisce di più. E lei, è vero che ha ottant’anni, ma vorrebbe ancora campare. Stravincerà sulle vecchie col cagnolino defecante e sui ragazzotti che, per forza d’età, resteranno ancora a lungo strafottenti.

Io la studio, perché intendo superarla, quando tutto ma proprio tutto sarà spazzato via e, guarda un po’, non comparirà nessuno da un fantomatico cilindro a ricostruire. Io… ho due vertebre protuse, ecco il termine esatto e, pensa, una volta ero una ballerina mentre ora, povera me, mi contento di camminare piano, quando ci riesco. Io una volta ho aiutato un vecchio cieco a comprare le medicine, sono sempre stata tanto buona e ora che servono a me, le devo comprare da sola… Uh, quante storie potrei raccontare ai passanti, piegata in due, pigolante, e con gli occhi lacrimosi.

Perché il problema è che quando saremo col culo a terra, né io né la chiappona col perizoma al vento ci accontenteremo facilmente del passato di verdure. E quando in strada ci ritroveremo tutti, passeremo direttamente dal capitalismo al cannibalismo. Bisogna prepararsi.

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Nanni Moretti (Palombella Rossa) – e ti vengo a cercare (di Franco Battiato)

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Quiz the politicians

28 gennaio 2013

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Esquire - Aprile 2012.

Quella mia copertina su Esquire di Aprile 2012

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Ti fai troppi problemi, Michele!

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In Italia, tra quelli che usano adoperare, anche saltuariamente, la misteriosa attrezzatura contenuta nella scatola nera posta alla sommità della propria persona, nessuno -credo- scommetterebbe un centesimo sulla portata e la tenuta dei programmi elettorali delle coalizioni in lizza. Neanche io (che pure andrò a votare). E neanche Massimo Pinto di Fisici per il mondo, che segnala ancora una volta l’iniziativa del Gruppo Dibattito Scienza sul portale Facebook.

“La lista delle domande formulate ai candidati Premier è qui: http://www.dibattitoscienza.it/2013/01/11/elezioni-politiche-2013-ecco-le-domande/

Dibattito Scienza sta sollecitando Silvio BerlusconiPierluigi BersaniOscar GianninoBeppe GrilloAntonio Ingroia e Mario Monti, i principali candidati, a rispondere entro la mezzanotte del prossimo 31 Gennaio.

 Oggi, 28 Gennaio, è la giornata del bombardamento mediatico su Facebook, Twitter (#dibattitoscienza) e sui blog, per informare il pubblico e stimolare i suddetti ad inviare le loro risposte, e Fisici Around The World non poteva farsi da parte.

Il prossimo 4 Febbraio le risposte pervenute saranno pubblicate su Le Scienze.

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Le questioni sul tavolo, in sintesi:

  1. Investimenti, meritocrazia, trasparenza nell’università e nella ricerca pubblica
  2. Provvedimenti per favorire l’innovazione e l’investimento in ricerca delle imprese private
  3. Politiche energetiche per migliorare l’efficienza e minimizzare l’impatto ambientale e il costo dell’energia
  4. Gestione dei rifiuti solidi urbani per migliorare l’impatto su ambiente e qualità della vita
  5. Messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico –  Conciliazione del settore edilizio con la salvaguardia del territorio e la lotta alla criminalità organizzata
  6. Agenda Digitale e diffusione della banda larga in tutto il Paese
  7. Adeguamento della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita alla giurisprudenza italiana ed europea – Testamento biologico
  8. Sviluppo e alfabetizzazione scientifica e matematica del Paese
  9. Mitigazione e/o prevenzione dei cambiamenti climatici e dell’innalzamento dei gas serra
  10. Regolamentazione dell’uso degli animali nella ricerca biomedica

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(Ribattete gente, ribattete)

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§§§

Adesso dico la mia.

