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La fiera, la solitudine e i miracoli della sveglia senza sveglia

10 dicembre 2019

8 dicembre

Da quando la sveglia è disattivata Freak fa di tutto per ignorare i bruschi assalti del giorno. Apre una prima volta gli occhi alle sei e quaranta perché dall’appartamento accanto al suo la porta cigola, è la vicina che lavora in panetteria. Lei cerca di fare meno rumore possibile, una volta gliel’aveva detto, ma quando le chiavi crocchiano nella toppa Freak pensa che non riuscirà più a riaddormentarsi e si mette a pensare che per uscire dal letto ci vorrebbe una spinta dei reni che, no, in quel momento non riesce neanche a concepire, tant’è che la seconda volta si sveglia per la doppia sensazione di un ronzio familiare che non può essere la sveglia, questo riesce a capirlo, e di un’inadempienza che le costerà un rimprovero. È Froggy che l’avvisa con un messaggio di essere arrivato sotto casa. Sono le nove e venticinque ed è in anticipo di cinque minuti. Froggy non vede risposte e telefona: Guarda, risponde Freak, c’è il piccolo problema che ho aperto gli occhi adesso, sali che ti offro un caffè, fa, e intanto butta all’aria il lenzuolo e le gambe e tutto l’insieme finisce pressappoco all’impiedi. Pensa, ma solo pensa, di darsi un’aggiustata perché Froggy è già alla porta e lei gli apre tenendosi un asciugamano sul petto perché senza reggiseno Froggy non la vede da anni e non le sembra il caso tanta confidenza, potrebbe scambiarla per mancanza di rispetto. Froggy, è questo il suo rimprovero, le dice di prendersi tutto il tempo che le serve, e Freak risponde Ti faccio un caffè e mi vesto, e Peccato che non ho il tempo di lavarmi i capelli, sembro una medusa. Froggy ride perché è veramente una testa di medusa che sbuca dal pigiama e dall’asciugamano tenuto come un peplo, una medusa che si guarda nello specchio lungo in soggiorno e inscena un balletto in cui tutti i tentacoli prendono a molleggiare in ogni direzione. Froggy ride e ripete Prenditi tutto il tempo che vuoi ma Freak non vuole perderne altro, così a caffè bevuto, va in camera a cambiarsi.

Arrivano alla nuvola che la gente sta accorrendo a frotte e sembra che, visto che è domenica, abbiano scambiato la nuvola per la chiesa, ma si vede che è gente senza dio o solo gente che pensa che a dio piaccia la cultura, la nuvola e la gente che si affretta anche se non è lunedì. Per il parcheggio basta una lamentela a denti stretti di Froggy che subito si fa da parte uno che dorme in macchina e lascia loro il posto mentre probabilmente si dirige al mare, immagina a casaccio Freak, perché è lì che andrebbe lei se si svegliasse in macchina. Non ci sarà proprio nessuno adesso in quei chioschi sulla spiaggia dove puoi prendere cornetto e cappuccino e startene in santa pace a guardare le onde, un po’ per l’ora, un po’ perché il cielo è nuvolo, un po’ perché da Ostia quelli che sono svegli stanno risalendo la via Cristoforo Colombo, ignorando le chiese di ogni confessione, per dividersi tra chi andrà alla fiera del libro nel nuovo palazzo dei congressi e chi alla fiera dei videogiochi in quello più vecchio.

Le dice Froggy, che spesso è vittima di assalti da parte di associazioni d’idee senza scrupoli, Quando ho assistito alla prima lezione del professore tale, all’università, ha detto Libera ha fatto grandi cose ma il palazzo delle esposizioni è una schifezza, a quelle parole mi sono alzato, sono uscito dall’aula e sono andato direttamente in segreteria a cambiare corso. Freak pure si scandalizza in modo retroattivo e torna con la memoria all’odore dei disegni a china sulla carta lucida, ripensa a quante ore avevano dedicato ai dettagli del palazzo di Libera, ci erano entrati tanto dentro da renderlo una loro creatura e da allora nessuno dei due sopporta che se ne parli male. Per questo Freak un po’ odia la nuvola, e odia la gente che la trova così geniale. È un progetto nato vecchio, non si stanca di ripetere a chiunque, ma intanto sta entrando nell’edificio per la seconda volta in tre giorni e, che resti tra noi, non vedeva l’ora. Il ragazzo al controllo biglietti le fa una specie di inchino facendola passare e lei e la sua coda di pavone aprono la strada davanti a Froggy dicendo Si gira di qua per l’esposizione e invece per di qua si va al mezzanino dove si tengono le conferenze. E sulla nuvola? Le chiede Froggy. Freak, tutta contenta di poterlo recitare, fa: sulla nuvola c’è il business center, altri stand istituzionali e la postazione della rai.

