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Città raccontate: Roma n. 9 – Traffico e biciclette (su Cartaresistente)

25 febbraio 2014

 

Centinaia di ciclabili quasi mai collegate tra loro, itinerari che non prevedono il Centro, se non per tratti limitati, corsie preferenziali pericolose, bike sharing fantasma. La giunta comunale, in carica da quasi un anno, ancora stenta a gestire l’ordinaria amministrazione e appare improbabile che risolva il problema del traffico a breve, malgrado l’attitudine ciclistica esibita dal Sindaco in persona. 

Da ragazzina vivevo in un quartiere “verde” e le mie gambe si prolungavano in due ruote, e così è stato fino all’età della patente. Ho ripreso da due anni a girare in bicicletta per la Capitale. Non è facile, e adotto un compromesso: pedalo fino alla stazione più vicina, poi chiudo la bici a libretto, apro un libro e lo leggo in metropolitana. Quindi scendo, richiudo il libro a bicicletta, torno centauro e ancora pedalo fino a destinazione.
Non male, ma ormai di notte sogno solo ingarbugliati viaggi per treni e per stazioni, mentre una volta sognavo di volare.

Dialogo di un ciclista e di una passeggiatrice

Er Sindaco se sposta in bicicletta,
er traffico nun je va a puntino
(te credo, perché er nome suo è Marino,
fosse Roma, girava su ‘n Arfetta).

Emulo, ‘n tizio, un ber pischellino,
sulla Salaria ha detto a ‘na donnetta:
“Te porterebbe, ma si nun c’hai fretta,
in giro: a te la canna, a me er sellino.”

Quella gli ha fatto segno de scansasse,
-je stava a mannà all’aria la vetrina,
rischiava che nessuno se fermasse-:

“Senz’auto, dalla Cassia all’Ardeatina,
du’ rote servono solo a ‘mpuzzasse:
Rimorchia ’n Centro, ’n pizzo a ‘na panchina”.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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Défaillances

13 giugno 2013

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marc_chagall_tour_eiffel

Le défaillances in questione non riguardano il sesso, e quindi la Tour Eiffel vista da Marc Chagall non è qui a richiamare problematiche più degne di uno spot.

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Dovrei andarci cauta.

Esco da un periodo in cui non ho fatto altro che inanellare figuracce, ero troppo distratta. Ma, a mia discolpa, invoco i testimoni di un’annata bastarda. Sono una creatura fragile, risento degli sbalzi di clima. A me serve stabilità.  Saprà darmela almeno l’alta pressione?

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La giornata si apre, letteralmente, su uno spettacolare cielo spazzato da invisibili correnti calde e benefiche. In borsa ho un libro bellissimo, non dico quale finché non sarà l’ora. Spingo i pedali e mi allontano. Ho rispolverato la maestria di un tempo nel fare i saliscendi dai marciapiedi, e piegarmi in curva, in lieve derapata. Adesso che ho gomiti e ginocchia esposte, mi eccita anche provare il brivido del rischio, non tanto remoto, di sbucciarmele.

Gioisco delle camere d’aria belle gonfie, del battistrada ruvido che morde l’asfalto, dello scrocchio metallico del cambio, che solletico in base alla pendenza del terreno.

I giorni freddi e piovosi sono alle spalle, hanno lasciato tanto verde qui. Gli alberi. Hanno le punte chiare, si sentono più giovani, come me. Le foglie in basso, invece, si sono fatte scure e grassottelle. Godo di questa vista. Il vento muove le fronde di tutte le essenze insieme, mi ricordano il mare. Sembrano foreste d’alghe guardate con la maschera. Vorrei nuotarci dentro.

In discesa, sollevo i piedi dai pedali e apro le gambe, mi metterei a fare acrobazie. L’aria profuma, chi incrocio mi sorride.

Come si fa a pensare? Come si fa a scrivere in momenti come questi? Costantemente svolgo interi temi, mentre le mani e il corpo sono impegnati a occuparsi di altro. Il problema è trovare il tempo e la voglia di organizzarli in forma di discorso.

Quando le nuvole si accorpano contro l’orizzonte, riunite in forme strane, e assorbono i colori della luce, io punto l’obiettivo. Manovro un po’, forse un po’ troppo, tempo un secondo e le forme di prima sono già tutte sfilacciate. Così i ricordi di giorni monolitici. Bisognerebbe che fossi più tempestiva.

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La prendo a esempio: quella di ieri sarebbe stata una giornata da trascrivere così come si è svolta. Tentar non nuoce, potrei farlo anche a posteriori. Chissà.

A scuole terminate il traffico è spompato e debole. Soltanto l’abitudine mi tiene sulla giusta strada, io la seguo. L’abitudine. Così ho la mente libera e posso guardarmi intorno.

Arrivo al lavoro come dopo una vacanza. Mi metto sotto subito, funziono bene, riesco a reggere tranquilla le emergenze. All’ora giusta vado incontro a Johan davanti al solito baretto. Che poi è il terzo che cambiamo dall’inizio delle lezioni di francese. Sarà per questo. Nel suo ultimo messaggio dice che è qua vicino, ma poi resto mezz’ora a cuocere sotto il sole.

Lo vedo, finalmente. Trotterella sulle strisce pedonali con la testa un po’ inclinata e una smorfia sul viso. Alza un braccio nella mia direzione. Mi spiega: aveva equivocato il posto dell’appuntamento e mi aspettava altrove. Telefono spento per défaillance della batteria, hai voglia a tempestarlo di chiamate e messaggi. Ma non importa, tu guarda che giornata.

Sediamo, io col mio succo di pomodoro, lui con la coca in lattina davanti, e cominciamo. Mi passano accanto colleghi che non mi riconoscono, forse sono mimetizzata dentro la falsa immagine di una coppia straniera a colloquio.

E noi, dagli esercizi di grammatica voliamo subito su Parigi. Ripercorriamo i luoghi che conosco, lui mi aggiorna sui loro cambiamenti. Io gli racconto di un tipo. Uno con la madre ricca, ma che aveva scelto di vivere col padre separato, in mezzo ai ghetti neri. Lì aveva fatto esperienza di scontri con la polizia, visto cose che noi umani, eh. E deciso alla fine -a vent’anni- che solo Londra e Parigi fossero degne del titolo di Città. Uno che mi aveva insegnato come si ballava il rap, come si teneva la bottiglia di Corona tra le dita, camminando, come ci si passava il fumo. Caspita, mi fa Johan. E sorride. Se l’ho più rincontrato? Ma no, non meritava proprio. Pare che a Parigi adesso siano molti i ragazzi benestanti che si atteggiano a straccioni, che il rap si sia incancrenito e sia vissuto come una religione da interi gruppi sociali che, nelle banlieue, si abbeverano dalla nascita alla fonte dell’intolleranza.

