Posts Tagged ‘Treno’

Due vagoni

29 novembre 2014

 

Drabzeen

Drabzeen

 

Mi divertivano, mi hanno fatto pensare, e ora vi giro due conversazioni colte in treno. Ah, non ero sulla Transiberiana, ma in due distinti e più banali Frecciarossa.

(Un ringraziamento al blog vagoneidiota, leggendo il quale mi è venuta voglia di raccontarle)

 

 

7 del mattino.

Senzafaccia, i cui lineamenti non mi restano impressi, chiede a Cerinobagnato, un calvo dall’aria mogia sui 35 anni, notizie dei suoi affari di cuore. Cerinobagnato premette che la sua lei è una timida, che si erano conosciuti molti anni prima ma che lui non le aveva prestato attenzione. Carina, però…

– Poi ci siamo rivisti, io mi sono accorto subito di Carlotta e, ho saputo dopo, lei pure, di me. Ma ha dovuto fare io la prima mossa, non è una di quelle che prendono l’iniziativa. Ho aspettato che la conferenza finisse e poi mi sono avvicinato. Com’è, come non è, ci siamo trovati bene e ci siamo scambiati i numeri di telefono. Poi abbiamo cominciato a uscire insieme.

Senzafaccia non riesco a sentirlo granché, ricostruisco la sua porzione di dialogo da ciò che gli dice Cerinobagnato. Gli avrà chiesto “Ora a che punto è la storia?”, perché Cerinobagnato risponde:

– Dopo qualche uscita insieme, sai com’è, come non è, abbiamo finto per convivere.

Inizialmente andava tutto bene, solo che a un certo punto mi sono accorto che non funzionava. Con i genitori poi… Una volta, a tavola a casa loro ho avuto un…, no, non abbiamo proprio litigato, ma sua madre si è offesa perché non ero d’accordo con quello che diceva. Da quella volta, guarda, niente, non ci parliamo più. E pure con Carlotta, le cose hanno iniziato a peggiorare. Uno di questi giorni io le dovrò parlare. Non è che non le voglio bene, ma manca quel qualcosa, sai. Lei è sempre carina, però… La scintilla tra noi, in fondo, non è scoccata mai.- fa Cerinobagnato, smorzando del tutto la mia attenzione per lui.

Sette di sera.

Spavaldo e Maschio, bellocci, massicci, dimostrano poco più di una quarantina d’anni. Hanno la voce bassa e un timbro forte, motivo per cui mi arriva lo stesso la loro conversazione. Per non inibirli, collego le cuffie al tablet e me le metto sulla testa ma senza avviare il lettore.

– E mo’ chiamo, vedemo.

– Ma che è, una trans?

– No… ma la conosci, dai. E comunque coi trans non ci vado spesso. Pronto? La signorina Trombardini? Le volevo ricordare che lei domani ha un appuntamento molto speciale, le raccomando quindi un abbigliamento molto, molto particolare.

All’altro capo del telefono gracchia una risata femminile.

– Te sento affaticata, ma che è? T’ho sorpreso in un momento…?

Altra risata.

– Aspetta che te passo ‘na persona, sempre che non sei troppo occupata. Ah! Ah! Ah!

Strano ma vero, si sente ancora ridere.

– Ahò, ma senti chi ce sta! Me riconosci? Stavo pensando de chiamà ‘na bella donna e la prima che m’è venuta in mente sei te. Ma perché non ci vediamo in tre, io te e Spavaldo? No, nun ce passo tramite agenzia, facciamo prima se organizziamo noi. Nun te lo chiedo a te, che se organizzi te, nun affittamo più. Ciao ni’, te ripasso Spavaldo. – Il quale volta un poco le spalle all’amico, incrocia le gambe e inizia a bisbigliare all’apparecchio, coprendosi la bocca con la mano.

È a quel punto che, per correggere il soprassalto di testosterone, faccio partire in cuffia

Jessie Ware – If You’re Never Gonna Move

Dell’infinità del desiderio

6 maggio 2014

Per alcuni giorni sono stata in viaggio tra Milano e Trieste attraversando quattro stazioni, ciascuna col suo aneddoto da asporto, e una quinta appena sorvolata, nell’orbita del pianeta Marte. Seduta di fronte a un uomo mezzo greco, un certo Aghios, un buono a prima vista, che non si domandava se il primo venuto fosse il partito migliore al quale rivelare tanto di sé stesso, e presto o tardi ne pagava le conseguenze. Uno che mi assomigliava, sai. Ma assomigliava tanto pure a te. Di lui ho sentito dire che fosse un perdente. Malelingue. Se dico che mi somigliava, Aghios, e intanto somigliava pure a te, non era altro che uno come noi. E noi vinciamo, questo lo sottoscrivo, inseguendo ostinati la vita.

