Posts Tagged ‘Primavera’

Quarantina0zero1uno – Forse le formiche

20 marzo 2020

Time pieces – Allan Kaprow

– Mi dispiace se ti siedi qui?

La ragazza represse male un sorriso.

– No. Non ti dispiace.

Lui, che non aveva distolto lo sguardo dal suo, colse il segnale di via e sorrise a mezza bocca a sua volta.

Sedettero all’unisono, con lo stesso movimento affettato che li fece leggermente rimbalzare sulla panchina in legno. Qualche frammento di vernice scrostata scese piroettando sopra l’erba ma nessuno dei due se ne accorse. Forse le formiche.

Lo attraversò il dubbio che tutto stesse accadendo esattamente come lo aveva immaginato, o che il fatto di ritrovarsi nel parco seduto accanto alla ragazza avesse prodotto a ritroso il falso ricordo di un immenso desiderio. Scelse di non saperlo.

Intanto il sole sfioccava rado attraverso il fogliame che li circondava. Intanto uno stormo di anatre si levava dal canneto starnazzando. Intanto, attorno a loro, solo il cane Molly si muoveva sregolato, tartufo sul terreno e coda sventolante. Reiventava il vecchio gioco di una preda da cacciare.

– Così tu vieni qui?

– Qui?

– Nel parco. A passeggiare.

– A volte. È un caso che tu mi abbia incontrata, sarei passata per la strada, come al solito. Ma oggi, – disse alzando e socchiudendo gli occhi, come per osservare meglio qualche dettaglio del cielo -, oggi mi sono detta: Beh, che male c’è ad allungare un po’? Con una giornata così.

– Una giornata così merita – fece lui, dondolando la testa in avanti.

– Merita, sì.

La ragazza si morse il labbro inferiore.

– Lo lasci sempre libero?

– Libera, è una femmina. Ed è molto educata.

Ma il cane era già lontano dai loro pensieri, così il perché stessero entrambi lì, impegnati a cercare parole, mentre si erano trovati proprio perché di parole ne avevano avuto abbastanza.

– Credo che farò domanda per un semestre all’estero. – disse improvvisamente lui.

– Oh. – Fu la risposta della ragazza.

Guardavano lontano, guardavano le punte delle loro scarpe. Guardavano le onde prodotte dal mare di fili d’erba che li attorniava. Lui si voltò e scoprì com’era fatto il suo profilo.

La ragazza aveva un orecchio roseo, e una tonalità calda di rosso si era diffusa sottopelle, tra il collo e la fronte. A lui sembrò che la sua bocca fosse sul punto di parlare. Invece si dischiuse appena e restò così, sospesa tra il respiro e l’assaggio.

Mosse con cautela il braccio e le accarezzò una guancia. La ragazza non seppe reagire in altro modo che assecondando il movimento imposto dalla mano, e arrivò a guardarlo dritto negli occhi.

– Non ci saremmo potuti avvicinare tanto.

– No. – Rispose lui, avvicinandosi ancora.

– Non avremmo potuto fare questo.

Nel dirlo, eliminò ogni distanza tra le sue labbra e quelle del ragazzo. Lui spostò il palmo dietro la nuca di lei e la spinse di più a sé.

Non molto lontano, un tagliaerba iniziò a rombare allo stesso ritmo delle pulsazioni di quei due.

Quel giorno fecero conoscenza anche le estremità dei loro nasi, sfregandosi, e sfregando ogni sporgenza e ansa dei loro volti; e le loro lingue, affondando e scavando nell’intimità reciproca; e le loro mani intrecciate; e quindi le mani con i fianchi; e quindi i fianchi tra di loro; finché arrivarono a emozionarsi, tremanti e molli, scoprendosi tanto a contatto, anche le loro gambe nervose.

Si affrettarono a cadere nell’erba alta, incuranti della lenta avanzata dei giardinieri e di quella impetuosa del cane Molly, venuto a depositare, accanto al loro respirare accelerato e fondo, una coda di lucertola.

 

Spoetizzazioni /7 – Spoetizzare la (buona) poesia

9 marzo 2013

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Al mio (Eu)genio interiore

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Da un po’ di tempo scrivo prevalentemente dietro le quinte di questo blog. Non contano i diluvi di parole dei giorni scorsi. Troppo facile, io parlo di scrittura vera. Ci ho pensato su, forse mi sto richiudendo.

