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Città raccontate: Roma n. 9 – Traffico e biciclette (su Cartaresistente)

25 febbraio 2014

 

Centinaia di ciclabili quasi mai collegate tra loro, itinerari che non prevedono il Centro, se non per tratti limitati, corsie preferenziali pericolose, bike sharing fantasma. La giunta comunale, in carica da quasi un anno, ancora stenta a gestire l’ordinaria amministrazione e appare improbabile che risolva il problema del traffico a breve, malgrado l’attitudine ciclistica esibita dal Sindaco in persona. 

Da ragazzina vivevo in un quartiere “verde” e le mie gambe si prolungavano in due ruote, e così è stato fino all’età della patente. Ho ripreso da due anni a girare in bicicletta per la Capitale. Non è facile, e adotto un compromesso: pedalo fino alla stazione più vicina, poi chiudo la bici a libretto, apro un libro e lo leggo in metropolitana. Quindi scendo, richiudo il libro a bicicletta, torno centauro e ancora pedalo fino a destinazione.
Non male, ma ormai di notte sogno solo ingarbugliati viaggi per treni e per stazioni, mentre una volta sognavo di volare.

Dialogo di un ciclista e di una passeggiatrice

Er Sindaco se sposta in bicicletta,
er traffico nun je va a puntino
(te credo, perché er nome suo è Marino,
fosse Roma, girava su ‘n Arfetta).

Emulo, ‘n tizio, un ber pischellino,
sulla Salaria ha detto a ‘na donnetta:
“Te porterebbe, ma si nun c’hai fretta,
in giro: a te la canna, a me er sellino.”

Quella gli ha fatto segno de scansasse,
-je stava a mannà all’aria la vetrina,
rischiava che nessuno se fermasse-:

“Senz’auto, dalla Cassia all’Ardeatina,
du’ rote servono solo a ‘mpuzzasse:
Rimorchia ’n Centro, ’n pizzo a ‘na panchina”.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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Città raccontate: Roma n. 8 – La piena del Tevere (su Cartaresistente)

11 febbraio 2014

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Tevere

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L’acqua spalla li ponti. È il detto romanesco che definisce una situazione fattasi improvvisamente esplosiva, che porta gli eventi alla catastrofe, come un’ondata del fiume in piena travolge e distrugge i ponti.

– Mannaggia alla paletta, quello t’ha guardato, sta’ a vede’ mo’ che je succede!
– Piano, piano, che me mannate all’aria tutta la taverna!
– Fermi per carità… Gendarmi!
– A bella, lasciali sta’ li gendarmi. Si esco vivo da ‘sta scazzottata, te porto a sentì er profumo der ponentino ‘ndove che ce lo so soltanto io…
– Vigliacco!
– Stà zitto te, e valla a pija’ ner chicchero!

