Posts Tagged ‘Jorge Luis Borges’

Infrangere gli specchi

29 ottobre 2013

Asterione, ci siamo. Noi siamo finalmente faccia a faccia. Se è vero che ti conosco meglio di te stesso, posso predire che la tua cecità ti impedirà di smascherarmi, se non nei pressi dell’ultimo respiro. A te di Arianna, come d’altronde a me, in fondo, non te ne importa nulla. È vero, sì o no? E neanche di tutte quelle accuse che ti sei fatto cucire addosso su misura, come la storia dell’avido divoratore di fanciulle. Chi credi di ingannare? Forse te stesso, una delle tue tante anime mendaci. Con me non ci riesci.

Lasciala andare Arianna, guardala come scappa, la vittima sacrificale. Premiala per aver dipanato il filo che la riporterà da questo labirinto alla sua vita vera, perché è merito suo se ci troviamo adesso uno davanti all’altro.

Come lo hai costruito bene il tuo castelletto. No che non parlo delle mura contorte, di questi mattoni umidi, che neanche il fuoco rosso e giallo delle fiaccole appese riesce più a rischiarare. Quella prigione ti viene dal passato, ormai potresti liberartene in un soffio, se volessi. Sai invece qual è l’opera a cui mi riferisco? La casa degli specchi è il tuo capolavoro e la tua condanna insieme. Riflette all’infinito il fragilissimo lume della tua vanità, la sola cosa al mondo che ti abbia tenuto in vita, almeno fino ad ora.

Sei solo. Sei infelice. E sei aggressivo, pieno di invidie, di superbia, e noia. Ma non per colpa tua, almeno non quando questa storia ha avuto inizio. Non riesci a fare a meno di specchiarti, oggi ogni tuo passo incespica nel sogno di venir visto da coloro che sono fatti della stessa materia con cui vorresti fonderti, ma che non sai trattare, e che per questo fuggi. Ma a volte, a Sole tramontato, strisci per le vie buie, spiando i volti pallidi e temendo di causare ancora il pianto dei bambini.

La gente, se si avvicina, scappi. Se non lo fa, muori giorno per giorno della tua solitudine. Vuoi far sentire la tua esistenza e gridi: Io ci sono! Ma sei capace ancora di sentimenti veri? Perfino quando uccidi, tu con quel gesto verifichi a te stesso di essere ancora vivo.

Ti senti un esemplare unico. Ma, ascolta, mezzo-mostro: Chi non si percepisce unico sconta una pena molto peggiore della tua. Che cosa ti imprigiona veramente? Hai aspettative enormi verso gli altri, e la tua reclusione è stato un grosso errore sì, ma di tuo padre. Da allora sei convinto di essere un prescelto, uno che deve assolvere un compito divino. Uccidere per te è gesto di tenerezza, è amore verso i tuoi condannati. Tu pensi di salvarli, giusto, Asterione? A loro offri l’innalzamento a stadi di coscienza superiori, avendo come boia un Minotauro. Li guardi dentro gli occhi e godi una volta tanto, mentre annaspi dentro le loro lacrime.

Ero venuto qui per immolare un mostro e ho trovato un uomo qualunque. Ti guardo attraverso questa parete a specchio, io mi inginocchio a te e tu ti genufletti al mio cospetto. Mi riconosci come tuo destino, adesso. Teseo sei tu, Asterione. Ecco, muori felice ora, se ci riesci.

Liberamente ispirato dal racconto di J.L. Borges “La casa di Asterione” (dall’“Aleph”, Feltrinelli, 2008)

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Genesis – In the cage

Dicotomie n. 3 – Scrittura: Narratore/Autore. (Su Cartaresistente)

15 febbraio 2013

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Così la mia vita è una fuga e perdo tutto e tutto è dell’oblio, o dell’altro. Non so quale dei due scrive questa pagina. (Jorge Luis Borges, “Borges e io” da “L’artefice”)

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[Continua a leggere su Cartaresistente]

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Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon
Disegno di Fabio Visintin

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Spoetizzazioni /5 – Spoetizzare la (brutta) poesia

3 dicembre 2012
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Vedo me stesso essenzialmente come un lettore. Mi è accaduto di avventurarmi a scrivere, ma ritengo che quello che ho letto sia molto più importante di quello che ho scritto. Si legge quello che piace leggere, ma non si scrive quello che si vorrebbe scrivere, bensì quello che si è capaci di scrivere.