La maggiore impasse di questo paese consiste nel conflitto generazionale. Nel momento in cui giovani e vecchi riusciranno a convivere senza che una parte continui ad abusare della fragilità dell’altra* avremo diritto di sperare. Sono per un governo che tenga conto di questa esigenza basilare, e non perseveri nello sbandieramento ipocrita e populista dei soli “temi civetta” (elenco i primi che mi vengono in mente: famiglie contro single, Nord contro Sud, Industria contro PMI, imprenditori contro dipendenti contro liberi professionisti contro …) importanti, sì, ma di un grado inferiore al principale. Le dieci risposte di cui sopra avranno un valore concreto non appena avremo a disposizione una generazione di giovani a lavoraci su. Ma ne riparleremo.

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*) “Quello che sta accadendo in America avviene dovunque, dai paesi arabi all’Italia”, Stephen Marche nell’articolo The war against youth pubblicato su Esquire di Aprile 2012, citato QUI

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Caparezza – Cose che non capisco

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Restaurare il marxismo

10 gennaio 2013

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CRISI: JUNCKER CITA MARX: SI’ A SALARIO MINIMO,E’ DRAMMA LAVORO IN UE

Bruxelles – Il presidente dell’ Eurogruppo Jean Claude Juncker al Parlamento Ue lancia l’ allarme: “La situazione della disoccupazione é drammatica” dichiara. Poi, citando Marx, si dice favorevole a “misure come il salario minimo”. 

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In effetti, l’idea non sembra tanto malaccia. Ma forse non è del tutto nuova.

Declassata la rivoluzione di Ottobre a momento iniziale di una nuova epoca ed a punto di forza per tutti i movimenti democratici e progressisti,

[…]

Berlinguer ha saputo cogliere l’atmosfera presente nel Palazzo dello Sport di Bologna e darle un contenuto politico e un ancor più preciso inquadramento teorico. Non meno delle sue parole ha avuto importanza il tono con cui sono state pronunciate: pacato e definitivo, e per questo assolutamente nuovo. Per comprendere questo atteggiamento, non si può trascurare un elemento personale. Il vicesegretario del Pci che rivendica ai comunisti italiani uno “stadio di maturità” tale da affermare la piena autonomia dall’Urss e da impegnarsi in una “restaurazione” del marxismo è un uomo che, a quarantasette anni, non ha conosciuto le crudeli lotte interne dei primi venti anni del movimento comunista (le quali hanno invece segnato profondamente Togliatti, Longo e tutta la vecchia generazione) e che da tempo, e specie dall’agosto scorso in poi, ha alle sue spalle una storia significativa di duri scontri con i dirigenti sovietici […]

“23 febbraio 1969 – Enrico Berlinguer vicesegreterio del Pci – Breznev? Non lo conosco” di Antonio Gambino
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Attento a te, Berlinguer! – Nanni Moretti e Paolo Zaccagnini in “Io sono un autarchico”, 1976.

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Quanto tempo ancora?

10 dicembre 2012

Tutto torna, eh. Lunedì: si ricomincia. Freddo: si ricomincia. Campagna elettorale: si ricomincia. Tutti quei manifesti, già strappati, uno sull’altro, che coprono ogni superficie disponibile. E quando sono arrivata vicino al cinema Mignon però, ne ho visto uno che sembrava affisso l’altroieri:

Vespa

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Ma tu pensa. Era il 1994, “quelo” scendeva in campo e, “Merde… Si ricomincia pure a combattere con lui, vedi!” Ho pensato, considerando il potente emblema della scopa da spazzino abbandonata in mezzo alla strada.

Sabato ero a due passi da Nanni Moretti. Sarei stata capacissima di prenderlo in braccio come Benigni con Berlinguer, avrei potuto fare un salto in avanti e gettarmi a terra per placcarlo alle caviglie, avrei potuto gridargli “Nanniiii! Sono una tua grandissima fan!” per poi serrargli le braccia con le mie e restare in piedi di fronte a lui, a ogni istante entrambi sempre più perplessi, al cospetto del mio ingombrante entusiasmo. E invece l’ho lasciato andare via così, senza alcun rimpianto. Non è solo perché abito a Roma e mi basterebbe fare una capatina al Nuovo Sacher, per dirne una, per inciampare con tutta probabilità nei suoi piedoni. Non vado al Nuovo Sacher da una vita.