Il romano è come Rugantino, spesso micione ma pure litigioso, specie il trasteverino. Ma, per vicinanza geografica, questo carattere si estende agli abitanti di tutti i quartieri sorti sul biondo Tevere.
Il fiume dà e il fiume toglie, è evidente fin dalla sua fondazione, per chi abita a Roma. Fu il fiume ad appoggiare sulle sue sponde la leggendaria cesta con i gemelli che disputarono il duello mortale per decidere chi dei due avrebbe dato nome alla città e da allora non ha mai smesso di segnarne il destino.
Nel VII secolo, le cloache sotterranee costruite per la raccolta delle acque di bonifica delle zone palustri e acquitrinose formatesi nelle vallate tra i colli, avevano il difetto di sfociare direttamente nel Tevere, provocando frequenti rigurgiti e inondazioni a ogni sua piena.
Allora, in epoca repubblicana e imperiale, i romani perfezionarono il sistema in idraulico-igienico, integrandolo con quello degli acquedotti, e modificarono il bacino idrografico (spesso “agevolati” dalla natura) realizzando ad esempio, nel II sec., il canale di Fiumicino (su cui oggi sorge l’omonimo Comune, istituito nel 1992) o l’allargamento del letto del fiume, ad opera di Augusto. I detriti risultanti dai frequenti e spesso spaventosi incendi della Roma imperiale e barbarica consentirono l’elevazione delle zone a quota più bassa.
Ma l’equazione nubifragio = inondazione = pestilenza tornò ad accompagnare Roma per tutto il secondo millennio.
La balaustra di Ponte S. Angelo fu abbattuta dall’ondata di piena sia nell’ottobre 1530 che nel dicembre 1598, quando il livello idrometrico raggiunse i venti metri. In quell’occasione l’acqua inondò Piazza Navona fino a un’altezza di cinque metri e sommerse le colonne del Pantheon per sei.
La causa di queste inondazioni era essenzialmente umana, essendo venuta a mancare la figura del “curator alvei Tiberis et riparum”, istituita da Augusto, e venendo gravemente trascurata la gestione e manutenzione dell’alveo fluviale. Solo con papa Gregorio XIII Boncompagni venne intrapreso un utile processo di regolamentazione edilizia e urbanistica, dirigendo l’espansione della città ad est, verso i colli.
Dopo l’ultima grande inondazione del 29 dicembre 1870 si realizzarono, negli anni 1880 – 1890, i “muraglioni” attualmente a difesa degli argini e fu risolto il problema dei rigurgiti fognari con due grandi collettori paralleli al corso del fiume, con il compito di scaricarvi le acque reflue lontano dalla città, all’altezza dell’odierno Grande Raccordo Anulare.
Durante lo scorso secolo, Roma si è trasformata profondamente e hanno avuto corso numerosi mutamenti idrogeologici, più spesso ad opera dell’uomo. Ed è noto agli addetti ai lavori che sono tuttora probabili eventi di portata simili a quelli avvenuti negli anni 1870, 1900, 1915 e 1937,che arrecherebbero danni all’Isola Tiberina su cui sorge lo storico ospedale Fatebenefratelli, mentre parte della città verrebbe invasa dalle acque per il superamento della barriera di Ponte Milvio.
In un’eventualità del genere non verrebbero risparmiate nemmeno le stesse zone di Roma pesantemente danneggiata dalle piogge del gennaio scorso, come la periferia Sud e Fiumicino, sulle cui strade gli abitanti hanno ormai imparato a spostarsi a colpi di pagaia.
Esistono metodi sofisticatissimi in grado di prevedere, in base alle precipitazioni attese, l’eventualità di una piena del Tevere e il suo grado di pericolosità. Quello che manca è la prevenzione, la messa in sicurezza della città, senza la quale nessuna previsione potrà risultare vantaggiosa. Forse il ripristino del curator alvei Tiberis et riparum avrebbe qualche senso, in attesa di una gestione seria dell’enorme capitale d’Italia e dei problemi che la colpiscono in proporzione alla sua estensione.
Chissà cosa ne pensa il fiume millennario.

Er Tevere se ingrossa
e fa la voce grossa.
“So’ sudicio e inquinato…
Me tuffo ner passato
pe’ nun sentimme stretto
in questo cassonetto.”
Er Tevere se incazza,
e vòle ariva’ ‘n piazza.
“Ormai nun sento niente…
So’ solo e indifferente.
Lasciatemi affogare
e mori’ ner grande mare.”

Versi di Inumi Laconico, il nick di uno dei sette Poeti del Trullo“un coro che soffia e diffonde, da un piccolo pezzo di mondo chiamato Trullo, il vento poetico del MetroRomanticismo”. L’evoluzione poetica e tecnologica del graffitismo.

 

Le informazioni e i dati qui citati sono ripresi da:
Pio Bersani – Mauro Bencivenga (2001): “Le piene del Tevere a Roma dal V secolo a.C. all’anno 2000” – Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per i Servizi Tecnici Nazionali- Servizio Idrografico e Mareografico Nazionale.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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Città raccontate: Roma n. 7 – Augusto battuto dalla Vergine (su Cartaresistente)

18 settembre 2013

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Teatro_Marcello_Neve

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Era un vivacchione, un uomo di mondo, giocava a fare il divo, Augusto. Amava gli spettacoli del circo e, sotto la sua reggenza dell’Impero, si celebrarono giochi ovunque e di continuo, fossero recite, lotte, o anche naumachie. Quel giorno sedeva tenendosi ben stretto il suo saccellus popiccorniorum (Chi va a Roma perde la poltrona – detto cristallizzato parecchio tempo dopo, ma lui lo conosceva già, e il seggio lo inchiodava a terra col suo peso), gustando l’inaugurazione del Teatro Marcello (completare l’opera intrapresa da Cesare fu un suo incaponimento, era nato a settembre, sotto la Vergine, il segno dei cocciuti), quando, a detta di Svetonio, “le connessure della sua sedia currule si allentarono ed egli cadde supino.” Tutti i poppicornia disnocciolaronsi perdirintorno alla sua augusta mole, e in un attimo fu neve anche d’estate. Il setto del bel naso alto e adunco gli fremette e, dall’alto delle sopracciglia unite fin giù alle froge, giurarono di aver visto prorompere un getto d’aria bollente. Non era ira, ma un’ulteriore idea, quella che ribollì nella divina testa, fluendosene fischiante in modo tanto vigoroso. Augusto fu folgorato dal fermo immagine della sua Caput Mundi tutta tinta di bianco nel mese al quale aveva elargito il proprio nome a memoria della sua eccellenza. Pensò: “Credo che al Divo Augusto convenga tosto far nevicar di Agosto sopra la capitale dell’impero… Sai che spettacolo!”