Succede poi che Froggy paga i due caffè e il cornetto che non ottiene venga diviso in due, ha davanti un cameriere che non lo capisce forse perché è straniero oppure perché non ha sentito oppure perché ci fa e Freak invece di mettersi a sedere subito, rifà da sola la fila alla cassa perché si è scordata di chiedere una bottiglia d’acqua. Succede ancora poi che Freak si fermi davanti a un paio di stand per convincerne gli occupanti a darle retta per una certa idea editoriale e Froggy dopo poco la porti davanti a un altro stand dove entrambi si fanno prendere la mano e portano via un mazzetto a testa di raccolte poetiche che costerebbero dieci euro l’una, ma c’è lo sconto fiera. Quando Froggy dice È ora, devo andare a prendere la bambina, Freak non si scompone, visto che nell’ultimo anno ha deciso di non lesinare sulla gratitudine verso chi la lascia sola solo dopo averla a qualche titolo resa molto felice, e prima di farlo andare da sua figlia lo saluta dicendogli Grazie, cerchiamo di vederci prima di Natale. Effettivamente poi Froggy molto prima di Natale, anzi la sera stessa, si fa vedere in una fotografia vestito di rosso con in testa un cerchietto che regge due corna di renna che lo rendono molto ridicolo, soprattutto per la faccia da Billy Bob Thornton nel film Babbo Bastardo e Freak lo sa che lui sa che lei pensa questo, così evita di rispondere Sembri Billy Bob Thornton e si limita a inviare una faccina che ride, pensando che lui saprà dedurre il sottotesto.

Quindi Freak assiste a una presentazione, seduta accanto alla compagna di un suo amico scrittore, il quale con l’autrice sta davanti a tutti in veste di presentatore. Freak partecipa e cerca di distanziarsi dall’editore tronfio e supponente che nessuno vorrebbe accanto e che invece è proprio lì che un po’ interviene, un po’ si alza e passeggia, un po’ legge il giornale, un po’ i messaggi e soprattutto, quando si risiede, dalla distanza di due sedie butta più di un occhio al collant velatissimo 20 denari che Freak indossa sotto la gonna sfrangiata ad ali di pipistrello, e lo può fare perché lui lì è in posizione di forza, perché Freak è l’unica in gonna e perché per buttare più di un occhio bisogna averne almeno due e lui a quel gioco vince a mani basse visto che, indossando gli occhiali, può a buon diritto dirsi quattrocchi. In uscita dalla presentazione Freak compra una copia del libro, se la fa autografare dall’autrice, saluta l’amico scrittore e la sua compagna, riscende nell’esposizione e compra altri libri, pranza con delle polpette al sugo racchiuse in un panino, incontra una buona amica con la quale si era data un appuntamento approssimativo il giorno prima, va un po’ in giro con lei, finché non resta ancora sola. Risale sulla nuvola e partecipa alla diretta di Fahrenheit, il programma della radio che parla di libri, dove un musicista coi baffi e con gli occhiali dalla montatura spessa che lo fanno somigliare a un barbagianni, canta e suona durante gli intervalli.

