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Immemore ma non troppo

8 marzo 2014

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L’altroieri sono andata in libreria per la terza volta in tre giorni, ero con Lola, lei aveva risposto al telefono il giorno prima, non riesco a ricordare in quale occasione abbiano abbinato il suo numero al mio nome ma soprattutto perché mai ogni volta che arriva un libro che ho ordinato chiamino lei  invece che me, visto che ogni volta lascio i miei recapiti, anche se li dovrebbero avere, i miei recapiti, da tempo immemorabile, sono anni che ordino libri in quella libreria, però è corretto: se è immemorabile, è normale che non lo ricordi, il tempo, e tutto quello che ci si è svolto in mezzo.
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La volta precedente avevano mandato un dipendente in magazzino, dicendogli di controllare nelle casse che erano arrivate, ce ne dovevano essere anche del Saggiatore, e quasi mi era preso un dejà vu, ma senza il senso di straniamento che di solito accompagna i dejà vu, infatti ero certissima che una scena molto simile si fosse svolta esattamente il venerdì prima, la volta che avevo ordinato il libro e avevano mandato in magazzino un dipendente, mi pare fosse sempre lui, non ne sarei troppo sicura, d’altra parte anche il tempo che non scorre immemorabile lo scordo lo stesso quasi per intero, e questo accade pressoché da subito, specie riguardo ai dettagli, e mi dico ogni volta che dovrei prendere più spesso appunti, invece non lo faccio mai, preferisco vivere (ancorché immemore).
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Io intanto sbirciavo le nuove copertine, e quando il dipendente della libreria ha fatto capolino, quella seconda volta, dicendo che il libro non era ancora arrivato e aveva innescato un piccolo bisticcio sottovoce col proprietario, o il figlio del proprietario, o forse un altro dipendente, dalla sicumera che sfoggiava avrei detto tranquillamente che fosse il figlio del proprietario (conosco il proprietario, e anche la moglie, negli anni hanno provato a consigliarmi libri come prescritto, immagino, nel “decalogo del buon librario di una volta”, ma già  non davo loro più retta dopo i primi consigli fallati, ricordo un primo Zafòn che chissà che avrebbe dovuto dirmi, e invece mi causava una incalzante nausea a ogni paragrafo, tanto che ancora oggi quando qualcuno mi dice che ha trovato bello Zafòn, devo guardare fisso l’orizzonte e cercare di pensare ad altro), avevo già per le mani un tomo bellissimo, considerato il titolo: “Osa pensare. Venti concetti per capire criticamente e apprezzare la modernità” di James R. Flynn, con prefazione di Gilberto Corbellini,e niente, davanti a un How to con un buon titolo non arretro mai.
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(In realtà non avrei dovuto acquistarlo, in realtà io dovrei leggere meno e occuparmi più della terza stesura del mio libro, che se viene come promette sarà un successo, peccato che ho una specie di blocco non da mesi, ma da anni, come mi avvicino alle ultime bozze devio subito verso qualche distrazione.)
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Ma ho tanto da fare, ieri ci ho scritto pure una poesia su quanto mi fa comodo trincerarmi dietro al fatto che ho tanto da fare, causata dal fatto che i miei vecchi amici ritrovati, che hanno anche loro da fare, almeno quanto me, si stanno prendendo di nuovo una pausa di riflessione, un po’ come quando tanti anni fa il mio ragazzo, uno di loro, mi lasciò e io mi chiusi in casa dicendo a tutti che avevo molto da fare e nessuno di loro venne più a bussare alla mia porta, finché, tanti anni dopo ho aperto la porta e li ho ritrovati tutti lì davanti, identici, come se fosse passato appena un giorno e si fossero ricordati all’improvviso di venirmi a chiamare per passare un po’ di tempo insieme, compreso il mio ragazzo di allora -ma l’ho considerato bene, specie la prima sera che ci siamo rivisti, al ristorante (dopo abbiamo fatto una festa danzante in casa, un percorso fitness natalizio in pineta, una serata in discoteca, un aperitivo e un caffé) e mi è stato lampante che, no, per lui non provo più l’ombra di un sentimento, nemmeno un tiepido rancore, che tristezza-.
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Però non l’ho messa sul blog, la poesia, perché più che una poesia era un lamento e io detesto che mi si senta lamentarmi, mi piace invece che si pensi a me come una persona che ispira, per non dire del fatto che ogni volta che sospiro si avvicina solo gente piena di guai, tutto il contrario di quelli che mi piacerebbe frequentare, persone positive, come lo sono i miei amici ritrovati ora scomparsi ancora, ma che credo che torneranno, magari tra tanti anni, comunque sono quasi sicura che ritorneranno.
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Il giorno successivo alla seconda volta, benché avessi il chiodo fisso di ritirare il libro, avevo avuto talmente tanto da fare, compresa la prima discesa in palestra dopo l’intervento (discesa perché la palestra in cui vado ad allenarmi si trova nei sotterranei di una chiesa, e io mi domando come facciano a pregare quelli che stanno sopra, dato il volume alto della nostra musica, e mi domando pure se l’umidità che affiora dai muri trasporti i percolati di qualche sepoltura, magari collocata, come una volta si usava, sotto il pavimento delle sacre navate), da scordarmi di passare in libreria e nel tardo pomeriggio la libreria aveva chiamato Lola, che aveva preso appunti sotto il mio sguardo curvo a mo’ di punto interrogativo, me li aveva riferiti a telefonata chiusa e aveva aggiunto anche, con sarcasmo, “Com’è, è bello avere una segretaria?” e io avevo pensato che una come Lola è una vera amica, non capisco che ci faccia accanto a me, ma intanto lei davvero c’è sempre, nella buona e nella cattiva sorte, e io me la tengo stretta, e ogni tanto la ricambio.
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Per non dimenticare più ho messo un promemoria sullo smartfono, e il giorno dopo ho preso sottobraccio Lola e l’ho portata ancora in libreria, e che che sole c’era, e noi ridevamo sulle strisce pedonali, mentre qualcuno cercava di agganciarci con lo sguardo da lontano e poi più intensamente mentre ci avvicinavamo al marciapiede, e noi lo incrociavamo che ridevamo ancora e, almeno io, non lo guardavo: io, a meno che non abbia voglia di scherzare, con la gente tengo sempre gli occhi bassi, lezione di mia mamma: che non si facciano venire strane idee.
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Poi, in effetti, non è sempre così, però io guardo solo chi mi va di guardare.
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Tra noi e l’ingresso baciato dal sole c’era da fare lo slalom, tante erano le persone che stavano in mezzo, compreso uno strano vecchietto con una scoppola strizzata tra le mani giunte al petto, che ha strabuzzato i suoi occhi asimmetrici piuttosto sbulbati e si è sporto verso di me gridando: “Maria! Ciao Maria!” Capirai, io ancora ridevo da prima, ho risposto “Heilà, ciao!” come se lo conoscessi e intanto trainavo con me il braccio di Lola verso l’obiettivo a due ante distante due metri da noi, ma il vecchietto ha insistito: “Quanto tempo! E come stai, Maria?” “Bene”, ho detto, risoluta nel passargli accanto, “Fermati un momento, vai sempre così di fretta…” sono state le ultime parole che gli ho sentito dire, varcando la soglia della libreria e lì per lì ho pensato che avrei dovuto appuntarmelo, quel bizzarro incontro, ma c’è stata la spedizione del commesso in magazzino e poi mi hanno consegnato il libro che avevo ordinato, che aveva la copertina tale e quale a quella che aveva fatto circolare l’Autore e la sua casa editrice pochi giorni prima dell’uscita, e anche il giorno stesso, e io ero così emozionata a trovarmelo davanti che ho scordato il proposito di poco prima.
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Per fortuna stasera, era buio e andavo di fretta, mi sono passate davanti agli occhi due turiste, sembravano una la miniatura dell’altra, forse erano madre e figlia, la stessa corporatura tozza, la camminata sguaiata, la coda di cavallo tirata sulla stessa testolina tonda, e una delle due indossava un vestitello estivo rosso sbracciato e senza calze, mentre io mi stringevo il bavero del cappotto nel vento fresco, che in questi giorni sono pure raffreddata, e ai piedi aveva delle ciabattine infradito da piscina, le ho seguite con lo sguardo attraversare la strada, viravano decisamente verso il fruttivendolo, che le aveva attratte come fosse stata una vetrina di Bulgari, dal che ho dedotto che probabilmente venivano dall’est Europa, non per altro, ma solo da quelle parti si dà ancora valore alla frutta, e mentre mi imponevo di tirare fuori il taccuino mi sono ricordata dell’altro bizzarro incontro, e soprattutto che avevo qualcosa di più importante da dire, ecco cosa:
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Ho con me “Stati di Grazia”, il secondo libro di Davide Orecchio*, ne ho già letti un paio di capitoli, sì lo so, vado a rilento ma non ho molto tempo da dedicare ai libri, sono davvero tanto indaffarata, però ho capito subito che è un capolavoro, al punto che me lo porto in giro su e giù per la città e appena posso lo leggo, immemore di tutti e di tutto ciò che mi circonda.