Ma poi accaddero tanti altri fatti ben più importanti e si dimenticò l’idea, lasciando quella poltrona incustodita saecula saeculorum. O almeno per trecentocinquant’anni, finché non se ne impadronì il papato, che edificò la basilica di Santa Maria Maggiore dove si disse che avesse avuto luogo una nevicata agostana. L’evento però accadde all’Esquilino, e attribuito a un gesto della Vergine, divinità novella. Lì, sotto il Campidoglio, d’estate, non nevicò mai affatto. E poi, parliamoci chiaro, la neve a Roma è tanto poetica, ma è una mostruosità. Meglio cercare sollievo in una mostra. Potrebbe far piacere visitare quella che si aprirà in ottobre, presso le Scuderie del Quirinale*, che farà rincontrare Augusto duemila anni dopo la sua morte.

NB: Sì, il mais venne importato dalle Americhe solo dopo Colombo ma, dopotutto, anche quella alla base della fondazione della Basilica di Santa Maria Maggiore non è che una leggenda. La neve visita di rado Roma e, quando accade, sembra sempre un miracolo.

Roma di neve. (La lezione)
Sarà che non ci siamo abituati
al tappetino bianco sulla strada,
agli alberi guarniti
come pandori, il giorno di Natale.
Sarà che non mi si apre più il cancello
– ci vuole mezzo litro di sbloccante -,
e se non mi salvasse il giornalaio
sarei ancora qui, a fare foto
al cortile di panna,
alla chiesa che pare
servita dal fornaio.
Sarà che il mondo è bello
e se non fosse per i senzatetto,
che rischiano la pelle alla stazione,
direi: sono felice.
Come quando uscivamo da bambini
alla guerra delle palle di neve,
inneggiando a quel cielo che pensava
a chi non ha imparato la lezione.

Fabrizio Centofanti

(da La poesia e lo spirito)

(Figura straordinaria,) Fabrizio Centofanti è sacerdote diocesano a Roma dal 1996, parroco dal 2005 ed è ideatore e animatore de La Poesia e lo Spirito insieme a Franz Krauspenhaar. Laureato in Lettere moderne con una tesi su Italo Calvino, prima della vocazione sacerdotale è stato collaboratore di Mario Petrucciani nella cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma ed è tra i fondatori della rivista “L’Attenzione”. Numerosi suoi saggi e recensioni sono stati pubblicati su “Letteratura italiana contemporanea”, Rivista quadrimestrale di studi sul Novecento, diretta da Giorgio Petrocchi e Mario Petrucciani e “La Discussione” (Bio tratta dal portale Letteratura Rai).

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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Città raccontate: Roma n. 6 – Fontane (su Cartaresistente)

18 luglio 2013

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Le osservo in questi giorni di canicola. Spogliate oltre necessità, girano torno torno sulla graticola urbana carni ustionate a chiazze. Loro dissimulano. Sventolano, alte e tirate, code, gonnelle, fogli e riviste patinate. Dilatano pori, narici, estremità, andature. Intumidano labbra, scorrono nella peluria trasparente fili, riganoli -furtive lacrime a volte, pure. Sgocciolano, e dove sostano per poco, formano pozze che il grande conquistatore aspira, risucchia forte e asciuga. Tecnica millennaria: lui le ubriaca, gonfia di morsi e scortica. Lavora alla sfioritura di quei corpi, li segna, li strapazza. Li atterra al tramonto, quando sparpagliano attorno petali stanchi di rose scompattate.

Non era il giorno giusto. Il successivo sono di nuovo in strada. Sfioccano ancora, molli, sopra l’asfalto molle, confuse nel miraggio che risale evaporando. Spighe di grano a un vento inesistente. Pesci all’asciutto, ondulano boccheggiando.