 (Jorge Luis Borges, L’invenzione della poesia – Lezioni Americane. Ed. Mondadori, 2001)

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Che le vostre orecchie mi perdonino! Tenete il volume basso: è il primo esperimento…

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.Giorgio Manganelli – Un libro (estratto), da “Ti ucciderò mia capitale” – Adelphi, 2011

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Iper Madeleine in tre atti (un sogno) /1

5 luglio 2012

1. Di foglie, di finestre e di fontane

5/07/2012

Mio caro Amico,

sono una frequentatrice di caffè, vi entro spesso, ogni volta che mi trovo in un posto nuovo e voglio conoscerne l’essenza. Che detto così ricorda la freddura “Un uomo entra in un caffè. Splash”. Qualcosa di simile però avviene davvero con me, quando mi trovo in questi nuovi luoghi io mi ci immergo. Stanotte non avevo sonno e sono venuta a cercarvi. Avete lasciato tracce, io le ho seguite. E mi hanno condotta guardacaso in un caffè, aperto alle ore piccole. Bene.

Un vecchio Juke Box coperto di ragnatele stava appoggiato al muro. Due uomini male in arnese sedevano ad un tavolo appartato. Sentivo freddo, dopo la lunga camminata all’aria aperta. Per riscaldarmi mi sedetti a un tavolo accostato al loro. Sfogliavano il giornale. Uno diceva:

– Ti voglio leggere questo: ACEA, cinque milioni di premi ai dirigenti

– Cos’è l’Acea? – rispose il più vecchio, che sembrava cieco.

– Ah, già, tendo a dimenticarmi che non sei italiano. Ma anche se lo fossi, se non vivessi a Roma te lo dovrei spiegare. L’Acea è stata, storicamente, la società monopolista per l’acqua a Roma, dal novantadue contende ad Enel l’energia elettrica della capitale e adesso è una grande multiutility italiana.

– Ah, bé, una multiutility!

– Ah! Ah! Vecchio mio… – Commentò l’altro,

– Allora, qual è il punto?

– Altro che emergenza democratica, qui il cancro ormai ha metastasi dappertutto. Io mi domando come sia possibile che avvengano cose come questa senza che nessuno si opponga. In questo momento, poi.

– Spiegati meglio.

– Niente di nuovo, certo. Però… Qui dice che non pagano i fornitori per mesi e intanto i dirigenti intascano gli utili come “premi” di produttività.

– Un’azienda così grande.

– Bella roba – Mi permisi di intervenire. Era stato il mio compleanno e avevo in circolo abbastanza alcol da farmi straparlare. I due si girarono verso di me, tesi loro la mano e così ci presentammo. Il vecchio, quello cieco, si chiamava Jorge, aveva origini argentine, appassionato di Germania ed Inghilterra. L’altro, Antonio, era un italiano fissato con il Portogallo. Strana coppia a quell’ora della notte. Ma non erano gli unici avventori, oltre a me, s’intende. Il posto era molto grande e ben illuminato. I tavoli venivano pian piano occupati da gente, come dire, diurna, come impiegati, suore, turisti e scolaresche. Davvero molto strano. Gli schiamazzi e il rumore di tazzine andarono aumentando.

