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Spoetizzazioni /8 – Spoetizzare (perfino) i madrigali

27 giugno 2013

Portava scarpe scomode, non si rendeva conto del tempo che perdeva nelle decisioni, e comunque, finiva sempre con lo sceglierle male.

Ma non era solo per questo. Non dormiva abbastanza. Proprio oggi aveva spiegato a un’amica che da quando aveva smesso di vivere sotto i pesanti gioghi dei quali sanno bene tutti quelli che la conoscono, aveva solo voglia di rallentare. Camminare sempre più piano, possibilmente fermarsi.

Non aveva padrone. Si mimetizzava bene, però. Sapeva riprodurre a perfezione la mimica utile alla sopravvivenza. Aveva poche amicizie, cercava la vicinanza complice e rassicurante, non il rumore, o meglio, i rumors.

Come ogni vacca, aveva tette capienti, che spesso le dolevano per quanto erano cariche. Allora si lasciava mungere volentieri, anche se detestava gli apparecchi meccanici. Era un buono scambio, dopo tutto. Al fattore il latte, a lei, scaricata la tensione, la possibilità di riprendere la sua andatura marginale, sempre contromano, spesso in disparte.

Fissava il cielo, annusava i fiori che incontrava. A volte dormiva in pieno giorno, si appoggiava là dove si trovava, riapriva gli occhi davanti a tramonti splendidi, grata per la consapevolezza del momento presente, mentre tutti tornavano stanchi alle stalle senza poter alzare lo sguardo da terra.

Una mucca con le zampe sbagliate, senza padrone, che guarda il cielo e ama essere munta a mano. Capiva di essere incatalogabile. Però, finché nessuno l’avesse mai attaccata per questo, avrebbe continuato a fare come le pareva. In caso contrario, avrebbe applicato l’arte della difesa a cornate, per poi riprendere secondo il proprio stile, come se niente fosse.

Appena ne aveva l’opportunità, tendeva le orecchie alle radio accese nelle auto di passaggio sulle strade che costeggiavano i campi. Cercava di carpire le previsioni meteo: nelle pozzanghere il suo splendido isolamento si trasformava in un discreto fastidio.

Lasciata la sua amica presso una radura rigogliosa (era un giugno fresco, la vegetazione non accennava ad appassire), si accostò a un’auto parcheggiata sotto un albero e spenta, dentro la quale un uomo stava ridendo della grossa.

Le ricordò un fattore che aveva frequentato un tempo, in pascoli lontani. La somiglianza le ispirò simpatia, e si fece più vicina, cercando comunque di restare fuori dalla portata degli specchietti. Per una vacca, riuscire a nascondersi dietro una utilitaria era una bella impresa, ma l’uomo continuava a ridere, non vide la sua sagoma in penombra. Stava ascoltando un programma eclettico, nel quale gente senz’arte ne parte (con l’eccezione dell’esponente di una famiglia di illustri enigmisti), presa la linea con la trasmissione, declamava per telefono madrigali piuttosto alla mano.

La bovina aveva il dono di un’ignoranza aperta agli stimoli. Era curiosa, apprendeva senza pretendere di farsi una cultura enciclopedica. Seppe quindi dalla voce del conduttore che cosa fossero i madrigali, e masticando il bolo con affettazione, pensò “In fondo, sono solo canzonette”. L’utilitaria ripartì, e lei fece una pensata buona per distrarsi nei giorni di tempo instabile come quello, che trascorreva in una solitudine che si rivelava dura, a volte.

Pensò al fattore che le ricordava il tizio dentro l’auto appena ripartita e, rimuginando, iniziò a percorrere la strada che la separava dal paese. Chissà cosa la spinse, forse il gran mal di piedi, o l’arsura, forse una vecchia storia che aveva sentito raccontare ai tempi di quelle mungiture. Aprì a fatica, con le corna, la porta di un vecchio e scalcinato bar, vi entrò, salutando il gestore e i pochi clienti in posa da bancone. Nessuno batté ciglio.

Tirò fuori delle monetine da dentro una piega del vello, dietro le orecchie, e le lasciò cadere con attenzione dentro la fessura. Compose il numero della stazione radio di poco prima e declamò una sequenza di madrigali, convinta che l’uomo dell’auto, sicuramente all’ascolto, ne avrebbe riso come non mai.

Poi sollevò la testa dal cuscino, di colpo. Sbarrò lo sguardo e proferì a voce abbastanza alta da poter essere udita almeno da sé stessa:

– Mi sa che ho fatto una vaccata.

Cercò di infliggersi un’autoincornazione, ma per ignoranza fece cilecca, il browser trovò giusto un’Incoronazione di Poppea. “Ben mi sta”, pensò, ricadendo con la testa sul cuscino.

