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Punk’s not dead.

12 febbraio 2014

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Tempo di mietere le suggestioni.

Due cose apprese in pochi giorni dalla lettura incrociata di O. Henry e di Le Scienze:

A) Un vero amico è quello che ti segue anche dietro il sipario dell’assurdo. [Credi tu alle favole, alle credenze, alle dicerie, alle deduzioni illogiche? Certo che sì, se può tornare utile.]

B) Non esiste algoritmo di processo dei Big Data in grado di eguagliare i risultati dell’intuito umano. [La privacy di Mr. Obama è salva (malgrado Spotify -dice la mia amica Olga- spifferi la musica che ha ascoltato oggi il Presidente), almeno finché Beyoncé non si metterà a cantare.]

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Anche intristita per la scomparsa di Roberto “Freak” Antoni, vi toccherà sopportare una riflessione post-punk.

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Quella punk* è un’attitudine a due facce.

A) L’eccitazione, lo sballo, la rampa di lancio, la rampa di lancio, la rampa di lancio, la rampa di lancio la rampa di lancio, la rampa di lancio, la rampa di lancio. Che sembra non finire mai.

B) Un bagliore accecante. Il tetto del mondo, il grido. E subito dopo il down.

Il mio è un down soffuso, dolce, silenzioso e calmo. Serie di fotogrammi singoli, uno simile all’altro nello slow motion. Neve che sfiocca lenta.

Forse anche alle altre persone serve sentirsi punk, solo che non lo sanno. Solo che esplodono dietro un impulso sterile, che chiamano disperazione, passione, tifo, fede, speranza, carità o altro.

Tutto bene, finché non intralciano la mia libertà.

Solo che le altre persone trascurano la fase down, tutti quei fiocchi di neve da raccogliere. Non conta che, prigionieri in una scatola di scarpe, si volatilizzino in un alone umido. Basta tenere un orecchio sul coperchio per continuare a sentirne il crepitio, per decifrarne, meglio di come farebbe la NSA, la verità racchiusa (C=A+B).

Punk’s not dead. C’è ancora del Neanderthal nel genoma del Sapiens, e molto cammino da fare sulla strada dell’evoluzione.

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È andata. E nel prossimo post solo letteratura, chiarezza e metodo scientifico.

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*) Punk è un termine inglese (che come aggettivo significa di scarsa qualità, da due soldi)

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La paura e l’energia _ Meditazione n.5

8 agosto 2013

Dentro il vulcano. Immagine di Anthony Luke

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La paura strisciante di quando ero bambina è stata ricoperta dalla cenere degli anni vulcanici dell’edonismo reaganiano e dell’ottimismo scientista e tecnologico, ed è riapparsa dopo lo stralcio delle Twin Towers dallo skyline di New York. Ed è un periodo che, quando ritorno a casa dal lavoro, devo rassicurare il piccolo del fatto che non arriverà tanto presto la fine del mondo: con buona pace del defunto Dott. Spock, niente funziona bene come la televisione.

Per me invece, il contraccolpo arriva la mattina dopo, aperto il giornale. Quando, come un conato di lava, ritornano i temi sotterrati a inondare la terra.

Per lavoro tengo anche d’occhio le questioni energetiche: la palla di fuoco nel cuore del pianeta è sempre all’ordine del giorno e mai come oggi tanto d’attualità, perché è sui tesori in essa contenuti che si giocano gli equilibri politico-economici tra gli Stati.

Lo ricorda Vittorio E. Parsi, dal Sole 24 Ore, che sorvola sui motivi addotti da Obama (l’asilo concesso dalla Russia a Snowden) per l’annullamento dell’incontro con Putin e ricorda che i rapporti Usa-Russia sono in crisi dalla guerra civile in Libia (dove il colosso orientale ha perso decine di miliardi di dollari in contratti vari, i più consistenti dei quali derivanti dalla vendita di armi e dagli accordi petroliferi). A cui si è aggiunto il prolungato sostegno russo ad Assad in Siria sempre per i vincoli tra i due paesi su armi e petrolio.

La Russia post-sovietica […] non ha mai fatto mistero di aver sostituito alle risorse ideologiche quelle energetiche. Che si tratti di tessere relazioni con la Cina o di tenere agganciate le nuove repubbliche centroasiatiche o caucasiche, o di esercitare pressioni sugli Stati europei (dalla Polonia alla Germania, dalla Francia all’Italia), le forniture di gas e petrolio rappresentano una carta importante tra le (poche) a disposizione del Cremlino.”

Parsi a sorpresa cita lo “shale gas” come il jolly che riporterà L’America “in grado di provvedere ai propri alleati non solo protezione militare e un grande mercato comune, ma anche energia abbondante e a costi contenuti”. E conclude che gli USA potrebbero essere tentati “di riaffermare la leadership globale, rintuzzando i tentativi russi di riacquisire influenza in Europa attraverso la ragnatela dei tubi di Gazprom”.

Peccato che lo shale gas non sia una risorsa sulla quale l’America possa permettersi di puntare.

La tecnica del fracking, per l’estrazione del gas imprigionato negli strati più profondi del sottosuolo, comporta rischi altissimi chimici, epidemici (contaminazione di aria e falde acquifere), sismici, idrogeologici, e ambientali (aumento della CO2 nell’atmosfera), in assenza di regole stabilite per lo sfruttamento di questa risorsa. Senza contare i costi economici per le imprese estrattrici, per le comunità locali (consumi d’acqua ingenti e di immediata disponibilità per lo sfruttamento di ciascun giacimento) e l’ulteriore danno per la perdita di interesse degli investitori sulle energie rinnovabili, già troppo trascurate.

Tanta frettolosità sembra tradire un auspicio di restaurazione. Ma l’entropia non la si può fermare.

Mi pare invece che a Obama siano solo girati i maroni, che la guerra fredda non sia mai finita, che siamo da sempre sul cratere di un vulcano attivo, e che, per ora, non c’è motivo di temere di peggio.

Questo ho ripetuto come un mantra, fino alla porta di casa stasera. Da dove, a scanso di equivoci, ho gridato per prima: “Guardiamo un po’ di cartoni?”

(Prosegue QUI)

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