– Sapete, – proseguii con chiacchiere da bar, a volte come mi soddisfano, – sono cose frequenti queste, in Italia. I dirigenti intascano e i dipendenti vengono vessati da continue minacce e proibizioni. Se proprio ci fosse la volontà di migliorare le cose, andrebbero tenuti da conto i meccanismi che regolano la risposta a premi e punizioni. Le neuroscienze…

– Carissima, – mi interruppe Jorge, – Senza dubbio la questione è appassionante, ma mal posta. Lei tratta le cose in termini di dipendenza.

– N-no, io… – balbettai.

– La prego, mi lasci proseguire. Come se gli uomini non avessero possibilità di scelta. Atteggiamenti scritti nei nostri geni governerebbero la nostra capacità di giudizio. Se quegli uomini, quegli impiegati e quei dirigenti, dico dell’Acea come di ogni altra azienda, riuscissero ad accostarsi al loro lavoro, ed alla vita, quindi, che spesso con il lavoro coincide in molti aspetti, cercando di intuirne la poesia, la visione, la ricerca della felicità, anziché accanirsi contro gli aspetti fallimentari…

– Cioé, cosa vuol dire, dovrebbero raccontarsi delle storie per fingere di star meglio?

– Lei è così giovane.

Non so che dirvi, amico mio, anche se voi sapete quanta gioventù vi sia ancora nella passione, ad esempio, che mi spinge a voi, il termine espresso da questo vecchio al termine dell’esistenza, se non forse già morto, mi estrasse dai polmoni un sospiro malinconico.

– Anch’io da giovane ero ossessionato dalla separazione tra romanzo e poesia.

– Ma cosa c’entra? E… come fa a saperlo? – Le orbite bianche di Jorge ruotarono nella mia direzione. Mi sorrise, di un sorriso dolce.

– Se lo conosco bene, Jorge vorrebbe proporle la sua soluzione: l’unione di una successione organizzata di circostanze, il racconto, con la riscoperta del valore originario delle parole operata dalla poesia, l’epica…

– Piuttosto le parlerei di lealtà verso i propri sogni* – lo corresse l’amico.

– Sia come sia, il romanzo è morto.

– Un brindisi al romanzo, allora.

– Cin cin, – risposi, incerta, alzando il bicchiere di the freddo.

– Sedevo in questo stesso caffè alcuni anni addietro, – riprese Antonio, sostituendosi all’amico, – e avevo in mente il colore delle foglie, il loro colore attuale (“ciò che è ora e che non è più subito dopo. Ciò che trascorre), mi venne in mente come quell’essere attuale impedisca a strade parallele d’incontrarsi. Giochi proibiti**. Pensai il poeta è un risentito, il resto è nuvole. E, guardi, giusto in una cartella come quella…

– Quale?

– Quella davanti a lei – Me la indicò. Era sotto il mio naso, ma la vedevo solo in quel momento. Una cartella azzurra, sopra c’era scritto “Tra sole e ombra” (io pensai a voi rabbrividendo, sentii le vostre labbra sulle mie spalle).

– …Trovai il mio senso dentro una Iper madeleine lì contenuta.

– La apra, su la apra. – mi incitarono, eccitati come bambini.

Sollevai il lembo superiore della cartella e ne tirai fuori dei fogli stropicciati. Non c’era alcuna logica. Tuttavia incominciai a leggere e, in quel momento, accadde qualcosa di imprevisto.

Coro Premiere ensemble de AGAO – Día europeo de la opera 2010

*) Jorge Luis Borges – “L’invenzione della poesia”, Ed. Mondadori, 2001

**) Antonio Tabucchi – “Si sta facendo sempre più tardi”, Ed. Feltrinelli, 2001

Forbidden games, racconto compreso in questa sorta di romanzo epistolare, era stato concepito come introduzione a un libro fotografico di Márcio Schiavone “And between shadow and light / E entre a sombra e a luz” (Dorea books and Art, São Paulo 1997). “La fontana comunale era di ghisa […] Una brocca, una donna nuda sul balcone, avrebbe voluto parlarti se avesse potuto, ma era un’immagine di sempre e il sempre non ha voce”.

[segue]


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