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Spoetizzazioni /7 – Spoetizzare la (buona) poesia

9 marzo 2013

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Al mio (Eu)genio interiore

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Da un po’ di tempo scrivo prevalentemente dietro le quinte di questo blog. Non contano i diluvi di parole dei giorni scorsi. Troppo facile, io parlo di scrittura vera. Ci ho pensato su, forse mi sto richiudendo.

– Non sia mai!

– Giusto. Per questo, ho lasciato un piede nella porta. E ti prego di non spingere, mi mancano solo guai alle caviglie. Tornerò appena mi sentirò pronta.

– E a noi, a noi, non pensi? Per esempio a lui, con quella faccia da gatto strapazzato da mille bolidi impazziti sulla Cristoforo Colombo?

– Miao.

– Eh, ci penso.

– E a quell’altro, che se non fai qualcosa tu neanche sa prepararsi la colazione da solo?

– Ci penso, ti ho detto, ci penso.

– E a me, che sono il tuo demone preferito…

– Pie illusioni.

– …A me, non ci pensi?

– Anche troppo perché, vedi? Mi viene da ridere.

– Ridi? Sulle mie disgrazie?

– Macché, è solo che quando il gioco si fa duro, io per reazione rido.

– E quindi, che significa?

Significa che ho riflettuto sul fatto che qui in Italia la comicità tiri, ma non da adesso. Mi ha sempre fatto pena l’idea che l’italiano nel mondo sia rappresentato per lo più con la maschera di Pulcinella addosso. Ma i miei giudizi non sono mai definitivi (sbaglierò sicuramente e per questo un giorno verrò punita) e, in fondo, sono una persona umile. So di non sapere, ma cerco di rimediare. Voi che invece sapete tutto, adesso vi farete una risata alle mie spalle. Accomodatevi.

Ho questo tomone di Montale*, “Tutte le poesie”. Sta con me da non so quando, con la poesia ho un rapporto controverso. L’ho abbandonata col suo sacchetto da orfanella in spalla tanti anni fa e adesso cerca di farmela pagare. Ma io non me la prendo, e fuori oggi era un giorno così bello (ho fatto altre duecento foto alla mimosa, sperando che rimanesse anche il profumo, ma niente), che ho ripreso in mano il tomone e ho letto: Piove. Un segno del destino, era chiaro. Non potevo che ridere.

Piove

Eugenio mi ha fatto ricredere, ha ripreso il ritmo della pioggia del defunto Vate con un tono leggero, ironico, ma andando cento volte più a fondo. Forse da queste parti abbiamo davvero un talento per l’ironia. Forse, in minima parte, ce l’ho anch’io.

– Che ne pensi, Eugè?

– Vai, buttati Francé. Che ti frega, tanto resta solo sul blogghetto.

Allora ho ho messo le dita sulla tastiera e ci ho provato.

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Guarda: tutto ritorna e non mi piace.

M’offendono, uno sparo dentro al petto,

azioni, voci, brezza della sera

che satura dal mare

la polverosa aria dei cantieri

a primavera.

Tra tetti, vetri e opere in cemento

chiusi sulle ombre lunghe da occidente

sento infilarsi quel brusìo uniforme,

che parte a parte lento mi attraversa,

sorgente il tempo dato per unirmi

a te.

Non d’ inverno, è certo.

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Cosa ne sia uscito, non so giudicarlo. A me ha fatto bene ri-comporre questa cosa. Eugenio l’ha letta senza sobbalzare, poi mi ha battuto una pacca sulla spalla e abbiamo fatto merenda insieme a pane e nutella.

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(- che ne dici?)

(- Ehm, simpatica poesiola, ma c’è una cosa che non ho capito.)

(- Cosa?)

(- L’ironia, avevi parlato di ironia. Io non la vedo.)

(- Una cosa alla volta, sono fatta così, cerca di capire. Adesso la parodia, più in là l’ironia. Mica mi chiamo Montale, eh.)

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*) Eugenio Montale, Tutte le poesie. ed. Mondadori, 1984

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Addio, vecchio mio (aka Spoetizzazioni/6 – Spoetizzare l’amore)

28 dicembre 2012

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rodin_idolo_eternoAguste Rodin, L’idolo eterno

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Ereader ereader delle mie brame…

Allora, ho dovuto scegliere da dove cominciare. E dalla mia wish list (a proposito, questo esiste solo cartaceo, acc!) alla fine ho tirato giù Raffaele La Capria, Quattro storie d’amore*.

Perché il mio principale proposito per il 2013 -oltre a riuscire ad attraversarlo per intero uscendone il più possibile indenne, e forte delle passate esperienze – è quello di affrontare una volta per tutte le mancanze che separano i miei tentativi di scrittura, che indegnamente vi propino spesso anche su questo blog, dalle autorevoli prove dei miei autori di riferimento. La Capria di costoro è un campione luminoso, è uno di quelli ai quali faccio voto di saltare fisicamente al collo al più presto. Mi coinvolge, tra i pochi scrittori che riescano a capire e restituire con grande dignità anche il punto di vista femminile. E in questo libro sono tutte donne forti** -c’è anche quella Francesca che morì a Rimini-, capaci dei “gesti di splendore”, di cui parla la blogger branoalcollo in commento a questo post qui. Gesti -che sanno compiere anche gli uomini, sia chiaro il mio pensiero- che sovrastano di mille pompatissime atmosfere le vite flosce, e dunque senza spessore, in nome delle quali vengono compiuti.

Fatto. Libro preso e consumato in una notte. Quattro esercizi di rilettura di relazioni amorose fiorite o narrate in campo letterario. Dai libri, dai buoni libri, si impara sempre qualcosa. Certo, serve una qualche predisposizione. Vanno anche letti nel momento più adatto della propria vita. Cosa può imparare una persona come me, con tutti i suoi pregi e difetti, dalle storie visualizzate (ho dovuto aggiungere una lucina notturna con la clip, ‘sto ereader è appena appena troppo buio tra le lenzuola), raccontate con stile tanto pulito e scorrevole? Per ora, ma le rileggerò, il modo di dire addio al vecchio anno con coraggio e decisione (qualità che per fortuna non mi mancano).

Ho cercato anch’io di reinterpretare un frammento, uno scambio epistolare di cui è andata perduta una metà importante. La Capria riporta che, grazie a un fortunato ritrovamento, ci è giunta tutta la ricchezza di colori dell’umana vicenda che vide coinvolti il poeta Salvatore Di Giacomo e la donna che, malgrado lui -il quale voleva soltanto una “amitié amoreuse”- gli stette accanto tutta la vita (ecco, forse davanti a un soggetto del genere io mi sarei fermata prima: la fanciulla alla fine impazzì).

Lettera (1905) di Elisa Avigliano a Salvatore Di Giacomo

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La Capria2

La Capria1

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*) Raffaele La Capria “Quattro storie d’amore”, Ed. Drago, 2007

**) La mia preferita? Polina Apollinaria Suslova, amante/amata da Fëdor Michajlovič Dostoevskij, che sicuramente non meritava tanta dedizione.

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– Questa è stata l’ultima volta, esatto?
– Esatto. Da gennaio si cambia registro.
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Spoetizzazioni /5 – Spoetizzare la (brutta) poesia

3 dicembre 2012
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Vedo me stesso essenzialmente come un lettore. Mi è accaduto di avventurarmi a scrivere, ma ritengo che quello che ho letto sia molto più importante di quello che ho scritto. Si legge quello che piace leggere, ma non si scrive quello che si vorrebbe scrivere, bensì quello che si è capaci di scrivere.

 (Jorge Luis Borges, L’invenzione della poesia – Lezioni Americane. Ed. Mondadori, 2001)

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Che le vostre orecchie mi perdonino! Tenete il volume basso: è il primo esperimento…

manganelli1

.Giorgio Manganelli – Un libro (estratto), da “Ti ucciderò mia capitale” – Adelphi, 2011

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Spoetizzazioni /4 – Spoetizzare la poesia

15 novembre 2012
(Ci riprovo, è colpa della stagione)
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Uno sguardo su novembre

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Quando finirà questo mese

smetterò di girare

finirò di sbucciare le aiuole

con il piede

nervoso

che strapazza quei fiori tardivi

come fossero loro

i cattivi

mentre invece un cattivo non c’è

neanche un brutto

o un buono,

però.

Uno sconto,

che so.

Una cosa qualsiasi che mi tolga

l’abitudine a chiedere

a credere

a premere.

A sentire mancanza di me.

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Quando finirà questo mese

non avrò altre pretese

altre scuse

sarò pronta a tirare su il telo

rimboccare il lenzuolo

appoggiare la testa al cuscino

e aspettare

di sentire il ritorno di me

che apre lenta la porta di casa

si avvicina, mi bacia la fronte

e mi dice

non andartene più

via da me.

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E tutto sarà soltanto

Dicembre.

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Spoetizzazioni /3 – Spoetizzare la poesia

11 novembre 2012

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Con poca vergogna, e temendo molto il giudizio di Poetella, pubblico una brevissima poesia. :-p

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(Guardando gli stormi, una sera di novembre)

 

Così unite insieme, sferzate di pioggia e gelo

Negano ancora il senso del messaggio. Ma

Scoppia l’urgenza, il grido forte, allora

Nulla più resta, se non gettarsi al cielo

Slegati, aperti,

e accogliere il presagio.

 

 

Mischiati a caso nel gioco delle anime, loro non vedono

Formarsi, adesso, un segno che è l’essenza.

Meglio negarsi un ruolo in quel contegno unanime,

Piombare verso il suolo, cedere al buio,

Per la paura chiudere, oltre agli occhi,

anche le ali, interrompendo il volo.

