Spoetizzazioni /8 – Spoetizzare (perfino) i madrigali

Portava scarpe scomode, non si rendeva conto del tempo che perdeva nelle decisioni, e comunque, finiva sempre con lo sceglierle male.

Ma non era solo per questo. Non dormiva abbastanza. Proprio oggi aveva spiegato a un’amica che da quando aveva smesso di vivere sotto i pesanti gioghi dei quali sanno bene tutti quelli che la conoscono, aveva solo voglia di rallentare. Camminare sempre più piano, possibilmente fermarsi.

Non aveva padrone. Si mimetizzava bene, però. Sapeva riprodurre a perfezione la mimica utile alla sopravvivenza. Aveva poche amicizie, cercava la vicinanza complice e rassicurante, non il rumore, o meglio, i rumors.

Come ogni vacca, aveva tette capienti, che spesso le dolevano per quanto erano cariche. Allora si lasciava mungere volentieri, anche se detestava gli apparecchi meccanici. Era un buono scambio, dopo tutto. Al fattore il latte, a lei, scaricata la tensione, la possibilità di riprendere la sua andatura marginale, sempre contromano, spesso in disparte.

Fissava il cielo, annusava i fiori che incontrava. A volte dormiva in pieno giorno, si appoggiava là dove si trovava, riapriva gli occhi davanti a tramonti splendidi, grata per la consapevolezza del momento presente, mentre tutti tornavano stanchi alle stalle senza poter alzare lo sguardo da terra.

Una mucca con le zampe sbagliate, senza padrone, che guarda il cielo e ama essere munta a mano. Capiva di essere incatalogabile. Però, finché nessuno l’avesse mai attaccata per questo, avrebbe continuato a fare come le pareva. In caso contrario, avrebbe applicato l’arte della difesa a cornate, per poi riprendere secondo il proprio stile, come se niente fosse.

Appena ne aveva l’opportunità, tendeva le orecchie alle radio accese nelle auto di passaggio sulle strade che costeggiavano i campi. Cercava di carpire le previsioni meteo: nelle pozzanghere il suo splendido isolamento si trasformava in un discreto fastidio.

Lasciata la sua amica presso una radura rigogliosa (era un giugno fresco, la vegetazione non accennava ad appassire), si accostò a un’auto parcheggiata sotto un albero e spenta, dentro la quale un uomo stava ridendo della grossa.

Le ricordò un fattore che aveva frequentato un tempo, in pascoli lontani. La somiglianza le ispirò simpatia, e si fece più vicina, cercando comunque di restare fuori dalla portata degli specchietti. Per una vacca, riuscire a nascondersi dietro una utilitaria era una bella impresa, ma l’uomo continuava a ridere, non vide la sua sagoma in penombra. Stava ascoltando un programma eclettico, nel quale gente senz’arte ne parte (con l’eccezione dell’esponente di una famiglia di illustri enigmisti), presa la linea con la trasmissione, declamava per telefono madrigali piuttosto alla mano.

La bovina aveva il dono di un’ignoranza aperta agli stimoli. Era curiosa, apprendeva senza pretendere di farsi una cultura enciclopedica. Seppe quindi dalla voce del conduttore che cosa fossero i madrigali, e masticando il bolo con affettazione, pensò “In fondo, sono solo canzonette”. L’utilitaria ripartì, e lei fece una pensata buona per distrarsi nei giorni di tempo instabile come quello, che trascorreva in una solitudine che si rivelava dura, a volte.

Pensò al fattore che le ricordava il tizio dentro l’auto appena ripartita e, rimuginando, iniziò a percorrere la strada che la separava dal paese. Chissà cosa la spinse, forse il gran mal di piedi, o l’arsura, forse una vecchia storia che aveva sentito raccontare ai tempi di quelle mungiture. Aprì a fatica, con le corna, la porta di un vecchio e scalcinato bar, vi entrò, salutando il gestore e i pochi clienti in posa da bancone. Nessuno batté ciglio.

Tirò fuori delle monetine da dentro una piega del vello, dietro le orecchie, e le lasciò cadere con attenzione dentro la fessura. Compose il numero della stazione radio di poco prima e declamò una sequenza di madrigali, convinta che l’uomo dell’auto, sicuramente all’ascolto, ne avrebbe riso come non mai.

Poi sollevò la testa dal cuscino, di colpo. Sbarrò lo sguardo e proferì a voce abbastanza alta da poter essere udita almeno da sé stessa:

– Mi sa che ho fatto una vaccata.

Cercò di infliggersi un’autoincornazione, ma per ignoranza fece cilecca, il browser trovò giusto un’Incoronazione di Poppea. “Ben mi sta”, pensò, ricadendo con la testa sul cuscino.

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3 Risposte to “Spoetizzazioni /8 – Spoetizzare (perfino) i madrigali”

  1. Wish aka Max Says:

    LOL “mi sa che ho fatto una vaccata” è un mito.

    Ma la sognatrice porta una quarta abbondante? 😀

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    • icalamari Says:

      Non so, non la conosco di persona. Però di lei posso dire che ha la quarta… dimensione, in quanto personaggio. Non banalmente il tempo quindi ma, mi pare a detta di Heinlein -non posso verificare ora- una ulteriore dimensione dello spazio, o dell’esperienza dello spazio oppure ancora dello spirito, che percepisce e elabora lo spazio e il vissuto.
      Ma tu, Màcches, però guarda la luna, non farti distrarre dal dito… 🙂

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      • Wish aka Max Says:

        Elloso, pure tu hai ragione, ma a quel saggio sufista che disse quel che mi stai suggerendo, mi viene da rispondere “dipende dal dito che indica!” 😉

        PS ho appena ordinato su amazon un libro che potrebbe essere interessante. farotti sapere.

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