Quando, verso le cinque del pomeriggio, Freak alza gli occhi per accontentare uno sbadiglio, incontra il cielo aperto. La nuvola si è come diradata, sta entrando aria piena di sapore, viene dal mare e gliela porta il senzatetto di quella mattina, cavalcando la sua auto piena di ammaccature. Si affaccia al finestrino e lei ha come l’impressione che l’aria fresca arrivi proprio da lì, come da un phon acceso. Lui grida: Vuoi salire? Ti vedo tutta sola. Freak si guarda attorno, il cantautore è preso da uno scioglilingua e il pubblico lo ascolta a occhi spalancati, senza far caso alla scala di corda che penzola dall’alto e all’inizio della sua salita, un passo dopo l’altro. Nemmeno uno che noti la gonna a pipistrello, i venti denari e la stramberia di scaldamuscoli di lana a coprire i polpacci che sbucano da sopra le scarpe da ginnastica. Mentre è sospesa in alto, a uno a uno i libri presi in giornata le cadono dalla borsa aperta, finiscono in testa a quelli sulle sedie e producono vari toc toc toc. Che male dice uno, Ahia, fa eco un altro. La fiera ammutolisce. La fiera, ora ferita, che si tramuta in bestia, ruggisce e unisce la sapienza dei suoi libri, li lega in una fascina e accende un rogo che arde alto e scocca alte scintille. Ma Freak ormai è al sicuro, lei e l’uomo della macchina viaggiano sopra strade tutte nuove. Lui indossa un panciotto beige e ha i capelli biondi, le basette e un po’ di rughe ovunque. La macchina è uno scassone tedesco di qualche decennio fa e ha fioriere appese ai finestrini. Tutto l’insieme trasuda gentilezza. Freak si fa lasciare a riva che ormai è giunta l’alba. Ringrazia, saluta e va a sedersi di schiena al sole nascente. Solo a quel punto le viene in mente di guardare il telefono: è già martedì dieci, ma questo non la stupisce, sono cose che accadono decidendo di disattivare la sveglia.

L -4

8 dicembre 2013

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(Non sono tutti) mercanti in fiera

Gipi

Gipi a Più libri, più liberi

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Non una mostra, ma bensì una fiera

Era la belva incontrata stasera.

Mi sembrava inanimata,

Ma poi si è movimentata.

Tanto priva di argomenti poi non era.

 

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Un po’, adesso, lo capisco quel signore che cacciava i mercanti dal tempio. Troppo arrabbiato per me che, da ragazzina durante il Catechismo, mi chiedevo: Cosa gli avranno fatto di male quei poveretti che cercano solo di guadagnarsi la giornata?

Penso che il Palazzo dei Congressi di Adalberto Libera andrebbe visitato in punta di piedi e gustandone le ghiotte soluzioni architettoniche, a partire dai famosi corpi scala a rampe sfalsate, alle belle e ingegnose facciate in acciaio e vetro, al disegno dei marmi sulle pareti verticali, alla emozionante scansione dei volumi che porta sempre in su lo sguardo, …eccetera. Così, per dire che io ci sono affezionata, e non sarà la prima volta che lo scrivo.

Per questo ogni volta non lo mando giù lo spettacolo di quella disordinata massa di persone e libri, gli uni agitati, gli altri precariamente collocati, tutti insieme stipati in piccole cellette d’alveare. Dove, dietro banchetti più miseri di quelli di un mercato, editori di varia caratura sembrano star lì per adescare potenziali compratori del pescato del giorno, più che per promuovere cultura.

Ma poi ci sono le conferenze, le presentazioni, la parte più interessante, quella per cui mi affaccio ogni anno alla Fiera del libro di Roma, Più libri, più liberi, fingendo con me stessa di non ricordare dove mi trovo.

E stavolta, ancora, sono stata ripagata. Oggi ho incontrato Gipi, su segnalazione di Barney Panofsky, che ringrazio anche qui, perché sentir parlare e poi dialogare con colui che viene definito il più valente epigono di Paz, ma oggettivamente definibile come sommo poeta del fumetto italico,  è stata un’esperienza molto bella.

E poi, quasi in chiusura d’anno, ho potuto tener fede ad uno dei miei propositi per il 2013, saltare al collo a un adorabile Raffaele La Capria, intervenuto alla diretta su Radio3 di Fahrenheit.

La Capria

Insomma, poveri mercanti, pardon, editori, io non me la sono sentita di cacciarli per la profanazione del tempio di Libera. Fuori pioveva, chissà quanto erano stanchi, mentre io avevo il libro di Gipi sotto braccio, un mucchio di parole in testa, un’euforia che non avevo appena entrata, e un’idea geniale per il post di questa sera.

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Gipi – Un’idea geniale

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Il ricordo di ieri

8 dicembre 2012

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L’anno scorso, il 7 dicembre, avevo fatto una corsa, ma una corsa, che ero arrivata alla conferenza che mi interessava col fiatone. Tutta rossa e sudata, avevo assistito alle ultime battute e poi mi ero appostata in attesa fuori dalla porta della sala. E quello non arrivava mai, però. Ogni tanto sbirciavo verso l’interno, lui a ogni passo veniva circondato da fan e intervistatori. Uffa. Alla fine mi ero smosciata (vernacolo romanesco. In autunno, tempo di castagne, mica stona). Mi ero seduta su un divanetto, coi gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani e pensavo “quanto sono ridicola”. Già avevo deciso di andarmene quando me lo sono visto uscire, veloce come un fulmine. “Alt!” gli ho fatto, piazzandogli la mano aperta sul naso. In risposta, lui ha sussultato per la sorpresa e ha strabuzzato gli occhi. Poi, con mio grande sollievo, mi ha riconosciuta e siamo scivolati fianco a fianco nel fiume di folla incanalato verso l’uscita. Missione compiuta.