Forse non sanno -qualcuna forse sì- chi fu la prima, l’unica, vera e sola (ancora ama ripeterlo ai giornali) che dava forma all’acqua appena entrava. Venere irrispettosa, diva di un lungo sogno, giusto allora. Oggi scarseggiano gli uomini all’altezza. Se uno appare, sgorga uno sciacquettio di cosce rosa shocking, scomposte nella fontana più vicina. Pigolano e danno di gomito l’una con l’altra, per far mattina con con Marcelli farlocchi. Attratte a frotte dalla Dolce Vita, le false Anita a me sembrano troppe, zampilli freschi e pure tante zampe di gallina.

A Roma l’acqua non manca di certo. Due fiumi (Tevere e Aniene), laghi vulcanici attorno, acquedotti e canalizzazioni che sfociano in vasche, ninfei e fontane. Queste, più di duemila, di ogni epoca e forma, offrono acqua potabile e sempre buona. Che stuzzica gli assetati di guadagni, ma che, per ora, sembra resistere e poter rimanere alla portata di chiunque.
Attorno alle fontane si danno appuntamenti. Dopo una serata tra certe ragazze, conquistate dalla leggiadria della fontana quadrangolare di piazza Mattei, rione Sant’angelo (un progetto di Giacomo della Porta, realizzato nel 1581 da Taddeo Landini, sembra in una sola notte, per conquistare una bella fanciulla), una di loro si é cimentata in qualche verso sciolto, paragonando le convenute alle tartarughe sporte verso quattro efebi in bronzo:

La fontana delle tartarughe

Le tartarughe a trovarsi dopo anni
con voce uguale di ragazze
stessa nota stonata e do perfetto
di silenzio composto in faccia alle tragedie
e giusta ira per la Storia sbagliata
protette da una corazza sfrontata
e una testa lieve e pensante
che entra e esce dal guscio
pesante del Tempo che passa.

per questo saranno longeve
e piccole e grandi come le stelle.

(Marzia Spinelli)

Di tartarughe tropicali e vive, invece, abbandonate massicciamente nelle fontane di Roma, si è occupata un’altra componente di quella stessa comitiva, in un piacevole epigramma:

Sono tante e tante le tartarughe
dentro la fresca fonte nel cortile
dell’ospedale all’isola
Fatebenefratelli.

(Antonietta Tiberia)

Marzia Spinelli è nata a Roma nel 1957 dove vive e lavora. È stata tra i fondatori e nella redazione della rivista Línfera. Attualmente nella redazione della rivista Fiori del male. Ha collaborato con articoli e testi in prosa ad altre riviste di arte e letteratura e suoi testi poetici sono presenti in varie antologie. Ha pubblicato le sillogi poetiche Fare e disfare (LietoColle,ed., 2009) e Nelle tue stanze (Progetto Cultura ed., Collana Le Gemme, 2012).

Antonietta Tiberia, ciociara di origine e romana d’adozione, vive tra Roma e Ceccano. Si destreggia tra narrativa, poesia traduzioni. Ha pubblicato due libri, Calpestando le aiuole e I racconti del ponte.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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Città raccontate: Roma n. 5 – Campo de’ fiori (su Cartaresistente)

18 giugno 2013

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Campo de fiori

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– Ti ricordi quando siamo venuti a Roma la prima volta?
– Betty, se me ne ricordo.
– Non so… Era tutto così diverso. Non hai anche tu la stessa sensazione?
Don non le rispose. Era distratto, seguiva il bacino caracollante di un’altra turista, più giovane, che li anticipava di poco, avanzando nella loro stessa imprecisa direzione. Un dondolio davvero calibrato. La ragazza coi Jeans attillatissimi si amalgamò rapidamente con la movida di Campo de’ fiori e, appena fuori dalla vista, scomparve anche dalla sua memoria a breve termine.
– Uh? – Don cercò di riprendere il filo di un discorso del quale non teneva più uno dei capi in mano, ma Betty non diede segno di farci caso.
– E quella statua. Non mi ricordo che ci fosse già, proprio in questo punto.- Dopo una breve pausa riprese in un tono più flebile – Don, mi fanno male i piedi, sono stanca. Mi porteresti qualcosa da bere mentre mi siedo sotto il piedistallo?