 

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Di solito lo stormo lo capisce:

Ci sono refoli

Che fanno tremare l’erba e le corolle

Si può sempre restare a bassa quota

Piuttosto che morire

o diventare folle.

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Spoetizzazioni /2 – Spoetizzare Halloween

31 ottobre 2012

FABIO             E queste cosa sono?
MICHELE       Eh, quelle sono le riviste. Poi lì ho i libri; la collana dell’Olympia press, ma solo due sono veramente buoni, per il resto poca roba. Perché mi guardi così? Adesso per esempio vado a vedere “La lupa mannara”. No. Scusa adesso io e te dobbiamo fare un discorso, Fabio. Vedi, secondo me ci sono due tipi di film di questo genere: da una parte c’è il cinema erotico, che ha una sua ragion d’essere, che può interessare certi strati… e dall’altra c’è il cinema pornografico, pura e semplice pornografia. Ed è l’unico che a me piace!
Saranno… due anni! Due anni! che non vado a vedere un film importante, di cui si parla in giro. Se c’è qualche ambizione d’autore, d’artista, dice…: “Sì in questo film ci sono i nudi, ma questa è arte non è pornografia!” io non ci vado assolutamente! Cos’è questa cretinata del nudo artistico? Uno compra le riviste pornografiche e scopre che ci scrivono la metà degli intellettuali italiani! Scopre che tutto ciò è liberatorio! Hanno scoperto adesso Laura Antonelli. Io la seguo fin da… “Incontro d’amore a Bali”, Ugo Liberatore, 1970. Ma ti ricordi i primi seni nudi su King, su Kent, nove anni fa?
FABIO             Senti, ma tu quando vedi o leggi queste cose, prendi la situazione con autoironia?
MICHELE       Ma che sei stupido?! Con autoironia… Con autoironia, ma che sei stupido?!

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Dialogo tratto da “Io sono un autarchico” di Nanni Moretti, 1976, riportato in “Facciamoci del male, Il cinema di Nanni Moretti”. Ed. Tredicilune 1990

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Aha! Arriva Halloween e sbuca Frida Kahlo. Frida è così inquietante. È la quintessenza dell’incontro tra Eros e Thanatos. Infatti, lei, prima era morta giovane, e poi si era tirata su le maniche per continuare a vivere. Durante la sua esistenza residua mostrò una tale tenacia contro le avversità che, quando alla fine morì per sempre, i medici dovettero dimostrare al marito, incredulo, l’evidenza del fatto, praticando nella sua carne inerme irrispettose incisioni e tagli, dai quali com’era ovvio, non uscì una goccia di sangue. Solo allora Diego Rivera si diede pace.

La vedo, anche se non c’è una didascalia che la individui esplicitamente, in una fotografia a corredo dell’articolo pubblicato oggi da Ileana, su Weekendout, che mette in evidenza come la celebrazione di Halloween non sia altro che l’espressione dell’accettazione della morte nel flusso naturale della vita.

Da noi Halloween è arrivato di recente, in generale visto come scusa per mettere in scena una specie di carnevale anticipato per i bambini e i bambinoni italici. La prossimità di questo festeggiamento al quale solo l’indebolimento del potere della Chiesa cattolica ha consentito l’ingresso nel nostro paese, mi offre lo spunto per una riflessione sull’essenziale arte di placare l’angoscia esistenziale. Ma anche sull’Arte, come essenziale metodo per placare l’angoscia esistenziale.

Un breve preambolo.

Come io sia arrivata alle teorie di Kahneman*, lo psicologo (e premio nobel nel 2002… per l’economia!), è di secondaria importanza (sì, volendo non è difficile capirlo, ma non importa). Sistema 1 e 2, li richiamo qui dall’articolo di Matteo Motterlini su Il Sole 24 Ore:

[…] una nuova concezione della razionalità umana, meno idealizzata e assoluta, ma più realistica e aderente alle reali capacità della nostra mente. In prospettiva, un modo per non farsi manipolare da chi sfrutta cinicamente la nostra vulnerabilità cognitiva, e quindi potenzialmente per vivere vite più lunghe, sane e felici. […]

Pensiero veloce e pensiero lento sottostanno ai processi cognitivi, e sono impersonificati, rispettivamente, dal sistema 1 e dal sistema 2 (ma, dice Kahneman, se li avessi chiamati “Joe” e “Bob” sarebbe andato altrettanto bene). Il sistema 1 è intuitivo, impulsivo, associativo (adora saltare alle conclusioni), automatico, inconscio (non sa perché fa quello che fa), veloce, ecologico ed economico (spreca letteralmente poca energia, cioè glucosio). Il sistema 2 è consapevole, deliberativo, lento, se non addirittura pigro, faticoso da avviare, riflessivo, educabile ed educato, costoso in termine di consumo energetico. […]

Fine del preambolo.