– Saresti una grandissima stalker -, mi aveva spifferato tra le orecchie il demone perfidissimo. Ma poi, da allora e per un intero anno, sono stata una santa.

Anche ieri, che era di nuovo il 7 dicembre, con tutto l’impegno che ci avevo messo [uscita per tempo dal lavoro, ripresa la macchina nel parcheggio comodo dove l’avevo lasciata la mattina presto, nuovo rapido parcheggio a ridosso della via Laurentina (che sarà mai, circa un chilometro a piedi per raggiungere il Palazzo dei Congressi) dove ero certa che avrei trovato posto senza perdere decine di preziosi minuti girando a vuoto, attivata la falcata rapida, quella che “un passo dei miei vale almeno due di questa vecchietta qua davanti, tz. Però… quanto ci metto a superarla?” Ok, tornata indietro a metà tragitto per riprendere il telefono lasciato sul cruscotto, ma poi di nuovo in avvicinamento rapido, sotto la pioggia, sempre più forte, maledetta, e meno male che indossavo un baschetto, “Tanto carino”, mi aveva detto il barista quella mattina, “No, non se lo tolga”, e io “Perché, ho una testa tanto brutta??” e lui “Ma no, è che ne porta uno anche la mia ragazza, e lei le somiglia tanto” e io “Grunt. Ehm. Oh, beh, ma quando esco lo rimettooo” (“La ragazza avrà almeno quindici anni meno di me, eh”, ho pensato, e ho abbassato subito le penne), e intanto pioveva e pioveva e io, biglietto omaggio di IBS in tasca, non vedevo la fine della strada, schivati i vu’ cumprà (che poi ho scoperto vendevano libri africani, e poi alla fine gliene ho comprato uno, bello, di favole tradizionali…)

– Allora?!

Eh, allora. Si fa presto a dire allora. Allora sono arrivata al botteghino, e l’unico con la fila, indovina un po’, era quello dei biglietti omaggio, ma comunque ho fatto in fretta, e sono riuscita a entrare, anche se il tizio davanti a me aveva bisogno di chiarimenti e l’omino strappa-biglietto, ri-pensa un po’, glieli voleva dare, anche se lo vedeva che dietro c’ero io che sventolavo il mio biglietto bagnato dalla pioggia, con una mano bagnata dalla pioggia, che sbucava dalla manica di un piumino bianco-perla -in origine, ma diventato grigio, com’era evidente, per colpa della pioggia-, e però poi infine mi ha fatto passare, e io, credendo di essere ancora in anticipo, ho deciso di andare al guardaroba, dove ho lasciato il piumino, il baschetto, la sciarpa e la borsa, “Anzi, no, aspetti! La borsa me la ridia, grazie”, e poi ho inforcato le scale, e poi di nuovo le ho ridiscese “Cazzo, ancora il telefono”, e quindi “Senta, sono quella di prima, mi dovrebbe ridare un attimo il piumino, ho scordato il telefono nella tasca” “Mi fa vedere il tagliandino?” “Che non mi riconosce? Sono quella di poco fa, quella della borsa gialla”, e lei, imperturbabile “Mi dia il tagliandino” e io “Ma il mio piumino è questo qua davanti, le dico, è il mio!” Oh, lei niente: muta e ferma, e io “Ok, ora cerco ‘sto caspita di tagliando”, che poi, una volta recuperato il telefono, come spesso accade a causa della pioggia, mi è venuta voglia di far la pipì (Paolo Conte docet), e allora sono corsa al bagno dove c’era una con la faccia gialla e non so quale badge in bella mostra che stava col naso all’insu a sentire.

– A sentire che?

