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Un’offerta speciale – TRE

28 gennaio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[DUE – Leggi dall’inizio]

solo

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TRE

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Durante la seconda notte aveva messo a fuoco meglio con chi aveva a che fare. Ne ebbe paura. Ma il subconscio elaborò per lui la più seducente delle ricompense.

La porta della sala conferenze era spalancata, ma non invitava a entrare: due soldati in mimetica stavano ai lati, armati e in stato d’allerta. Facevano l’effetto di due cani allenati a uccidere. Non sarebbe stato piacevole passare tra di loro e, come se non bastasse, Cesar stava facendo i conti con un tardivo e inopportuno pentimento.

Come aveva potuto pensare di abbattere con la sola forza delle idee un uomo tanto potente e scaltro?  E troppo importanti erano gli interessi dei suoi manovratori occulti per lasciare che l’appoggio di un manipolo di militari corrotti dal vizio e dal potere cambiasse il corso delle cose.

Gente che conosceva da vicino, blatte schifose della peggior specie. Ecco di chi si stava fidando la sua gente.
Manipolatori di una folla affamata di pane e di una chimerica Europa, capaci al più di sostituire un dittatore con una nuova oligarchia di oppressori, dediti a trarre il massimo profitto dalla nuova posizione.  Per sé stessi e per i loro accoliti. Niente di nuovo sotto il sole per gli oppressi, un fastidioso strascico di grane per coloro che trovavano nella sottomissione fisica e morale del popolo, e nella confusione delle parti in gioco, la copertura ideale per i propri traffici lucrosi.

La nuova leva sarebbe stata difficilmente controllabile, almeno all’inizio, e mai quanto l’attuale Presidente. Prima o poi, certo, si sarebbero condannati da soli, chiedendo troppo. Era pur sempre una feccia senza scrupoli né morale, avida e tronfia, cieca di fronte alla propria endemica caducità. Caratteri arroganti, forgiati all’ombra di un modello che però nulla dava a intendere di volersi mettere da parte.

Ma, prima ancora che questa eventualità potesse trasformarsi in emergenza da gestire, il Presidente in persona, considerandolo il suo riporto più fidato, gli aveva annunciato di essere a conoscenza del rischio, e rivelato i minimi dettagli del piano di difesa. L’operazione, condotta in diretta televisiva, avrebbe non solo rafforzato il suo carisma presso la popolazione ma, smascherando il gioco dei gradi più alti di un’élite manifestamente corrotta, avrebbe anche consentito il rimpiazzo con nuove facce, ancora inoffensive.

Cesar sudò freddo per ore. Si astenne dal bere solo per evitare di confondere la mente. Cercò di sfruttare a pieno l’errore del Presidente, quello  di confidare a lui le sue trame. Conoscendo in anticipo tutte le mosse di chi avrebbe difeso l’onore e la vita del Capo, ne conosceva per sottrazione le falle, i punti deboli, i tempi che potevano essere sfruttati per correggere il piano dei cospiratori.

Glielo doveva. Lo doveva al volo d’uccelli nel bosco, la notte che gli aveva cambiato per sempre l’esistenza.

Lui, l’erede di una famiglia dell’alta borghesia, il rampollo cresciuto nelle migliori scuole estere, una carriera già scritta in politica, favorita dall’amicizia col Capo negli anni giovanili, era sempre stato un uomo allineato e consenziente.

Godendo appieno dei privilegi della sua posizione, nel disinteresse di ciò che gli accadeva intorno. La buona pasta di cui era fatto dentro gli rendeva praticamente impossibile anche solo pensarlo, il dissenso.

Fino a che non venne introdotto tanto vicino al potere. Ma, una volta mischiate le mani con il fango, la stessa buona pasta si trasformò nel viatico del suo cambiamento.

I giorni, che prima trascorrevano come perle tutte uguali sullo stesso filo, assunsero l’aspetto di macigni dai profili aguzzi, pietroni rotolanti da schivare per non venirne ucciso. L’ansia crescente era un aspetto nuovo di sé col quale non sapeva dialogare.

Decise inizialmente di ignorarla. Scisse la propria vita in piani sovrapposti. Si ritrovò ben spesso, nei vari frangenti dovuti all’etichetta, a intessere dialoghi di cui sapeva a mente il contenuto, con l’altro sé intento a mettere insieme brani di notizie con l’esperienza di vita e la conoscenza della storia.

Finché non lo sorprese l’equazione: benessere = cambiamento.

E sviluppò il coraggio della disperazione. Come i figli del popolo, coloro da cui credeva di doversi difendere. Quelli che invece, di lì a poco, lo avrebbero investito del ruolo principale nella storia: un agguerrito gruppo di studenti, traghettatori occulti del dissenso, autori di un blog clandestino seguito e foraggiato da sostenitori esteri.

Cesar ormai si era deciso, avrebbe combattuto solo da quella parte della barricata.