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*prima o poi arriverà la recensione

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Randomize ((Trinariciuti) + (Tre volte) + (Tribordisti))

23 febbraio 2014
Un post zeppo di tre, però l’alternativa pare essere una sola.

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Peppone
Gino Cervi – Peppone in comizio

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La nave della Terza Repubblica sta salpando squilibrata.

La mia cara amica, nata e cresciuta a tribordo delle simpatie politiche, giusto ieri mi diceva: “Alfano non mi piace ma spero che riesca a raddrizzare questa situazione”.

Giuro che per un attimo, invece di Alfano (ero distratta), ho capito “Renzi”, poi mi è venuto il dubbio che avesse detto “Grillo” (certo, non Vendola, non Civati, né tantomeno Cuperlo).

Ma certo, aveva detto Alfano. Allora si augurava che solo la nave della destra venisse raddrizzata.

La capisco. In tempi come questi chi lotta quotidianamente per restare in piedi vorrebbe contare su un pavimento solido piuttosto che su delle travi marce. È tutto molto umano, e umano è il fatto che io e lei dopo più di trent’anni ancora ridiamo insieme, imitando l’ex delfino che, con le vene del collo ingrossate, rinnega tre volte, moltiplicato tre, B.: “Si è circondato di troppi idioti inutili! Da troppi inutili idioti! Troppi! Inutili! Idioti!” Alalà.

Solo che io, fin dall’altro secolo, sarei quella delle due cresciuta sul lato di babordo delle simpatie politiche. E non ho potuto non aggiungere, per quella mia mania di far quadrare i cerchi, che per me A. e B. hanno solo concordato una vecchia strategia: separare l’anima riformista da quella conservatrice, per poi riunirsi a elezioni avvenute, riportando in seno a un’unica destra i delusi di Grillo.

Meno male che io e lei abbiamo altri argomenti in comune su cui deviare le conversazioni. Questioni di vita, trattate in un linguaggio piano, materia fertile.

Tra i miei amici non ci sono molti letterati, alcuni non leggono né libri né giornali. Ce ne sono di quelli che a scuola dichiaravano di non interessarsi di politica, e su quella linea, poi, hanno proseguito. Credo, mi pare di capire dalle statistiche che circolano, che rappresentino la maggioranza degli italiani.

Ci sono rapporti di amicizia (a volte – ne conosco – anche relazioni sentimentali) che sanno prescindere dalle fedi, politiche o religiose. Legami che sostengono tra loro persone che, se non si conoscessero, incontrandosi su terreni favorevoli allo scontro, si sbranerebbero vive.

Si tratta comunque di punti a favore della speranza, isole solide sopra cui sostare a riprendere fiato prima di rituffarsi in mezzo ai flutti. Di questi tempi, ripeto, non è poco.

E se ho l’anima ormai forgiata per sempre da principi egualitari e da tutto ciò che un tempo poteva essere senza dubbio detto pensiero di sinistra, oggi non trovo alcuna forza politica a farmi da sponda. La stessa mescolanza che nella vita quotidiana spesso mi piace frequentare, che trovo vivifica e utile e piacevole, quella che è substrato indistinto e ineludibile della società italiana, in campo istituzionale non riesce a tradursi in spinta positiva per il cambiamento. La politica adotta sempre metodi da tifoserie calcistiche.

Ah, sì.

Io e la mia amica abbiamo fatto insieme il liceo classico. E quando penso a quegli anni riprendo a scrivere con un linguaggio quasi arcaico, definibile in ogni modo tranne che popolare. Forse indugio un po’ troppo nei luoghi comuni. È vero.

Ma ho con me l’antidoto, vado a spulciare il blog di Paolo Nori, scrittore che mi piace per la semplicità di pensiero e scrittura. Dal quale avrei tutto da imparare quanto a stile e concisione (ma non mi riesce, darò ancora la colpa alla facoltà di architettura).

Il 19 febbraio, ma pensa tu, Nori scriveva (“Un leggero senso di superiorità”):

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Nel libro di Claudio Giunta Una sterminata domenica, in un saggio che  si intitola «Una magnifica cosa pop: Radio Deejay dalle 9 alle 12» a un certo punto c’è scritto: «Un leggero senso di superiorità. Chi non lo ha avvertito, chi non lo avverte ogni volta che accende la radio? Tutti quei poveretti con il loro vocabolario di cento parole e la loro paratassi da scuola elementare che dicono cose banali o approssimative o assurde sull’attualità, la musica, i film, i libri…». Ecco, quando ho letto quel passo qui (a pagina 103), ho pensato che io, quel leggero senso di superiorità non lo avverto e non l’ho avvertito perché il vocabolario di cento parole, la paratassi da scuola elementare e le cose banali o approssimative o assurde sull’attualità, la musica, i film, i libri sono i miei strumenti di lavoro, mi è venuto da pensare, o, meglio, togliendo di mezzo, per quanto è possibile, me stesso, sono gli strumenti di lavoro di Daniil Charms, ho pensato, o, in certe cose, di Georges Perec, e, in certe altre, di Samuel Beckett, per come li capisco io, e probabilmente li capisco male.

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Sciocca io che non guardo Sanremo e poi pretendo che i miei amici si convertano alla letteratura.

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Leggere pillole di Nori mi riappiana, e mi riporta un ricordo antico. Forse per la cadenza così riconoscibile, data la comune provenienza dall’Emilia Romagna. O forse perché parla di sua figlia come “la Battaglia”, mi fa tornare in mente Guareschi. Non quello di Don Camillo che faceva passare per scemo il babordista Peppone, ma quello dei libri che mi regalava mia mamma da ragazzina, in cui parlava della sua famiglia e chiamava la sua, di figlia, “la Pasionaria”.

Guareschi l’intellettuale di destra, fondatore del Candido e onorato degli insulti di Togliatti che, in risposta alla sua satira contro i trinariciuti, durante un comizio gli diede del “Tre volte idiota, moltiplicato tre!”.

Togliatti e non Alfano, alla faccia dei luoghi comuni.

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[Nota sul titolo: Avevo necessità di un concetto sintetico. “Randomize” è la versione Visual Basic del comando “Random”, che in informatica indica la produzione di un qualsiasi risultato dalla combinazione casuale di più fattori.]

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La privacy di Tobin

12 febbraio 2014

(Ragionamento in forma di mesh up: “Il senso della privacy ai tempi di internet” di Jaron Lanier Vs. “La palma di Tobin” di O. Henry*)

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Quindi cercherò oltre, una volta finito “I Booddensbrook” mi infarinerò con uno spesso strato di filosofia zen, … non prima di aver familiarizzato con l’analisi bioenergetica di A. Lowen, W. Reich fino ad arrivare a Freud. Senza dimenticare di costruire solide basi di stoicismo e filosofia taoistica.(**)

Quindi cercherò oltre, una volta finito “I Booddensbrook” mi infarinerò con uno spesso strato di filosofia zen, … non prima di aver familiarizzato con l’analisi bioenergetica di A. Lowen, W. Reich fino ad arrivare a Freud. Senza dimenticare di costruire solide basi di stoicismo e filosofia taoistica.(**)

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Io con la testa ci sono e non ci sono.

«Che sia dannato» faccio a Tobin, «se riesco ad applicare il metodo scientifico a questa storia della privacy, ancora troppe incognite, malgrado Snowden e gli altri, proprio non ci riesco».

Noi due, Tobin e io, ce ne andammo a Coney, un giorno, e fra me e lui avevamo quattro dollari, e Tobin aveva bisogno di distrarsi. Per via di Katie Mahoner, la sua fidanzata, di County Sligo, che era scomparsa da che era partita per l’America tre mesi prima […]

«Fregatene,  ancora con questa fissazione con le prove provate. Apri la mente, se proprio non credi al soprannaturale, almeno segui qualche teoria, una filosofia, affidati all’introspezione, considera gli aneddoti… Uh… » E si interrompe con un sospiro penoso. È quasi impossibile cercare di distrarlo.

Davanti a un casotto di sei metri per otto, Tobin fa alt e gli occhi gli si fanno più umani.

«Qui,» dice «penso che mi divertirò. Mi farò investigare la mano dalla prodigiosa chiromante del Nilo, e vediamo se accadrà quel che deve accadere». […]

«Uomo,» dice madame Zozo «la linea della tua mano mostra […] che non sei arrivato a questo punto della vita senza malasorte. E dell’altra te ne toccherà. Il monte di Venere, o t’ha ammaccato una sassata?, dice che sei innamorato; la tua ragazza t’ha dato dei dispiaceri».

«Sta parlando di Katie Mahoner » mi sussurra Tobin a gran voce.

«Vedo,» dice la chiromante, «dolore e tribolazioni per colpa di una che non puoi dimenticare. Vedo che le linee indicano nel tuo nome le lettere K e M ».

«Hai sentito?» mi dice Tobin.