Questo mi torna in mente ormai sotto casa, a fine corsa, incrociando la nipotina di un ex-preside. È orgogliosa per essere passata dalla prima alla seconda elementare. Tutti promossi in classe sua, ma c’è un bambino che non si comporta bene, dice le parolacce e ruba le cose degli altri “di nascosto”. Mi spiega che è rumeno, quel bambino. Tanto lo sanno tutti che i rumeni sono ladri.

Prima che si allontani con il nonno dal sorriso imbalsamato, intanto che manovro per piegare la mia bici, non posso che dirle, col tono più gentile che riesco, perché è pur sempre una settenne: “Spero che non siano tutti così, magari qualcuno di loro è anche una brava persona, no?” Non mi risponde, gioca. L’ex-preside ridacchia, mah.

Un uomo che passa ammicca: “Ruba le cose di nascosto!” “Perché è rumeno”, gli ribatto. “Fosse italiano lo farebbe allo scoperto”.

Italiani, poveretti, che la crisi mette al tappeto, e ancora si permettono di atteggiarsi a superiori. Ma si capisce. Mentre il paradosso per la Grecia consiste nel tornare allo status di  “Paese emergente”, per l’oscuramento della tv di Stato, io posso ancora entrare in casa e sapere dalla Rai che a Roma, borgata San Basilio, la folla ha linciato gli addetti di un ambulanza in soccorso di un ragazzo accoltellato. Figlio dell’omicida dell’accoltellatore, a sua volta aggressore per futili motivi.

Non c’è pericolo, altro che terzo mondo. Roma è tale e quale a Parigi, in questo.

Ma non riesco a stare, a fare cose, ad ascoltare oltre. Dal balcone si vedono le fronde degli alberi agitate dai soffi lunghi del vento. La sera è accogliente, e proprio non avrei alcuna voglia di pensare. Mi sento così stabile.

Colpa dell’alta pressione, immagino.

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Cambiano i tempi

9 Mag 2013

Una volta, cioè due giorni fa, era tutto diverso. Diversi i gradi in meno, diverso il clima. Pioveva dal cielo a goccioline, come da un annaffiatoio, sulle siepi fiorite di gelsomino che sfioravo passandoci accanto mentre andavo al lavoro. Il giorno si era aperto con la bruma, quello stato dell’atmosfera che tipicamente predispone alla malinconia. Cielo basso, aria grigia, assenza d’ombre. Umidità diffusa, tanto da avere l’impressione che la pioggia si fosse dimenticata della gravità.

Lo devo dire? Io non ero contenta. Mi sarei accontentata di una felicità istantanea, moderna, mordi-e-fuggi, da sfruttare finché c’era, sapendo che sarebbe durata poco. Mi sono stretta nel giaccone e ho fatto partire in cuffia Paul Weller, “You do something to me”.

E il reale è diventato iperreale: la siepe più odorosa, la pioggia più bagnata, la commozione più intensa. È tornata la Primavera, quella della vita, con le stesse fitte dentro al petto perché c’è qualcosa di sconosciuto e tremendo che deve assolutamente realizzarsi e tu cercherai di opporti perché andargli incontro può voler dire correre il rischio di sperimentare qualcosa di ancor più doloroso. Qualcosa che ha avrebbe a che fare con la gratitudine, perché dovrebbe esistere qualcuno che te lo fa dire, qualcuno a cui lo dovresti dire, per tirarlo dentro e farvi avvolgere insieme da quella sensazione. In quei momenti sai che la vita può sembrare di essere tutta lì, che davvero non ci sia bisogno d’altro. È chiaro che è una balla, se superi i vent’anni, se lo fai davvero, lo capisci a suon di porte in faccia. E quindi questi cambi di tempo così inaspettati arrivano come un regalo da scartare da soli, in segreto, e con cautela.

Passano appena un paio di giorni e la bruma è già un ricordo lontano, la nebbia si è sollevata ed è comparso il solleone. Tutti al mare, tutti al mare. No cara, tu resti al chiodo come tutti, intima il demone ordinario. Tranquillo, dicevo per dire, non ci pensavo proprio. Tanto me lo porto dietro, il mio scampolo di straordinarietà. Si chiama bicicletta. Qui, a Roma, tutte buche sampietrini e sensi unici, regno dei motorini e dei pedoni grande dolor. Che sfida.

Ed è trascorso un anno da che sono diventata parte della schiera di anarchici delle due ruote, oggi sono io che faccio invidia agli altri, nei giorni in cui lo sciopero dei mezzi pubblici trasforma in un ciclo epico lo svolgimento della transumanza quotidiana.

Sulla mia Dahon blu pieghevole, trovata d’occasione, che sale con me in metropolitana e insieme a me ne discende, aprendosi come un libro per regalarmi di nuovo la libertà del vento in faccia, di respiri profondi (e che m’importa se l’aria puzza, conta l’idea), di potermi sollevare e guardare la strada dall’alto come se ne fossi la regina. Ho ritrovato i “Ciclomobilisti” che festeggiano sempre oggi il Bike 2 work day” 

Bike2workday2013

I tempi cambiano, tutto resta inquietantemente uguale.

Cambiano i tempi1

L -36

28 aprile 2013

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PieghevolePieghevole

Sembra una bicicletta, invece è un volantino.

Si infila, curva stretto, discende pian pianino.

Lo flette una folata,

Non si spezza, va in volata.

C’è scritto “Vedi di pedalare, ragazzino”.

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Può sembrare un paradosso ma la sparatoria di Palazzo Chigi, le urla da Roma città aperta, tutte le stupidaggini dette prima, durante e soprattutto dopo, mi hanno richiamato il limerick qua sopra, che prende spunto dalla mia bici. Tanto per chiarire, il “ragazzino” non è l’attentatore.