– Non sia mai!

– Giusto. Per questo, ho lasciato un piede nella porta. E ti prego di non spingere, mi mancano solo guai alle caviglie. Tornerò appena mi sentirò pronta.

– E a noi, a noi, non pensi? Per esempio a lui, con quella faccia da gatto strapazzato da mille bolidi impazziti sulla Cristoforo Colombo?

– Miao.

– Eh, ci penso.

– E a quell’altro, che se non fai qualcosa tu neanche sa prepararsi la colazione da solo?

– Ci penso, ti ho detto, ci penso.

– E a me, che sono il tuo demone preferito…

– Pie illusioni.

– …A me, non ci pensi?

– Anche troppo perché, vedi? Mi viene da ridere.

– Ridi? Sulle mie disgrazie?

– Macché, è solo che quando il gioco si fa duro, io per reazione rido.

– E quindi, che significa?

Significa che ho riflettuto sul fatto che qui in Italia la comicità tiri, ma non da adesso. Mi ha sempre fatto pena l’idea che l’italiano nel mondo sia rappresentato per lo più con la maschera di Pulcinella addosso. Ma i miei giudizi non sono mai definitivi (sbaglierò sicuramente e per questo un giorno verrò punita) e, in fondo, sono una persona umile. So di non sapere, ma cerco di rimediare. Voi che invece sapete tutto, adesso vi farete una risata alle mie spalle. Accomodatevi.

Ho questo tomone di Montale*, “Tutte le poesie”. Sta con me da non so quando, con la poesia ho un rapporto controverso. L’ho abbandonata col suo sacchetto da orfanella in spalla tanti anni fa e adesso cerca di farmela pagare. Ma io non me la prendo, e fuori oggi era un giorno così bello (ho fatto altre duecento foto alla mimosa, sperando che rimanesse anche il profumo, ma niente), che ho ripreso in mano il tomone e ho letto: Piove. Un segno del destino, era chiaro. Non potevo che ridere.

Piove

Eugenio mi ha fatto ricredere, ha ripreso il ritmo della pioggia del defunto Vate con un tono leggero, ironico, ma andando cento volte più a fondo. Forse da queste parti abbiamo davvero un talento per l’ironia. Forse, in minima parte, ce l’ho anch’io.

– Che ne pensi, Eugè?

– Vai, buttati Francé. Che ti frega, tanto resta solo sul blogghetto.

Allora ho ho messo le dita sulla tastiera e ci ho provato.

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Guarda: tutto ritorna e non mi piace.

M’offendono, uno sparo dentro al petto,

azioni, voci, brezza della sera

che satura dal mare

la polverosa aria dei cantieri

a primavera.

Tra tetti, vetri e opere in cemento

chiusi sulle ombre lunghe da occidente

sento infilarsi quel brusìo uniforme,

che parte a parte lento mi attraversa,

sorgente il tempo dato per unirmi

a te.

Non d’ inverno, è certo.

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Cosa ne sia uscito, non so giudicarlo. A me ha fatto bene ri-comporre questa cosa. Eugenio l’ha letta senza sobbalzare, poi mi ha battuto una pacca sulla spalla e abbiamo fatto merenda insieme a pane e nutella.

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(- che ne dici?)

(- Ehm, simpatica poesiola, ma c’è una cosa che non ho capito.)

(- Cosa?)

(- L’ironia, avevi parlato di ironia. Io non la vedo.)

(- Una cosa alla volta, sono fatta così, cerca di capire. Adesso la parodia, più in là l’ironia. Mica mi chiamo Montale, eh.)

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*) Eugenio Montale, Tutte le poesie. ed. Mondadori, 1984

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Notizie dall’ANTA – Una sciarpa di lana a strisce

19 febbraio 2013

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Caro G,

Non si può restare trafitti. Con tutta questa sterpaglia addosso che pizzica e prude. Guarda fuori, sono le sei e c’è ancora luce, bisogna fare presto! Troppa confusione qui. E io avevo bisogno di un consiglio. Ero sicura che saresti accorso – certo, sarà difficile comunque uscirne, anche così-. Ma sei accorso, che troppo buono sei, anche con quelli che conosci poco e con quelle che mostrano poca lucidità – a tratti. Tu mi capisci vero? Era una di quelle situazioni dalle quali sarei potuta liberarmi con la soluzione in tasca anche da sola. Ma continuare a stare tutta sola sul cuor della terra eccetera eccetera eccetera, uffa. Non che non voglia, ma non ne ho più bisogno. Dicevo, amico mio, meno male. E sia, seguirò questo consiglio. Leggera e distaccata.

Nell’armadio c’è un sacco di roba da censire. Ci metterò le mani. Farò ordine. Inizierò un inventario senza fine, senza finalità, intendo (o meglio, una che sappiamo solo noi), ma forse anche senza conclusione. Magari mi fermerò a dieci, il numero che scegli sempre tu.

Proprio vicino a me, ora ad esempio c’è

Sciarpa

1) la sciarpa che indosso.

Di lana grossa, ma molto delicata. Appena comprata ha iniziato a impigliarsi ovunque. Non scalda molto, è più lunga che larga. Ma mi piace. Piace a chi la guarda. Ha tante strisce colorate, e con un certo numero di giri mi ritrovo il bianco accanto al viso. Non ha senso, certo, ma mi sento illuminare dall’interno. L’avevo scelta per buttare soldi in saldi, per coprirmi una sera che dovevo uscire. Ero con Lola nel negozio a via del Tritone, lei mi diceva “prova questo, prova quello, a te sta tutto bene” e io ho preso la sciarpa. La sera che l’ho inaugurata faceva troppo caldo. Roma è così, non si capisce mai la stagione. Allora me la sono quasi dimenticata, la trascinavo aperta sul cappotto spalancato. Mi sono divertita molto quella volta, ed era quello che contava, non altro.

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Prima sono uscita nel sole, non ero più abituata. Sembrava che fosse già tornata primavera (sembrava, sembrava!). Rialzata da sotto l’albero avevo la sciarpa trafitta da sterpaglie. Mi è ritornata in mente quella volta che tornando mi sono spogliata nel bagno dei disabili, e con pazienza ho tolto tutti i ciuffi e i fili d’erba secca dai vestiti, a uno a uno. E mi veniva da ridere, ne ridevo infatti e a qualcuno l’ho anche raccontato, perché mi ricordo la risposta “Chissà che penseranno”.

Bisogna fare ordine, sì sì, presto tornerà la primavera, e con lei tutto quel sole che seccherà l’erbetta che mi ritroverò tra gli abiti di nuovo, quando sarò rientrata. Da dove, ancora non lo so.

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Zucchero – Solo seduto sulla panchina del porto

Cambiano i tempi

10 maggio 2012

Una volta, cioé due giorni fa, era tutto diverso. Diversi i gradi in meno, diverso il clima. Pioveva dal cielo a goccioline, come da un annaffiatoio, sulle siepi fiorite di gelsomino che sfioravo passandoci accanto mentre andavo al lavoro. Il giorno si era aperto con la bruma, quello stato dell’atmosfera che tipicamente predispone alla malinconia. Cielo basso, aria grigia, assenza d’ombre. Umidità diffusa, tanto da avere l’impressione che la pioggia si fosse dimenticata della gravità.

Lo devo dire? Io ero contenta. Di una felicità istantanea, moderna, mordi-e-fuggi, da sfruttare finché c’era, tanto lo sapevo che sarebbe durata poco. Mi sono stretta con soddisfazione nel giaccone e ho fatto partire in cuffia Paul Weller, “You do something to me”. 

E il reale è diventato iperreale: la siepe più odorosa, la pioggia più bagnata, la commozione più intensa. È tornata la Primavera, quella della vita, con le stesse fitte dentro al petto perché c’è qualcosa di sconosciuto e tremendo che deve assolutamente realizzarsi e tu non solo non ti ci opporrai ma cercherai ad ogni costo di andargli incontro. Qualcosa che ha a che fare con la gratitudine: “mai sentita così bene, mai trovata tanto sana, mai avuto più fortuna”, come cantava ai suoi tempi Mara degli Ustmamò, e tutto questo perché esiste qualcuno che te lo fa dire, qualcuno a cui lo devi dire, per tirarlo dentro e farvi avvolgere insieme da quella sensazione. In quei momenti la vita sembra tutta lì, sembra che davvero non ci sia bisogno d’altro. È chiaro che è una balla, se superi i vent’anni, se lo fai davvero, lo capisci a suon di porte in faccia. E quindi questi cambi di tempo così inaspettati arrivano come un regalo da scartare da soli, in segreto, e con gratitudine.

Passano appena un paio di giorni e la bruma è già un ricordo lontano, la nebbia si è sollevata ed è comparso il solleone. Tutti al mare, tutti al mare. No cara, tu resti al chiodo come tutti, intima il demone ordinario. Tranquillo, dicevo per dire, non ci pensavo proprio. Tanto me lo porto dietro, il mio scampolo di straordinarietà. Si chiama bicicletta. Qui, a Roma, tutte buche sampietrini e sensi unici, regno dei motorini e dei pedoni grande dolor. Che sfida.

Era da un po’ che avevo notato quegli anarchici delle due ruote, mi facevano particolarmente invidia nei giorni in cui lo sciopero dei mezzi pubblici trasforma in un ciclo epico lo svolgimento della transumanza quotidiana.

Tanti anni, che dico? Tantissimi anni fa, ho vissuto a San Francisco per circa un mese e un bel giorno sono stata travolta dalla critical mass, un’orda di matti scocciati che mensilmente bloccavano, in senso letterale, la città sfilando in bici nella maniera più colorata e rumorosa possibile. San Francisco, non so adesso, ma nel novantasei, mentre ero lì, era un posto dove se mancava la corrente e si spegnevano i semafori, vedevi le Drag Queen coi loro parrucconi, le zeppe e tutto il resto mettersi in mezzo alla strada a dirigere il traffico ballando sulla pedana del vigile urbano (o come si chiama lì) come se si trovassero sul cubo in discoteca. Potevi entrare in un negozio di dischi e avere un incontro ravvicinato con le chiappe dal tuo vicino messe in bella mostra attraverso due buconi praticati nei pantaloni di pelle (certamente umana). Dove negli ospedali era consentito l’ingresso a delle vecchine che portavano torte alla marijuana ai malati terminali di cancro, perché la marijuana, per chi non lo sapesse, è un potente antidolorifico.

Altri anni addietro, invece, ma non tanti come quando stavo a San Francisco, ho passato qualche giorno a Cagliari dove Pietro, il mio amico clown scientifico  mi mostrò una città diversa da tutte le città italiane dove, tra l’altro, suo padre faceva parte della critical mass locale. Descrisse le difficoltà ma anche l’orgoglio per la sua azione civilizzatrice, che i più vedevano soltanto come una gran scocciatura. Ed eravamo a Cagliari, mica a Roma.

La bicicletta l’ho sempre usata fin da bambina, ci andavo anche a scuola qualche volta, lungo via Cristoforo Colombo fino ad Ostia. Ma negli anni, mentre io diventavo sempre più automobile-dipendente, nei centri lontani dal nord-est, come quello in cui vivo, averla è diventato un optional, una pratica radical chic per privilegiati. Finché non ho abbordato un ragazzetto, uno pressappoco della mia generazione, insomma, non sottilizziamo. È salito in metropolitana col caschetto sotto braccio e per mano un agglomerato arcano del quale si intuiva fossero parte raggi, gomme, tubolari e cavi. Quando ha risposto con una parlantina sciolta alla mia richiesta di informazioni, mi sono resa conto di come sia fragile la barriera che separa gli uni dagli altri nello spazio urbano. Una barriera tanto più alta quanto più la vita delle persone si somiglia, ma che crolla giù non appena si esce dai binari dell’ordinario. Curioso. Così ho preso appunti, non si sa mai, su marche, modelli e su chi li rivendeva usati, quegli strani aggeggi. Poi è passato del tempo e l’appunto è rimasto lì, sommerso da una marea di altri, di volta in volta sempre più importanti.

Ora, saranno dieci giorni, in pista ci sono anch’io. La mia Dahon blu pieghevole, trovata d’occasione, sale con me in metropolitana e insieme a me ne discende, aprendosi come un libro per regalarmi di nuovo la libertà del vento in faccia, di respiri profondi (e che m’importa se l’aria puzza, conta l’idea), di potermi sollevare e guardare la strada dall’alto come se ne fossi la regina. Ho appena scoperto un altro manipolo di matti scocciati, che si definiscono “Ciclomobilisti” e che festeggiano proprio oggi il “Bike 2 work day” (peccato non aver messo in piedi prima questo blog, avrei dato in anticipo la notizia).

I tempi cambiano, è Primavera. Svegliamoci bambini.


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