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[QUATTRO]

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Un’offerta speciale – DUE

27 gennaio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[UNO – Leggi dall’inizio]

ragazzi

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DUE

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La prima volta era accaduto meno di una settimana prima. Poi il sogno si era ripetuto, variando pochi minimi dettagli. Adesso gli era impossibile coricarsi sereno, consapevole che un lago nero si andava espandendo nella mente senza incontrare ostacoli. Portandolo al risveglio con l’idea di aver lasciato indietro un compito importante. Che, gli suggeriva l’istinto, non coincideva del tutto col senso del sogno.

l corridoi del Palazzo di Giustizia erano lunghissimi, e avevano larghezze giustificate solo dal potere che esprimevano, eredi di un epoca in cui a questo andava data un’enfasi severa, ma nell’arredamento denunciavano il tempo presente. Poche e scarne vedute della capitale e, nei salottini (sorta di improvvisi slarghi nei muri, aree di sosta per le anticamere di pregio), si gloriavano grandi ritratti dei vari funzionari, busti appuntati di stellette, sorrisi da attore di grido, e, per le donne, capelli cotonati al limite del volo in mongolfiera. Quando si incrociavano tra loro, i corridoi quasi non si salutavano, avevano angoli retti più retti del normale, e si schivavano l’uno con l’altro lasciandosi dietro rapidi saluti militari.

– Ministro, è per stasera. E sta’ attento, sospettano di te.

Aveva parlato, in fretta uno dei ragazzini, fissandolo negli occhi il tempo di proferir parola. Ivan, Yurij, Sacha? Non ricordava il nome di quel figlio del popolo, e poi cosa importava, si era introdotto fino lì con la sua truppa di scalcinati pari, erano cinque in tutto (nemmeno uno di loro era, anche lontanamente, sovrappeso). Aveva parlato. Sapendo di poter essere colpito, sapendo di rischiare il tradimento. A lui, a Cesar Andreevic, era saltato il cuore in gola quando se li era visti attorno, sbucati da chissadove all’improvviso. Era giunto in veste di alleato oppure di nemico?

Ma, nell’abito della sua funzione, e avvezzo da tempo a recitare finzioni, aveva bloccato con un cenno sicuro le guardie del corpo, altri figli del popolo, sicuramente al soldo del più forte, e dunque, in quel momento, al suo. Disse loro di andare a farsi un giro.

Ricevuto il messaggio, batté le ciglia solo una volta più del giusto, ma senza scomporsi. Prese in tasca e consegnò a ciascuno pochi spiccioli, insufficienti anche per un pacchetto di gomme. Quando con un gesto impacciato li invitò ad andarsene, era in ritardo. Già tra loro correvano diversi metri di tappeto di galleria (del tipo meno economico, ma che qualsiasi abitante si sarebbe procurato comunque a poco prezzo dal vicino Oriente).

Ripreso il cammino, e fatti pochi passi, Cesar si voltò di scatto, cogliendo di sorpresa gli uomini che lo precedevano, lasciandoli bloccati in una posa incerta, in attesa di istruzioni chiare. Gli era parso di essere chiamato per nome, ma più come uno scherzo della mente. La lunga fuga del corridoio era vuota. Non c’era più nessuno.

Allora era arrivato il momento. Agire. Abbandonare certezze e agi e prepararsi a fare un tuffo nell’ignoto. Una scossa elettrica lo attraversò da capo a piedi. Dovette fare un respiro più profondo per convincersi a  riprendere il cammino.

Affrettò il passo fino a raggiungere quasi in apnea la sala conferenze dove si sarebbe tenuta l’ultima riunione di partito. Era una data storica, quel giorno. Fuori il palazzo infuriava, incendiaria, la tempesta degli studenti, ma l’Apparato non  aveva disdetto il fattore scatenante: Entro una manciata di ore sarebbe avvenuta la nomina del Presidente a Reggente con mandato nientemeno che divino, sancita sotto la benedizione del massimo esponente della Nuova Chiesa.

A questo punto entrava in scena Cesar con la doppia faccia delle sue informazioni.

In ostilità aperta col partito, una frangia di contestatori segretamente vicini ai generali più in vista avrebbe tentato di delegittimare il Presidente davanti a tutti i media nazionali.

Cesar scosse la testa. Ora sapeva: non avrebbero sortito l’effetto. Non sarebbe stato un colpo di stato militare a spodestare il tiranno, quando era già pronta la contromossa. Il palazzo sarebbe stato subito circondato dai fedelissimi del Capo, appena iniziato il discorso del Generale K.

Fuori, una folla di centinaia di prezzolati dal potere avrebbe soffiato sul fuoco tenuto malamente a bada dagli agenti in piazza, avrebbe agitato cartelli e striscioni di sostegno al Buon Padre del Paese. Gli studenti, per reazione, avrebbero aperto gli scontri, cercato di forzare le difese del palazzo, e dall’inevitabile difesa sarebbe scaturito un nuovo ordine delle cose. Un equilibrio più funzionale al nuovo assetto geopolitico mondiale.

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[TRE]

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