Il lamento della naiade

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– Pezze! Portate delle pezze bagnate, presto!

– Una parola, dove le vado a prendere?

– Vedi se i calzini sono praticabili. Se sì, sfilagliene uno. Tanto conciata com’è, non se ne accorge.

– Capo: calzini in ordine.

– Procedete a rinfrescare la parte.

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§

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Se mi siedo, la sedia sotto di me prende a cantare un blues. Allora mi alzo, la guardo un po’ allibita e mi avvicino per ascoltarla meglio.

Se poi passo accanto alla finestra, quella mi sente arrivare e arriccia tutte le tapparelle. Mi viene da confortarla, l’accarezzo.

Se sono sdraiata a letto, sento il mio stupido cuore che si agita e piange. Che posso farci: è dentro di me, non ho mani interiori.

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Mi sale su un reblog. È il primo, è portentoso, eccolo

Eres toda de espumas.

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Oddio, ne arriva un altro. Sto pronta

Non scrivo più.

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Infine, lo comprendo. Non chiedo perché sia: un perfido Pablito picchia e percuote, da dentro, corde scoperte.

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[Sono un piano scordato, ma ho buona memoria.

Prendi ad esempio Prima. Davvero un’altra storia.]

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E mi sussurra cose scivolose, lo fa apposta, adesso che attraverso a piedi scalzi il fiume.

Ma non lo trovo giusto.

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Sete di te m’incalza

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Sete di te m’incalza nelle notti affamate.
Tremula mano rossa che si leva fino alla tua vita.
Ebbra di sete, pazza di sete, sete di selva riarsa.
Sete di metallo ardente, sete di radici avide.
Verso dove, nelle sere in cui i tuoi occhi non vadano
in viaggio verso i miei occhi, attendendoti allora.
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Sei piena di tutte le ombre che mi spiano.
Mi segui come gli astri seguono la notte.
Mia madre mi partorì pieno di domande sottili.
Tu a tutte rispondi. Sei piena di voci.
Ancora bianca che cadi sul mare che attraversiamo.
Solco per il torbido seme del mio nome.
Esista una terra mia che non copra la tua orma.
Senza i tuoi occhi erranti, nella notte, verso dove.
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Per questo sei la sete e ciò che deve saziarla.
Come poter non amarti se per questo devo amarti.
Se questo è il legame come poterlo tagliare, come.
Come, se persino le mie ossa hanno sete delle tue ossa.
Sete di te, sete di te, ghirlanda arroce e dolce.
Sete di te, che nelle notti mi morde come un cane.
Gli occhi hanno sete, perchè esistono i tuoi occhi.
La bocca ha sete, perchè esistono i tuoi baci.
L’anima è accesa di queste braccia che ti amano.
Il corpo, incendio vivo che brucerà il tuo corpo.
Di sete. Sete infinita. Sete che cerca la tua sete.
E in essa si distrugge come l’acqua nel fuoco.
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(Pablo Neruda)
 

Roma, Fontana di Piazza Esedra – Mario Rutelli: Naiade

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– Glielo dici tu che se si gira risolve?

– Perché io? Diglielo tu.

– No no, fa’ tu.

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2 Risposte to “Il lamento della naiade”

  1. ubik Says:

    un po’ criptico e surreale all’inizio, ma la poesia di Neruda è bollente e bella, anche se le poesie non mi fanno proprio impazzire

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  2. mariano Says:

    Fiumi, sorgenti, fontane, laghi o paludi: nella mitologia classica si nasconde una naiade in ogni luogo naturale. Sedie, finestre, letti, pareti: nella mitologia contemporanea si rivela una naiade in ogni oggetto innaturale… Ma i vecchi miti sono meno disumani.

    Mi piace

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