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Si fa presto a dire Frida

13 aprile 2014

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Di lei si sa o si pensa di sapere tutto. Ma, visitando l’esposizione romana alle Scuderie del Quirinale, aperta dal 20 marzo al 31 agosto 2014, ancora ci si può stupire della sua furia vitale, qualcosa che non può ridursi a puro nozionismo, o a becero gossip, perché avvertita dall’interno di chi osserva le sue opere.

Quella per Frida Kahlo spesso è un’infatuazione pop, di cui oggi è diventata icona tanto quanto il Che.

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 Frida Kahlo, Autoritratto con vestito di velluto, 1926

Olio su tela, cm 79,7 × 59,9. Collezione privata. © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, México D.F. by SIAE 2014

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Ci sono tele di Diego Rivera in questa mostra, esposte accanto a quelle di Frida. Stride la compostezza e la profondità dei suoi soggetti in confronto al più glamour, più smaliziato tratto del massimo pittore messicano, capace di omaggiare le signore di buona società in pose hollywoodiane per poi farsi cacciare dalle rimostranze di Rockfeller in persona per aver ritratto Lenin nel murale dell’Unità Panamericana sull’edificio simbolo del capitalismo americano.

Prima dell’incidente, a Frida, i pennelli erano serviti solo a ritoccare a colori le stampe in bianco e nero di suo padre, fotografo. Iniziò a dipingere per necessità, nel letto d’ospedale dove i medici le avevano predetto morte certa.

Autoritratti, autoritratti.

– Perché mai tanti selfie, Frida?

– Perché è il soggetto che conosco meglio-, rispondeva.

Semplice, naif al punto giusto, comprensibile alle masse. Pop.

Pazza di Diego, si fece ispirare al punto di farne il suo terzo occhio, per lui ingoiò ogni boccone amaro ma nel tempo rimase supremamente Frida.

Dipinse per passione, lo fece su commissione, si innalzò sempre al di sopra delle sue sofferenze.

E sorpassò Rivera in fama proprio nel momento di massima distanza tra loro, dopo gli aborti, dopo i tradimenti, dopo la cacciata di lui dagli USA.

Umanamente sfogò su tela la propria rabbia, in una drammatica dichiarazione senza appello: “Il mio vestito è appeso là”. Là, significa negli USA, proprio sopra una corda tesa tra estremi ancora oggi inconciliabili, mesto trofeo di un duello che non avrebbe mai voluto disputare.

Morì lottando, e controvoglia. Un uomo delle pulizie trovò dietro al suo letto un ultimo acquerello simile a una pappetta di colori. Fa quasi male vederlo incorniciato e esposto, dopo i capolavori. Quella di Frida è una terribile e magnifica storia umana, senz’altro un simbolo di riscatto per tante altre storie misconosciute.

Amare la sua arte, però, non è per niente pop.

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Città raccontate: Roma n. 7 – Augusto battuto dalla Vergine (su Cartaresistente)

18 settembre 2013

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Teatro_Marcello_Neve

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Era un vivacchione, un uomo di mondo, giocava a fare il divo, Augusto. Amava gli spettacoli del circo e, sotto la sua reggenza dell’Impero, si celebrarono giochi ovunque e di continuo, fossero recite, lotte, o anche naumachie. Quel giorno sedeva tenendosi ben stretto il suo saccellus popiccorniorum (Chi va a Roma perde la poltrona – detto cristallizzato parecchio tempo dopo, ma lui lo conosceva già, e il seggio lo inchiodava a terra col suo peso), gustando l’inaugurazione del Teatro Marcello (completare l’opera intrapresa da Cesare fu un suo incaponimento, era nato a settembre, sotto la Vergine, il segno dei cocciuti), quando, a detta di Svetonio, “le connessure della sua sedia currule si allentarono ed egli cadde supino.” Tutti i poppicornia disnocciolaronsi perdirintorno alla sua augusta mole, e in un attimo fu neve anche d’estate. Il setto del bel naso alto e adunco gli fremette e, dall’alto delle sopracciglia unite fin giù alle froge, giurarono di aver visto prorompere un getto d’aria bollente. Non era ira, ma un’ulteriore idea, quella che ribollì nella divina testa, fluendosene fischiante in modo tanto vigoroso. Augusto fu folgorato dal fermo immagine della sua Caput Mundi tutta tinta di bianco nel mese al quale aveva elargito il proprio nome a memoria della sua eccellenza. Pensò: “Credo che al Divo Augusto convenga tosto far nevicar di Agosto sopra la capitale dell’impero… Sai che spettacolo!”