Intanto selezionava con discrezione il posto più adatto. Lo trovò, e ci si accoccolò con compunzione, cercando di rendersi indistinguibile dallo sfondo scuro. Guardò in alto, il cielo imbruniva lentamente, e nella piazza si stavano accendendo le insegne dei locali. Sembrava un luogo senza storia, quello. Nulla che spiccasse al di sopra della folla spossante, solo un fondale aperto sul finale di un’anonima giornata estiva.
Incrociò lo sguardo della statua, rivolto verso di lei, in basso. Davvero, non ricordava che ci fosse già, quattro anni prima. Gli occhi impietriti esprimevano il suo stesso sgomento. “Cosa ci faccio qui?” sembrava domandarsi. Betty si sentì risucchiare dentro quel vuoto.
Don tornò dopo una decina di minuti tenendo due birre fredde in mano. In quella piazza senza nessuna chiesa, si frappose tra lui e la meta un gruppo di giovani prelati dall’andatura sciolta. Notò che assomigliavano a una squadra di calciatori in libera uscita durante una trasferta. Quando l’ultima gonnella nera si eclissò in uno svolazzo, Don fissò il basamento sbattendo le palpebre tante, tante volte di seguito. Si voltò a destra e poi a sinistra. Ruotò su sé stesso rovesciando a terra parte del contenuto dei boccali, e si bagnò la punta delle scarpe. In una manciata di secondi finì per sentirsi così perso da reprimere a fatica il bizzarro istinto di rivolgersi alla statua, e chiederle perché di sua moglie non ci fosse più nessuna traccia.

 

Quindi l’ali sicure all’aria porgo
né temo intoppo di cristallo o vetro:
ma fendo i cieli, e a l’infinito m’ergo.
E mentre dal mio globo a l’altri sorgo,
e per l’etereo campo oltre penétro
quel ch’altri lungi vede, lascio a tergo.

(Sonetto di Giordano Bruno contenuto in “De infinito, universo e mondi”, 1584 in “G.Bruno, Opere italiane, vol. 2” Ed. UTET, Torino, 2002)

La scultura in bronzo che rappresenta l’eretico Giordano Bruno è stata collocata nella cinquecentesca piazza Campo de’ Fiori nel 1889, dopo un lungo patteggiamento tra il papato, che temeva (e teme) Bruno anche dopo morto, e un comitato costituito, tra gli altri, da Victor Hugo, Michail Bakunin, George Ibsen, Giovanni Bovio ed Herbert Spencer.
La piazza invece, da iniziale prato fiorito, poi uno tra i luoghi delle esecuzioni pubbliche della Roma papalina (più precisamente delle condanne al rogo), oggi è un imperdibile perno della vita mondana della Capitale, specie dopo il tramonto.
Un certo contrasto c’è, non solo tra il suo utilizzo di un tempo e quello, ben più futile, di oggi, ma anche tra la presenza della statua castigata, messa lì a ricordare il frate domenicano nel punto della sua esecuzione (il 17 febbraio 1600), ordinata dal tribunale dell’Inquisizione, e la mente esuberante e libera di questi, un volo d’uccello che risveglia i pensieri di chiunque, osando alzare gli occhi da terra, si renda conto della sua presenza.

 

Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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Città raccontate: Roma n. 4 – La periferia (su Cartaresistente)

21 Mag 2013

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Roma_Periferia

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Il tempo fa slittare pure i nomi: non è più “Comune di”, ma “Roma Capitale”. Il centro, entro le mura, è “Città Storica”. Slittano pure certe vite. Da giovani che furono, nate sul biondo Tevere, si ritrovano vecchie, e spinte dalla necessità alle estreme vette dei palazzoni di quartieri dominati dal colore grigio. Rifugio dei due terzi degli abitanti della più popolosa città d’Europa.

“Vieni, ti faccio vedere. In questa strada una volta c’erano le barricate, Questo portone qui, è quello dove mio zio aveva la sua bottega. Non si legge l’insegna, sai dirmi quale negozio ci hanno messo adesso?”

Io mi vergogno, di Roma non so niente al suo confronto. Lui è uno che ha girato sempre a piedi. Che per poco non si trovò rastrellato per la rappresaglia delle fosse Ardeatine. E che sfuggì al lager saltando da un treno in corsa, marciò per giorni solitario e senza cibo, fino a tornare a casa, e non muoversi mai più da lì. Soltanto un paio di ultimi, piccoli spostamenti, quelli sì che li poteva fare. Il primo, per portare a Roma il primo amore, un fiore colto tra le risaie padane. Mica si vergognava di imbastardire il sangue, romano da molte generazioni. L’ultimo e più piccolo moto lo fece andando via dal centro, cercando spazio per la famiglia in crescita. Fu fortunato, molti quartieri furono riempiti a seguito di veri e propri sfollamenti, e sulle macerie delle case abbandonate si sono aperte strade, come la mussoliniana via della Conciliazione, al posto della “Spina dei borghi”, in faccia a San Pietro.
Quest’uomo, di quando in quando, torna in centro città grazie a Street view e, se sono nei paraggi, mi racconta storie e aneddoti, e poi conclude sorridendo: “Che bella cosa la modernità”.