Vengo al dunque: come (quasi) tutti, ho paura della morte. Da che ne ho la possibilità, so di poter cacciare indietro questa paura ricorrendo ad un rito richiamato dall’istinto di sopravvivenza: il sesso. Ora, il sesso esiste in quanto risultato dell’evoluzione per sconfiggere la morte (della specie) attraverso la creazione di nuova vita. Un’esigenza istintiva, senz’altro ascrivibile al sistema 1. Secondo Kahneman, attuare acriticamente il sistema 1 può produrre pericolosi errori di valutazione. In effetti, non è il caso di procreare all’infinito. Passi per gli uomini, ma le donne, poverette.

Ecco perché spesso si fa ricorso alla pornografia per giungere al sollievo di privare la sessualità della funzione procreativa. Non a caso è manifestazione del tipo di sessualità che interessa maggiormente la fase puberale dell’esistenza, l’epoca della masturbazione ossessiva e disperata (con evidenti analogie, direbbe il buon Sigmund, con lo studio matto e disperatissimo che sostituì l’esperienza sessuale nella prima giovinezza di Giacomo Leopardi). Sconfiggere la morte attraverso la ritualità, la serialità e un necessario oblio della coscienza: toccare con mano la morte e, subito, risalire su. Bungee Jumping. Il tentativo consapevole e strutturato di serializzare lo stato di gratificazione indotta dalle trasformazioni fisico-chimiche che si producono durante l’orgasmo.

A questo punto viene da pensare: non è che un uso consapevole della pornografia fa parte, malgrado il perbenismo dei più, del già citato sistema 2? Tra l’altro è dimostrato che, in conseguenza dell’orgasmo, si raggiunge uno stato di benevolenza ed empatia universale: quindi un’umanità costantemente in stato post-orgasmico potrebbe, teoricamente, salvare le sue stesse sorti. Esattamente l’effetto che si attende dall’applicazione del sistema 2. Sarebbe sorprendente, no? Invece, dedicarsi alla pornografia non basta. Non basta il susseguirsi di felicità istantanee e incondivise a configurare una felicità persistente e diffusa, anzi, inutile elencare i motivi per i quali può rivelarsi, al contrario, deleterio. Non a caso la pornografia è uno degli elementi su cui da anni fa leva il sistema massmediologico per ridurre i cittadini a individui solitari e imbelli. Perciò l’attribuzione di una utilità sociale alla pornografia non è altro che una tipica giustificazione ex post fornita dal (pigro) sistema 2.

Una volta compreso che le nostre decisioni possono essere influenzate agendo sui meccanismi automatici del sistema 1 si pone però un dilemma: ovvero se proteggere oppure no gli individui dai loro errori. Si noti che nella cornice dell’economia neoclassica il problema non si pone. Gli agenti sono razionali e onniscienti. Per definizione, non commettono errori. In questo senso non c’è un costo per la libertà. Ma se la nostra razionalità ha dei bachi sistematici, allora è legittimo intervenire affinché gli individui non finiscano sfruttati a causa dei capricci del loro sistema 1 o della pigrizia del sistema 2. La presenza di una “spinta gentile” […] a “fare la cosa giusta” può risultare indispensabile, specialmente quando in veste di cittadini e consumatori siamo dilettanti allo sbaraglio costretti ad affrontare un esercito di professionisti della manipolazione.

La soluzione suggerita da Kahneman nel contesto politico prevede di

progettare istituzioni e disegnare norme affinché venga accresciuto il benessere di coloro che scelgono e non di coloro (compreso lo Stato in alcuni casi) che traggono vantaggio particolaristico ed egoistico dalle debolezze umane e dall’opacità dei contesti decisionali.

E chissà se mai (e da chi?!) verranno raccolte queste indicazioni illustri. In ambito personale, però, e in particolare oggi che siamo in prossimità della ricorrenza “dei morti”, c’è chi sente in modo particolarmente angoscioso l’esigenza di difendersi dalla paura. Quale “spinta gentile” può consentire di far sì che tale aspirazione costituisca un passo verso il raggiungimento di uno stato di bene duraturo per sé stessi?