Perché Nanni era già mio amico quando a vent’anni ci radunavamo con gli amici a casa di qualcuno a guardare i film, suoi e di altri registi, procurati in VHS da quello che tra noi era iscritto a Cinematografia e, oltre a frequentare l’Azzurro Scipioni (sì, pure i film di Silvano Agosti guardavamo) e le altre sale d’essai di Roma, passavamo il tempo libero leggendo, guardando, ascoltando e discutendo di cinema (e di musica, ma quello è un altro film). Eravamo anche testimoni di un’epoca di rinascita del cinema mondiale, dopo la tetra parentesi degli anni ’70 e ’80.

Ci si erano appena asciugati i brufoli. Quei film che ci facevano conoscere la vita ancora prima di averla vissuta, ci segnavano davvero nel profondo e, visione dopo visione, consolidavano la spocchia con la quale affrontavamo il mondo, certi di essere migliori dell’italiano medio. Ma poi quell’epoca è finita, e tante altre cose sono finite con lei, cose da ragazzi. Toccava diventare adulti, qualche caduto andava lasciato a terra. Nanni Moretti ho continuato a seguirlo anche più tardi. Mi sono avvicinata alla sua generazione, perché una volta raggiunti i “trenta”, finiscono per cadere le distinzioni tra le età, ci si ritrova tutti nella stessa barca e solo il vissuto, in definitiva, fa la differenza. Tanti di noi, senza saperlo risconoscere, sono diventati gli italiani medi. In un certo momento pure io, attraversata da un brivido di orrore e di piacere, ho sfiorato il baratro.

Sabato, disceso da quel palco, l’ho lasciato andare, il Nanni-uomo. Quell’altro, il mito, l’ho già da tempo interiorizzato. Sarà con me per sempre, o meglio, finché in me resterà vita. Meglio che non ci pensi, e nel frattempo, mi dedichi a far altro.

Nanni Moretti – Caro Diario (spezzone)

Sta accadendo ora

8 dicembre 2012

Io sono in prima fila…
Magnifiche letture di Parise.

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Spoetizzazioni /2 – Spoetizzare Halloween

31 ottobre 2012

FABIO             E queste cosa sono?
MICHELE       Eh, quelle sono le riviste. Poi lì ho i libri; la collana dell’Olympia press, ma solo due sono veramente buoni, per il resto poca roba. Perché mi guardi così? Adesso per esempio vado a vedere “La lupa mannara”. No. Scusa adesso io e te dobbiamo fare un discorso, Fabio. Vedi, secondo me ci sono due tipi di film di questo genere: da una parte c’è il cinema erotico, che ha una sua ragion d’essere, che può interessare certi strati… e dall’altra c’è il cinema pornografico, pura e semplice pornografia. Ed è l’unico che a me piace!
Saranno… due anni! Due anni! che non vado a vedere un film importante, di cui si parla in giro. Se c’è qualche ambizione d’autore, d’artista, dice…: “Sì in questo film ci sono i nudi, ma questa è arte non è pornografia!” io non ci vado assolutamente! Cos’è questa cretinata del nudo artistico? Uno compra le riviste pornografiche e scopre che ci scrivono la metà degli intellettuali italiani! Scopre che tutto ciò è liberatorio! Hanno scoperto adesso Laura Antonelli. Io la seguo fin da… “Incontro d’amore a Bali”, Ugo Liberatore, 1970. Ma ti ricordi i primi seni nudi su King, su Kent, nove anni fa?
FABIO             Senti, ma tu quando vedi o leggi queste cose, prendi la situazione con autoironia?
MICHELE       Ma che sei stupido?! Con autoironia… Con autoironia, ma che sei stupido?!

