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Poche +i++e (crescere col mito del +orno)

25 giugno 2013

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Presto, presto, che devo scappare in palestra e poi ho un appuntamento di lavoro.

Tre spunti per una sola riflessione.

1) Allevo (a modo mio, ma allevo bene) tre anime candide all’uso della vita. Il “sesso sporco” aleggia quasi esclusivamente quando ridono imbarazzati sentendo parolacce alla televisione. Venendo a sapere (da me) che  “mamma scrive (anche) cose erotiche”, magari alzano il tiro sulle varie richieste o concessioni da elargire, ma nello specifico, una volta discusso apertamente, non battono più ciglio.

2) La pornografia su internet è alla portata dei giovanissimi. Guardo, grazie all’imbeccata del blog Eroticartdrops (che ringrazio) la conferenza TED di Cindy Gallop, dal titolo “Make love not porn” (fatelo anche voi, dura pochissimo e si capisce tutto, tranne il motivo del perché la gente in sala rida –mi sa che sono tutti adolescenti-).  Cazzo (ops ho detto una parolaccia, non ridete, adolescenti da strapazzo), ma è vero: qui il porno ha di fatto sostituito l’educazione sessuale. Mica solo degli adolescenti, anche quella di quegli adulti che non se la sono mai cavata col sesso e ora, grazie alla rete, accedono all’unica palestra di vita loro concessa dalla vita stessa (ragazzi, adulti, romani, vi ricordo però che la vita è qui per essere vissuta, comodo starsene in poltrona a guardare quella altrui. Detto questo, a volte dal porno si impara anche qualcosa).

3) Virgina Mori. Non c’entra niente, ma mi piace tantissimo. E proprio oggi ha pubblicato l’immagine che accompagna anche questo mio post (mi ha autorizzata tempo fa a farlo, finalmente ho trovato l’occasione).

Insomma, più o meno durante le scuole medie, prende un po’ a tutti un certo prudore tra le gambe. Purché non si tratti di un’infezione urogenitale, va tutto bene. Io le mie risposte le ho trovate solo provando. Conoscendo me e gli altri, scavando una mia via in direzione contraria alla repressione e all’insoddisfazione. Non c’era internet, in edicola nemmeno compravo Cioé, quindi ci andavo giù di esempi letterari, tanta fantasia, mani (olé) e conoscenza sul campo del prossimo (sul diario, le amiche scrivevano “ama il prossimo tuo come te stesso specie se bono e dell’altro sesso”. Sul campo, poi, nelle sere d’estate amare riusciva benissimo).

Ecco, ho scritto anche troppo, devo proprio andare. Lascio aleggiare la seguente riflessione come il sorriso del gatto del Cheshire:

La felicità è alla portata di chi sa mettersi in rapporto con gli altri, rapporto che cambia forma a seconda di chi ci troviamo di fronte, a seconda del momento, del vissuto e dello stato d’animo di entrambi. Se la flessibilità è la parola d’ordine nel mondo del lavoro, tanto più a ragione può esserlo nelle relazioni interpersonali. Restare integralmente sé stessi, ma flettersi per venire (ah, ah, ah. Sì, anche, cretini) incontro al prossimo. Specie se bono e dell’altro sesso. Anche dello stesso sesso, però. Vi dirò, anche se non è bono.

E, comunque, non so se giustificarvi del fregarvene dello stato in cui lasciate il mondo dopo il vostro passaggio, se opponete a questo discorso il fatto che della felicità vostra e altrui proprio non ve ne importa niente.

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