Guarda e impara

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Ora, giusto un breve inciso:

Torno a casa tardi, tutta soddisfatta della pedalata. Cuffie nelle orecchie e una gran forza nelle gambe. La mia amica dice che quando gira in motorino odia quelli in bici perché sono imprevedibili. Soprattutto quelli che scodinzolano. Ecco, io scodinzolo. Ma felice, felice, di tutta quella forza, quell’energia.

Apro la porta di casa e non faccio in tempo a sistemare la bici sotto la finestra che mi si piazza davanti lei con uno di quei suoi sorrisi trionfanti. “Ho scritto un’altra poesia”, dice, enfatizzando “un’altra“, come se mi mostrasse un trofeo. Sa che gradisco che esprimano le emozioni, le incoraggio sempre quelle due. “Brava, brava”. Mi si piazza davanti ancora a denti scoperti: “Te la leggo?” “Sì, ma fammi sistemare la bici” “Certo!” E si dilegua.

La pieghevole cigola un po’, mi sa che devo ungere qualcosa, non sono tanto esperta  ma dopo la volta della catena non mi preoccupa più nulla. La porto sotto la finestra, nascosta dietro la tenda, sono una madre un po’ fatalista. Il piccolo rischia sempre di sfracellarcisi addosso nei suoi tentativi di imitazione delle corse alla velocità della luce di Superman. (Forse sono solo un po’ stronza, mi sa).

Mi giro e “Ahh!” me la trovo davanti al naso. Precisamente, il suo mento davanti al mio naso, accidenti quanto è cresciuta. “Te la leggo”, e suona come un ordine.
Chiaramente è scritta in russo, finita la lettura parte la traduzione. A metà strada la fermo: “Questa dunque sarebbe una poesia d’amore”. Lei guarda in alto “…Ssì”. “Senza capo né coda, si sente che non hai esperienza”. Stronza. Il giudizio è definitivo.

Ma mica si smonta “E perché? Beh, poi me lo spieghi”. No, una che ha passato quello che ha passato non si smonta per così poco. Continua a leggere, arriva in fondo, e mi lascia senza fiato. Altroché se ha senso.

Вечер у  костра 

Люблю тебя как этот вечер
Слова твои летят как пепел
В костре сливаются огнём
Пока вдвоём мы вместе жрём
Любить тебя мне не причём

La sera durante un falò

Ti amo come questa sera
Le tue parole volano come la cenere
Sul falò si mischiano con il fuoco
Finchè mangiamo  insieme
Amarti non c’è motivo

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Una che ha passato quello che ha passato ne sa, ne sa in materia. Dove non può contare sull’esperienza diretta, l’intuito (allenatissimo) le suggerisce altrettanto bene.
(Fine dell’inciso).

Leggendo Il Post mi sono accorta di questo articolo. Lette, già lette, stralette tante altre volte, notizie così. Seguite da commenti così. So già tutto, come finirà e come reagiremo e di cosa sparleremo. Meno male che ho tanta energia in corpo. Ogni volta, sarò malata io, ogni volta sono argomenti che mi tagliuzzano, schegge che dall’interno si rifanno sentire e spingono per affiorare dolorosamente in superficie.

Sul finire dell’estate, per molti anni, il ritorno del mese di Settembre ha significato strazianti addii negli aeroporti. Paura riflessa dell’abbandono. Rabbia senza sfogo. Repressione. Consapevolezza dell’ingiustizia subita. Incapacità di vedere il futuro. A Settembre non era possibile fare come tutti, riprendere fiato e scivolare progressivamente verso la stagione fredda. La lana, che non era mai stata messa via, tornava subito protagonista dell’abbigliamento. Andava riprogrammata una partenza, un ricongiungimento a breve, e per un breve tempo al quale si chiedeva il massimo del risultato. I rapporti, al di qua e al di là dei confini, cambiavano di nuovo. Di nuovo l’assenza, il bisogno, da entrambe le parti, di attuare sottili mutazioni psicologiche dettate dalla necessità di sopravvivere. Il silenzio improvviso che calava in casa, coperto dal rumore grigio dei preparativi.

Tutto si è concluso, oramai è storia. Il passato si allontana e non è il caso di indugiare nell’inutile ricordo della sofferenza. Però lassù sono nate delle amicizie e so per certo che il facile giudizio e la visione stereotipata che abbiamo noi occidentali sulle vite di quelle persone, non può aiutarle a trovare una via nuova. Credo che i popoli siano permeabili tra di loro. Oggi come non mai. Che se ne faranno di tanta acrimonia espressa dietro i nostri tranquilli schermi di benestanti. Nemmeno ci capiscono: se glie ne parli, il problema quasi non sussiste, almeno per come lo inquadriamo noi. Lo notano il nostro senso di superiorità, e si arroccano in difesa. E diamoglielo questo buon esempio allora, smontiamo le trame banali e odiose dei burattinai occulti. Sogno, sì lo so, ma non per questo lascio cadere a terra la mia responsabilità.

Tempo fa scrissi questa sciocchezza, rientrata in una raccolta antologica dell’editore Perrone* (una scansione, purtroppo non mi ritrovo l’originale).  Una storia appena velata di amarezza. Un linguaggio volutamente stringato. Ricordo che scoprii come la trasfigurazione di ciò che si è vissuto in una vicenda inventata aiuti a far pace con sé stessi. Per non dimenticare, ma soprattutto, per andare oltre.

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*) AA.VV. All’improvviso, in un giorno qualunque, da un incipit di Cristiano Armati. Ed. Giulio Perrone, 2011

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