«Fa’ attenzione» continua la chiromante «ad un certo uomo nero e a una donna bionda; che te ne verranno guai. Presto farai un viaggio per acqua e subirai un danno finanziario. Vedo una linea che ti porta buona sorte. Un uomo entrerà nella tua vita per portarvi la fortuna: lo riconoscerai dal naso arcuato».

«C’è anche il nome?» […]

La chiromante guardò la mano, pensosa. «Qui il nome non c’è, però le linee dicono che è un nome lungo, e dovrebbe esserci la lettera ʽoʼ […]»

M.me Zozo, lei per esempio, ha usato l’intuizione umana per dedurre i fatti di Tobin e predire le sue mosse, non disponeva certo di un dossier su di lui, non lo aveva mai visto prima. Né può contare, non essendo né ricca, né potente, su sistemi statistici basati sui Big Data.

Il suo mestiere sfrutta quelli come Tobin, disposti a cedere notizie di sé in cambio di vantaggi effimeri, percepiti come più importanti di quanto non sia il loro valore reale.

D’altro canto, non c’è storia: gli studi mettono i fatti dalla parte di Madame Zozo. Altro che il “precrime” di Minority Report che viene sbandierato come già possibile.

Lei fa come il T9: completa i frammenti di informazione carpiti ai clienti, usando come database l’esperienza unita al ragionamento umano, per il momento molto più efficace di qualsiasi algoritmo.

Visto che, più che l’accesso alle informazioni, conta la potenza di calcolo, la chiromante del Nilo è la prova vivente che i sistemi di sicurezza nazionale sono ben lontani dall’anticipare i crimini.

E la fiducia propagandata con la terminologia da “divinità onnisciente”, può fare grossi danni.

Come le assicurazioni sanitarie USA, che dopo aver evitato i clienti più a rischio con complessi calcoli statistici applicati a enormi quantità di informazioni sugli ignari richiedenti, da quella stessa complessità sono stati travolti, per non aver saputo gestirla.

Ma niente in confronto alla nostra grande recessione, l’esempio più lampante. Persone ridotte a modelli e bersagli per la pubblicità di mutui e crediti, e automatismi degni della fantasia di Dick: così la finanza incompetente ha fottuto sé stessa e il resto del pianeta.

Pensate che la gente abbia capito?

Il mio amico Tobin, oltre che senza soldi, è ancora per la condivisione estrema, un sogno egualitario che non prevede rendite di posizione. Infatti dà subito una prova di condivisione di botte.

Mentre ci schiacciamo per infilarci sul traghetto, un negro pianta il suo sigaro nell’orecchio di Tobin, e ci sono complicazioni […]

Un occhio nero a testa, e ciascuno se ne va contento. Anche io ho sempre avuto il mito della condivisione gratuita, ma ormai ho letto troppo, e non è più così.

Se gli smanettoni e i cyberattivisti, così come i social network, predicano la condivisione ma poi bloccano la libera circolazione delle informazioni su sé stessi, vorrà dire qualcosa.

Sul traghetto di ritorno, quando c’è l’uomo che grida «Chi vuole il cameriere?» Tobin vuol dichiararsi colpevole, muore dalla voglia di soffiar via la schiuma da un boccale di birra ma, quando si fruga in tasca, si trova assolto per insufficienza di prove. […]

Su un sedile, appoggiata alla ringhiera, stava una giovane donna con completo per automobile rosso e capelli color ambra immacolata. Passandole accanto Tobin, senza intenzione, l’urta col piede, e […] mentre si scusa ceca di far la mossa col cappello. Ma gli dà una botta, e il vento se lo porta via, in mare. […]

Ecco, Tobin mi prende per un braccio, e dice, eccitato: «Jawn,» dice «Sai che stiamo facendo? Stiamo facendo un viaggio per acqua». […]

«Ascolta,» dice Tobin «non hai orecchie per il dono della profezia o i miracoli degli ispirati. […] Sta accadendo tutto, davanti ai nostri occhi. “Attenzione” dice “all’uomo nero e alla donna bionda. Ti daranno dei guai”. […] E dov’è finito il dollaro e sessantacinque che avevo nel cappotto dopo il tiro a segno?»

Al modo come la metteva Tobin, sembrava corroborare l’arte della predizione, sebbene a me sembrasse che accidenti di quella sorta a Coney potevano capitare a chiunque, senza che c’entrasse la chiromanzia. […]

All’angolo di una strada, sotto un lampione a gas, intento a guardare la luna sulla sopraelevata, c’era un uomo. Un tipo lungo, ben vestito, col naso che andava su e giù due volte, dal principio alla fine, come un serpente. […]

«Buona notte a voi, signore» disse Tobin all’uomo. Quello si toglie il sigaro di bocca e ricambia i saluti, tutto socievole.

«Vorreste dirci un po’ il vostro nome,» dice Tobin «per vedere quanto è lungo? Può darsi che sia nostro dovere fare la vostra conoscenza».

«Il mio nome» dice l’uomo, cortese «è Friedenhausman, Maximus G. Friedenhausman».

«La lunghezza è quella giusta» dice Tobin. «Lo scrivete con una ʽoʼ ?» […]

Appunto.

Chi raccoglie ed è in grado di manipolare i dati personali  ha in mano una leva del potere, legittimata dalla ignoranza di chi, come il mio amico Tobin, concede i propri dati personali. Che equivalgono a beni, con un valore monetizzabile, in teoria.

Qualcuno dice che, per non rinunciare alla libera circolazione, basterebbe utilizzare reti più piccole, autogestite e svincolate dai sistemi di trasporto dati planetari. Ma è un’autarchia che mi sembra impraticabile su vasta scala. E poi, qual è la libertà nel ghetto?

C’è anche chi sostiene che, se l’accesso a pagamento ai dati personali venisse istituzionalizzata, renderebbe più equa la distribuzione della ricchezza e meno incontrollabili i risultati delle speculazioni.

Immagino la conversazione con Madame Zozo:

«Mi direbbe se per caso soffre per amore?»

«Glielo dico per cinquanta dollari.»

