Dicotomia n. 6: Vita/Morte

Il post originale è apparso su Cartaresistente l’8 marzo 2013

 

E se Dio avesse inventato la morte per farsi perdonare la vita?
Gesualdo Bufalino, Il malpensante, 1987

Era così, tutto. Acqua, prima di ogni cosa. Prima del magma. Prima della grande luce. Prima della pioggia di stelle. Prima della radiazione cosmica. Prima della prima spinta. Prima, veniva il mare. Andava. E veniva ancora. Posava regali ai tuoi piedi e restava a guardarti mentre li scartavi. Tu, occhi accesi, sorriso fiammeggiante, eri golosa e impaziente. Sollevavi in un sospiro un ramo torto e liscio. Una conchiglia di madreperla. Un giglio bianco, appuntito e odorosissimo. Ridevi, ridevi, e tornavi a lui con lo sguardo, al tuo benefattore. Allora, di nuovo seria, gli chiedevi ancora qualcosa in più. All’improvviso, venivi trasportata in alto. Il mare aveva chiamato un forte vento, forte tanto da sollevarti in aria e allontanarti dalla spiaggia, immergerti nella spuma che ruggiva al largo, nella tempesta. E lì finivi per discioglierti. Dentro quel mare gonfio, nelle sue onde immense. Mentre vi entravi a fondo, perdevi conoscenza. Respiravate insieme, Vita e Mare. Insieme, per tutto il tempo necessario. Mescolate tra di loro, spuma e salsedine, corrente e corrente, vorticavano. Finché non si quietava il ritmo, e scendeva la notte. E un onda tiepida ti riportava sulla terra. Ormai senza memoria, plasmata in una nuova forma. A poco a poco appariva una coscienza primordiale, e tu prendevi il posto che ti competeva nella bacheca del Grande Sognatore. Di volta in volta hai dato sostanza alle sue fantasie. Di volta in volta tornando sulla spiaggia, come per caso, mentre vagavi alla ricerca dell’origine. Tutto andò avanti in questo modo, e funzionò benissimo finché tu, Vita, non acquisisti la consapevolezza. Una volta apristi gli occhi dentro al mare e provasti una paura tanto incontrollata e folle da farti spalancare la bocca. E ti riempisti d’acqua i polmoni rischiando di morire. Il mare, che non aveva mai pensato di farti violenza, ebbe orrore di sé, perse il controllo e ti scagliò lontano. Ricadesti giù, al centro dell’universo. Le altre creature iniziarono a tremare al buio e al freddo, tutto si fermò e si mise ad aspettare il tuo ritorno. Il Grande Sognatore frugò ovunque sognasse di cercarti, ma non riuscì a trovarti per un tempo immemorabile. Credette di impazzire, cacciò fuori un urlo infinito. L’Universo si spaccò in schegge affilatissime e si allungò in ogni direzione. Quell’urlo si fece luce. La luce, moltiplicandosi attraverso le schegge sparpagliate ormai dappertutto, percorse il tempo e lo spazio. E rivelò il tuo nascondiglio. Te ne stavi addormentata accanto a un piccolo melo. Una bambina adesso, che nel sonno respirava piano piano. La luce ti accarezzò i capelli e ti coprì di stelle. Il Grande Sognatore provò compassione per te. Ti regalò un giardino e un giovane essere che ti assomigliava molto, per farti compagnia. Pieno di pietà, decise di lasciarti in pace, e di lasciarti essere te stessa. Il mare, intanto, se ne restava placido e silente là vicino. Da quel momento tu ti sentisti “io”. E io chiamai me stessa Eva. E ritornai a perpetuare vita.

Cambi il senso della vita questo lo sai, sei una specie di necessità a cui siamo tutti destinati, il che spaventa. Non esserci più, non sopravvivere al mondo che continua è drammatico, non ci sta nella testa. Pensarti costantemente non aiuta, angoscia e rende tragico affrontare qualsiasi cosa, ma bisogna avere coscienza che arriverai ed è un dato di fatto inevitabile. Qualcuno dice che sei stupida, altri ti rispettano con devozione, timore, augurandosi di vederti presto, altri ti impongono pensando sia giustizia, molti pensano tu abbia fatto scuola mentre a te interessa solo arrivare e far spazio. La religione ci è di conforto, una specie di invenzione esorcizzante mentalmente oppiacea per noi viventi che nel fatalismo ci sguazziamo. Il “così è, e così rimane” non conforta le nostre anime ma costringe a credere oltre quello che siamo. Amare sembra l’unica via per esorcizzarti un evento per te difficile da capire. Ma ti vengo incontro dicendoti che quando si ama sarebbe un buon momento per incontrarti, perché il sentimento assopisce le nostre ambizioni e il “non esistere da innamorati” assomiglia molto all’oblio che è, credo, il tuo territorio. Dicevamo, quando arrivi cambi il senso della vita, soprattutto per chi in vita rimane e ti vede in azione pensando di non essere immune al tuo agire. Per il mondo degli uomini un corpo in tua gestione è un affare, un delirio, un’inutile peso, una drammatica visione, un rito e sempre di più sono gli uomini che ti aiutano nelle faccende che hai da sbrigare tra di noi, quasi fosse liberatorio agire per tuo conto. Non serve vivere più velocemente per cercare di sfuggirti, a nulla serve pensare che non succederà perché alla fine, per meriti o demeriti, appari. Per vivere male serve poco e spesso non c’è riscatto prima di te, ma questo non ti serve come argomento per intervenire, anzi, altre sono le regole che ti animano e che da sempre a noi poveri viventi ci sfuggono e come già detto, spaventano. Quello che hai sempre fatto lo continuerai a fare e questo penso sia un bene, convinto come sono che tutto debba avere un inizio e una fine, ma sono convinto che a tutti dedichi del tempo, tempo fatto a misura con cui giochi. Penso che tu non abbia coscienza e non la ispiri nemmeno, come fa la giustizia, la pace, la tolleranza, altre divinità in procinto di abbandonarci, ma che tu sia più una presenza scontata rappresentata in potente raffigurazione d’arte drammatica. Quasi per allontanarci dalla paura che fai, in certi periodi per tradizione ci mascheriamo pensando tu non ci possa riconoscere, per sfuggirti? per esorcizzarti? per negarti?.. mah! Ti abbiamo dedicato dei “non luoghi” pensando che tu possa stare solo li dentro dove noi veniamo a trovare chi ti sei portato via, ma ci siamo sempre illusi, tu li non ci stai, troppo furba. Ok, per il momento basta, d’altra parte sono ancora vivo, non so per quanto ma almeno quanto basta per averti descritta così come ti sento e voglio esagerare dicendoti che mi sta bene portati con me ogni giorno, giusto così per avere il tempo di conoscerci meglio.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 6
Disegno di Fabio Visintin

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Una Risposta to “Dicotomia n. 6: Vita/Morte”

  1. newwhitebear Says:

    la vita contro la morte. La luce contro le tenebre. E’ tutto un divenire, una ruota che gira senza mai fermarsi.

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