Ma poi accaddero tanti altri fatti ben più importanti e si dimenticò l’idea, lasciando quella poltrona incustodita saecula saeculorum. O almeno per trecentocinquant’anni, finché non se ne impadronì il papato, che edificò la basilica di Santa Maria Maggiore dove si disse che avesse avuto luogo una nevicata agostana. L’evento però accadde all’Esquilino, e attribuito a un gesto della Vergine, divinità novella. Lì, sotto il Campidoglio, d’estate, non nevicò mai affatto. E poi, parliamoci chiaro, la neve a Roma è tanto poetica, ma è una mostruosità. Meglio cercare sollievo in una mostra. Potrebbe far piacere visitare quella che si aprirà in ottobre, presso le Scuderie del Quirinale*, che farà rincontrare Augusto duemila anni dopo la sua morte.

NB: Sì, il mais venne importato dalle Americhe solo dopo Colombo ma, dopotutto, anche quella alla base della fondazione della Basilica di Santa Maria Maggiore non è che una leggenda. La neve visita di rado Roma e, quando accade, sembra sempre un miracolo.

Roma di neve. (La lezione)
Sarà che non ci siamo abituati
al tappetino bianco sulla strada,
agli alberi guarniti
come pandori, il giorno di Natale.
Sarà che non mi si apre più il cancello
– ci vuole mezzo litro di sbloccante -,
e se non mi salvasse il giornalaio
sarei ancora qui, a fare foto
al cortile di panna,
alla chiesa che pare
servita dal fornaio.
Sarà che il mondo è bello
e se non fosse per i senzatetto,
che rischiano la pelle alla stazione,
direi: sono felice.
Come quando uscivamo da bambini
alla guerra delle palle di neve,
inneggiando a quel cielo che pensava
a chi non ha imparato la lezione.

Fabrizio Centofanti

(da La poesia e lo spirito)

(Figura straordinaria,) Fabrizio Centofanti è sacerdote diocesano a Roma dal 1996, parroco dal 2005 ed è ideatore e animatore de La Poesia e lo Spirito insieme a Franz Krauspenhaar. Laureato in Lettere moderne con una tesi su Italo Calvino, prima della vocazione sacerdotale è stato collaboratore di Mario Petrucciani nella cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma ed è tra i fondatori della rivista “L’Attenzione”. Numerosi suoi saggi e recensioni sono stati pubblicati su “Letteratura italiana contemporanea”, Rivista quadrimestrale di studi sul Novecento, diretta da Giorgio Petrocchi e Mario Petrucciani e “La Discussione” (Bio tratta dal portale Letteratura Rai).

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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Spoetizzazioni /1 – Spoetizzare Vermeer

21 ottobre 2012

 