«Oh, beh, probabilmente oggi pioverà. Rischia di bagnarsi, si ricordi di prendere l’ombrello. Mi deve 50 cents».

Eppure, mi domando: se uno squattrinato come Tobin sarebbe disponibile a farsi pagare, sarebbe altrettanto disposto a rinunciare alle proprie illusioni? E come convincere i colossi della rete, o i manipolatori dell’alta finanza ad accettare passivamente una così devastante restrizione del proprio campo d’azione? Senza una vera spinta popolare, che contrasti l’influenza delle lobbies sulle istituzioni, anche questo scenario non mi sembra realistico. Mi scoppia la testa, non se ne esce proprio.

«Bene, voi due,» dice l’uomo col naso, guardando in su e in giù se per caso ci fosse una guardia «Ho goduto immensamente della vostra compagnia. Buona notte». […]

«Ascoltate, uomo,» dico io «[…] cercate di capire la mia posizione in questo pasticcio. Secondo le mie idee, io sono amico del mio amico Tobin. È facile essere amico dei fortunati, perché rende; non è difficile essere amico dei poveri perché quelli vi gonfiano di gratitudine come un pallone, e poi ti fai fare il ritratto davanti al povero abituro con un secchio di carbone ed un orfano per mano. Ma mette a dura prova l’arte dell’amicizia far da amico ad uno sciocco nato. Ed è quello che sto facendo […] ed io lo assisterò nell’esperimento finché non si sarà persuaso che da voi non c’è da ricavare proprio niente». […]

Perché, alla fin fine, il punto è questo. Io sono disposto a credere alle favole, alle credenze, alle dicerie, alle deduzioni illogiche, se può tornare utile. Un vero amico è quello che ti segue anche dietro il sipario dell’assurdo, sapendo che, al termine del viaggio, lo attenderà comunque una delusione. Perché vorrà essere con lui per sostenerlo.

«Dovete sapere» dice l’uomo del destino «che il mio lavoro è di tipo letterario. Io vado in giro di notte cercando estrosità tra le folle e verità nei cieli.» […]

E poi l’uomo dice che deve andare a casa, e ci dice di accompagnarlo. […]

Io con la testa ci sono e non ci sono. Quasi direi a Tobin di girare i tacchi e andarci a bere qualcosa da soli. Ma lo vedo così determinato, immagino l’impatto dello smacco che sta per subire. L’uomo riprende, dopo una breve passeggiata in nostra compagnia:

«Vi prego di entrare nella stanza dell’interrato dove possiamo pranzare e partecipare a un conveniente rinfresco […] scendete questi gradini, […] io intanto entrerò dalla porta di sopra, e verrò ad aprirvi. Dirò alla nuova ragazza che abbiamo in cucina» dice «di farvi un bricco di caffè prima che ve ne andiate. Per essere arrivata tre mesi fa dall’isola, Katie Mahorner fa proprio un buon caffè. Entrate,» dice l’uomo «la mando subito da voi».

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*) Estratti dal racconto “La palma di Tobin” in O. Henry, “Memorie di un cane giallo e altri racconti” A cura di Giorgio Manganelli – Piccola Biblioteca Adelphi, 1980

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**) Illustrazione e citazione tratte dalla graphic novel di Alice Socal “Luke. Anche i cattivi invecchiano”  – Giuda edizioni. Una bella recensione si può leggere QUI.

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Neanche io ci credo

3 agosto 2012

Certo che la vita, a volte. Lo dicevo l’altroieri a Sara, ci sono vite che nemmeno a inventarle. E lei mi rispondeva: infatti io penso che sia molto meglio inventarle. Eppure, con queste vite vere che diventano giorno per giorno sempre più ingarbugliate, anche quando in apparenza se ne stanno ben piombate sul fondo, che ci dovremmo fare? E poi, ieri è tornata Sara a chiedermi, tu ci credi? Ma no che non ci ho mai creduto. Tu ci credi? Mi rimbalzava in mente la domanda, Tu ci credi? Ma no, ho ripetuto, no. Solo che ora, con l’età, mi dico “non si può essere così tanto manichei. Parlo della questione che ha sollevato giusto ieri, poco prima di pranzo.

Una mail dal titolo “NO COMMENT”, in lettere maiuscole -e questo particolare già è bastato a mettermi in allerta-. All’interno, soltanto un link:

http://27esimaora.corriere.it/articolo/amicizia-uomo-donna-io-non-ci-credo/, e nulla più.

Che vorrà dirmi? Mi sono domandata. Ma, prima di fare pressione sul tasto canc -cosa che faccio sempre, quando trovo nella posta in arrivo mail scritte nello stile Distratta Disinvoltura Giovanile-, ho pensato bene di dare un’occhiata alla pagina alla quale rimandava il collegamento: Un articolo di Antonio Pascale, in forma più o meno narrativa, che tratta dell’amicizia tra uomini e donne. Seguito, al solito, da una valanga di commenti che sfiorano la rissa.

“Ah.” Ho fatto tra me e me, leggendo. E poi, subito dopo, “Mah”.

Un dialogo tipicamente intenso con il mio subcosciente. Però, e qui viene il bello, ieri ho aggiunto: “Mi ricorda un paio di freddure”

(A volte mi sento un po’ come Homer Simpson: almeno nel primo quarto d’ora in cui m’impegno a pensare ad un argomento nuovo immagino che si materializzino sopra la mia testa fumetti con ciambelle. È imbarazzante, perché alcune di queste volte ho l’impressione che la gente mi guardi storto, come se le ciambelle fossero visibili anche dall’esterno.

In questo caso, sopra di me ho sentito materializzarsi delle ciambelle-barzellette, che sono andata subito a recuperare qui:

 1)

Un giorno mi chiamò una ragazza a casa dicendomi:

“Vieni subito a casa, che non c’è nessuno”

Quando arrivai a casa sua non c’era nessuno.

2)

Un giovane vede una ragazza per strada e senza conoscerla si avvicina e le dice:

“A vederla sorridere, mi viene voglia di invitarla da me!”