E ora te lo dico. Me lo sono domandata anch’io e, nel mentre, una mamma usciva da una porta tenendo per mano una bambina, della quale rendeva chiunque partecipe del fatto che aveva fatto la-cosa-quella-grossa, “Che brava, e adesso lava bene le manine”, e intanto lei le faceva domande ingenue e la mamma rispondeva “Ti sembrano domande che una signorina deve fare?” E lo diceva dopo aver spiatellato a tutti i fatti privati della signorina in questione. Vabbé. Comunque io alla piccola ho strizzato l’occhio e, appena la signora con la faccia gialla ha liberato la postazione (ma allora c’era un solo bagno funzionante, o devo immaginare che ai piani superiori impazzasse una folgorante infezione intestinale?), mi sono fiondata a liberare me stessa, che io volevo assistere all’evento avendo il più possibile corpo e spirito tranquilli, e quando sono ricomparsa al piano degli stand ho dato un’occhiata all’ora “Cazzo sono le cinque!”, mi è scappato detto. Ma cazzo non lo volevo dire, io sono una signora. Solo che quindi…

– Quindi?

Ora concludo: e quindi,]

Anche ieri, che era di nuovo il 7 dicembre, come da tradizione, ero arrivata in ritardo. Ma almeno la strada la sapevo già, e allora ho infilato i corridoi correndo, dando spallate a tutti, ho salito le favolose scale di Libera, quelle che avevo studiato, fotografato, misurato, ridisegnato in pianta-sezione-prospetto-spaccatoassonometrico all’università (“Ma quanto sono belle!” Ho fatto in tempo a pensare), mi sono guardata attorno e riconosciuto gli stessi stand, gli stessi percorsi e svicoli dell’anno precedente, e come in un sogno sono avanzata rievocando, calcando le orme fantasma dei miei stessi passi, fino a trovarmi davanti… A una coda mostruosa. Mostruosa, giuro. Troppa gente, non ce l’avrei mai fatta. “Oddio, e se non fosse questa la sala?” Allora ho cercato la rete col telefono sollevato in aria come una bacchetta da rabdomante, e con aria sconsolata ho svolto su me stessa alcuni giri inutili, portando gli occhi dallo schermo alle facce della gente che si intersecava nelle file in ingresso e in uscita, dalla sala che credevo fosse la mia meta come dalle altre, sì, ce n’erano altre, alle quali mi sono affacciata, solo a quelle con la porta aperta, intendo, perché quando, sconfortata, ho chiesto ad un uomo dell’organizzazione “Scusi, sa mica dov’è Mozzi?”, lui mi ha indicato l’unica porta chiusa, alle sue spalle, della quale per troppa foga nemmeno mi ero accorta, e allora io gli ho detto, ammiccando all’indirizzo della porta, sempre chiusa, “Che dice… posso entrare? No, vero?” “Sì”, mi ha risposto lui, “Ma svelta, che sta per cominciare”. E quindi, per finire, sono entrata. Dentro c’era Giulio Mozzi, con Elena Orlandi e, in mezzo a un sacco di gente c’era pure la mia amica Antonietta. Il resto si può leggere su Vibrisse.

– E ti è piaciuto?

– Tanto, figurati che sono anche andata al microfono, ma poi questo te l’ho raccontato già.

– Nient’altro?

– Mah. Che posso dirti, ieri mi sembrava di aver concluso un ciclo. Sì, ero soddisfatta. Potevo fermarmi a tirare il fiato e considerare quanta strada avevo percorso tra quelle due edizioni della fiera del libro. Mi restava giusto la sensazione di una leggera stonatura, ma leggera leggera, quasi trascurabile.

– Colpa della pioggia?

– Ma quanto sei metereologico, insomma! Parlavo di qualcosa che incrinava la sensazione di aver disegnato un cerchio perfetto. Finché non ho fatto una scoperta clamorosa.

– Ooooh.

– Ma piantala, simulatore di stupore. Nel pomeriggio di oggi mi ha chiamato Antonietta: “Corri, vieni subito alla fiera!” “Subito quanto?” “Adesso, sbrigati! Adesso!” E in dieci minuti, a dispetto della mia tendenza a fare tardi, mi sono ritrovata seduta in prima fila, a sorridere come inebetita.

– E la scoperta?

– Niente, si vede che volta per volta, accumulando ritardi, il mio anno si è allungato di un giorno e quindi oggi, ecco svelato il mistero, è ancora il 7 dicembre. Come ne sono felice.

– Ah, benissimo. Grazie del racconto, adesso posso andare a dormire contento.

– Mi prendi per il culo? Piuttosto chiuditi bene in casa che stanotte arriva la bufera.

– …Paura…

– Bè, eccoti un bacetto (non te lo meriteresti), e adesso fila a letto.

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