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La (s)consapevolezza dell’essere

24 febbraio 2015

 

  • I. La consapevolezza e l’incoscienza

Poteva pedalare anche all’indietro, la bici azzurra. O era un falso ricordo? All’indietro, la bici di suo figlio fatica a muoversi, il piccolo grugnisce di uno sforzo non simulato quando va tirata fuori dal deposito, e lei gli deve imporre di scansarsi, di lasciarle fare. Lui borbotta, lei solleva il peso e la gira in verso contrario. È una bici blu. Mentre la sua, quella era stata azzurra, proprio celeste chiara, con la corona spessa, le pareva. Ma forse ricordava male. Indietro, andava una meraviglia. Forse. Fatto sta che ci si pedalava forte.

  • II. Il sogno e la realtà

Se si stratifica il tempo, come le mani di vernice sopra una vecchia bici, tra strato e strato a volte restano intrappolate bolle d’aria. Gratti la superficie, anche senza volerlo, e trovi ad aspettarti un vecchio colore. Resti sorpresa. Ti torna in mente tutto, o quasi. Quello che è stato davvero, e quello che hai aggiunto tu (non puoi negarlo: certi sogni si sono solidificati e tu li credi realtà, o fai finta di crederlo. Sono davvero tante le volte che ti sei escoriata le gambe, cadendo malamente dalla bici? Tante in diversi anni, o in una sola stagione? In un solo mese? In una manciata di ore?).

  • III. I fatti fraintesi

Insieme, vediamo il verde, perché tu metti il giallo, e io il blu; così il rosa, l’arancione, quasi ogni colore; con l’eccezione di quando tutto è rosso: è rosso per entrambi. E, se vediamo nero, allora è dura. Capire cosa ognuno di noi per primo vuole. Diciamo di dialogare. Se io parlo di carne e tu di pesce, e ci intendiamo benissimo, quindi hanno lo stesso sapore? Ci sembra di correre affiatati, ma a poco a poco i rami degli alberi ti si richiudono dietro la schiena, mi si annebbia la vista, rallento, convinta che non ti riprenderò. Dietro una curva, eccomi sbatterti contro. Stavi tornando da me.

  • IV. Il sogno e la realtà

La vita nelle bolle è effimera. L’inutile vetro argentato smette di riflettere, le bolle scoppiano. Scoppiano ad una ad una, ti liberano nell’aria in un momento e tu torni alla veglia. La pasta è cotta, condiscila col sugo e porta in tavola. A lui lasciala in bianco, con burro e parmigiano.

  • V. La consapevolezza e l’incoscienza

Suo figlio l’apprezza, specie quando in salita la bici blu arranca, e lui grida: “Vieni da me, non riesco a usare il cambio!” La bici grande tonfa nell’erba alta, lei sbuffa, ritorna indietro a piedi e lo raggiunge. Prende il sellino con la mano sinistra, lui ci è seduto sopra, si mette in posizione di partenza. Prende il manubrio al centro, ai lati ci sono le mani del piccolo, che freme e ride insieme, e grida ancora: “Dai, brava, così, sto pedalando, ora lasciami andare!” Lo vede allontanarsi, sa che non ha nessuna intenzione di fermarsi. L’afferra un groppo di malinconia. Risale in sella e lo segue. Le arriva la sua voce, lo sente dire: “Grazie!”

  • VI. La Grande rappresentazione

La madre non ha tempo, non si specchia più nel vetro liscio (che si impolvera) dal retro argentato (che con il tempo si ossida e forma macchioline ai bordi come bolle, brucate nottetempo da invisibili insetti). Dritto e rovescio, facce opposte della medesima faccenda casalinga che non la riguarda: la curiosità è bambina e lei, no, non lo è più. Infatti è il figlio quello che riapre il caso.

– Secondo te le cose che sono riflesse nello specchio sono uguali alle cose vere?

– Credo di sì. Direi proprio di sì.

– Io invece pensavo di essere diverso.

– No, sei abbastanza uguale.

– Uhm. – Fa seguire una serie di affacci al bordo della specchiera, giravolte, arretramenti.

– Ma proprio tutto-tutto è uguale a quello che sta davanti allo specchio?

– Perché ti fai tante domande complicate?

– Cerco solo di scoprire le cose che tutti devono sapere al mondo.

– Un’indagine scientifica… Ma devi condurla con metodo, qual è il tuo metodo per stabilire se è vero ciò che pensi?

– È semplice, controllo che le cose che sono davanti allo specchio siano uguali a quelle che sono riflesse.

– Non fa una grinza. – Si costringe a darsi appena un’occhiatina.

– Anche io sono uguale al mio riflesso nello specchio?

Lui osserva le due mamme, rimugina, e delibera:

– Uguale uguale.

– Ah. Ne sei proprio sicuro?

– Aspetta un po’, fatti guardare bene… Lo sai che sei bellissima?

Ora, o è bugiardo lui o lo è lo specchio.

  • VII. Deliri d’onnipotenza

– Ci pensi se tu eri quella che consegna le statuette ai film più belli?

– Uh, sì, indosserei un magnifico vestito, tutto lungo qui e con una scollatura così, e i capelli li…

– Pensa che fortuna! Io ti direi qual è il film più bello che ho visto e tu decideresti di dare a quello la statuetta.

– Sai, funziona proprio così la consegna degli Oscar. A proposito, com’era il film che hai visto oggi al cinema?

– Bellissimo. Il film più bello del mondo… Come mi piacerebbe se tu gli consegnassi la statuetta.

 

Dell’infinità del desiderio

6 Mag 2014

Per alcuni giorni sono stata in viaggio tra Milano e Trieste attraversando quattro stazioni, ciascuna col suo aneddoto da asporto, e una quinta appena sorvolata, nell’orbita del pianeta Marte. Seduta di fronte a un uomo mezzo greco, un certo Aghios, un buono a prima vista, che non si domandava se il primo venuto fosse il partito migliore al quale rivelare tanto di sé stesso, e presto o tardi ne pagava le conseguenze. Uno che mi assomigliava, sai. Ma assomigliava tanto pure a te. Di lui ho sentito dire che fosse un perdente. Malelingue. Se dico che mi somigliava, Aghios, e intanto somigliava pure a te, non era altro che uno come noi. E noi vinciamo, questo lo sottoscrivo, inseguendo ostinati la vita.