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Le primarie di Roma: eleggiamo il sindaco col TwitBattito #13RM

11 febbraio 2013

Visto che ci siamo….

bici

Quel cervello rettiliano

8 ottobre 2012

Quel cervello rettiliano citato nell’articolo di Sandro Modeo su La Lettura del Corsera e ribattuto molto opportunamente

come terza “Esecuzione pubblica” qui sul blog Delloltreuomo, come lo riconosco. Era predominante nei comportamenti della mia cara nonna, meravigliosa e affascinante, gran cervello, ma anche fumatrice e bevitrice incallita, oltre che continua portatrice di comportamenti estremi che, evidentemente, la facevano sentire bene. Lo è in certe manifestazioni eccessive di mio figlio, il quale benché piccolo, se la cava benissimo con tutti i nuovi media, e ieri dopo essere stato sull’orlo della crisi epilettica con l’ultimo videogioco per telefonino, ha passato e fatto passare a tutti una nottata degna di un horror.

Lo riconosco tanto più in me, nel mio non accontentarmi della stabilità, nel voler cercare qualcosa di più, sempre. E spesso, a rischiare, anche senza avere intenzione di rischiare veramente. Un esempio? Eccolo:

Corriere della Sera, 8 Ottobre 2012

Guarda e impara

18 settembre 2012

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Ora, giusto un breve inciso:

Torno a casa tardi, tutta soddisfatta della pedalata. Cuffie nelle orecchie e una gran forza nelle gambe. La mia amica dice che quando gira in motorino odia quelli in bici perché sono imprevedibili. Soprattutto quelli che scodinzolano. Ecco, io scodinzolo. Ma felice, felice, di tutta quella forza, quell’energia.

Apro la porta di casa e non faccio in tempo a sistemare la bici sotto la finestra che mi si piazza davanti lei con uno di quei suoi sorrisi trionfanti. “Ho scritto un’altra poesia”, dice, enfatizzando “un’altra“, come se mi mostrasse un trofeo. Sa che gradisco che esprimano le emozioni, le incoraggio sempre quelle due. “Brava, brava”. Mi si piazza davanti ancora a denti scoperti: “Te la leggo?” “Sì, ma fammi sistemare la bici” “Certo!” E si dilegua.

La pieghevole cigola un po’, mi sa che devo ungere qualcosa, non sono tanto esperta  ma dopo la volta della catena non mi preoccupa più nulla. La porto sotto la finestra, nascosta dietro la tenda, sono una madre un po’ fatalista. Il piccolo rischia sempre di sfracellarcisi addosso nei suoi tentativi di imitazione delle corse alla velocità della luce di Superman. (Forse sono solo un po’ stronza, mi sa).

Mi giro e “Ahh!” me la trovo davanti al naso. Precisamente, il suo mento davanti al mio naso, accidenti quanto è cresciuta. “Te la leggo”, e suona come un ordine.
Chiaramente è scritta in russo, finita la lettura parte la traduzione. A metà strada la fermo: “Questa dunque sarebbe una poesia d’amore”. Lei guarda in alto “…Ssì”. “Senza capo né coda, si sente che non hai esperienza”. Stronza. Il giudizio è definitivo.

Ma mica si smonta “E perché? Beh, poi me lo spieghi”. No, una che ha passato quello che ha passato non si smonta per così poco. Continua a leggere, arriva in fondo, e mi lascia senza fiato. Altroché se ha senso.

Вечер у  костра 

Люблю тебя как этот вечер
Слова твои летят как пепел
В костре сливаются огнём
Пока вдвоём мы вместе жрём
Любить тебя мне не причём

La sera durante un falò

Ti amo come questa sera
Le tue parole volano come la cenere
Sul falò si mischiano con il fuoco
Finchè mangiamo  insieme
Amarti non c’è motivo

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Una che ha passato quello che ha passato ne sa, ne sa in materia. Dove non può contare sull’esperienza diretta, l’intuito (allenatissimo) le suggerisce altrettanto bene.
(Fine dell’inciso).

Leggendo Il Post mi sono accorta di questo articolo. Lette, già lette, stralette tante altre volte, notizie così. Seguite da commenti così. So già tutto, come finirà e come reagiremo e di cosa sparleremo. Meno male che ho tanta energia in corpo. Ogni volta, sarò malata io, ogni volta sono argomenti che mi tagliuzzano, schegge che dall’interno si rifanno sentire e spingono per affiorare dolorosamente in superficie.

Sul finire dell’estate, per molti anni, il ritorno del mese di Settembre ha significato strazianti addii negli aeroporti. Paura riflessa dell’abbandono. Rabbia senza sfogo. Repressione. Consapevolezza dell’ingiustizia subita. Incapacità di vedere il futuro. A Settembre non era possibile fare come tutti, riprendere fiato e scivolare progressivamente verso la stagione fredda. La lana, che non era mai stata messa via, tornava subito protagonista dell’abbigliamento. Andava riprogrammata una partenza, un ricongiungimento a breve, e per un breve tempo al quale si chiedeva il massimo del risultato. I rapporti, al di qua e al di là dei confini, cambiavano di nuovo. Di nuovo l’assenza, il bisogno, da entrambe le parti, di attuare sottili mutazioni psicologiche dettate dalla necessità di sopravvivere. Il silenzio improvviso che calava in casa, coperto dal rumore grigio dei preparativi.

Tutto si è concluso, oramai è storia. Il passato si allontana e non è il caso di indugiare nell’inutile ricordo della sofferenza. Però lassù sono nate delle amicizie e so per certo che il facile giudizio e la visione stereotipata che abbiamo noi occidentali sulle vite di quelle persone, non può aiutarle a trovare una via nuova. Credo che i popoli siano permeabili tra di loro. Oggi come non mai. Che se ne faranno di tanta acrimonia espressa dietro i nostri tranquilli schermi di benestanti. Nemmeno ci capiscono: se glie ne parli, il problema quasi non sussiste, almeno per come lo inquadriamo noi. Lo notano il nostro senso di superiorità, e si arroccano in difesa. E diamoglielo questo buon esempio allora, smontiamo le trame banali e odiose dei burattinai occulti. Sogno, sì lo so, ma non per questo lascio cadere a terra la mia responsabilità.

Tempo fa scrissi questa sciocchezza, rientrata in una raccolta antologica dell’editore Perrone* (una scansione, purtroppo non mi ritrovo l’originale).  Una storia appena velata di amarezza. Un linguaggio volutamente stringato. Ricordo che scoprii come la trasfigurazione di ciò che si è vissuto in una vicenda inventata aiuti a far pace con sé stessi. Per non dimenticare, ma soprattutto, per andare oltre.