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Dialogo tratto da “Io sono un autarchico” di Nanni Moretti, 1976, riportato in “Facciamoci del male, Il cinema di Nanni Moretti”. Ed. Tredicilune 1990

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Aha! Arriva Halloween e sbuca Frida Kahlo. Frida è così inquietante. È la quintessenza dell’incontro tra Eros e Thanatos. Infatti, lei, prima era morta giovane, e poi si era tirata su le maniche per continuare a vivere. Durante la sua esistenza residua mostrò una tale tenacia contro le avversità che, quando alla fine morì per sempre, i medici dovettero dimostrare al marito, incredulo, l’evidenza del fatto, praticando nella sua carne inerme irrispettose incisioni e tagli, dai quali com’era ovvio, non uscì una goccia di sangue. Solo allora Diego Rivera si diede pace.

La vedo, anche se non c’è una didascalia che la individui esplicitamente, in una fotografia a corredo dell’articolo pubblicato oggi da Ileana, su Weekendout, che mette in evidenza come la celebrazione di Halloween non sia altro che l’espressione dell’accettazione della morte nel flusso naturale della vita.

Da noi Halloween è arrivato di recente, in generale visto come scusa per mettere in scena una specie di carnevale anticipato per i bambini e i bambinoni italici. La prossimità di questo festeggiamento al quale solo l’indebolimento del potere della Chiesa cattolica ha consentito l’ingresso nel nostro paese, mi offre lo spunto per una riflessione sull’essenziale arte di placare l’angoscia esistenziale. Ma anche sull’Arte, come essenziale metodo per placare l’angoscia esistenziale.

Un breve preambolo.

Come io sia arrivata alle teorie di Kahneman*, lo psicologo (e premio nobel nel 2002… per l’economia!), è di secondaria importanza (sì, volendo non è difficile capirlo, ma non importa). Sistema 1 e 2, li richiamo qui dall’articolo di Matteo Motterlini su Il Sole 24 Ore:

[…] una nuova concezione della razionalità umana, meno idealizzata e assoluta, ma più realistica e aderente alle reali capacità della nostra mente. In prospettiva, un modo per non farsi manipolare da chi sfrutta cinicamente la nostra vulnerabilità cognitiva, e quindi potenzialmente per vivere vite più lunghe, sane e felici. […]

Pensiero veloce e pensiero lento sottostanno ai processi cognitivi, e sono impersonificati, rispettivamente, dal sistema 1 e dal sistema 2 (ma, dice Kahneman, se li avessi chiamati “Joe” e “Bob” sarebbe andato altrettanto bene). Il sistema 1 è intuitivo, impulsivo, associativo (adora saltare alle conclusioni), automatico, inconscio (non sa perché fa quello che fa), veloce, ecologico ed economico (spreca letteralmente poca energia, cioè glucosio). Il sistema 2 è consapevole, deliberativo, lento, se non addirittura pigro, faticoso da avviare, riflessivo, educabile ed educato, costoso in termine di consumo energetico. […]

Fine del preambolo.

Vengo al dunque: come (quasi) tutti, ho paura della morte. Da che ne ho la possibilità, so di poter cacciare indietro questa paura ricorrendo ad un rito richiamato dall’istinto di sopravvivenza: il sesso. Ora, il sesso esiste in quanto risultato dell’evoluzione per sconfiggere la morte (della specie) attraverso la creazione di nuova vita. Un’esigenza istintiva, senz’altro ascrivibile al sistema 1. Secondo Kahneman, attuare acriticamente il sistema 1 può produrre pericolosi errori di valutazione. In effetti, non è il caso di procreare all’infinito. Passi per gli uomini, ma le donne, poverette.

Ecco perché spesso si fa ricorso alla pornografia per giungere al sollievo di privare la sessualità della funzione procreativa. Non a caso è manifestazione del tipo di sessualità che interessa maggiormente la fase puberale dell’esistenza, l’epoca della masturbazione ossessiva e disperata (con evidenti analogie, direbbe il buon Sigmund, con lo studio matto e disperatissimo che sostituì l’esperienza sessuale nella prima giovinezza di Giacomo Leopardi). Sconfiggere la morte attraverso la ritualità, la serialità e un necessario oblio della coscienza: toccare con mano la morte e, subito, risalire su. Bungee Jumping. Il tentativo consapevole e strutturato di serializzare lo stato di gratificazione indotta dalle trasformazioni fisico-chimiche che si producono durante l’orgasmo.