Così per Anghios, e il viaggio era un pretesto. Lui che non partiva mai, ora viaggiava per “bisogno di vita”, non di altro. Ma “dalla sua gioia e speranza non bisognava escludere del tutto la donna. Era tanto piena quella gioia e speranza che la donna – la donna ideale, magari mancante di gambe e di bocca – non poteva esserne assente”. Così abboccava all’amo di sguardi destinati a lui tanto quanto lo erano al panorama che scorreva alle sue spalle, dietro al finestrino (ma guai “se alle occhiate fosse seguita la parola, si sarebbe corso il pericolo di trovarsi trasportato di colpo da quella patria ideale al bosco più pericoloso”). Aghios contava i propri “tradimenti” già a decine, appena congedato dalla stazione di partenza. La donna ideale “giaceva nell’ombra fusa con molti fantasmi, parte importante degli stessi. Ma la donna non è sempre la stessa nel desiderio” – sono parole sue – “È vero che prima di tutto serve all’amore, ma talvolta la si desidera per proteggerla e salvarla. È un animale bello, ma anche debole, che se si può si accarezza e se non si può si accarezza ancora.

Aghios ambiva a farsi delle amicizie occasionali, lontane dal suo quotidiano, con le quali sfoggiare la propria bonomia e generosità. Si ostinava a difesa della libertà (della quale non conosceva nulla, me ne sono convinta in quel vagone dove ne discorse a lungo tra sé e sé. O forse mi sembrava, i rumori del treno parevano rivelare mozziconi di frasi che solo io potevo decifrare). Avevo una scarpetta che penzolava sulla punta del piede disteso, e Aghios la fissava ipnotizzato, senza trattenere alcun pensiero. Così appresi il senso della sua “libertà”, quella di non amare alcuno, se non “tutta la vita, gli uomini, le bestie e le piante, tutta roba anonima e perciò tanto amabile. Anzi, “- sempre parole sue – “se fra gli uomini non ci fossero state anche le belle donne avrebbe potuto aspettare la morte con la serenità di un santo.

Ma non potei assistere a lungo quel povero diavolo, cambiai carrozza prima che si compisse la fatalità del tradimento al quale correva incontro, stazione dopo stazione. Appresi in seguito che volle farsi amico un febbrile e inquieto giovane, dal quale ricevette confessioni in grado di annebbiare la sua lucidità. E che, al risveglio da un sogno, passata ormai Gorizia, seppe di aver rifiutato la compagnia della propria moglie, come pure quella del giovane e accettato invece quella della ragazza dallo stesso amata. Di averne accarezzato in volo, in preda a grande commozione, “la bellezza del corpo morbido, giovanile … i capelli biondi”, di averla avuta sotto di lui, incapace di allontanarla come avrebbe dovuto, come a volerla proteggere dall’”orrendo spazio … [che] era infinito e perciò quella posizione doveva durare eterna.

Lo interruppe uno schianto, a seguito del quale credette di destarsi, dormire ancora e risvegliarsi a breve, ma a farlo fu soltanto il personaggio Anghios. Italo Svevo, che ne muoveva i fili, invece, restò ferito a morte. A nulla sono valsi i miei tentativi postumi di capire a cosa puntasse l’inizio della frase “Alla stazione di Tries”

Mi sento autorizzata a credere che, anche nel finale, Anghios non avrebbe rinunciato al desiderio. Come faremo entrambi, andando ciascuno verso la propria destinazione.

Corto viaggio sentimentale

Italo Svevo, Corto viaggio sentimentale, Ed. Newton Compton, 2014

 

In pdf QUI

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Quattro salti nel cielo di aprile

19 aprile 2014

Il cielo più bello dell’anno è quello di aprile.

Adesso è il soggetto più vario, simbolico, esteticamente versatile a portata di fotocamera.

Ma mi trattengo dal fotografarlo. In base a uno dei pochi pilastri della mia scarna etica, se guardare i cieli degli altri mi annoia, non posso ricambiare con la stessa moneta.

Resisto, ma con l’occhio-obiettivo registro, e talvolta mi struggo. Te li mostrerei tutti, quei cieli, o Altro da me.

Stanotte il mio ”Altro” si è, per modo di dire, personificato.

Parlava con accento nordico e mi telefonava da una dimensione parallela. Voleva a tutti i costi entrarmi nella vita. Io gli dicevo: Demone, abbi pazienza, solo se smetti di infastidirmi potremo essere amici.

Perché io, per una dote innata, potevo muovere oggetti con la forza di un pensiero potenziato e, come conseguenza, aprirmi varchi verso esistenze ultraterrene. Nel caso del mio demone, aveva scelto lui di attraversare il varco, e mi viveva accanto ormai da tanto tempo. Invisibile a tutti, ma ben presente a me, che ritrovavo pagine di libri coi testi sottosopra, disordine terreno, pensieri in confusione.

Ma tolleravo bene il demone del sogno. Se fosse stato lui a inviarmi cieli, li avrei guardati col mio stesso occhio-obiettivo, e mi sarei commossa.

Il demone, per sua natura, si trovava sia fuori che all’interno della mia esistenza. Che, a pensarci al risveglio, è piena di pensieri in confusione, disordine terreno, e libri con i testi sottosopra, che a volte non riesco proprio a leggere.

Se esistesse davvero, e fosse una persona, avrei il dubbio che, come per certi sogni, i simboli si fossero mescolati insieme, e io avessi vissuto l’esperienza dell’Altro.

Uno che mi considererebbe tollerabile, seppure appiccicosa, a cui darei il pilotto con cieli non richiesti. Che potrei rendermi amico solo se smettessi una buona volta di infastidirlo. Fortuna che non ce l’ho uno così accanto, mi spiacerebbe pensare che non mi ha mai capita.

E poi era solo un sogno, subito dopo ero su una spiaggia dorata assieme a due mie amiche. Che m’incalzavano, dandosi di gomito l’una con l’altra:

– Tu sei troppo altruista,

– Sei troppo generosa,

– Ma non odi nessuno?

– Davvero, veramente?

– E come fai?

– Li escludo, quando posso. Mica sono una santa.