Ero un ragazzo ero un ragazzo ero così vicino all’ombra della primavera
e quando diventai teatrante una critica mi chiese: perchè tanto strazio nel cuore
eravamo a viale trastevere su una panchina di marmo vicino a frontoni
io balbettai famiglia pasqua primo amore il resto era una seppia

Victor Cavallo, nato nel ’47 alla Garbatella, nel quartiere Ostiense, attore, poeta e altro, morì ancora giovane per una trasfusione. Ma prima fece in tempo a tracciare versi incredibili, che escono dal buio solo quando qualcuno prova a recitarli durante certe serate di racconti e musica. Ho fatto in questo modo la sua conoscenza. Io ve lo suggerisco, però anche voi, dopo averlo letto, passate parola.
Roma sforna continuamente nuovi poeti, questione di probabilità. Fuori dalla Città Storica dei rioni sorgono 35 quartieri, per i quali la guerra ha fatto da spartiacque. Quindici, ormai “storici”, nati prima, gli altri 20 durante la ricostruzione post bellica. In alcuni casi i più popolari, i primi avamposti della segregazione additata / celebrata da Pasolini.
Dopo tanto, non sono né migliori né peggiori delle esaltazioni pittoresche del Poeta che trovò la morte all’Idroscalo (è ancora Urbe, il quartiere è Ostia, non va dimenticato). Gli edifici hanno molti piani ciascuno, ma sono tutti indiscutibilmente vivi: ci sono i panni stesi alle ringhiere, dalle finestre si sentono rumori e odori. Quando in strada è già sera, d’estate si chiacchiera sulle panchine con un gelato in mano, la gente ancora si saluta se s’incontra, il vicino si interessa del vicino.
Oltre i quartieri si estende la suburra e l’Agro romano. Su questi si perpetra lo scempio dei milioni di metri cubi fatti arrivare fino ai monti e al mare, superando ogni ragionevole confine. Non lo sarebbero tecnicamente, però è così che vengono chiamati: “quartieri”-dormitorio. Ma in molte case non ci dorme proprio nessuno: restano lì, vuote, invendute e brutte.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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Città raccontate: Roma n. 3 – Vista segreta su San Pietro (su Cartaresistente)

11 Mag 2013

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Vista segreta su San Pietro

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La verità è che sei diventato cieco: non sai più vedermi come la prima volta. La prima volta, a te è mancato il fiato, come fossi fasciata di vento e non di quell’abito che rifletteva il cielo. O anche distesa a gambe aperte, anziché in piedi, dritta, tremante, così emozionata. Oggi che sopra il tuo sguardo pesano tutti gli sguardi che ti hanno preceduto, anche se hai gli occhi aperti, tu non sai più vedermi. Sono una cartolina sbiadita da giorni riarsi dal troppo ardente sole e da altri sfiniti dalla troppa pioggia.
Ma, vieni, accosta l’iride a questa vecchia serratura, accetta di essere il mio turista estremo. Questa sono io, come solo a te mi mostro. Come soltanto a te mi voglio rivelare. Resta così se vuoi, resta finché ti piace. Sono sicura che tornerai a vedere.

Il problema, signori, è che noi non riusciamo più a vedere / crediamo di vedere…ma in realtà vediamo delle cose / che già sono state viste, da altri…

Io vedo laggiù una ragazza, una donna con i capelli rossi / ma per me che sono anche un pittore, / una donna con i capelli rossi è Munch. / Se fosse bruna, nuda, stesa su un divano è Modigliani, / su un prato di margherite è Klimt… / Una puttana signori, una puttana è Otto Dix / Una puttana che si riscalda con dei copertoni sull’autostrada è Fellini / Un accattone, è Pasolini… / Un albero, un albero è Mondrian / Un prato verde con dei papaveri rossi è Manet / con dei girasoli è Van Gogh…