E lei indignata: “Ma come si permette! Lei è un vero insolente!”

“No, signorina, sono un dentista!”)

Un altro breve inciso, posso?

– “Breve”, detto da te, vuol dire che posso andare a farmi la manicure e pure una seduta di shiatsu, e quando sarò tornato ti troverò ancora qui che filosofeggi a cavolo – perché tu sei un’ignorante, non negarlo- e quando mi vedrai arrivare, mi lancerai un’occhiata supplichevole affinché ti offra una sponda che ti aiuti a tirarti fuori dal gorgo nel quale ti sei infilata. O no?

– Demone, ti si è sbeccato lo smalto.

– Che amica sei, grazie di avermelo detto. Accidenti però, chiamo subito l’estetista.

– Demone, una cosa.

– Sì?

– Tu sei uomo o donna?

– E tu, com’è che alla tua età sei ancora tanto manichea?

– Io manichea? Macché, giusto poco fa stavo dicendo…

– Pronto? Silvana cara, hai mica uno spazietto per rifinire il gel, diciamo tra le quindici e le venticinque?

Via col secondo inciso, allora:

(Giusto così, tanto per ricordare che, stando a una statistica dell’ONU del 2010,

Nel mondo ci sono circa 57 milioni di uomini in più rispetto alle donne. Nel 2010, alcune aree registrano un’evidente “carenza” di uomini, mentre altre di donne. In generale, l’Europa è la zona che vanta più donne rispetto agli uomini. Al contrario, in alcuni dei paesi più popolati si osserva una carenza di donne. Ad esempio la Cina presenta un rapporto di 108 uomini su 100 donne, l’India di 107, il Pakistan di 106 e il Bangladesh di 102.

E che la maggior parte di queste donne vivono molto al di sotto della soglia di povertà. Molte, in rapporto al numero complessivo, sono bambine -senza dare troppi numeri, consideriamo il fatto che l’aspettativa di vita è di 45,9 anni nella Repubblica Centroafricana contro gli 82,7 anni in Giappone), e quindi l’età media è molto bassa-. (Vi potete divertire inserendo date di nascita reali o fittizie su http://www.7billionandme.org/ e vedere che risultati escono fuori).

Tratta connection, un reportage che la giornalista Chiara Caprio ha scritto per Vita Magazine, in cui racconta l’inchiesta realizzata con la troupe di Al Jazeera (documentario in finale nella sezione internazionale del premio Ilaria Alpi) sul traffico di donne tra Italia e Nigeria, inizia, guardacaso, con il funerale di una bambina a Castel Volturno, sul litorale domizio, quello stesso litorale descritto ne “La città distratta”*.

Nel reportage è denunciata “l’altissima richiesta di prostitute da parte dei maschi italiani”, che genera un terreno fecondo per la crescita delle relazioni (inizialmente di incontro/scontro, l’articolo ricorda la “guerriglia del settembre 2008, quando diverse centinaia di immigrati scesero in strada abbandonandosi ad atti di teppismo per vendicare il massacro di sei africani compiuto dalla banda di Giuseppe Setola, braccio armato del clan dei Casalesi.”) tra la  tra criminalità organizzata nigeriana e italiana.

Quanto alle italiane, di nascita e di lignaggio, non posso sopportare di sentire a ogni piè sospinto che le donne devono tornare ad essere “quelle di una volta” (e “se vogliono un uomo come quelli di una volta”, per di più). Che di relazioni sullo stampo “di un volta” ce n’é ancora a bizzeffe a questo mondo, e soprattutto in terra italica.

Ah, tra parentesi, andiamolo pure a chiedere alle settanta-ottantenni di oggi com’erano le relazioni tra uomini e donne prima del fatidico ’68. Facciamocelo un giro, che loro non aspettano altro che di venircelo a raccontare.

Io, invece, che arrivo dopo di loro, da quando ho imparato a reagire agli schiaffi della vita, mi sono guadagnata l’appellativo della donna forte.

Mia mamma però, che è della vecchia guardia, mi ha istruito per tempo. Appena ho sviluppato mi ha comprato trucchi, minigonne e scarpe col tacco, e in ogni occasione non ha mancato di dirmi: Figlia mia, tu non sei cretina (detto da lei è un complimento commovente), sbatti bene le ciglia quando i maschietti ti parlano e fa’ in modo che non se ne accorga mai nessuno che hai un cervello, o ti ritroverai che, mentre davanti ti dicono “Quanto sei forte, tu”, intanto te lo infilano nel c. Mhm. Però mi sa che sbaglio, questa battuta era tipica di mia nonna -che non solo era forte davvero, ma aveva proprio le palle. E quando non li massacrava di insulti, era capace di irretire fatalmente perfino i miei “amici” maschi-. Comunque, il concetto espresso da mia madre era lo stesso.

E poi, sentite, ho appena lasciato dopo un caffé Cassandra, la quale mi ha annunciato con occhi da martirio che quest’anno passerà tutta da sola il Ferragosto. “Sono solo pochi giorni, la utilizzerò come occasione di crescita. Magari andrò in chiesa. E poi, io sono una donna forte”. E intanto, mentre parlava, le scendevano tante di quelle lacrime a coprire il suo bel sorriso, che non so come ho potuto frenarmi dall’abbracciarla, invece di lasciarla lì impalata in mezzo al corridoio a scorrere ditate veloci lungo le guance. Eccolo qua, il destino delle donne forti.

Sempre per amor di verità ricordo che ci sono donne e donne. Per esempio, ci sono le donne omosessuali. Ci sono donne che nascono in corpi di uomini. Ci sono eh, ne conosco, e ogni giorno vivono e camminano tra noi. Teniamole presenti queste variazioni sul tema. Che poi sono quelle che fanno davvero la differenza.

Ho fatto queste premesse doverose per dire che, per me, i rapporti uomo-donna non si possono osservare soltanto dal punto di vista privilegiato e forse un po’ annoiato di noi bravi occidentali normosessuati. Proseguo con l’argomento principe, va’.)