All’improvviso il cielo si riempiva di nuvole-astronavi. Sfrecciavano velocissime, quindi inchiodavano come volendo caderci sulla testa. Alcune avanzavano a gruppi di quattro, sotto ciascuna ce n’erano altre più piccole e scure, simili a polpastrelli. Saltavano, incuranti di noi, nel cielo di aprile. Per una volta mi accontentavo di guardarle.

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Un’offerta speciale – OTTO

2 febbraio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[SETTE – Leggi dall’inizio]

volo

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OTTO

 .

Fuori non piove più. E questo non è un risveglio-fotocopia dei precedenti.

Lo spazio mentale di Cesare è occupato interamente da sua figlia. “Mimì è unica”, pensa a occhi chiusi nel letto, “è nuova alla vita e mi porta molto più lontano di quanto possa arrivare con le mie sole forze”, più in là della sua stessa esistenza, che si ridimensiona e accetta il corso del tempo.

Un sorriso-colpo-di-vento dei suoi gli spalanca la vista su tutte le sue matrici accalcate: sé stesso bambino abbracciato al bastardino di casa, la sorella divertita ai suoi scherzi,  il volto serena della nonna. Quello di Anna, arrossato, i capelli arruffati dal vento, che canta aggrappata al finestrino dell’auto. E lui stesso, alla guida, al suo fianco.

– Sveglia, papà. Ho fame…

La figlia si è già vestita e pettinata. Inclina la testina impertinente da un lato e gli impone cosa fare. Trainato dalla sua mano, Cesare è costretto saltare in fretta a terra.

Sono le ultime ore prima di separarsi ancora, ma quello di oggi non è un arrivederci-fotocopia dei precedenti. Oggi il fantasma esce a braccetto con loro, non più un passo indietro. Ha un viso, un portamento, un profumo che Cesare ha riconosciuto.

Tra un giro e l’altro della chiave nella porta di casa nota una macchia scura ai piedi della scala, il suo telefono è a terra, ben visibile e acceso. Avrebbe detto di non averlo visto, rientrando, il giorno prima. Lo mette in tasca e bacia Mimì sui capelli tenendole ferma la testa.

– Smettila, mi stai spettinando pa’!

Lei fa un movimento col braccio verso l’alto, si inarca con la schiena restando in equilibrio sui talloni, ridiscende e si allontana un passo. Cesare fa una smorfia di comprensione. Pigia il dito sul pulsante che chiama l’ascensore al piano. La figlia gli si accosta di nuovo, alza il mento, cerca il suo sguardo, aggrottando la fronte. Lui la guarda a sua volta, si sorridono. Si prendono per mano.

Sì, non è un arrivederci come gli altri.

Più tardi, fuori dal bar, bacia Mimì e l’abbraccia a lungo, quindi fronteggia Anna.

Più stanca, più matura, non è la donna che un tempo gli era accanto.  Ma di lei nota soltanto quello che resta immutabile e certo. Quel movimento morbido dei fianchi nella camminata, il vizio di guardare negli occhi solo dopo aver pronunciato una frase, i suoi capelli anarchici. Il profumo sottile.

Cesare le sta davanti con le mani in tasca e non sa iniziare la conversazione. Lei gira lo sguardo attorno, cerca di non incontrare i suoi occhi, si passa le dita dalla tempia all’orecchio, ma una ciocca non vuole darsi pace, ricade dallo zigomo sul lobo. Anna  rinuncia, chiude le braccia sul petto e sbuffa. Finalmente riesce a guardarlo in faccia. Gli sorride a mezza bocca, imbarazzata, sollevando un sopracciglio.

A lui sembra, tutto sommato, un buon inizio.

– Ti aspetto all’eliporto.- Le dice senza traccia di scherno nella voce.

Le sfiora il braccio, bacia ancora Mimì e si allontana. Ma, fatti pochi metri, si volta a guardare le due sagome affiancate sul viale. Sente qualcosa che lo brucia da dentro. Si fermano anche loro.

Mimì è in equilibrio su un piede, con l’altra gamba sollevata che oscilla oziosamente, in attesa delle decisioni della madre.

Ecco il vortice assurdo della neve in cima agli alberi. Ecco il bosco, ecco il volo d’uccelli. Dagli occhi di Anna si sfila uno sguardo fiero, che dispiega  le ali e si invola all’indietro verso di lui.

E qui mi ricongiungo con me stesso. Faccio un ultimo cenno con la mano, salgo in macchina.

È domenica, e io che non credevo più alle muse, agli angeli, ai cospiratori, ai martiri, alle testine pettinate e impertinenti che inclinate un po’ su un lato mi dicono che fare sorridendo, io, oggi che è domenica e la mia terra brucia in nome dell’Europa, intanto che, colpevole, parcheggio sotto la mia falsa casa e mentre alzo gli occhi noto un volo d’uccelli dalle ali ad arco, oggi e soltanto oggi, io credo ancora.

Da una distanza indefinita si diffonde il fragore cadenzato di un elicottero, almeno così sembra. Ma forse questo, io spero solo questo, sta accadendo soltanto dentro me.

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Un’offerta speciale – SETTE

1 febbraio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[SEI – Leggi dall’inizio]

vortice

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SETTE

 .

La pioggia si stava portando via la città. Non meno di un’ora prima aveva rinunciato al jogging del sabato sera per quanta acqua scorreva per le strade. Davanti casa sua un torrente di fango trascinava sacchi della spazzatura, rami spezzati, e quant’altro travolgeva nel cammino.

Per raggiungere l’ingresso salì quattro gradini e, prima di entrare, si fermò al riparo della rientranza sotto la tettoia per scrollarsi di dosso almeno una parte dell’umido che gli impregnava i vestiti.

Si spazzolò con le mani gli avambracci, e poi le ginocchia. Si sbarazzò di goccioloni che andarono a ingrossare il laghetto nascosto dal tappeto sintetico di benvenuto.

L’atmosfera veniva graffiata da un’infinità di tagli diagonali sempre più fitti che generavano un fragore assordante. Cesare iniziò a rabbrividire ma non volle smettere l’operazione.

Alzò una gamba e l’appoggiò con la punta contro il muro, la strinse con due mani e, partendo dal ginocchio, scivolò verso la caviglia con decisione, spruzzando generosamente l’intorno. Posò la gamba in terra e rialzò l’altra. Stava per ripartire col movimento di prima ma la coda dell’occhio venne attratta da qualcosa di insolito più in basso, giù in strada.