Frieda Kahlo, modello di espressione artistica ad alto contenuto di sensualità e di sottile erotismo, era tenuta in palmo di mano dagli esponenti della corrente surrealista, e in particolare da André Breton che da lei era affascinato al punto di tagliarle addosso definizioni che Frida non condivideva e dalle quali era spesso costretta a prendere le distanze (“Un’autentica surrealista!” “Ma taci, André, questa è la mia vera vita!“). Nonostante, o forse proprio grazie a malattie, menomazioni, aborti, tradimenti (subiti e compiuti), era giunta ad un’altissima consapevolezza del proprio essere viva,  che, molto consapevolmente, restituiva al mondo attraverso l’espressione della propria arte. Non si può non rimanere rapiti dal suo sguardo nelle sequenze finali – decisamente una sua performance artistica –  del filmato qui sotto richiamato

 
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e dubitare oltre che si possa destituire l’erotismo (componente essenziale dell’arte di Frida) di una qualche utilità, personale e allo stesso tempo universale (riconoscendone quindi l’appartenenza al sistema 2)

Frida offriva il proprio sguardo ad un pubblico che potesse riutilizzarlo per far luce, allo stesso modo, anche sul proprio vissuto. Questa è una prerogativa di tutte le arti, quando non siano ricerca di un vantaggio narcisistico o, quel che forse è peggio, economico. Probabilmente, sulla scia di quell’inesorabile (e per quanto mi riguarda benvenuto) riavvicinamento in atto tra scienze umane (ricomprendendovi sia il pensiero speculativo che le forme artistiche) e scienze esatte, gioverebbe arrivare a una qualche alleanza tra la pratica pornografica e quella dell’erotismo sognato. Sistema 1 a braccetto con sistema 2, per ottenere il massimo risultato in campo personale e, magari indirettamente, produrre effetti anche su una platea più ampia. Insomma, che oltre alla teoria e all’ispirazione, espresse in mille modi, anche attraverso i blog, si metta in campo di tanto in tanto un po’ di sana e allegramente tellurica pratica.

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*) Daniel Kahneman – Pensieri lenti e veloci. Mondadori, 2012

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Jenyne Butterfly – Only You (un brano dei Portishead)

Spoetizzazioni /1 – Spoetizzare la rivoluzione

21 ottobre 2012

[segue]

 

Roma, 20 Ottobre 2012

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E intanto mi ero avvicinata alla fermata Metro. La colorata mandria della manifestazione CGIL sulla via del ritorno con lo sfondo del Colosseo, era uno spettacolo.

Mi ci sono infilata in mezzo. E ho fatto male. Sarei potuta restarmene un altro po’ a sognare, per quanto fosse possibile, che stesse sfilando la rabbia ultima, quell’alzata di testa che tanto servirebbe per restituire il giusto valore alle cose e, magari, un po’ di giustizia. Macché. La gente avanzava dimessa, e che tristezza sentire alcuni mugolare a mezza bocca Bella Ciao, la prima canzone che ho cantato su un pullman scolastico, quando andavo alla mia “scuola comunista”, entusiasta, gridandola senza capirla, da bambina insieme ad altri bambini. Erano i vecchietti, soprattutto loro, quelli che incitavano gli altri, quelli che alzavano i cori, ma scomposti e distratti, come fosse un’abitudine. Intrecciando i piedi dei turisti, che li guardavano basiti, con rassegnazione. Mi è dispiaciuto tanto, oggi è stato un giorno di dispiacimenti. E di pensieri fatti con la mente rivolta al passato. Infatti, mi sono tornate in mente frasi lette ieri in treno, durante il viaggio di ritorno:

La rivoluzione impossibile*

 

Marx appartiene alla tradizione giudaico-cristiana che ha del tempo una concezione escatologica dove alla fine (éschaton) si realizza quello che all’inizio era stato annunciato. La triade religiosa – colpa, redenzione, salvezza – ritrova la sua formulazione nell’omologa prospettiva dove il passato appare come male, la rivoluzione (al pari della redenzione) come riscatto, il futuro come progresso, che è poi la forma laicizzata della redenzione.

Come la redenzione, anche la rivoluzione prevede il rovesciamento del dominio del male in quello del bene, da questo tempo a un altro tempo. Al pari del popolo d’Israele, la classe operaia, scrive Marx, “ha fame e sete di giustizia”. E, come Isaia, attende “nuovi cieli e nuove terre”, così, la rivoluzione attende un futuro di giustizia. Forse per questo, come con le religioni, anche con le rivoluzioni si sono istituiti nuovi calendari per una nuova misurazione del tempo.

Se ora vogliamo toccare alcuni punti nodali del Capitale vediamo che Marx individua l’alienazione della condizione umana nel fatto che, al rapporto organico dell’uomo con la natura, il capitalismo ha sostituito il rapporto organico dell’uomo con il mercato. Ciò ha determinato una sorta di capovolgimento dei mezzi con i fini, per cui non più il “bisogno” come fine dell’attività lavorativa, ma il “prodotto” e il suo valore di scambio in vista della sempre maggiore acquisizione di denaro, da mezzo per produrre beni e soddisfare bisogni, diventa il fine, in vista del quale si producono beni e, solo se la cosa concorre a questo scopo, si soddisfano i bisogni.