…“e mi ricordo pure di un post non recentissimo”, che ho recuperato e provveduto ad inviare a Sara, con il commento “Già letto”, augurandomi che almeno desse un’occhiata, perché è molto più bello dell’articolo. Pensavo che il mio tracotante sfoggio di competenza sui temi pascaliani avrebbe chiuso lì l’argomento, ma mi sbagliavo.

Sara ha iniziato a mandarmi mail a raffica, circa una ogni tenta secondi, e ciascuna contente un commento stizzito e lapidario. E siccome cominciavo a stizzirmi anch’io (complice il clima, l’ambiente lavorativo e, non ultimo, l’affronto a una delle mie muse), ci ho dato un taglio e l’ho invitata a pranzare con me.

Va detto che uscire fuori nella canicola dopo ore trascorse nel frigorifero aziendale non era stata esattamente una grande idea. Ma nel momento in cui, dopo la prima pedalata, ho sentito tutti i vestiti volare all’indietro e una corrente, ancorché calda, sventagliarmi tutta attorno a naso e mento, ho iniziato a sorridere da sotto il casco e non ho smesso di farlo fino ai margini di Villa Borghese dove, appoggiata a una delle colonnine all’ingresso del Bioparco, c’era lei ad aspettarmi accanto alla sua bici già tutta ripiegata. Sara è afflitta da una fame prodigiosa.

– Sto per svenire, – è stato il suo saluto, e non ha aggiunto altro finché non ha dato il terzo morso al suo hot dog.

Allora la questione ho iniziata a prenderla un po’ alla lontana:

– Senti, Sara, pensavo… Chissà poi perché mi è venuta in mente questa cosa?

– Che cosa? – Ha bofonchiato lei, con le guance da castoro tutte imbrattate di senape.

– Secondo te, che cosa siamo noi? Non so: conoscenti, amiche di bicicletta, due persone simpatiche che si fanno solo compagnia di tanto in tanto? Due potenziali amiche vere? Ma, in questo caso, cosa mancherebbe ancora perché la nostra amicizia spicchi il volo? Qual è la tua opinione? Dimmi, dimmi.

– Intanto dovresti cercare di uscire un po’ di più. Sei tutta casa e lavoro. Poi, se son rose fioriranno.

– Usciresti una sera insieme a me?

– Perché no?

Finalmente. Un’amica. Un’amica che si rende libera per me. Starò sognando, mi sono data un pizzicotto, sembrava doloroso. Ma non ne sono sicura, ultimamente non sono certa di sapermi districare tra il sogno e la realtà. Ad ogni modo io ci ho creduto. Al sogno.

– Tesoro, sono tornato, ancora blateri?

– Magnifica french.

– Dici? Sssì… E tu, quanto ti curerai un po’ le unghie?

– Demone, le mie sono mani che lavorano.

– Ah già: tu sei una donna forte.

– Cazzo, ancora questa storia! Ti tiro una scarpa se non te ne vai subito.

– Ma certo cara, vado, tra cinque minuti ho lo shiatsu.

Che disastro, io mi maledico/

Ho scelto te, un demone, per amico

– Ti ho sentita.

– Corri, sennò ti passa avanti il cliente successivo.

Il fatto che Sara abbia abbandonato le sue riserve e deciso di unirsi alla banda sempre più numerosa dei ciclisti di città, e quindi possiamo dire a ragion veduta che, oltre alla simpatia reciproca, abbiamo qualcosa in comune, sta comportando un aumento delle nostre occasioni di incontro. E l’amicizia, dicono, come l’amore, si nutre di vicinanza, anche fisica. Ieri, ad esempio, dopo cena ci siamo incontrate di nuovo. Anche se, va detto, stavolta siamo arrivate in macchina dai poli opposti della città. Ma il secondo giorno di agosto era una data propizia alla facilità di parcheggio.

Il locale era poco affollato, soltanto che, in un angolo, avevano piazzato un enorme maxischermo dal quale non abbiamo potuto fare a meno di seguire la Vezzali nella conquista dell’oro per l’Italia.

– Due birre rosse, grazie. Scusa Sara, non sento niente, che cos’hai detto prima?

– Ho detto,- ha scandito pazientemente Sara con un uso magistrale del labiale, – che lo ha postato un mio amico, su Facebook.

– ah, un amico-su-Facebook. Ecco la base che mi manca, il social network.

– Ma che hai capito? Noi siamo amici veramente. È il fratello di un mio ex. Ci sono i nostri commenti sotto l’articolo.

– Li ho letti tutti, i commenti, e sono impietosi.

– Invece io ho scoperto con dolore che c’è molta gente che la pensa come Pascale.

Con dolore…, ma dai.

– Vedi, mi infastidisce perché a questo punto mi chiedo cosa dovrei farne di tutti i miei amici maschi, verso i quali non ho mai nutrito interesse sentimentale e/o sessuale. Davvero, che ne faccio? Smetto di considerarli amici? Ci provo anche se non mi piacciono?

– Sarà, ma invece io sono rimasta colpita da come, per l’ennesima volta, si sia consegnato con tanta tranquillità al linciaggio della folla.

– Però se fai una domanda cerca almeno di seguirne la risposta.

– Giusto. Sono tutta orecchi.

– Comunque:  tu ci credi o no?

– Non ci ho pensato mai. Vediamo. Ho un amico gay, ho un amico marito (quindi la componente sessuale è annullata), poi… A dire il vero nei confronti di altri uomini io avverto sempre uno strisciante senso di pericolo.

– Ah beh,  allora in realtà confermi la teoria di Appì.

Appì? … Assì. No,  è solo la mia esperienza di vita, ma non pretendo assolutamente di prenderla a modello universale.

– Ma infatti lui dice: “Io non ci credo”

– Lui dice: faccio fatica a credere a una tipologia di storie che sempre più spesso ascolto, e dice pure Ah, come vorrei capire, e mannaggia non ce la posso fare.

– Capperi, tutto mandato a memoria?