Sgranò gli occhi. Una grande anta di porta in legno massello, scendeva a valle roteando su sé stessa velocissima, inabissandosi a tratti. Sopra di essa, stavano seduti fianco a fianco due alani giganti dal pelo nerissimo, che, solidali con il loro mezzo di trasporto, nel passargli davanti compirono diverse piroette ruotando la testa all’unisono. A ogni volteggio lo fissarono accigliati negli occhi.

Quando il duo fu scomparso, superando visivamente il limite costituito da uno dei muri della rientranza che lo ospitava, Cesare era ancora fermo nella stessa posizione, un piede appoggiato al muro e due mani aperte sopra al ginocchio. Si domandava il senso di quell’apparizione inquietante, e perché mai una porta di pregio come quella si ritrovasse scaraventata nel pieno dell’alluvione.

La porta della sala conferenze era spalancata, ma non invitava a entrare: due soldati in mimetica stavano ai lati, armati e in stato d’allerta. Facevano l’effetto di due cani allenati a uccidere. Non fu piacevole passare tra di loro.

Contro il muro di fondo, quello alle sue spalle, era disposto ordinatamente un gruppo di giornalisti. Quasi un uguale numero di tecnici manovrava con diligenza una selva di cavalletti, imponenti macchine da presa, cavi e lampade che illuminavano i lavori.

La riunione era iniziata da una decina di minuti, quando Cesar fece il suo ingresso in preda a un panico da principiante. La riconobbe subito, la bocca stretta in una smorfia di concentrazione che lui non conosceva, in piedi tra la stampa accreditata.

Cercò di non dar peso alla sua presenza. Si accomodò in prima fila dove presenziò all’apertura del convegno con, nelle orecchie, un ronzio che si accomodò a fare da sottofondo.

Seguì le prime fasi dell’assemblea, fino al discorso del Presidente. Di tanto in tanto guardava distrattamente l’orologio.

All’ora designata, non ebbe il coraggio di guardare Lei. Solo, si alzò e infilò la porta, come per recarsi in bagno.

Il corridoio si apriva su altri corridoi, un dedalo che moltiplicava le possibilità di fuga. Non doveva confondersi. Seguì pedissequamente le istruzioni memorizzate la stessa notte in cui le aveva ricevute. Teneva in tasca il biglietto come un amuleto.

La sensazione di vivere come osservando sé stesso dall’esterno.

Le immagini si frammentarono, succedendosi l’una all’altra secondo nessi che non riuscì bene ad afferrare.

La fuga concitata per i corridoi illuminati a giorno.

Le guardie che, riconoscendolo, restavano interdette il tempo di lasciargli un margine prezioso, prima di cercare di bloccarlo.

La certezza, un brivido gelato sulla nuca, che avessero impugnato le armi e stessero mirando per colpirlo.

Un elicottero che iniziava a far ruotare le sue pale.

Il portone presidiato di soldati che gli davano le spalle e, colti alla sprovvista, gli gridavano di fermarsi per poi aprire il fuoco ad altezza d’uomo.

Le scalinate discese spintonando le persone.

La fuga tra i manifestanti atterriti, sorpresi di trovarselo davanti.

Ma, anche,

il sorriso della sconosciuta che affiorava dal buio.

Una ciocca di capelli che sfuggiva dalle tempie e andava a sfiorarle il lobo dell’orecchio.

E infine, la deflagrazione, l’onda d’urto che lo sbatté a terra, le urla, le sirene, la fatica nel rialzarsi e la corsa a perdifiato per i vicoli.

Ma, ancora,

una musica,

un profumo,

una frase sussurrata nell’orecchio.

Frammenti di pensieri.

Sulla misera fine dell’odiata casta spazzata via per sempre.

Sul senso della libertà,

sulla paura del futuro e quella per il vuoto che lo attendeva

in un altrove indefinito.

La coscienza che le forze stavano venendogli meno.

Lampi di buio.

L’idea di lei, l’inaccettabile ipotesi che potesse non avercela fatta.

Buio proiettato sul futuro, un futuro qualsiasi, purché vi si ritrovassero vivi entrambi.

L’oscurità si fece sempre più pesta, e a un tratto un vortice assurdo lo capovolse e si ritrovò sdraiato nel letto. Un braccio gli formicolava attorcigliato nel lenzuolo.

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[OTTO]

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Un’offerta speciale – SEI

31 gennaio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[CINQUE – Leggi dall’inizio]

whisky

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SEI

 .

L’ultima volta che aveva trascorso la notte in casa sua, Mimì aveva trovato suo padre intento a versarsi un dito di qualcosa nel bicchiere.

–  Anche mamma quando non riesce a dormire prende un po’ di quel sonnifero.

Cesare provò un senso di imbarazzo acuto. Mentre la figlia avanzava verso il tavolo al centro della stanza la bottiglia venne riposta in fretta sullo scaffale. La bambina fissò le mani strette in difesa del contenuto del bicchiere.

– Anche tu non puoi dormire?

– Io? Certo che sì.

Mimì rimase in attesa di una precisazione che non venne data, ma il padre andò a versare il whisky nel lavandino e tornò a sedersi di fronte alla figlia.

– E tu, perché sei in piedi?

– Si può sapere dove vai domani?

Cesare ancora una volta notò, con una punta di orgoglio, la sua capacità di replicare con tanta fedeltà gli schemi comportamentali degli adulti. Una domanda in risposta a una domanda. Tamburellò sul mento con tre dita, poi rispose:

– Mettiti la giacca, che ti ci porto.

Erano ancora le prime avvisaglie dell’autunno, un uomo passeggiava tenendo per mano una bambina, all’aria era ferma e tiepida dei marciapiedi deserti nel cuore della notte.

Attraversarono un ponte chiacchierando, finché si fermarono davanti a un cartellone che reclamizzava un dentifricio. L’uomo indicò col dito il rettangolo di carta fissato con lo scotch al palo di sostegno. Al centro la sagoma sfocata di un cane di grossa taglia, guardava verso l’osservatore, scondinzolando in bianco e nero.

Il testo annunciava una ricompensa per chi l’avesse ritrovato .

– Ecco.

– Vuoi dire che parti alla ricerca di quel cane?