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*) AA.VV. All’improvviso, in un giorno qualunque, da un incipit di Cristiano Armati. Ed. Giulio Perrone, 2011

Neanche io ci credo

3 agosto 2012

Certo che la vita, a volte. Lo dicevo l’altroieri a Sara, ci sono vite che nemmeno a inventarle. E lei mi rispondeva: infatti io penso che sia molto meglio inventarle. Eppure, con queste vite vere che diventano giorno per giorno sempre più ingarbugliate, anche quando in apparenza se ne stanno ben piombate sul fondo, che ci dovremmo fare? E poi, ieri è tornata Sara a chiedermi, tu ci credi? Ma no che non ci ho mai creduto. Tu ci credi? Mi rimbalzava in mente la domanda, Tu ci credi? Ma no, ho ripetuto, no. Solo che ora, con l’età, mi dico “non si può essere così tanto manichei. Parlo della questione che ha sollevato giusto ieri, poco prima di pranzo.

Una mail dal titolo “NO COMMENT”, in lettere maiuscole -e questo particolare già è bastato a mettermi in allerta-. All’interno, soltanto un link:

http://27esimaora.corriere.it/articolo/amicizia-uomo-donna-io-non-ci-credo/, e nulla più.

Che vorrà dirmi? Mi sono domandata. Ma, prima di fare pressione sul tasto canc -cosa che faccio sempre, quando trovo nella posta in arrivo mail scritte nello stile Distratta Disinvoltura Giovanile-, ho pensato bene di dare un’occhiata alla pagina alla quale rimandava il collegamento: Un articolo di Antonio Pascale, in forma più o meno narrativa, che tratta dell’amicizia tra uomini e donne. Seguito, al solito, da una valanga di commenti che sfiorano la rissa.

“Ah.” Ho fatto tra me e me, leggendo. E poi, subito dopo, “Mah”.

Un dialogo tipicamente intenso con il mio subcosciente. Però, e qui viene il bello, ieri ho aggiunto: “Mi ricorda un paio di freddure”

(A volte mi sento un po’ come Homer Simpson: almeno nel primo quarto d’ora in cui m’impegno a pensare ad un argomento nuovo immagino che si materializzino sopra la mia testa fumetti con ciambelle. È imbarazzante, perché alcune di queste volte ho l’impressione che la gente mi guardi storto, come se le ciambelle fossero visibili anche dall’esterno.

In questo caso, sopra di me ho sentito materializzarsi delle ciambelle-barzellette, che sono andata subito a recuperare qui:

 1)

Un giorno mi chiamò una ragazza a casa dicendomi:

“Vieni subito a casa, che non c’è nessuno”

Quando arrivai a casa sua non c’era nessuno.

2)

Un giovane vede una ragazza per strada e senza conoscerla si avvicina e le dice:

“A vederla sorridere, mi viene voglia di invitarla da me!”

E lei indignata: “Ma come si permette! Lei è un vero insolente!”

“No, signorina, sono un dentista!”)

Un altro breve inciso, posso?

– “Breve”, detto da te, vuol dire che posso andare a farmi la manicure e pure una seduta di shiatsu, e quando sarò tornato ti troverò ancora qui che filosofeggi a cavolo – perché tu sei un’ignorante, non negarlo- e quando mi vedrai arrivare, mi lancerai un’occhiata supplichevole affinché ti offra una sponda che ti aiuti a tirarti fuori dal gorgo nel quale ti sei infilata. O no?

– Demone, ti si è sbeccato lo smalto.

– Che amica sei, grazie di avermelo detto. Accidenti però, chiamo subito l’estetista.

– Demone, una cosa.

– Sì?

– Tu sei uomo o donna?

– E tu, com’è che alla tua età sei ancora tanto manichea?

– Io manichea? Macché, giusto poco fa stavo dicendo…

– Pronto? Silvana cara, hai mica uno spazietto per rifinire il gel, diciamo tra le quindici e le venticinque?

Via col secondo inciso, allora:

(Giusto così, tanto per ricordare che, stando a una statistica dell’ONU del 2010,

Nel mondo ci sono circa 57 milioni di uomini in più rispetto alle donne. Nel 2010, alcune aree registrano un’evidente “carenza” di uomini, mentre altre di donne. In generale, l’Europa è la zona che vanta più donne rispetto agli uomini. Al contrario, in alcuni dei paesi più popolati si osserva una carenza di donne. Ad esempio la Cina presenta un rapporto di 108 uomini su 100 donne, l’India di 107, il Pakistan di 106 e il Bangladesh di 102.

E che la maggior parte di queste donne vivono molto al di sotto della soglia di povertà. Molte, in rapporto al numero complessivo, sono bambine -senza dare troppi numeri, consideriamo il fatto che l’aspettativa di vita è di 45,9 anni nella Repubblica Centroafricana contro gli 82,7 anni in Giappone), e quindi l’età media è molto bassa-. (Vi potete divertire inserendo date di nascita reali o fittizie su http://www.7billionandme.org/ e vedere che risultati escono fuori).

Tratta connection, un reportage che la giornalista Chiara Caprio ha scritto per Vita Magazine, in cui racconta l’inchiesta realizzata con la troupe di Al Jazeera (documentario in finale nella sezione internazionale del premio Ilaria Alpi) sul traffico di donne tra Italia e Nigeria, inizia, guardacaso, con il funerale di una bambina a Castel Volturno, sul litorale domizio, quello stesso litorale descritto ne “La città distratta”*.

Nel reportage è denunciata “l’altissima richiesta di prostitute da parte dei maschi italiani”, che genera un terreno fecondo per la crescita delle relazioni (inizialmente di incontro/scontro, l’articolo ricorda la “guerriglia del settembre 2008, quando diverse centinaia di immigrati scesero in strada abbandonandosi ad atti di teppismo per vendicare il massacro di sei africani compiuto dalla banda di Giuseppe Setola, braccio armato del clan dei Casalesi.”) tra la  tra criminalità organizzata nigeriana e italiana.

Quanto alle italiane, di nascita e di lignaggio, non posso sopportare di sentire a ogni piè sospinto che le donne devono tornare ad essere “quelle di una volta” (e “se vogliono un uomo come quelli di una volta”, per di più). Che di relazioni sullo stampo “di un volta” ce n’é ancora a bizzeffe a questo mondo, e soprattutto in terra italica.

Ah, tra parentesi, andiamolo pure a chiedere alle settanta-ottantenni di oggi com’erano le relazioni tra uomini e donne prima del fatidico ’68. Facciamocelo un giro, che loro non aspettano altro che di venircelo a raccontare.

Io, invece, che arrivo dopo di loro, da quando ho imparato a reagire agli schiaffi della vita, mi sono guadagnata l’appellativo della donna forte.

Mia mamma però, che è della vecchia guardia, mi ha istruito per tempo. Appena ho sviluppato mi ha comprato trucchi, minigonne e scarpe col tacco, e in ogni occasione non ha mancato di dirmi: Figlia mia, tu non sei cretina (detto da lei è un complimento commovente), sbatti bene le ciglia quando i maschietti ti parlano e fa’ in modo che non se ne accorga mai nessuno che hai un cervello, o ti ritroverai che, mentre davanti ti dicono “Quanto sei forte, tu”, intanto te lo infilano nel c. Mhm. Però mi sa che sbaglio, questa battuta era tipica di mia nonna -che non solo era forte davvero, ma aveva proprio le palle. E quando non li massacrava di insulti, era capace di irretire fatalmente perfino i miei “amici” maschi-. Comunque, il concetto espresso da mia madre era lo stesso.

E poi, sentite, ho appena lasciato dopo un caffé Cassandra, la quale mi ha annunciato con occhi da martirio che quest’anno passerà tutta da sola il Ferragosto. “Sono solo pochi giorni, la utilizzerò come occasione di crescita. Magari andrò in chiesa. E poi, io sono una donna forte”. E intanto, mentre parlava, le scendevano tante di quelle lacrime a coprire il suo bel sorriso, che non so come ho potuto frenarmi dall’abbracciarla, invece di lasciarla lì impalata in mezzo al corridoio a scorrere ditate veloci lungo le guance. Eccolo qua, il destino delle donne forti.

Sempre per amor di verità ricordo che ci sono donne e donne. Per esempio, ci sono le donne omosessuali. Ci sono donne che nascono in corpi di uomini. Ci sono eh, ne conosco, e ogni giorno vivono e camminano tra noi. Teniamole presenti queste variazioni sul tema. Che poi sono quelle che fanno davvero la differenza.

Ho fatto queste premesse doverose per dire che, per me, i rapporti uomo-donna non si possono osservare soltanto dal punto di vista privilegiato e forse un po’ annoiato di noi bravi occidentali normosessuati. Proseguo con l’argomento principe, va’.)

…“e mi ricordo pure di un post non recentissimo”, che ho recuperato e provveduto ad inviare a Sara, con il commento “Già letto”, augurandomi che almeno desse un’occhiata, perché è molto più bello dell’articolo. Pensavo che il mio tracotante sfoggio di competenza sui temi pascaliani avrebbe chiuso lì l’argomento, ma mi sbagliavo.

Sara ha iniziato a mandarmi mail a raffica, circa una ogni tenta secondi, e ciascuna contente un commento stizzito e lapidario. E siccome cominciavo a stizzirmi anch’io (complice il clima, l’ambiente lavorativo e, non ultimo, l’affronto a una delle mie muse), ci ho dato un taglio e l’ho invitata a pranzare con me.

Va detto che uscire fuori nella canicola dopo ore trascorse nel frigorifero aziendale non era stata esattamente una grande idea. Ma nel momento in cui, dopo la prima pedalata, ho sentito tutti i vestiti volare all’indietro e una corrente, ancorché calda, sventagliarmi tutta attorno a naso e mento, ho iniziato a sorridere da sotto il casco e non ho smesso di farlo fino ai margini di Villa Borghese dove, appoggiata a una delle colonnine all’ingresso del Bioparco, c’era lei ad aspettarmi accanto alla sua bici già tutta ripiegata. Sara è afflitta da una fame prodigiosa.

– Sto per svenire, – è stato il suo saluto, e non ha aggiunto altro finché non ha dato il terzo morso al suo hot dog.

Allora la questione ho iniziata a prenderla un po’ alla lontana:

– Senti, Sara, pensavo… Chissà poi perché mi è venuta in mente questa cosa?

– Che cosa? – Ha bofonchiato lei, con le guance da castoro tutte imbrattate di senape.

– Secondo te, che cosa siamo noi? Non so: conoscenti, amiche di bicicletta, due persone simpatiche che si fanno solo compagnia di tanto in tanto? Due potenziali amiche vere? Ma, in questo caso, cosa mancherebbe ancora perché la nostra amicizia spicchi il volo? Qual è la tua opinione? Dimmi, dimmi.

– Intanto dovresti cercare di uscire un po’ di più. Sei tutta casa e lavoro. Poi, se son rose fioriranno.

– Usciresti una sera insieme a me?

– Perché no?

Finalmente. Un’amica. Un’amica che si rende libera per me. Starò sognando, mi sono data un pizzicotto, sembrava doloroso. Ma non ne sono sicura, ultimamente non sono certa di sapermi districare tra il sogno e la realtà. Ad ogni modo io ci ho creduto. Al sogno.

– Tesoro, sono tornato, ancora blateri?

– Magnifica french.

– Dici? Sssì… E tu, quanto ti curerai un po’ le unghie?

– Demone, le mie sono mani che lavorano.

– Ah già: tu sei una donna forte.

– Cazzo, ancora questa storia! Ti tiro una scarpa se non te ne vai subito.

– Ma certo cara, vado, tra cinque minuti ho lo shiatsu.

Che disastro, io mi maledico/

Ho scelto te, un demone, per amico

– Ti ho sentita.

– Corri, sennò ti passa avanti il cliente successivo.

Il fatto che Sara abbia abbandonato le sue riserve e deciso di unirsi alla banda sempre più numerosa dei ciclisti di città, e quindi possiamo dire a ragion veduta che, oltre alla simpatia reciproca, abbiamo qualcosa in comune, sta comportando un aumento delle nostre occasioni di incontro. E l’amicizia, dicono, come l’amore, si nutre di vicinanza, anche fisica. Ieri, ad esempio, dopo cena ci siamo incontrate di nuovo. Anche se, va detto, stavolta siamo arrivate in macchina dai poli opposti della città. Ma il secondo giorno di agosto era una data propizia alla facilità di parcheggio.

Il locale era poco affollato, soltanto che, in un angolo, avevano piazzato un enorme maxischermo dal quale non abbiamo potuto fare a meno di seguire la Vezzali nella conquista dell’oro per l’Italia.

– Due birre rosse, grazie. Scusa Sara, non sento niente, che cos’hai detto prima?

– Ho detto,- ha scandito pazientemente Sara con un uso magistrale del labiale, – che lo ha postato un mio amico, su Facebook.

– ah, un amico-su-Facebook. Ecco la base che mi manca, il social network.

– Ma che hai capito? Noi siamo amici veramente. È il fratello di un mio ex. Ci sono i nostri commenti sotto l’articolo.

– Li ho letti tutti, i commenti, e sono impietosi.

– Invece io ho scoperto con dolore che c’è molta gente che la pensa come Pascale.

Con dolore…, ma dai.

– Vedi, mi infastidisce perché a questo punto mi chiedo cosa dovrei farne di tutti i miei amici maschi, verso i quali non ho mai nutrito interesse sentimentale e/o sessuale. Davvero, che ne faccio? Smetto di considerarli amici? Ci provo anche se non mi piacciono?

– Sarà, ma invece io sono rimasta colpita da come, per l’ennesima volta, si sia consegnato con tanta tranquillità al linciaggio della folla.

– Però se fai una domanda cerca almeno di seguirne la risposta.

– Giusto. Sono tutta orecchi.

– Comunque:  tu ci credi o no?

– Non ci ho pensato mai. Vediamo. Ho un amico gay, ho un amico marito (quindi la componente sessuale è annullata), poi… A dire il vero nei confronti di altri uomini io avverto sempre uno strisciante senso di pericolo.

– Ah beh,  allora in realtà confermi la teoria di Appì.

Appì? … Assì. No,  è solo la mia esperienza di vita, ma non pretendo assolutamente di prenderla a modello universale.

– Ma infatti lui dice: “Io non ci credo”

– Lui dice: faccio fatica a credere a una tipologia di storie che sempre più spesso ascolto, e dice pure Ah, come vorrei capire, e mannaggia non ce la posso fare.

– Capperi, tutto mandato a memoria?

– Ma no, sto improvvisando, di sicuro non ricordo bene. Comunque, tutta ’sta polemica… Basterebbe avvertire chi legge con un alert, del tipo: “Attenzione: in questo testo  sono presenti opinioni del narratore organizzate in funzione  delle teorie e regole precedentemente esposte in diversi documenti pubblicati negli anni dallo stesso autore, e ai quali si rimanda per ulteriori approfondimenti“.

– Mah, senti. A me pare che dica cose banalotte e che l’esempio che porta non sia calzante. Per esempio: se la tizia dell’esempio la pensasse come il tizio, cioè volesse solo ’n’amicizia, allora non sarebbe più così possibile, giusto? E perché una cosa del genere non dovrebbe poter capitare?

– Io, ti ripeto, ho difficoltà a restare da sola con un uomo in qualche ambiente isolato ma, sai, tredici anni ho iniziato a dovermi difendere dai compagni di classe che mi volevano toccare le tette per vedere se erano vere. Ho avuto questo imprinting. Sul caso specifico posso solo commentare -tanto commenta chiunque- che so per certo che esiste una tipologia di uomo, anche molto diffusa, denominata “Servi della Gleba”, alla quale probabilmente appartiene il protagonista del racconto di Pascale, che davanti a una strada tutta spianata e in discesa nemmeno gli s…

– S…

– S… si… capisci?

– S-sì… no. S… servi de che?

– Hai dieci anni meno di me, mi rendo conto. Però io sono al passo, sai? Vedi, ti invio subito subito un video. Che dico un video, due video, guarda qui, ciò lo smartfono, vedi, li trovo su Youtube, ecco. Te l’ho inviati.

1) Elio e le Storie Tese – Servi della gleba

2) link

– Grazie, magari dopo me li guardo (che matusa).

– Le introduzioni, soprattutto, ti raccomando, e poi quella parte dove Elio dice “L’ho convinta a ritornare con lui” Ah! Ah! Ah! Divertentissimo.

– Ecco, magari dopo, sì.

 Una breve interruzione perché ci avevano portato le birre. Anche ieri sera la mia sembrava acqua fresca. E poi siamo ripartite:

– Senti, ma veniamo all’esempio di Pascale, …

– Non è calzante.

– Se, per assurdo, conosci un tizio a una festa, vai a casa sua pensando che farà solo l’amico?

– Ma dai, uno che t’invita a casa la sera stessa che ti conosce è proprio difficile che voglia parlare di libri! Mai incontrati tizi così. Magari la tizia si è fatta dei film. Che amicizia è se non c’è chiarezza? Ci vorrebbe anche la versione di lui, ma non c’è…

–  Certo! Ecco perché! Gliel’ha raccontata una donna che ha dato la sua versione edulcorata ma si è dimenticata di  parlare dei dettagli: dei suoi denti storti, dell’alito puzzolente, o altri “difettucci”.

– Ah!Ah!Ah! Può essere.

– Oppure, del fatto che lei (nota: trentenne) entro i primi cinque minuti gli ha parlato del suo desiderio di famiglia (che far accettare questo a un uomo è un arte raffinata: richiede dedizione, perseveranza e tempo).

– O magari lui è gay e non glielo ha detto perché aveva dato per scontato che la gallina se ne fosse accorta da sé.

– Bah, in quel caso lei è davvero una gallina. E comunque tu, Saretta, ci credi?

– Te l’ho già detto: Sì che ci credo.

– Allora, fammi degli esempi tuoi, concreti.

– Da circa sette mesi ho un’amicizia molto stretta con un uomo. Con lui nessun problema, e poi è fidanzato da anni. Ma siamo solo amici, anche se è vero che non lo prendo in considerazione come uomo, anche perché è l’ex fidanzato di una mia amica molto stretta, e per me gli ex delle amiche sono asessuati.

– E in che termini siete amici? Vi vedete? Dove? Come? Diamo una speranza a Pascale.

– Ci vediamo, in gruppo o da soli.

– Di cosa parlate?

– Ci confidiamo le nostre cose, parliamo di tutto. Quando mi sono lasciata con il mio ultimo fidanzato lui mi ha aiutato tanto.

– Quindi parlate di cose tipo amore.

– Parliamo “anche” d’amore e persino di SESSO! Scandalo!

– Ma: sport, letture, bricolage? Cose in comune di cui parleresti con un’amica donna?

– Lui va in bici, tanto per cambiare.

– Scusa se te lo domando, Sara, ma tu hai amiche donne (io pochissime, non arrivano nemmeno a due, ma tante simpatiche conoscenti)?

– Sì, ho delle amiche donne. E anche altri amici uomini ma o sono gay o abbiamo avuto storie o storielle in passato, quindi non te li porto come esempi. E anche se poi con X. c’è stata una cosetta quattro anni fa, poi più nulla, perché la nostra amicizia dovrebbe essere considerata da meno?

Non so che pensare, la serata si è conclusa così. Non ci siamo mosse dalle nostre posizioni. Anzi, io sono tornata a casa rafforzata nell’idea che l’amicizia (non la semplice frequentazione da conoscenti), sia una variante dell’amore. L’amore privato dell’aspetto sessuale. E che qui stia la radice del problema del genere.

Stamane ne ho parlato con i miei colleghi. Per la cronaca: tutti della mia idea, eh. E quando ho fatto per tornarmene alla scrivania, uno di loro che conosco da dieci anni, molto carino, simpatico, sposato nonché padre, mi ha fatto:

– Allora, io e te non siamo amici?

– A questo punto direi di no.- Gli ho risposto ridendo.

– Meglio così, non credi?

– Meglio? –, Sono caduta dalle nuvole, – Meglio perché?

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PS.

Chiedo scusa se ho urtato la suscettibilità di persone molto salde nelle proprie convinzioni ma, al tre di agosto, col caldo che c’è, per me l’argomento si riduce più o meno a una mera questione di chimica. Se ne riparlerà in autunno. Forse.

Rod Stewart – Da ya think I’m sexy

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(Grazie a Sara, che dietro lo pseudonimo esiste per davvero ;-))

*) Antonio Pascale: Ritorno alla città distratta – Ed. Einaudi – Stile libero, 2009

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Dubbio vs Dogma: la leva dei grandi numeri

22 giugno 2012

Le strade dell’età moderna sono diventate di esclusivo appannaggio delle automobili. Eppure, oggi che c’è lo sciopero dei mezzi, all’ultimo semaforo prima di arrivare al lavoro ho contato una ventina di auto, due autobus, cinque o sei motorini e, oltre la mia, altre tre biciclette che si sono guadagnate il pieno diritto ad occupare metà della carreggiata anziché strisciare contro le macchine in sosta sperando che non venga aperto lo sportello proprio mentre le si affianca in corsa. Per la contentezza ho attraversato la strada sollevata dal sellino con la coda alta, come un gatto che viene accarezzato sulla schiena.

– Basta, ce li hai fatti a peperino co’ ’sta bicicletta!

– Stavolta è l’ultima, giuro. Ma adesso fatti in là.

Ne parlavo ieri con una signora (una delle tante persone che quotidianamente mi fermano per capire la fattibilità dell’acquisto di una pieghevole come la mia) che lamentava l’assenza di piste ciclabili. Io le ho ribattuto, convinta, che se ci raggiungeva anche lei, prima o poi avremmo realizzato una massa critica tale da obbligare l’amministrazione municipale a prendere le opportune misure per regolare il nuovo modello di traffico. I grandi numeri hanno (anche) questo potere.

Grandi numeri ne fanno pure le comunità dei bloggers (però mi sto accorgendo che sono tribù un tantino chiuse, eh). Da che li conoscevo solo superficialmente, mi sono messa a frequentarli, i blog. Ci sarebbe da perderci le giornate, per fortuna vengo richiamata al mondo reale in ogni momento e quindi riesco a ancora a non perdermi nella rete. Ma ce ne sarebbe.

A volte mi scappano ricerche random (come quella volta del “vento tra i capelli”) e oggi mi è capitato di imbattermi, digitando “genio e sregolatezza” nella piccola polemica suscitata dalle affermazioni fatte poco più di un anno fa da Mirko Tondi, autore per il blog “Sul Romanzo”, che si è lasciato sfuggire “non si può che condividere un’affermazione del genere”, dopo l’esordio “Non esiste grande genio senza una dose di follia. No, non l’ho detto io. È una frase di Aristotele […]”. Polemica evitabile (detto in amicizia, Mirko): sarebbe bastata una veloce ricerca in rete, e avrebbe trovato  fondamenti scientifici alla propria intuizione empirica. La conferma che gli serviva stava negli esiti di una ricerca condotta dalla Semmelweis University (che non è inventata, si tratta di un’emerita istituzione ungherese), pubblicata su Psychological Science  riportata un anno e mezzo prima da Salute 24 (“c`è un legame genetico tra psicosi e creatività”).

Oggi si può almeno tentare di verificare la correttezza di ciò che affermiamo (scripta manent e la cosa mi mette i brividi). Bertrand Russel invece, poverino (per quanto la vita l’abbia tirata il più possibile per le lunghe, è morto a 98 anni), non aveva accesso ad Internet, ma se anche l’avesse avuto non ne avrebbe tratto vantaggio: il problema non era ancora stato studiato sotto l’aspetto genetico. Allora si ingegnava (per così dire) con la speculazione filosofica quando diceva “In ogni schema ordinato tendente a comporre il modello della vita umana è necessario introdurre una certa dose di anarchia” (più o meno un altra definizione di genio e sregolatezza).

Luca Massaro, un ragazzo colto, sensibile e a mio parere spesso geniale (ma anche piuttosto sregolato: segue il modello Un tal Lucas*, creato da Julio Cortazàr, da cui il –pure geniale- titolo del blog che gioca con l’alter ego dell’autore), a sua volta elegge Russel a suo modello nel post pubblicato poche ore fa. Ne cita la convinta propaganda dell’atteggiamento agnostico in contrapposizione con quello fideistico che accomuna gli esseri umani quando si accorpano sotto il generoso ombrello dei grandi numeri (“destinati all’adorazione”). Con questo post Luca conferma la sua poliedricità (e lo fa da cinque anni, viva la costanza) collezionando nel giro di ventiquattr’ore una (bella) poesia, una twittata sferzante diretta al Cardinal Ravasi, e il giro che ho descritto, fatto in compagnia di un proprio demone (un fetentone molto affine ai miei), in territorio filosofico-sociologico. Dove si pone il problema, per tentare di sanare “i nove decimi dei problemi che affliggono le masse”, di come indurre quest’ultime ad un atteggiamento agnostico.

Non so, io proverei a cambiare tattica. Ti consiglierei, Luca, di provare a incuriosirli uno per uno, mostrandogli i vantaggi dell’agnosticismo con il tuo esempio pratico, fino a raggiungere la massa critica necessaria e poi sfrecciare insieme… come ciclisti gregari in fuga.

– E come?

– Ci vuole un po’ di fantasia, demone, dai.