Il sole, il sole è Turner / Il mare, il mare è Pino Pascali / Una mucca signori, una mucca è Segantini, / una pecora è Bunuel, / una capra è Picasso / un cavallo, non importa di che colore, un cavallo dei carabinieri è Fattori / Un cavallo bianco con la criniera al vento è De Chirico, / un cavallo bianco e uno nero è Gauguin / Un gabbiano… un gabbiano è Checov… è Cardarelli, è Bellocchio / Un cane randagio è Bacon, / un cane che muove le zampette è Balla…

Il blu è Klein, il rosso è Burri, il bianco è Fontana / il rosa è Matisse, il giallo è Van Gogh, il nero è Goya… / La Gioconda signori, la Gioconda non è più Leonardo Da Vinci / è Marcel Duchamp… / Un cardinale è Scipione, un generale è Bai / Un uomo magrissimo è Giacometti / Una donna grassissima è Fellini… / Un direttore d’orchestra è Fellini… / Un clown è Fellini… / …Noi Fellini lo vediamo da per tutto…

Una scarpa, una scarpa è Jim Dine / Una cravatta è Jim Dine / Un segnale stradale è Mambor / Una pipa è Magritte / Una scopa è Man Ray / Una bottiglia di coca cola è Andy Wharol / Marylin Monroe è Andy Wharol / Un hamburger è Oldenburg

Guernica… Esiste una cittadina spagnola che si chiama Guernica / ma Guernica è Picasso, / Roma è Fellini, / Milano è Zavattini, / Londra è Hitchcock, / Manhattan è Woody Allen, / Bruxelles è Ensor, / Dublino è Joyce, / Praga è Kafka, / Vienna è Freud…

Noi non riusciamo più a vedere signori…

Remo Remotti è nato a Roma nel 1924. Poeta, pittore, autore, attore, è stato paragonato a Charles Bukowski. Ha esposto alla biennale di Venezia, ha lavorato, tra i tanti, con Bellocchio, Scola, i Taviani e con Moretti. Internato tre volte in manicomio, dice solo quello che gli passa per la testa. Dopo aver gridato in una splendida poesia degli anni cinquanta “Mamma Roma, addio!”, è rimasto infine entro l’abbraccio materno e passionale della Città Eterna.
Forse talvolta sosta con qualche donna nei pressi del Giardino degli aranci all’Aventino. E ammira il Cuppolone di San Pietro con il suo sguardo libero, dal buco della serratura del portone d’ingresso ai giardini del Palazzo dei Cavalieri di Malta (risalente al X secolo).
La piazzetta, esempio quasi unico di rococò romano, il portale d’ingresso con la toppa prospettica, e la prospiciente facciata della chiesa di Santa Maria del Priorato, sono le sole opere architettoniche realizzate dall’architetto, autore di celeberrime incisioni, Giovanni Battista Piranesi, nato a Mogliano Veneto e morto a Roma, che ne fu incaricato nel 1765 dal Cardinal Rezzonico.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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Città raccontate: Roma n. 2 – Stazione Termini (su Cartaresistente)

3 Mag 2013

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 Città_Raccontate_Roma-Staz-Termini

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Si lanciava dal trespolo sospeso nel vasto spazio di un’enorme voliera, che era aperta, ma anche così bella che non ne usciva fuori. Suoni di campanelle, specchietti e vetri colorati, e aria, aria, aria, nella quale si librava ad ali aperte ed occhi chiusi. Compiva giri in tondo, passando sulla testa della gente, ignara di quel volo. Planava verso il basso, sfiorava il pavimento, poi risaliva in alto, non si fermava mai.
Restò un uccello finché fu dentro il sogno, e quando si svegliò provò un gran senso di liberazione. Stava partendo, l’estate era alle porte. L’atrio della stazione, gremito e rimbombante, la troppa confusione, la stordirono. Ma era in anticipo, salì al piano di sopra a fare colazione. Fu qui che vide la scena del sogno. Scatole di cristallo variopinto erano i negozi sottostanti; gli avvisi al pubblico, smorzati nel brusìo, le campanelle. Forse sognava ancora? Con tanto spazio vuoto sulle teste in moto costante, a stento si trattenne dal lanciarsi.
Chiamarono il suo treno: era in partenza, e mentre si gettava per le scale, si ritrovò le labbra su quelle sconosciute di un uomo che saliva. Fu il flash di un istante, poi vide tutto nero. Subito dopo stava schiacciando il naso al finestrino del vagone, le rotaie scorrevano al contrario, si allontanava in fretta dalla stazione.