– No. – Le lasciò il tempo di formulare la domanda successiva.

– E allora dov’è che vai?

– Alla ricerca di qualcosa che non riesco più a trovare. Che io e tua mamma non troviamo più. Ma di cui abbiamo un grandissimo bisogno.

– Allora lo farai anche per lei?

– Penso di sì. Penso che la ricompensa riguardi tutti e due.

– Tornerai con un mucchio di soldi?

– No-o-o… – sorrise Cesare, – Non lo so, Mimì, non credo. Adesso torniamo indietro.

Lei rispose con uno sbadiglio a bocca spalancata, e aprì le braccia per farsi tirare su. Come il padre la strinse a sé, la testa si posò sulla sua spalla, e prese a ciondolare inerte dopo i primi passi.

Cesare stava infilando la chiave nella toppa del portone quando una forte luce, puntata in faccia, gli fece corrugare l’espressione e portare una mano alla fronte. Confuso com’era, non si rese conto di trovarsi già all’interno della quinta replica delle passate notti.

– Cesar Andreevic?

Senza dargli il tempo di rispondere, venne fatto entrare a forza in un’auto che non aveva visto arrivare, accostata al marciapiede. Nella concitazione perse il senso dello spazio e, semisdraiato all’interno del veicolo, si tastò con angoscia la spalla dove poco prima avvertiva il peso di chi per lui era diventata la persona più preziosa al mondo. Un uomo si accomodò al suo fianco e lo spintonò verso l’altra portiera. Davanti presero posto l’autista e un terzo personaggio.

I gorilla arrivarono sulla scena pochi secondi dopo che l’auto si era dileguata in fondo al viale su cui si affacciava la discoteca. Restarono interdetti, si guardarono l’un l’altro, incerti se dare l’allarme o attenersi alle istruzioni che il ministro aveva lasciato loro, nel caso la sua ricerca della ragazza lo avesse allontanato troppo da quel luogo.

Lo attesero un’oretta,  nascondendosi tra le ombre dei palazzi, come ubriaconi senza domicilio, nel timore di venir notati. Verso le tre, Cesar sbucò da dietro un angolo e affrettò il passo sul viale mentre si aggiustava al collo la cravatta.

– Tutto bene capo?

– Sicuro. Andiamo via, ora.

Infilandosi nell’auto di servizio, distribuì a ciascuno un biglietto di una certa consistenza e diede ordine di riportarlo a casa.

I generali avevano parlato a lungo, dilungandosi sui dettagli del piano concordato con le menti dei rivoltosi. Lui avrebbe avuto un ruolo secondario, ma gli veniva garantito un incarico di notevole prestigio, nella spartizione del potere del nuovo governo.

Cesar, durante il tragitto, rimuginò sui due incontri della serata. Disceso dall’auto, mise la mano in tasca per prendere le chiavi e si ritrovò un bigliettino piegato tra le dita.

Era stato strappato da un blocco per appunti. Sullo sfondo di un quadrettato azzurro, svettavano le lunghe aste e gli occhielli di un’elegante grafia femminile.

Decifratone il senso, una volta superato lo stupore e il turbamento, comparvero le istruzioni per raggiungere l’eliporto.

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[SETTE]

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Un’offerta speciale – CINQUE

30 gennaio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[QUATTRO – Leggi dall’inizio]

dito sul collo

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CINQUE

 .

Cesare fissò a lungo la pioggia che scendeva fuori dai vetri della camera da letto. L’esterno gli appariva compresso, stritolato dalla mole d’acqua che veniva giù. Senza più un fuori al quale rapportarsi, l’interno della sua abitazione gli sembrò più intensamente vivo. Sentiva le pareti respirare, il corridoio risuonare di passi e, provenienti da un altrove indefinibile, sussurri che chiamavano il suo nome.

Eppure lì, oltre a lui, non c’era nessun altro.

Andò in cucina e mise ad abbrustolire due wurstel sopra una bistecchiera. Scostò una sedia dal tavolo e ci crollò pesantemente sopra. Fece il numero di Anna. Il telefono squillò a lungo finché Mimì aprì la conversazione con un “pronto?” squillante.

I minuti passarono e la tensione di Cesare lasciò il posto a un languore che somigliava al ricordo che gli restava della felicità.

Si sentì stanco. Finita la cena, lasciò pentole e stoviglie nel lavandino e andò a coricarsi prima del solito.

A luce spenta, gli occhi stentarono a chiudersi, temendo di incappare per la quarta notte nel solito sogno. Ma, alla fine, fu vinto dall’oscurità.

L’umanità straziata dalla disperazione, da un lato, e il dovere di mantenere inviolata la porta d’accesso al Presidente, dall’altro, avevano aperto uno strappo che Cesar attraversò senza ricucire, fuggendo lontano così come si trovava, nudo e imprudente.

Il vento della Storia cambiò di colpo direzione, e la rivoluzione aprì una notte le sue danze, nel fragore infernale di una discoteca di moda, per l’appunto.

Lei era giovane e in possesso di tutte le prerogative che l’avrebbero facilmente ascritta ai frequentatori abituali, ma un occhio attento avrebbe notato che non apparteneva a quell’ambiente.  Da come si muoveva guardinga, dalla prolungata mancanza di compagnia, dall’avvicinarsi per piccole tappe al tavolo riservato al Ministro e alle sue guardie del corpo. Ma quelli ormai ne avevano bevuto uno di troppo, e mantenevano con crescente difficoltà la concentrazione necessaria al loro compito.

Quanto a Cesar, fu l’unico ad averla puntata da lontano. E non si stupì quando gli passò accanto, anzi, rallentò la respirazione, come se con essa potesse rallentare il tempo, e vedere quel fianco fasciato da una gonna di pelle nera, sfilargli accanto con la morbidezza del ralenty.

Lei gli disse in un soffio:

– Ci sarà un’esplosione.

chinandosi a raccogliere la borsetta cadutale da sotto il braccio, che anche lui si era precipitato ad afferrare.

Il ministro, nella sua lecita serata di riposo, non ebbe ritegno nell’incrociare le proprie dita sopra quelle di lei durante l’operazione di recupero. Con l’altra mano, le sollevò il gomito per aiutarla a risollevarsi. La giovane, come se niente fosse, riprese a parlare mentre controllava il contenuto della borsa.