– Aspetta che mo’ ci penso.

  

  Paolo Conte – Boogie

*) Julio Cortazàr, I Racconti  Ed. Einaudi, 1994

**) Bertrand Russell, Saggi scettici Ed. TEA, 2004

Cambiano i tempi

10 Mag 2012

Una volta, cioé due giorni fa, era tutto diverso. Diversi i gradi in meno, diverso il clima. Pioveva dal cielo a goccioline, come da un annaffiatoio, sulle siepi fiorite di gelsomino che sfioravo passandoci accanto mentre andavo al lavoro. Il giorno si era aperto con la bruma, quello stato dell’atmosfera che tipicamente predispone alla malinconia. Cielo basso, aria grigia, assenza d’ombre. Umidità diffusa, tanto da avere l’impressione che la pioggia si fosse dimenticata della gravità.

Lo devo dire? Io ero contenta. Di una felicità istantanea, moderna, mordi-e-fuggi, da sfruttare finché c’era, tanto lo sapevo che sarebbe durata poco. Mi sono stretta con soddisfazione nel giaccone e ho fatto partire in cuffia Paul Weller, “You do something to me”. 

E il reale è diventato iperreale: la siepe più odorosa, la pioggia più bagnata, la commozione più intensa. È tornata la Primavera, quella della vita, con le stesse fitte dentro al petto perché c’è qualcosa di sconosciuto e tremendo che deve assolutamente realizzarsi e tu non solo non ti ci opporrai ma cercherai ad ogni costo di andargli incontro. Qualcosa che ha a che fare con la gratitudine: “mai sentita così bene, mai trovata tanto sana, mai avuto più fortuna”, come cantava ai suoi tempi Mara degli Ustmamò, e tutto questo perché esiste qualcuno che te lo fa dire, qualcuno a cui lo devi dire, per tirarlo dentro e farvi avvolgere insieme da quella sensazione. In quei momenti la vita sembra tutta lì, sembra che davvero non ci sia bisogno d’altro. È chiaro che è una balla, se superi i vent’anni, se lo fai davvero, lo capisci a suon di porte in faccia. E quindi questi cambi di tempo così inaspettati arrivano come un regalo da scartare da soli, in segreto, e con gratitudine.

Passano appena un paio di giorni e la bruma è già un ricordo lontano, la nebbia si è sollevata ed è comparso il solleone. Tutti al mare, tutti al mare. No cara, tu resti al chiodo come tutti, intima il demone ordinario. Tranquillo, dicevo per dire, non ci pensavo proprio. Tanto me lo porto dietro, il mio scampolo di straordinarietà. Si chiama bicicletta. Qui, a Roma, tutte buche sampietrini e sensi unici, regno dei motorini e dei pedoni grande dolor. Che sfida.

Era da un po’ che avevo notato quegli anarchici delle due ruote, mi facevano particolarmente invidia nei giorni in cui lo sciopero dei mezzi pubblici trasforma in un ciclo epico lo svolgimento della transumanza quotidiana.

Tanti anni, che dico? Tantissimi anni fa, ho vissuto a San Francisco per circa un mese e un bel giorno sono stata travolta dalla critical mass, un’orda di matti scocciati che mensilmente bloccavano, in senso letterale, la città sfilando in bici nella maniera più colorata e rumorosa possibile. San Francisco, non so adesso, ma nel novantasei, mentre ero lì, era un posto dove se mancava la corrente e si spegnevano i semafori, vedevi le Drag Queen coi loro parrucconi, le zeppe e tutto il resto mettersi in mezzo alla strada a dirigere il traffico ballando sulla pedana del vigile urbano (o come si chiama lì) come se si trovassero sul cubo in discoteca. Potevi entrare in un negozio di dischi e avere un incontro ravvicinato con le chiappe dal tuo vicino messe in bella mostra attraverso due buconi praticati nei pantaloni di pelle (certamente umana). Dove negli ospedali era consentito l’ingresso a delle vecchine che portavano torte alla marijuana ai malati terminali di cancro, perché la marijuana, per chi non lo sapesse, è un potente antidolorifico.

Altri anni addietro, invece, ma non tanti come quando stavo a San Francisco, ho passato qualche giorno a Cagliari dove Pietro, il mio amico clown scientifico  mi mostrò una città diversa da tutte le città italiane dove, tra l’altro, suo padre faceva parte della critical mass locale. Descrisse le difficoltà ma anche l’orgoglio per la sua azione civilizzatrice, che i più vedevano soltanto come una gran scocciatura. Ed eravamo a Cagliari, mica a Roma.

La bicicletta l’ho sempre usata fin da bambina, ci andavo anche a scuola qualche volta, lungo via Cristoforo Colombo fino ad Ostia. Ma negli anni, mentre io diventavo sempre più automobile-dipendente, nei centri lontani dal nord-est, come quello in cui vivo, averla è diventato un optional, una pratica radical chic per privilegiati. Finché non ho abbordato un ragazzetto, uno pressappoco della mia generazione, insomma, non sottilizziamo. È salito in metropolitana col caschetto sotto braccio e per mano un agglomerato arcano del quale si intuiva fossero parte raggi, gomme, tubolari e cavi. Quando ha risposto con una parlantina sciolta alla mia richiesta di informazioni, mi sono resa conto di come sia fragile la barriera che separa gli uni dagli altri nello spazio urbano. Una barriera tanto più alta quanto più la vita delle persone si somiglia, ma che crolla giù non appena si esce dai binari dell’ordinario. Curioso. Così ho preso appunti, non si sa mai, su marche, modelli e su chi li rivendeva usati, quegli strani aggeggi. Poi è passato del tempo e l’appunto è rimasto lì, sommerso da una marea di altri, di volta in volta sempre più importanti.

Ora, saranno dieci giorni, in pista ci sono anch’io. La mia Dahon blu pieghevole, trovata d’occasione, sale con me in metropolitana e insieme a me ne discende, aprendosi come un libro per regalarmi di nuovo la libertà del vento in faccia, di respiri profondi (e che m’importa se l’aria puzza, conta l’idea), di potermi sollevare e guardare la strada dall’alto come se ne fossi la regina. Ho appena scoperto un altro manipolo di matti scocciati, che si definiscono “Ciclomobilisti” e che festeggiano proprio oggi il “Bike 2 work day” (peccato non aver messo in piedi prima questo blog, avrei dato in anticipo la notizia).

I tempi cambiano, è Primavera. Svegliamoci bambini.


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