A questo punto viene da pensare: non è che un uso consapevole della pornografia fa parte, malgrado il perbenismo dei più, del già citato sistema 2? Tra l’altro è dimostrato che, in conseguenza dell’orgasmo, si raggiunge uno stato di benevolenza ed empatia universale: quindi un’umanità costantemente in stato post-orgasmico potrebbe, teoricamente, salvare le sue stesse sorti. Esattamente l’effetto che si attende dall’applicazione del sistema 2. Sarebbe sorprendente, no? Invece, dedicarsi alla pornografia non basta. Non basta il susseguirsi di felicità istantanee e incondivise a configurare una felicità persistente e diffusa, anzi, inutile elencare i motivi per i quali può rivelarsi, al contrario, deleterio. Non a caso la pornografia è uno degli elementi su cui da anni fa leva il sistema massmediologico per ridurre i cittadini a individui solitari e imbelli. Perciò l’attribuzione di una utilità sociale alla pornografia non è altro che una tipica giustificazione ex post fornita dal (pigro) sistema 2.

Una volta compreso che le nostre decisioni possono essere influenzate agendo sui meccanismi automatici del sistema 1 si pone però un dilemma: ovvero se proteggere oppure no gli individui dai loro errori. Si noti che nella cornice dell’economia neoclassica il problema non si pone. Gli agenti sono razionali e onniscienti. Per definizione, non commettono errori. In questo senso non c’è un costo per la libertà. Ma se la nostra razionalità ha dei bachi sistematici, allora è legittimo intervenire affinché gli individui non finiscano sfruttati a causa dei capricci del loro sistema 1 o della pigrizia del sistema 2. La presenza di una “spinta gentile” […] a “fare la cosa giusta” può risultare indispensabile, specialmente quando in veste di cittadini e consumatori siamo dilettanti allo sbaraglio costretti ad affrontare un esercito di professionisti della manipolazione.

La soluzione suggerita da Kahneman nel contesto politico prevede di

progettare istituzioni e disegnare norme affinché venga accresciuto il benessere di coloro che scelgono e non di coloro (compreso lo Stato in alcuni casi) che traggono vantaggio particolaristico ed egoistico dalle debolezze umane e dall’opacità dei contesti decisionali.

E chissà se mai (e da chi?!) verranno raccolte queste indicazioni illustri. In ambito personale, però, e in particolare oggi che siamo in prossimità della ricorrenza “dei morti”, c’è chi sente in modo particolarmente angoscioso l’esigenza di difendersi dalla paura. Quale “spinta gentile” può consentire di far sì che tale aspirazione costituisca un passo verso il raggiungimento di uno stato di bene duraturo per sé stessi?

Frieda Kahlo, modello di espressione artistica ad alto contenuto di sensualità e di sottile erotismo, era tenuta in palmo di mano dagli esponenti della corrente surrealista, e in particolare da André Breton che da lei era affascinato al punto di tagliarle addosso definizioni che Frida non condivideva e dalle quali era spesso costretta a prendere le distanze (“Un’autentica surrealista!” “Ma taci, André, questa è la mia vera vita!“). Nonostante, o forse proprio grazie a malattie, menomazioni, aborti, tradimenti (subiti e compiuti), era giunta ad un’altissima consapevolezza del proprio essere viva,  che, molto consapevolmente, restituiva al mondo attraverso l’espressione della propria arte. Non si può non rimanere rapiti dal suo sguardo nelle sequenze finali – decisamente una sua performance artistica –  del filmato qui sotto richiamato

 
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e dubitare oltre che si possa destituire l’erotismo (componente essenziale dell’arte di Frida) di una qualche utilità, personale e allo stesso tempo universale (riconoscendone quindi l’appartenenza al sistema 2)