– Poi, entro un quarto d’ora dovrai essere all’eliporto, prendere o lasciare.

Finalmente sollevò lo sguardo e recitò la parte da professionista. Si dimostrò sorpresa di riconoscere l’uomo pubblico, aprì l’espressione e, per una manciata di secondi, avvolse Cesar in un enigmatico sorriso.

Lui ne comprese il senso e rispose col suo ghigno di cortesia, ma si ritrovò senza la propria parte del copione quando affiorò un secondo strato a staccare alla donna il trucco da sopra la facciata. Uno sguardo, spontaneo, umano, pudico, al quale restò impigliato al punto da non potersene staccare.

La messaggera aveva trasmesso un’offerta di riscatto, il ringraziamento del gruppo per tutte le preziose informazioni date nelle ultime settimane. Prendere o lasciare. Lui prese tutto ciò che gli veniva offerto in quel momento. Offerta inaspettata, a dispetto del periodo già del tutto insolito. Qualcosa di speciale.

La invitò a ballare, dopo aver gettato un’occhiata in cagnesco ai gorilla, scattati in direzione della donna.

Calma. Stava solo cogliendo un’opportunità di conquista, offerta da una bella ammiratrice.

Accennarono a pochi passi discordi, poi presero un ritmo comune. Lei si lasciò cingere la vita e la pantomima prese le forme di un ondeggiamento leggero. Attorno a loro si formò un circolo vuoto, la sala sembrò spalancare le pareti, le luci colorate offrirono a entrambi una scusa per far crescere il rossore.

Lui sbirciava di sottecchi l’intorno e quasi non la guardò per l’intera durata dell’improvvisata danza. Ma le parlava ugualmente, attraverso la calibrata pressione delle dita sul vestito. La donna non reagì subito ma quando, in un sussurro, si scusò e gli sorrise ancora, nell’alzare gli occhi su di lui gli affilò sul collo il profilo dell’unghia, per poi dileguarsi in fretta nel buio oltre la pista.

Cesar tornò a sedersi vacillando. Una lama gli era penetrata nel cervello.

Da quel momento in poi, il senso logico degli eventi prese a sfuggirgli. Iniziò a vivere come osservando sé stesso dall’esterno.

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[SEI]

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Un’offerta speciale – QUATTRO

29 gennaio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[TRE – Leggi dall’inizio]

Barbagianni

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QUATTRO

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Di giorno, nulla faceva pensare che quell’uomo che, parlando, lasciava un fondo liquido dentro le forme vuote delle sue parole, covasse tanta angoscia vedendo approssimarsi le ombre del crepuscolo. Ogni tramonto d’oro lo convinceva a distogliere lo sguardo.

La terza volta, davanti a un cielo che negava il travaso delle ore virando con indifferenza dal grigio scuro al nero, voltò la schiena alla finestra aperta, mise su il soprabito e si incamminò in strada a occhi bassi, la schiena appesantita dal magone. Quando la sua testa si abbassò sul cuscino, sapeva già quale notte sarebbe andato ad abitare.

Stavolta la neve scendeva grave e abbondante come solo a quelle latitudini accade. La sera si accendeva della luce giallastra dei lampioni, che i grossi fiocchi provvedevano a distribuire, piccoli fuochi pallidi, in ogni direzione.

Cesar scivolò fuori dalle mura e andò ad avventurarsi sul solito percorso. Aveva sciolto dal vincolo i gorilla, e, addentratosi nel bosco, si era recato ai margini di una vasta area militare, estesa fino al confine orientale del Paese. La sua era un’abitudine recente, una fuga istituzionalizzata. Qualcosa che creava un momentaneo stallo nel disagio. Il tempo si cristallizzava come i fiocchi pressati che schiacciava col suo peso.

Avanzava per ore respirando e pensando, più spesso a torcia spenta. Trascorreva così gran parte della notte ma invece di stancarsi, una volta rientrato, cadeva in un sonno facile e pesante, sufficiente ad affrontare il giorno.

Il vento era rinforzato e sferzava la sommità delle betulle, creando fantasie improvvise di luci vorticanti e puntiformi.

Aveva già percorso a passi larghi un lungo tratto del sentiero conosciuto e, mentre osservava a naso in su il volo di un barbagianni oltre le cime, gli si piazzò di fronte un’ombra che gli sbarrò il cammino.

L’ombra gli puntò una luce intensa a poca distanza dal viso e disse, con voce giovanile e fioca:

– Chi sei? Che ci fai qui?

Capì che non lo aveva riconosciuto e gli scappò un sorriso ironico. L’altro si innervosì.

– Parla subito o, cazzo, o io ti…

– Tranquillo, tranquillo, sto solo facendo una passeggiata.

Senza riflettori addosso e il suo consueto abbigliamento era un gigante goffo perduto nella tormenta. Tentò un gioco rischioso, fingendosi una nullità e trattenendosi a dialogare con l’altro. E accadde l’insperato.

A poca distanza, in un punto particolarmente denso della macchia, stava montata una tenda da campeggio, debolmente illuminata dall’interno. Un altro giovane era di guardia all’accesso e, riconosciuto l’amico, si fece da parte per lasciarli entrare.

Cesar fece la conoscenza con una decina di ragazzi sui vent’anni che, dopo una comprensibile iniziale diffidenza, complice anche qualche sorsata di vodka e l’aria mite del nuovo arrivato, decisero di fargli posto nelle discussioni.

Per poco non gli andò di traverso la vodka che si passava in circolo con gli altri, quando si rese conto di trovarsi in mezzo a un ritrovo del gruppo clandestino su cui riceveva corposi dossier dai Servizi e intorno al quale venivano svolte riunioni dell’Esecutivo non meno che settimanali. Stavano scegliendo modi e tempi nientemeno che di una rivoluzione. Sarebbe stato facile per lui segnare un punto facile come quello e dare una svolta decisiva alla propria carriera. Ma non lo fece.

Quell’incontro si ripeté notte per notte. Le guardie del corpo, elementi estranei a lui e sicuramente controllati dal Presidente, non avendo visto nulla, non potevano nemmeno sospettare.

In breve entrò con mano pesante nel vivo delle scelte, poteva fare molto per la causa, e uscì allo scoperto denunciando la sua vera identità.