Il risultato più evidente di questo capovolgimento è la reificazione dell’uomo dovuta al fatto che la cosa (res) vale in sé stessa e non in quanto mezzo per la soddisfazione di un bisogno umano. In questo modo la logica del mercato dischiude quello scenario che prevede il dominio della cosa sull’uomo, del prodotto sul produttore, perché, in un processo di totale reificazione, è la cosa a definire l’uomo, che così risulta oggettivato e definito dal genere della sua attività, la quale, a sua volta, non è più ricambio organico con la natura, ma pura produzione di merci, che non solo conducono vita autonoma rispetto ai bisogni umani, ma deifiniscono, attraverso la loro circolazione, il senso dell’attività umana e il valore delle cose.

E non si dica che, rispetto al tempo di Marx, le cose sono cambiate, se è vero, come tutti possiamo constatare, che, a livello di circolazione mondiale, le merci conoscono una libertà di movimento ancora sconosciuta a miliardi di uomini. In questo processo di totale mercificazione del lavoro, la specializzazione accelerata imposta dal mercato porta alla frammentazione dei processi lavorativi, alla loro parcellizzazione e quindi al loro inserimento nel sistema di divisione del lavoro, con un obnubilamento delle finalità ultime della produzione e l’esonero di responsabilità dei singoli lavoratori, a cui non può che risultare del tutto indifferente prestare la loro opera in una fabbrica di armi o in una produzione di generi alimentari. Le diverse finalità del loro lavoro non hanno più alcuna rilevanza.

La rivoluzione, possibile ai tempi di Marx, oggi non è più possibile, perché, se è vero come ci insegna Hegel che la rivoluzione è il conflitto tra due “volontà”, quella del servo e quella del signore, oggi sia il servo sia il signore si trovano non più su due fronti contrapposti, ma dalla stessa parte contro l’ineluttabilità di quella forma astratta, anonima e regolatrice di tutti gli scambi che si chiama mercato. Un Nessuno che regola la vita di tutti, anche se Omero ci ha avvertiti che “Nessuno” è pur sempre il nome di “qualcuno”.

Ma questo qualcuno non è di immediata evidenza.

La folla era davvero troppa perché potessi raggiungere la banchina, ho optato per un cambio con il bus. E quando sono scesa, ecco gli immancabili stormi. Ah, vedessi, gli stormi, come sono belli qui in città. Io li chiamo spesso, con irritazione, gli uccelli cacatori, visto quello che combinano mentre se la svolazzano impuniti, senza mostrare alcun rispetto per il mondo sottostante. Eppure la loro comparsa ha in sé qualcosa di struggente. È una di quelle visioni che ti bloccano col naso in su in ammirazione (sempre se non hai la macchina parcheggiata nei paraggi).

Era tutto molto bello qui, oggi. Davvero, molto, molto bello. Ma anche inutile.

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*) Umberto Galimberti – il segreto della domanda, intorno alle cose umane e divine. Ed. Feltrinelli2011

Spoetizzazioni /1 – Spoetizzare l’Ottobrata

21 ottobre 2012

[segue]

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Roma, 20 Ottobre 2012

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Scendendo dai piani alti delle Scuderie, si gode una vista magnifica (Si dice così no? E poi, che idea. Quale idea? ehm) dei tetti di Roma nella canicola d’ottobre “Guarda, si vede anche il cuppolone!”, faceva la gente, ma anche, girando un po’ la testa verso il Quirinale, Si è affacciato Napolitano!

Passare da Napolitano a Monti è stato relativamente rapido. È bastato scendere giù per via dei Serpenti ed eccolo, Monti. Il rione Monti in questi giorni è in festa, c’era l’allestimento del palco dove stasera si sarebbe esibita L’Orchestraccia,

e, tornando verso il Colosseo, si passava dagli scorci del quartiere fighetto a pennellate di decadenza allo stato puro, come l’edificio scalcagnato che ospita il ristorante Mother India, l’eccezione alla regola.

All’angolo tra due strade una coppia si stava baciando. Di solito distolgo lo sguardo subito, non sta bene soffermarsi. Oggi, invece, me li sono gustati bene. C’era questa luce che è tipica del tramonto a Roma, no? Ecco. Loro “si stagliavano” contro questa magnifica luce, ma ci si stagliavano contro sul serio, sembravano Amore e Psiche del Canova o anche due personaggi di Doisneau, che guardacaso proprio a Roma in questi giorni è approdato.

E li ho sentiti distintamente (nella mia testa, chissà com’è) che, istante dopo istante, mentre aderivano l’uno all’altra, e nell’esplorazione pubblica dei rispettivi abissi privati avanzavano sempre più, sempre meno propensi a separarsi, si dicevano: “Non resisto oltre. Andiamo da qualche parte, ti voglio e ti voglio subito”. Oh, cazzo, ho pensato e solo a quel punto ho distolto lo sguardo. Spoetizzàti, via: Tanto, un giorno, dopo una scopata di troppo, uno di loro (o forse tutti e due) si accorgerà che gli è passata la voglia di ritrovarsi sempre davanti il bel faccino quell’altro/a, e buonanotte suonatori.