Frida offriva il proprio sguardo ad un pubblico che potesse riutilizzarlo per far luce, allo stesso modo, anche sul proprio vissuto. Questa è una prerogativa di tutte le arti, quando non siano ricerca di un vantaggio narcisistico o, quel che forse è peggio, economico. Probabilmente, sulla scia di quell’inesorabile (e per quanto mi riguarda benvenuto) riavvicinamento in atto tra scienze umane (ricomprendendovi sia il pensiero speculativo che le forme artistiche) e scienze esatte, gioverebbe arrivare a una qualche alleanza tra la pratica pornografica e quella dell’erotismo sognato. Sistema 1 a braccetto con sistema 2, per ottenere il massimo risultato in campo personale e, magari indirettamente, produrre effetti anche su una platea più ampia. Insomma, che oltre alla teoria e all’ispirazione, espresse in mille modi, anche attraverso i blog, si metta in campo di tanto in tanto un po’ di sana e allegramente tellurica pratica.

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*) Daniel Kahneman – Pensieri lenti e veloci. Mondadori, 2012

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Jenyne Butterfly – Only You (un brano dei Portishead)

Noi chi?

29 ottobre 2012

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“e poiché siamo arrivati” … “abbiamo avuto agio” …
Ma chi? Ah, certo, Io e Lui.
Sono in viaggio, fa freddo. Mi scaldo con un po’ di metablobbl.. blogg… Insomma con quella cosa là.

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Alberto Moravia recensisce “Sogni d’oro”  di Nanni Moretti in Facciamoci del male, Il cinema di Nanni Moretti. Ed. Tredicilune 1990

Parole a pane e acqua, per favore.

28 luglio 2012

Ci sono delle donne che mi fanno venire il nervoso. Di quelle che quando affrontano la vita sembrano non tenere conto dell’esperienza. O meglio, di quelle che piegano i risultati dell’esperienza a ciò che, contro ogni ragionevole evidenza, vogliono dimostrare di essere l’unica lezione che si possa leggervi. Mi urtano i nervi, sono del tipo che ti rovinano la piazza, come si dice, anche a quelle come me, che decisamente vivo e penso fuori dagli schemi. Oh, vabbé, lasciamo perdere. Anzi, no. Che poi, quelle sono anche madri. Bel modello lasceranno alle loro figlie e, se ne hanno, anche (e forse soprattutto) ai loro figli. Lo dico a ragion veduta, io non parlo di cose che non conosco*. Il problema di questi personaggi sta nel fatto che, per restare a galla, devono a tutti i costi mettere sotto i piedi gli altri.

Ora, si sa, è dimostrata l’esistenza e spiegati i motivi dei meccanismi che portano l’essere umano a voler primeggiare**, perfino stamattina leggevo del record stabilito dall’arciere zen Dong Hyun, detto The blind archer, che, praticamente cieco, nella prima giornata delle Olimpiadi, durante le qualificazioni, è riuscito a battere il record del mondo individuale. E poi ha detto “per me il record è molto importante”, e ci credo. Qui la posta in palio è al di sopra di ogni sospetto. Ma quelle donne, quelle madri.

Ragazze, i padri, lo dico pure a Lola, che disapprova, non solo ce la fanno quanto noi, ma giocano pure un ruolo fondamentale nella crescita dei figli, l’ho letto in uno di quei libri*** che mi aiutano a capire l’unico mio figlio maschio. A me gli uomini piacciono

(- Si sa.

– Non interrompere tu, che non hai nemmeno genere.)

e di conseguenza non posso sparare a zero su di loro. Non sono “tutti stronzi”, con le ovvie eccezioni sono buoni, in buona fede, si impegnano. E sono capaci anche di gesti di una delicatezza inaspettata. Faccio alcuni esempi. Il primo, Tom Waits, presente chi?