Così per Anghios, e il viaggio era un pretesto. Lui che non partiva mai, ora viaggiava per “bisogno di vita”, non di altro. Ma “dalla sua gioia e speranza non bisognava escludere del tutto la donna. Era tanto piena quella gioia e speranza che la donna – la donna ideale, magari mancante di gambe e di bocca – non poteva esserne assente”. Così abboccava all’amo di sguardi destinati a lui tanto quanto lo erano al panorama che scorreva alle sue spalle, dietro al finestrino (ma guai “se alle occhiate fosse seguita la parola, si sarebbe corso il pericolo di trovarsi trasportato di colpo da quella patria ideale al bosco più pericoloso”). Aghios contava i propri “tradimenti” già a decine, appena congedato dalla stazione di partenza. La donna ideale “giaceva nell’ombra fusa con molti fantasmi, parte importante degli stessi. Ma la donna non è sempre la stessa nel desiderio” – sono parole sue – “È vero che prima di tutto serve all’amore, ma talvolta la si desidera per proteggerla e salvarla. È un animale bello, ma anche debole, che se si può si accarezza e se non si può si accarezza ancora.

Aghios ambiva a farsi delle amicizie occasionali, lontane dal suo quotidiano, con le quali sfoggiare la propria bonomia e generosità. Si ostinava a difesa della libertà (della quale non conosceva nulla, me ne sono convinta in quel vagone dove ne discorse a lungo tra sé e sé. O forse mi sembrava, i rumori del treno parevano rivelare mozziconi di frasi che solo io potevo decifrare). Avevo una scarpetta che penzolava sulla punta del piede disteso, e Aghios la fissava ipnotizzato, senza trattenere alcun pensiero. Così appresi il senso della sua “libertà”, quella di non amare alcuno, se non “tutta la vita, gli uomini, le bestie e le piante, tutta roba anonima e perciò tanto amabile. Anzi, “- sempre parole sue – “se fra gli uomini non ci fossero state anche le belle donne avrebbe potuto aspettare la morte con la serenità di un santo.

Ma non potei assistere a lungo quel povero diavolo, cambiai carrozza prima che si compisse la fatalità del tradimento al quale correva incontro, stazione dopo stazione. Appresi in seguito che volle farsi amico un febbrile e inquieto giovane, dal quale ricevette confessioni in grado di annebbiare la sua lucidità. E che, al risveglio da un sogno, passata ormai Gorizia, seppe di aver rifiutato la compagnia della propria moglie, come pure quella del giovane e accettato invece quella della ragazza dallo stesso amata. Di averne accarezzato in volo, in preda a grande commozione, “la bellezza del corpo morbido, giovanile … i capelli biondi”, di averla avuta sotto di lui, incapace di allontanarla come avrebbe dovuto, come a volerla proteggere dall’”orrendo spazio … [che] era infinito e perciò quella posizione doveva durare eterna.

Lo interruppe uno schianto, a seguito del quale credette di destarsi, dormire ancora e risvegliarsi a breve, ma a farlo fu soltanto il personaggio Anghios. Italo Svevo, che ne muoveva i fili, invece, restò ferito a morte. A nulla sono valsi i miei tentativi postumi di capire a cosa puntasse l’inizio della frase “Alla stazione di Tries”

Mi sento autorizzata a credere che, anche nel finale, Anghios non avrebbe rinunciato al desiderio. Come faremo entrambi, andando ciascuno verso la propria destinazione.

Corto viaggio sentimentale

Italo Svevo, Corto viaggio sentimentale, Ed. Newton Compton, 2014

 

In pdf QUI

.

Firenze

31 gennaio 2013

image

.

E filano e filano, due donne che parlano. Due vecchie duchesse, forse due badesse, probabile fossero state maitresse. Non smettono e intanto si infila (ma mi ha chiesto “Posso?”) è l’uomo che passa e non resta. Sta dentro il mio spazio soltanto per cedere il passo a chi porta ingombri più grandi di sé. Ecco, visto: l’ho perso di vista e lui se n’è andato, filato, allungato. Verso il suo inconoscibile mondo, ma tanto. Qui oltre i sedili marroni di questi vagoni non resta nessuno. È il destino del treno, perfino a Firenze, la bella dei sogni. La guardo sperando che non se ne accorga. Non scendo, qui resto. D’altronde il mio treno ha ripreso ad andare, si scinde da quella banchina, saluta. Firenze risponde, ma è già periferia. Le brutte casupole gialle accompagnano il fischio toccandosi appena le tegole opache. Che giorno di sole a Firenze, e non resto nemmeno stavolta. Che io odiavo Firenze una volta, e ora non so più chi è. Se da Boboli ancora si vede lontano. E neanche so più se ero io la ragazza con il basco per storto che lassù spergiurava “Io qui non ci torno mai più”. Che oggi, piuttosto, se mi vedo filare Firenze davanti, mi struggo.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: