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Devi Dormire – Il pollosauro

18 dicembre 2013

[segue]

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pollosauro

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(un post per chi è stanco di scuola elementare)

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Quando eri ancora piccolo piccolo

una volta, al parco giochi,

ti sei messo a scavare nella terra

con la tua amichetta Leyre.

E scavavate e scavavate.

Eravate tutti insozzati di erba e terra,

fino ai capelli.

Io guardavo il papà di Leyre,

cercavo una sponda,

ma quell’omaccione era tutto soddisfatto.

Contento lui.

Mi sa che dei bucati si occupa la mamma.

A un certo punto hai sollevato qualcosa,

qualcosa di biancastro.

Mi pare che stessi per metterlo in bocca

perché mi ricordo di averti sgridato,

ma mi sono subito vergognata perché

il papà di Leyre invece rideva.

Ci siamo avvicinati per osservare meglio

che cosa avevi in mano.

Anche Leyre ti osservava.

Era un piccolo pezzo di qualcosa.

Era biancastro.

Sembrava un osso, un minuscolo

osso,

fatto come quello di un pollo.

Mi ricordo che hai detto

“Dinosaulo”

E io mi sono messa a ridere.

Ma mi sono subito vergognata perché

il papà di Leyre invece era rimasto serio.

Allora abbiamo avvicinato

la testa alla buchetta scavata

dalla tua manina.

Lo abbiamo fatto tutti insieme

e da fuori si è sentito un rumore sordo,

come di cocci.

Ma era solo un’impressione.

Ci siamo messi a scavare insieme

intorno a dove avevi trovato l’osso.

E ne è sbucato un altro

un po’ più grande.

Poi un altro.

E un altro.

E un altro.

Finché il papà di Leyre ha detto

“Basta così”.

Mi pare che ci fosse venuta all’improvviso

La tremarella.

A tutti.

E ci siamo allontanati così veloci,

ma così veloci,

che ci siamo ritrovati, non so come,

tu a letto,

io accanto a te mano nella mano,

nel buio della tua cameretta.

Il giorno dopo

Al parco, al posto della collinetta

dove avevi giocato con la tua amica,

si era aperta una voragine.

C’erano zolle di terra dappertutto.

Perfino sugli alberi.

Ci siamo fatti largo tra la gente,

spingendola via con il passeggino.

Abbiamo guardato giù.

Niente più ossa di pollo.

Invece, si allontanavano dalla buca

delle orme incredibili,

grandissime.

Come di enormi zampe di gallina.

Tu hai detto di nuovo

“Dinosaulo”

e mi hai convinto

non so come

a seguire quelle impronte

che schiacciavano l’erba alta.

Abbiamo solcato chilometri di sterrato

con i copertoni del tuo passeggino.

Abbiamo attraversato paludi,

deserti  infuocati,

abbiamo sofferto la sete,

la fame,

specie in presenza di certi cespugli

con delle bacche rosse

che odoravano di formaggio

andato a male.

Ma alla fine,

di spalle,

ricurvo su se stesso,

abbiamo visto lui:

il dinosauro più orripilante,

un Pollosauro Blu.

Blu, come il colore dei sogni.

E infatti, proprio mentre si girava

e apriva il becco spaventoso

nella nostra direzione,

ci siamo ricordati

di stare sognando.

E il pollosauro

*Puf*

È scoppiato in silenzio

e si è frammentato

in una miriade di bollicine

che ci sono ricadute addosso

sfrigolando.

Per il solletico

abbiamo chiuso gli occhi.

Quando ho riaperto i miei

ho visto che dormivi

con la testa sul cuscino,

nella tua cameretta.

Mentre io, accanto a te,

avevo ancora la mano

stretta nella tua.

 

[Continua]

 

Nouvelle Vague – Let Me Go

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Città raccontate: Roma n. 2 – Stazione Termini (su Cartaresistente)

3 Mag 2013

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 Città_Raccontate_Roma-Staz-Termini

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Si lanciava dal trespolo sospeso nel vasto spazio di un’enorme voliera, che era aperta, ma anche così bella che non ne usciva fuori. Suoni di campanelle, specchietti e vetri colorati, e aria, aria, aria, nella quale si librava ad ali aperte ed occhi chiusi. Compiva giri in tondo, passando sulla testa della gente, ignara di quel volo. Planava verso il basso, sfiorava il pavimento, poi risaliva in alto, non si fermava mai.
Restò un uccello finché fu dentro il sogno, e quando si svegliò provò un gran senso di liberazione. Stava partendo, l’estate era alle porte. L’atrio della stazione, gremito e rimbombante, la troppa confusione, la stordirono. Ma era in anticipo, salì al piano di sopra a fare colazione. Fu qui che vide la scena del sogno. Scatole di cristallo variopinto erano i negozi sottostanti; gli avvisi al pubblico, smorzati nel brusìo, le campanelle. Forse sognava ancora? Con tanto spazio vuoto sulle teste in moto costante, a stento si trattenne dal lanciarsi.
Chiamarono il suo treno: era in partenza, e mentre si gettava per le scale, si ritrovò le labbra su quelle sconosciute di un uomo che saliva. Fu il flash di un istante, poi vide tutto nero. Subito dopo stava schiacciando il naso al finestrino del vagone, le rotaie scorrevano al contrario, si allontanava in fretta dalla stazione.

Le Ferovie appartengheno a lo Stato
È bello assai er servizio che te fanno!
Si monti drento ar treno, dopp’un anno
Si non mori acciaccato, sei arivato.
Si voi fa’ quarche viaggetto
E pia’ te voi er diretto,
Poco ce manca
Che arivi vecchio e co’ la barba bianca.

(Le Ferrovie appartengono allo Stato
È molto bello il servizio che offrono!
Se monti sul treno, dopo un anno
Se non muori schiacciato, sei arrivato.
Se vuoi far qualche viaggetto
E vuoi prendere il diretto,
Ci manca poco
Che arrivi vecchio e con la barba bianca.)

Uno stornello di Sor Capanna, attore e cantastorie, le cui composizioni furono interpretate, tra gli altri, da Ettore Petrolini e Claudio Villa. Figlio di un pasterellaro e di una sigaraia, si esibì come cabarettista e artista di strada durante il primo Novecento. Negli stessi anni, l’architetto Angiolo Mazzoni tentò di conciliare l’onda razionalista con la restaurazione classicista importa dal fascismo, concependo l’atrio d’ingresso alla nuova Stazione Termini (terminato solo dopo la guerra) come uno spazio monumentale inondato di luce, con risultati piuttosto disfunzionali. Soprannominato “il Dinosauro”, non ha resistito a lungo nella funzione di Porta del Tempio: oggi è occupato dalla biglietteria e da innumerevoli ingombri, tra totem informativi, bar e boutiques, che rendono difficoltosa, al viaggiatore infastidito e frettoloso, la cognizione della sua bellezza.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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