Le Ferovie appartengheno a lo Stato
È bello assai er servizio che te fanno!
Si monti drento ar treno, dopp’un anno
Si non mori acciaccato, sei arivato.
Si voi fa’ quarche viaggetto
E pia’ te voi er diretto,
Poco ce manca
Che arivi vecchio e co’ la barba bianca.

(Le Ferrovie appartengono allo Stato
È molto bello il servizio che offrono!
Se monti sul treno, dopo un anno
Se non muori schiacciato, sei arrivato.
Se vuoi far qualche viaggetto
E vuoi prendere il diretto,
Ci manca poco
Che arrivi vecchio e con la barba bianca.)

Uno stornello di Sor Capanna, attore e cantastorie, le cui composizioni furono interpretate, tra gli altri, da Ettore Petrolini e Claudio Villa. Figlio di un pasterellaro e di una sigaraia, si esibì come cabarettista e artista di strada durante il primo Novecento. Negli stessi anni, l’architetto Angiolo Mazzoni tentò di conciliare l’onda razionalista con la restaurazione classicista importa dal fascismo, concependo l’atrio d’ingresso alla nuova Stazione Termini (terminato solo dopo la guerra) come uno spazio monumentale inondato di luce, con risultati piuttosto disfunzionali. Soprannominato “il Dinosauro”, non ha resistito a lungo nella funzione di Porta del Tempio: oggi è occupato dalla biglietteria e da innumerevoli ingombri, tra totem informativi, bar e boutiques, che rendono difficoltosa, al viaggiatore infastidito e frettoloso, la cognizione della sua bellezza.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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Città raccontate: Roma n. 1 – I sampietrini (su Cartaresistente)

23 aprile 2013

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Una donna bella e trascurata, una che non bada all’apparenza, ha perso il comando del mondo conosciuto.
Si crogiola in un’orgogliosa decadenza, che rende triste chi l’ammira ancora.
Ha rughe che le attraversano la faccia come strade, vengono da altri tempi e vanno molto lontano.
I seni floridi sono vulcani spenti, si specchia in laghi sereni e circolari, alza le braccia come obelischi al cielo e nuota con le sue gambe a foce nel mare aperto.
Roma è una sovrapposizione di manifesti elettorali, se strappi un lembo sulla faccia di qualche candidato, da sotto sbuca uno sguardo differente, e non si capiscono più i suoi connotati.
Meno che mai il pensiero. Roma ha più personalità, gli antichi rioni e i nuovi mutevolissimi quartieri. Languida donna all’alba, si fa rossa al tramonto come una verginella.
Santa e volgare, conservatrice e multiculturale, a volte è una barbona che quasi non si accorge di essere viva. Ha sacchi di condomìni fatti di spazzatura, li mette in fila nella pioggia battente, sopra chilometri di sampietrini scivolosi. Ma, ecco sbucare l’anima ruggente, si sceglie un selcio e lo scaglia sulle finestre accese, quando è davanti ai palazzi del potere.

[…]
Ma poi dà al fongo una calcata in testa,
Due passi innanzi rivoltato in costa,
Vuò trovà modo de spiccià ‘sta festa.
Fa prima una sbracciata, e poi s’imposta,
Piglia la mira dritta dritta, e in questa
Nol falla mai se nol facesse a posta;
Ma perché fa da vero, a fé non sbaglia,
Giusto in dove ha mirato, el selcio scaglia.
[…]

(Ma poi dà al cappello una calcata in testa,
due passi avanti girato di fianco,
Vuole trovare il modo di risolvere la faccenda.
Prima scioglie il braccio e poi si mette in posa,
Prende la mira dritta dritta, e nel farlo
Non sbaglia mai se non per farlo apposta;
Ma poiché fa sul serio, non commette errore,
proprio dove ha mirato, scaglia il sasso.)

Versi tratti dal Canto IV del Meo Patacca, opera di Giuseppe Berneri del XVII secolo, in cui si narra di un duello di sampietrini. Il sampietrino è il tipico blocchetto di selce, proveniente dalle cave dei Colli Albani e del Viterbese, lavorato a forma di piramide tronca rovesciata, che venne utilizzato dal ‘500 in poi per la pavimentazione delle strade romane. A Roma fu utilizzato per la prima volta in Piazza S. Pietro e la sua messa in opera comportò la nascita della categoria dei “serciaroli”. Le frequenti rivolte popolari li videro in gran misura come protagonisti di sassaiole. Oggi la Città Eterna, nel suo lento processo di modernizzazione, se ne sta sbarazzando a poco a poco, strada per strada.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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