La rabbia dei cospiratori lo tenne lontano dal bosco per un paio di notti, quindi lo riammisero tra loro. Si erano convinti che la persona che avevano davanti era qualcuno che avrebbe avuto tutto da perdere dall’immischiarsi nel loro complotto. Il suo sguardo, i modi, la voce, ormai tutto rivelava, meglio di qualsiasi dichiarazione, la sua vera natura.

Privilegi e vantaggi dovevano compensare tutte le volte che il Presidente gli imponeva di prendere determinate decisioni, ma le crepe nelle sue certezze, col tempo, avevano scavato una voragine.

La questione che più gli rimordeva la coscienza era quella della pena capitale. Riceveva centinaia di richieste, da dentro e fuori del Paese, sulle richieste di clemenza da far approvare al Capo. A volte, questi sembrava cedere alle pressioni e emanava decreti che risparmiavano qualche condannato, relegandolo al carcere a vita.

In realtà, era lui in prima persona il custode di un elenco di potenziali beneficiari, in virtù dell’interesse spesso più mediatico che umanitario che in tali gesti di clemenza riponevano diverse potenze straniere. Patteggiamenti tra le diplomazie erano all’ordine del giorno. In ballo, come esito più ambito, l’abolizione definitiva della pena di morte. Quel lavorio passava rigorosamente sotto silenzio stampa, trattandosi di lunghe e delicate contrattazioni, costantemente influenzate dalla mutevolezza del quadro politico ed economico internazionale.

Ogni volta che veniva raggiunto un accordo, spettava a lui annunciarne l’esito, favorevole ad un singolo o ad un gruppo di condannati. In quelle occasioni, l’opinione pubblica internazionale si spaccava.

I più inneggiavano alla ritrovata magnanimità del Presidente, ad un presunto scatto etico in avanti dell’intera nazione, alla certezza del prossimo riavvicinamento di questa all’asse costituito dalle nazioni egemoni del pianeta.

Pochi, invece erano quelli che, molto realisticamente, riconoscevano la natura ambigua dei provvedimenti e sapevano riconoscere la marchetta pagata al resto del mondo, che non spostava di una virgola la strategia di negazione sistematica dei più elementari diritti della popolazione. E che vedevano, nel ripetersi di questi fatti, la consacrazione della propria nazione a ingranaggio di un meccanismo di scambio tra gli Stati, portandola a contribuire pesantemente alla vertiginosa caduta morale dell’umanità intera.

Ora che per Cesar si era accesa una luce al termine del suo vicolo cieco, decise che avrebbe cercato di sobillare certi generali, dei quali conosceva bene l’odio per il Presidente. Sarebbe stato lui il Cavallo di Troia che avrebbe portato alla liberazione il paese.

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[CINQUE]

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Un’offerta speciale – TRE

28 gennaio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[DUE – Leggi dall’inizio]

solo

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TRE

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Durante la seconda notte aveva messo a fuoco meglio con chi aveva a che fare. Ne ebbe paura. Ma il subconscio elaborò per lui la più seducente delle ricompense.

La porta della sala conferenze era spalancata, ma non invitava a entrare: due soldati in mimetica stavano ai lati, armati e in stato d’allerta. Facevano l’effetto di due cani allenati a uccidere. Non sarebbe stato piacevole passare tra di loro e, come se non bastasse, Cesar stava facendo i conti con un tardivo e inopportuno pentimento.

Come aveva potuto pensare di abbattere con la sola forza delle idee un uomo tanto potente e scaltro?  E troppo importanti erano gli interessi dei suoi manovratori occulti per lasciare che l’appoggio di un manipolo di militari corrotti dal vizio e dal potere cambiasse il corso delle cose.

Gente che conosceva da vicino, blatte schifose della peggior specie. Ecco di chi si stava fidando la sua gente.
Manipolatori di una folla affamata di pane e di una chimerica Europa, capaci al più di sostituire un dittatore con una nuova oligarchia di oppressori, dediti a trarre il massimo profitto dalla nuova posizione.  Per sé stessi e per i loro accoliti. Niente di nuovo sotto il sole per gli oppressi, un fastidioso strascico di grane per coloro che trovavano nella sottomissione fisica e morale del popolo, e nella confusione delle parti in gioco, la copertura ideale per i propri traffici lucrosi.

La nuova leva sarebbe stata difficilmente controllabile, almeno all’inizio, e mai quanto l’attuale Presidente. Prima o poi, certo, si sarebbero condannati da soli, chiedendo troppo. Era pur sempre una feccia senza scrupoli né morale, avida e tronfia, cieca di fronte alla propria endemica caducità. Caratteri arroganti, forgiati all’ombra di un modello che però nulla dava a intendere di volersi mettere da parte.

Ma, prima ancora che questa eventualità potesse trasformarsi in emergenza da gestire, il Presidente in persona, considerandolo il suo riporto più fidato, gli aveva annunciato di essere a conoscenza del rischio, e rivelato i minimi dettagli del piano di difesa. L’operazione, condotta in diretta televisiva, avrebbe non solo rafforzato il suo carisma presso la popolazione ma, smascherando il gioco dei gradi più alti di un’élite manifestamente corrotta, avrebbe anche consentito il rimpiazzo con nuove facce, ancora inoffensive.

Cesar sudò freddo per ore. Si astenne dal bere solo per evitare di confondere la mente. Cercò di sfruttare a pieno l’errore del Presidente, quello  di confidare a lui le sue trame. Conoscendo in anticipo tutte le mosse di chi avrebbe difeso l’onore e la vita del Capo, ne conosceva per sottrazione le falle, i punti deboli, i tempi che potevano essere sfruttati per correggere il piano dei cospiratori.

Glielo doveva. Lo doveva al volo d’uccelli nel bosco, la notte che gli aveva cambiato per sempre l’esistenza.

Lui, l’erede di una famiglia dell’alta borghesia, il rampollo cresciuto nelle migliori scuole estere, una carriera già scritta in politica, favorita dall’amicizia col Capo negli anni giovanili, era sempre stato un uomo allineato e consenziente.

Godendo appieno dei privilegi della sua posizione, nel disinteresse di ciò che gli accadeva intorno. La buona pasta di cui era fatto dentro gli rendeva praticamente impossibile anche solo pensarlo, il dissenso.