Quello definito in una recensione presa a caso: “l’artista maledetto, “l’allegria di naufragi” per dirla alla Ungaretti.” Bé, con quella statura d’artista che si ritrova e quel vocione, nell’intervista sul Mucchio Selvaggio di questo mese teorizza delle canzoni (e io ci vedo tutta l’analogia con le parole, in particolare con la poesia) che “sono come gli uccellini: mangiano poco. […] La cosa più difficile è fare in modo che certe canzoni rimangano piccole, non farsi fregare dal loro bisogno di mangiare” (che poi non parla d’altro che della difficoltà e dell’impegno a contenere la propria ambizione) e dice “In questo nuovo disco le canzoni sono rimaste a digiuno fino alla fine, a pane e acqua”. Canzoni a pane e acqua, capito? Parole, pure, a pane e acqua, aggiungo. Che dimostrano pensieri asciutti e produttivi. Se a quell’età e con la carriera che ha fatto lui, riesce ancora a dire “Mi ritrovo ad ascoltare un sacco di musica fatta dai teenager. La mia vita è sottosopra”, e lo attribuisce all’influenza che i figli hanno su di lui, bè costui ci mostra un esemplare d’uomo bello, pulito e adatto ad un’emulazione che approvo in pieno.

Un altro esempio, invece, lo prendo più vicino. Due giorni fa le mie figliole “culturalmente modificate” si sono organizzate e hanno fatto un’improvvisata telefonica alla madre naturale, mai frequentata prima. Quando me l’hanno detto ho provato un temporaneo smarrimento sul mio ruolo nei loro confronti, certo, ma ne sono stata subito felice. E poi non avendo nessuna pretesa di possesso su di loro, non ho sofferto per alcuna disillusione.

Fatto sta che ieri, nel bel mezzo di una riunione di lavoro mi è arrivata una di quelle gentilezze che non t’aspetti, specie da un uomo. Una poesia trovata per caso, che dipingeva proprio il mio sentimento per le mie ragazze. Gentilezza per gentilezza, l’ho restituita con una traduzione senza pretese. Si può leggere qui, sul blog di Luca.

Per inciso, due posti più in là dal mio, c’era seduto un simpatico collega che aveva allungato lo sguardo (non autorizzato) sul mio telefono, aperto alla pagina della biografia dell’antropologa Margaret Mead, l’autrice del testo (quanto interesse verso gli antropologi, che categoria di intellettuali, gli unici, o quasi, a poter parlare con cognizione di causa delle origini dell’uomo e di conseguenza della validazione o meno delle teorie filosofiche sull’umanità, sul mondo e sul divino****). L’ometto, schifando l’importanza degli argomenti all’ordine del giorno, ha commentato:

– A Francé, ma lo sai che questa me l’ha fatta studiare la proffe delle medie?

– Ma va’?

Davero. M’è rimasta impressa perché … Ah! Ah! Aveva studiato… La danza del pene!

E mentre io ingigantivo lo spazio tra le palpebre come un cartone animato della Warner Bros, si intrometteva un’altra collega, bellissima e procace:

– Insomma! Falla finita, cazzo! E poi dopo ti lamenti che non hai capito niente-, costringendolo a ritirarsi buono buono e in silenzio sul fondo della seggiolina fino a fine riunione. Maschi.

(Non so della “danza del pene”, non l’ho trovata, ma cercando insieme “Mead” e “penis” si trovano in effetti molte prove delle ricerche della studiosa nel campo considerato, sempre sotto l’aspetto antropologico, ovviamente.)

Tornata a casa ho letto la poesia alle fanciulle,che mi sono sembrate decisamente indifferenti. Ma invece una cosa tira l’altra, e dopo un po’ di tempo una è tornata indietro con un foglio:

– Ho scritto una poesia, vuoi leggerla?

– Dai.

– È in russo, in rima.

– Leggimela.

– Ok.

8 Марта

Восьмое Марта близко-близко

Я ненавижу этот день,

Дарить цветы,открытки, письма,

Мне надоело, так давно,

Я лучше поиграю в игры,

Приглошу друзей моих,

А этот день 8 марта ,

Забуду на всегда.

– Traducimela adesso.

– S’intitola

8 Marzo

L’otto marzo è vicino vicino,

Lo odio questo giorno,

Regalare i fiori, lettere,

Mi ha già scocciato da un bel po’,

È meglio se faccio qualche gioco,

Invito degli amici,

E questo giorno dell’otto marzo,

Me lo scordo per sempre.

– Ah, caspita. Bella. Mhm, mhm. Ma, scusa sai, perché proprio oggi hai pensato all’otto marzo?

– Così. Il protagonista è un maschio.