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Roma, 20 Ottobre 2012

La guida era un ragazzo bruno, molto preparato, ma soprattutto dotato di quella minima spocchia che gli consente di illustrare i quadri come se ne possegga la sola interpretazione possibile, in virtù di un’intima conoscenza con il pittore in persona. Questo atteggiamento è rassicurante per chi ascolta e si fa portare di sala in sala, sottilmente pervaso da un certo scoramento per il ricordo dei piedi gonfi al termine della volta precedente. Anche oggi Giovanni, così si chiama il bruno, un tipo dall’aspetto monacale, sempre nerovestito e accessoriato con inquietanti monili in acciaio inox rappresentanti strani idoli pagani, Giovanni, dicevo, non ci ha fatto mancare la sua puntualizzazione. “Di Vermeer c’è un buon numero di quadri, setto o otto in tutto” e qui abbiamo strabuzzato gli occhi, ma il mistero è stato presto svelato, il resto della mostra era occupato da tanti altri quadri di pittori fiamminghi coevi del Maestro, “Dico sette o otto perché c’è questa difficoltà di attribuzione di uno di loro, ma io francamente non ho alcun dubbio: non è un Vermeer, ma poi vi dirò meglio.”

Sala per sala, poi , ho appreso in quale modo nel ‘600 fiammingo (borghese florido e acattolico) l’uomo rappresentava la donna. Ad esempio, Eglon Van Der Neer, nella composizione del 1665 erroneamente detta “Ragazza che offre un piatto di ostriche” (la solita simbologia afrodisiaca, ieri come oggi) mostra una fanciulla dall’aria a dir poco ebete che accosta la mano a un piatto con su qualcosa di rotondo. Io mi sono permessa di far notare che con quella faccia aveva poco da irretire uomini anche a colpi di dozzine di ostriche. E, in effetti, Giovanni l’ha confermato, si era trattato di un errore di interpretazione della critica (i soliti porcaccioni): non di ostriche si trattava ma di fette limone accostate a del vino. La simbologia era presto svelata, non era che un invito alla temperanza (ecco il perché di quella faccia da santarella). Infatti, uomini e donne, svolgendo vite molto differenti e del tutto impossibilitati a entrare in contatto in qualsiasi attività quotidiana, avevano ben poco da dirsi o da scriversi durante il corteggiamento. Perciò erano stati sviluppati dei libricini diffusi in entrambi i sessi, specialmente in età puberale, che spiegavano le “regole” della buona conversazione e della composizione delle lettere d’amore. In sostanza, l’uomo doveva tenere un atteggiamento sciolto e mostrarsi davvero interessato a ciò che la donna diceva (pur pensando l’esatto contrario) mentre alla donna conveniva tenere un atteggiamento verecondo: occhi bassi e gambe ben chiuse.

Pratica confermata anche da Gerard Ter Borch che nel 1659 aveva così dipinto (non ritratto, ché i fiamminghi preferivano progettare una composizione a tavolino e usare i modelli solo per le rifiniture) i soggetti dei suoi due quadri speculari: A woman sealing a letter mostra una donna che è l’immagine della compostezza, simbolico anche l’arredamento elaborato e statico. In mano il famigerato libricino rosso (il manuale di scrittura di una lettera d’amore codificata). Ai piedi, un cane addormentato, la fedeltà incarnata. Mentre Officer writing a letter, l’uomo della bambola di prima, è tutto provvisorietà, quiete in equilibrio precario, un cane da caccia nei pressi e arredo scarno. Il segreto era tutto lì: donne al loro posto e uomini in fuga.

Vermeer, nel 1662 ritrae una ragazza che, guardando fuori dalla finestra, siede accordando il suo strumento, ossia preparando i propri sentimenti in attesa di qualcuno. Alle sue spalle una carta geografica molto accurata (l’Olanda era una potenza navale, ma forse anche quello era un simbolo della lontananza dell’amato). Giovanni ha concluso dicendo che la donna, in Vermeer, non è mai del tutto offerta al pubblico, ma celata da oggetti che si inframmezzano tra l’osservatore e il soggetto ritratto*. Il mantenimento di tratti di indeterminatezza, invece di allontanare chi guarda, aumentando il mistero della donna, lo intriga e lo lega ancora di più a lei.

– Il segreto è quello di non dargliela subito.

– Lo diceva sempre mamma.

A me invece non me l’aveva detto mai nessuno. Però.

[continua]

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*) Inframmezzare oggetti: La simpatica signora con la fisarmonica sulla metropolitana di Roma.


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