Fino a che non venne introdotto tanto vicino al potere. Ma, una volta mischiate le mani con il fango, la stessa buona pasta si trasformò nel viatico del suo cambiamento.

I giorni, che prima trascorrevano come perle tutte uguali sullo stesso filo, assunsero l’aspetto di macigni dai profili aguzzi, pietroni rotolanti da schivare per non venirne ucciso. L’ansia crescente era un aspetto nuovo di sé col quale non sapeva dialogare.

Decise inizialmente di ignorarla. Scisse la propria vita in piani sovrapposti. Si ritrovò ben spesso, nei vari frangenti dovuti all’etichetta, a intessere dialoghi di cui sapeva a mente il contenuto, con l’altro sé intento a mettere insieme brani di notizie con l’esperienza di vita e la conoscenza della storia.

Finché non lo sorprese l’equazione: benessere = cambiamento.

E sviluppò il coraggio della disperazione. Come i figli del popolo, coloro da cui credeva di doversi difendere. Quelli che invece, di lì a poco, lo avrebbero investito del ruolo principale nella storia: un agguerrito gruppo di studenti, traghettatori occulti del dissenso, autori di un blog clandestino seguito e foraggiato da sostenitori esteri.

Cesar ormai si era deciso, avrebbe combattuto solo da quella parte della barricata.

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[QUATTRO]

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Un’offerta speciale – DUE

27 gennaio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[UNO – Leggi dall’inizio]

ragazzi

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DUE

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La prima volta era accaduto meno di una settimana prima. Poi il sogno si era ripetuto, variando pochi minimi dettagli. Adesso gli era impossibile coricarsi sereno, consapevole che un lago nero si andava espandendo nella mente senza incontrare ostacoli. Portandolo al risveglio con l’idea di aver lasciato indietro un compito importante. Che, gli suggeriva l’istinto, non coincideva del tutto col senso del sogno.

l corridoi del Palazzo di Giustizia erano lunghissimi, e avevano larghezze giustificate solo dal potere che esprimevano, eredi di un epoca in cui a questo andava data un’enfasi severa, ma nell’arredamento denunciavano il tempo presente. Poche e scarne vedute della capitale e, nei salottini (sorta di improvvisi slarghi nei muri, aree di sosta per le anticamere di pregio), si gloriavano grandi ritratti dei vari funzionari, busti appuntati di stellette, sorrisi da attore di grido, e, per le donne, capelli cotonati al limite del volo in mongolfiera. Quando si incrociavano tra loro, i corridoi quasi non si salutavano, avevano angoli retti più retti del normale, e si schivavano l’uno con l’altro lasciandosi dietro rapidi saluti militari.

– Ministro, è per stasera. E sta’ attento, sospettano di te.

Aveva parlato, in fretta uno dei ragazzini, fissandolo negli occhi il tempo di proferir parola. Ivan, Yurij, Sacha? Non ricordava il nome di quel figlio del popolo, e poi cosa importava, si era introdotto fino lì con la sua truppa di scalcinati pari, erano cinque in tutto (nemmeno uno di loro era, anche lontanamente, sovrappeso). Aveva parlato. Sapendo di poter essere colpito, sapendo di rischiare il tradimento. A lui, a Cesar Andreevic, era saltato il cuore in gola quando se li era visti attorno, sbucati da chissadove all’improvviso. Era giunto in veste di alleato oppure di nemico?

Ma, nell’abito della sua funzione, e avvezzo da tempo a recitare finzioni, aveva bloccato con un cenno sicuro le guardie del corpo, altri figli del popolo, sicuramente al soldo del più forte, e dunque, in quel momento, al suo. Disse loro di andare a farsi un giro.

Ricevuto il messaggio, batté le ciglia solo una volta più del giusto, ma senza scomporsi. Prese in tasca e consegnò a ciascuno pochi spiccioli, insufficienti anche per un pacchetto di gomme. Quando con un gesto impacciato li invitò ad andarsene, era in ritardo. Già tra loro correvano diversi metri di tappeto di galleria (del tipo meno economico, ma che qualsiasi abitante si sarebbe procurato comunque a poco prezzo dal vicino Oriente).

Ripreso il cammino, e fatti pochi passi, Cesar si voltò di scatto, cogliendo di sorpresa gli uomini che lo precedevano, lasciandoli bloccati in una posa incerta, in attesa di istruzioni chiare. Gli era parso di essere chiamato per nome, ma più come uno scherzo della mente. La lunga fuga del corridoio era vuota. Non c’era più nessuno.

Allora era arrivato il momento. Agire. Abbandonare certezze e agi e prepararsi a fare un tuffo nell’ignoto. Una scossa elettrica lo attraversò da capo a piedi. Dovette fare un respiro più profondo per convincersi a  riprendere il cammino.

Affrettò il passo fino a raggiungere quasi in apnea la sala conferenze dove si sarebbe tenuta l’ultima riunione di partito. Era una data storica, quel giorno. Fuori il palazzo infuriava, incendiaria, la tempesta degli studenti, ma l’Apparato non  aveva disdetto il fattore scatenante: Entro una manciata di ore sarebbe avvenuta la nomina del Presidente a Reggente con mandato nientemeno che divino, sancita sotto la benedizione del massimo esponente della Nuova Chiesa.

A questo punto entrava in scena Cesar con la doppia faccia delle sue informazioni.

In ostilità aperta col partito, una frangia di contestatori segretamente vicini ai generali più in vista avrebbe tentato di delegittimare il Presidente davanti a tutti i media nazionali.

Cesar scosse la testa. Ora sapeva: non avrebbero sortito l’effetto. Non sarebbe stato un colpo di stato militare a spodestare il tiranno, quando era già pronta la contromossa. Il palazzo sarebbe stato subito circondato dai fedelissimi del Capo, appena iniziato il discorso del Generale K.

Fuori, una folla di centinaia di prezzolati dal potere avrebbe soffiato sul fuoco tenuto malamente a bada dagli agenti in piazza, avrebbe agitato cartelli e striscioni di sostegno al Buon Padre del Paese. Gli studenti, per reazione, avrebbero aperto gli scontri, cercato di forzare le difese del palazzo, e dall’inevitabile difesa sarebbe scaturito un nuovo ordine delle cose. Un equilibrio più funzionale al nuovo assetto geopolitico mondiale.

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[TRE]

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