[continua]

Üstmamò – Malinconici

Spoetizzazioni /1 – Spoetizzare Vermeer

21 ottobre 2012

 

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Roma, 20 Ottobre 2012

La guida era un ragazzo bruno, molto preparato, ma soprattutto dotato di quella minima spocchia che gli consente di illustrare i quadri come se ne possegga la sola interpretazione possibile, in virtù di un’intima conoscenza con il pittore in persona. Questo atteggiamento è rassicurante per chi ascolta e si fa portare di sala in sala, sottilmente pervaso da un certo scoramento per il ricordo dei piedi gonfi al termine della volta precedente. Anche oggi Giovanni, così si chiama il bruno, un tipo dall’aspetto monacale, sempre nerovestito e accessoriato con inquietanti monili in acciaio inox rappresentanti strani idoli pagani, Giovanni, dicevo, non ci ha fatto mancare la sua puntualizzazione. “Di Vermeer c’è un buon numero di quadri, setto o otto in tutto” e qui abbiamo strabuzzato gli occhi, ma il mistero è stato presto svelato, il resto della mostra era occupato da tanti altri quadri di pittori fiamminghi coevi del Maestro, “Dico sette o otto perché c’è questa difficoltà di attribuzione di uno di loro, ma io francamente non ho alcun dubbio: non è un Vermeer, ma poi vi dirò meglio.”

Sala per sala, poi , ho appreso in quale modo nel ‘600 fiammingo (borghese florido e acattolico) l’uomo rappresentava la donna. Ad esempio, Eglon Van Der Neer, nella composizione del 1665 erroneamente detta “Ragazza che offre un piatto di ostriche” (la solita simbologia afrodisiaca, ieri come oggi) mostra una fanciulla dall’aria a dir poco ebete che accosta la mano a un piatto con su qualcosa di rotondo. Io mi sono permessa di far notare che con quella faccia aveva poco da irretire uomini anche a colpi di dozzine di ostriche. E, in effetti, Giovanni l’ha confermato, si era trattato di un errore di interpretazione della critica (i soliti porcaccioni): non di ostriche si trattava ma di fette limone accostate a del vino. La simbologia era presto svelata, non era che un invito alla temperanza (ecco il perché di quella faccia da santarella). Infatti, uomini e donne, svolgendo vite molto differenti e del tutto impossibilitati a entrare in contatto in qualsiasi attività quotidiana, avevano ben poco da dirsi o da scriversi durante il corteggiamento. Perciò erano stati sviluppati dei libricini diffusi in entrambi i sessi, specialmente in età puberale, che spiegavano le “regole” della buona conversazione e della composizione delle lettere d’amore. In sostanza, l’uomo doveva tenere un atteggiamento sciolto e mostrarsi davvero interessato a ciò che la donna diceva (pur pensando l’esatto contrario) mentre alla donna conveniva tenere un atteggiamento verecondo: occhi bassi e gambe ben chiuse.

Pratica confermata anche da Gerard Ter Borch che nel 1659 aveva così dipinto (non ritratto, ché i fiamminghi preferivano progettare una composizione a tavolino e usare i modelli solo per le rifiniture) i soggetti dei suoi due quadri speculari: A woman sealing a letter mostra una donna che è l’immagine della compostezza, simbolico anche l’arredamento elaborato e statico. In mano il famigerato libricino rosso (il manuale di scrittura di una lettera d’amore codificata). Ai piedi, un cane addormentato, la fedeltà incarnata. Mentre Officer writing a letter, l’uomo della bambola di prima, è tutto provvisorietà, quiete in equilibrio precario, un cane da caccia nei pressi e arredo scarno. Il segreto era tutto lì: donne al loro posto e uomini in fuga.

Vermeer, nel 1662 ritrae una ragazza che, guardando fuori dalla finestra, siede accordando il suo strumento, ossia preparando i propri sentimenti in attesa di qualcuno. Alle sue spalle una carta geografica molto accurata (l’Olanda era una potenza navale, ma forse anche quello era un simbolo della lontananza dell’amato). Giovanni ha concluso dicendo che la donna, in Vermeer, non è mai del tutto offerta al pubblico, ma celata da oggetti che si inframmezzano tra l’osservatore e il soggetto ritratto*. Il mantenimento di tratti di indeterminatezza, invece di allontanare chi guarda, aumentando il mistero della donna, lo intriga e lo lega ancora di più a lei.

– Il segreto è quello di non dargliela subito.

– Lo diceva sempre mamma.

A me invece non me l’aveva detto mai nessuno. Però.

[continua]

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*) Inframmezzare oggetti: La simpatica signora con la fisarmonica sulla metropolitana di Roma.


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