– Ma no, sto improvvisando, di sicuro non ricordo bene. Comunque, tutta ’sta polemica… Basterebbe avvertire chi legge con un alert, del tipo: “Attenzione: in questo testo  sono presenti opinioni del narratore organizzate in funzione  delle teorie e regole precedentemente esposte in diversi documenti pubblicati negli anni dallo stesso autore, e ai quali si rimanda per ulteriori approfondimenti“.

– Mah, senti. A me pare che dica cose banalotte e che l’esempio che porta non sia calzante. Per esempio: se la tizia dell’esempio la pensasse come il tizio, cioè volesse solo ’n’amicizia, allora non sarebbe più così possibile, giusto? E perché una cosa del genere non dovrebbe poter capitare?

– Io, ti ripeto, ho difficoltà a restare da sola con un uomo in qualche ambiente isolato ma, sai, tredici anni ho iniziato a dovermi difendere dai compagni di classe che mi volevano toccare le tette per vedere se erano vere. Ho avuto questo imprinting. Sul caso specifico posso solo commentare -tanto commenta chiunque- che so per certo che esiste una tipologia di uomo, anche molto diffusa, denominata “Servi della Gleba”, alla quale probabilmente appartiene il protagonista del racconto di Pascale, che davanti a una strada tutta spianata e in discesa nemmeno gli s…

– S…

– S… si… capisci?

– S-sì… no. S… servi de che?

– Hai dieci anni meno di me, mi rendo conto. Però io sono al passo, sai? Vedi, ti invio subito subito un video. Che dico un video, due video, guarda qui, ciò lo smartfono, vedi, li trovo su Youtube, ecco. Te l’ho inviati.

1) Elio e le Storie Tese – Servi della gleba

2) link

– Grazie, magari dopo me li guardo (che matusa).

– Le introduzioni, soprattutto, ti raccomando, e poi quella parte dove Elio dice “L’ho convinta a ritornare con lui” Ah! Ah! Ah! Divertentissimo.

– Ecco, magari dopo, sì.

 Una breve interruzione perché ci avevano portato le birre. Anche ieri sera la mia sembrava acqua fresca. E poi siamo ripartite:

– Senti, ma veniamo all’esempio di Pascale, …

– Non è calzante.

– Se, per assurdo, conosci un tizio a una festa, vai a casa sua pensando che farà solo l’amico?

– Ma dai, uno che t’invita a casa la sera stessa che ti conosce è proprio difficile che voglia parlare di libri! Mai incontrati tizi così. Magari la tizia si è fatta dei film. Che amicizia è se non c’è chiarezza? Ci vorrebbe anche la versione di lui, ma non c’è…

–  Certo! Ecco perché! Gliel’ha raccontata una donna che ha dato la sua versione edulcorata ma si è dimenticata di  parlare dei dettagli: dei suoi denti storti, dell’alito puzzolente, o altri “difettucci”.

– Ah!Ah!Ah! Può essere.

– Oppure, del fatto che lei (nota: trentenne) entro i primi cinque minuti gli ha parlato del suo desiderio di famiglia (che far accettare questo a un uomo è un arte raffinata: richiede dedizione, perseveranza e tempo).

– O magari lui è gay e non glielo ha detto perché aveva dato per scontato che la gallina se ne fosse accorta da sé.

– Bah, in quel caso lei è davvero una gallina. E comunque tu, Saretta, ci credi?

– Te l’ho già detto: Sì che ci credo.

– Allora, fammi degli esempi tuoi, concreti.

– Da circa sette mesi ho un’amicizia molto stretta con un uomo. Con lui nessun problema, e poi è fidanzato da anni. Ma siamo solo amici, anche se è vero che non lo prendo in considerazione come uomo, anche perché è l’ex fidanzato di una mia amica molto stretta, e per me gli ex delle amiche sono asessuati.

– E in che termini siete amici? Vi vedete? Dove? Come? Diamo una speranza a Pascale.

– Ci vediamo, in gruppo o da soli.

– Di cosa parlate?

– Ci confidiamo le nostre cose, parliamo di tutto. Quando mi sono lasciata con il mio ultimo fidanzato lui mi ha aiutato tanto.

– Quindi parlate di cose tipo amore.

– Parliamo “anche” d’amore e persino di SESSO! Scandalo!

– Ma: sport, letture, bricolage? Cose in comune di cui parleresti con un’amica donna?

– Lui va in bici, tanto per cambiare.

– Scusa se te lo domando, Sara, ma tu hai amiche donne (io pochissime, non arrivano nemmeno a due, ma tante simpatiche conoscenti)?

– Sì, ho delle amiche donne. E anche altri amici uomini ma o sono gay o abbiamo avuto storie o storielle in passato, quindi non te li porto come esempi. E anche se poi con X. c’è stata una cosetta quattro anni fa, poi più nulla, perché la nostra amicizia dovrebbe essere considerata da meno?

Non so che pensare, la serata si è conclusa così. Non ci siamo mosse dalle nostre posizioni. Anzi, io sono tornata a casa rafforzata nell’idea che l’amicizia (non la semplice frequentazione da conoscenti), sia una variante dell’amore. L’amore privato dell’aspetto sessuale. E che qui stia la radice del problema del genere.

Stamane ne ho parlato con i miei colleghi. Per la cronaca: tutti della mia idea, eh. E quando ho fatto per tornarmene alla scrivania, uno di loro che conosco da dieci anni, molto carino, simpatico, sposato nonché padre, mi ha fatto:

– Allora, io e te non siamo amici?

– A questo punto direi di no.- Gli ho risposto ridendo.

– Meglio così, non credi?

– Meglio? –, Sono caduta dalle nuvole, – Meglio perché?

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PS.

Chiedo scusa se ho urtato la suscettibilità di persone molto salde nelle proprie convinzioni ma, al tre di agosto, col caldo che c’è, per me l’argomento si riduce più o meno a una mera questione di chimica. Se ne riparlerà in autunno. Forse.

Rod Stewart – Da ya think I’m sexy

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(Grazie a Sara, che dietro lo pseudonimo esiste per davvero ;-))

*) Antonio Pascale: Ritorno alla città distratta – Ed. Einaudi – Stile libero, 2009

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