– E perché?

– Così. In verità ci ho pensato perché ho letto una barzelletta.

– Quale?

– Una barzelletta russa.

– Me la racconti?

– Certo:

Учительница говорит:

-дети, скоро праздник- 8 марта, сочините какой-нибудь стишок по этому поводу.

Вовочка встает и расказывает:

 -Восьмое марта близко-близко,

Расти скорей, моя пиписка.

Учительница:

-Вон!!!   К директору, и расскажешь, за что я тебя выгнала!

Приходит он к директору,так мол и так, за стишок посвященный  8 марта выгнали. директор выслушал стишок и говорит:

– Дурак ты, вот какой стишок надо сочинять:

Восьмое марта близко-близко,

И сердце бьется как олень,

Не подведи меня,пиписка,

В международный женский день.

– E adesso, me la traduci?

– Certo:

La prof dice:

– Ragazzi, tra poco c’è la festa dell’otto marzo, scrivete una poesia al proposito.

Vladimino si alza e recita:

L’otto marzo è vicino vicino,

Cresci in fretta, mio pisellino!

La prof:

– Via!!! Dal Direttore, e raccontagli perché ti ci ho mandato!

[Vladimino] va dal Direttore e gli racconta della poesia dedicata all’otto marzo. Il direttore dopo aver ascoltato la poesia gli dice:

– Che stupido sei, ecco che poesia dovevi inventarti:

L’otto marzo è vicino vicino,

E il mio cuore batte come il cervo

Non deludermi mio pisellino

Per la festa delle donne ti riservo.

Le risate che ci siamo fatte. Poi più tardi, a ripensarci, mi è venuto un dubbio: le avrò mica involontariamente detto tra le righe che gli uomini sono tutti uguali, sono tutti stronzi, e che hanno in mente soltanto quello?

Ma no, l’umorismo greve pure usa parole tenute “a pane e acqua”. Sono solo canzonette, insomma.

     …

   ..

 .

*) Per la bibliografia relativa questa espressione, vedere qui e qui* [al minuto 2:42 circa]; per approfondimenti sulle relazioni tra le canzoni di Caparezza e il cinema di Nanni Moretti invece, vedere anche qui.

**) Su Le Scienze di Luglio 2012, per esempio, c’è un bell’articolo di Ian McEwan, “versione riveduta e corretta di un seminario tenuto a Santiago, in Cile”, rintracciabile in lingua originale qui Dove, tra l’altro, viene data notizia di episodi della vita di Darwin e di Einstein che mettono in luce la precedenza che davano ai propri affetti, prima che alla gloria mondana. E dove invece si annota di come un segno della “modernità” in tanti settori, compresa la scienza, sia la pretesa di mettere la “firma” sul prodotto del proprio lavoro, mirando a raccogliere quanti più riconoscimenti e consensi, come conseguenza del fascino irresistibile esercitato sull’essere umano dalla popolarità. Cosa che ha portato e porta spesso a errori di valutazione da parte di chi fruisce di un contenuto (e passi per l’arte), perché la fama diventa sinonimo di garanzia della sua validità (“Individualità e personalità tendono a suscitare devozione quasi religiosa”). Ma McEwan conclude sostenendo che l’”ambizione bassa, o mondana, di arrivare primi” oltre a mutare il corso della scienza, ridefinì anche “il senso di noi stessi” (riferendosi alle conseguenze delle teorie di Darwin e di Einstein sugli scrittori dal XIX secolo in poi, che “hanno lasciato in eredità mezzi sofisticati e profondi per delineare un personaggio”, ma ancor più sui successivi, Joyce in testa, che con Virgina Woolf “trovò nuovi mezzi per rappresentare il flusso di coscienza che ora sono usati comunemente, perfino nei libri per bambini”).

***) Steve Biddulph – Crescere figli maschi. Ed. TEA, 2006.

****) L’articolo originale e quello de Le Scienze di Luglio 2012, oltre a quanto detto sopra, sono una lettura che, ancora una volta, avverte dei limiti del creazionismo. Evviva chi continua a martellare su questa semplice evidenza.


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