Il ricordo di ieri

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L’anno scorso, il 7 dicembre, avevo fatto una corsa, ma una corsa, che ero arrivata alla conferenza che mi interessava col fiatone. Tutta rossa e sudata, avevo assistito alle ultime battute e poi mi ero appostata in attesa fuori dalla porta della sala. E quello non arrivava mai, però. Ogni tanto sbirciavo verso l’interno, lui a ogni passo veniva circondato da fan e intervistatori. Uffa. Alla fine mi ero smosciata (vernacolo romanesco. In autunno, tempo di castagne, mica stona). Mi ero seduta su un divanetto, coi gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani e pensavo “quanto sono ridicola”. Già avevo deciso di andarmene quando me lo sono visto uscire, veloce come un fulmine. “Alt!” gli ho fatto, piazzandogli la mano aperta sul naso. In risposta, lui ha sussultato per la sorpresa e ha strabuzzato gli occhi. Poi, con mio grande sollievo, mi ha riconosciuta e siamo scivolati fianco a fianco nel fiume di folla incanalato verso l’uscita. Missione compiuta.

– Saresti una grandissima stalker -, mi aveva spifferato tra le orecchie il demone perfidissimo. Ma poi, da allora e per un intero anno, sono stata una santa.

Anche ieri, che era di nuovo il 7 dicembre, con tutto l’impegno che ci avevo messo [uscita per tempo dal lavoro, ripresa la macchina nel parcheggio comodo dove l’avevo lasciata la mattina presto, nuovo rapido parcheggio a ridosso della via Laurentina (che sarà mai, circa un chilometro a piedi per raggiungere il Palazzo dei Congressi) dove ero certa che avrei trovato posto senza perdere decine di preziosi minuti girando a vuoto, attivata la falcata rapida, quella che “un passo dei miei vale almeno due di questa vecchietta qua davanti, tz. Però… quanto ci metto a superarla?” Ok, tornata indietro a metà tragitto per riprendere il telefono lasciato sul cruscotto, ma poi di nuovo in avvicinamento rapido, sotto la pioggia, sempre più forte, maledetta, e meno male che indossavo un baschetto, “Tanto carino”, mi aveva detto il barista quella mattina, “No, non se lo tolga”, e io “Perché, ho una testa tanto brutta??” e lui “Ma no, è che ne porta uno anche la mia ragazza, e lei le somiglia tanto” e io “Grunt. Ehm. Oh, beh, ma quando esco lo rimettooo” (“La ragazza avrà almeno quindici anni meno di me, eh”, ho pensato, e ho abbassato subito le penne), e intanto pioveva e pioveva e io, biglietto omaggio di IBS in tasca, non vedevo la fine della strada, schivati i vu’ cumprà (che poi ho scoperto vendevano libri africani, e poi alla fine gliene ho comprato uno, bello, di favole tradizionali…)

– Allora?!

Eh, allora. Si fa presto a dire allora. Allora sono arrivata al botteghino, e l’unico con la fila, indovina un po’, era quello dei biglietti omaggio, ma comunque ho fatto in fretta, e sono riuscita a entrare, anche se il tizio davanti a me aveva bisogno di chiarimenti e l’omino strappa-biglietto, ri-pensa un po’, glieli voleva dare, anche se lo vedeva che dietro c’ero io che sventolavo il mio biglietto bagnato dalla pioggia, con una mano bagnata dalla pioggia, che sbucava dalla manica di un piumino bianco-perla -in origine, ma diventato grigio, com’era evidente, per colpa della pioggia-, e però poi infine mi ha fatto passare, e io, credendo di essere ancora in anticipo, ho deciso di andare al guardaroba, dove ho lasciato il piumino, il baschetto, la sciarpa e la borsa, “Anzi, no, aspetti! La borsa me la ridia, grazie”, e poi ho inforcato le scale, e poi di nuovo le ho ridiscese “Cazzo, ancora il telefono”, e quindi “Senta, sono quella di prima, mi dovrebbe ridare un attimo il piumino, ho scordato il telefono nella tasca” “Mi fa vedere il tagliandino?” “Che non mi riconosce? Sono quella di poco fa, quella della borsa gialla”, e lei, imperturbabile “Mi dia il tagliandino” e io “Ma il mio piumino è questo qua davanti, le dico, è il mio!” Oh, lei niente: muta e ferma, e io “Ok, ora cerco ‘sto caspita di tagliando”, che poi, una volta recuperato il telefono, come spesso accade a causa della pioggia, mi è venuta voglia di far la pipì (Paolo Conte docet), e allora sono corsa al bagno dove c’era una con la faccia gialla e non so quale badge in bella mostra che stava col naso all’insu a sentire.

– A sentire che?

E ora te lo dico. Me lo sono domandata anch’io e, nel mentre, una mamma usciva da una porta tenendo per mano una bambina, della quale rendeva chiunque partecipe del fatto che aveva fatto la-cosa-quella-grossa, “Che brava, e adesso lava bene le manine”, e intanto lei le faceva domande ingenue e la mamma rispondeva “Ti sembrano domande che una signorina deve fare?” E lo diceva dopo aver spiatellato a tutti i fatti privati della signorina in questione. Vabbé. Comunque io alla piccola ho strizzato l’occhio e, appena la signora con la faccia gialla ha liberato la postazione (ma allora c’era un solo bagno funzionante, o devo immaginare che ai piani superiori impazzasse una folgorante infezione intestinale?), mi sono fiondata a liberare me stessa, che io volevo assistere all’evento avendo il più possibile corpo e spirito tranquilli, e quando sono ricomparsa al piano degli stand ho dato un’occhiata all’ora “Cazzo sono le cinque!”, mi è scappato detto. Ma cazzo non lo volevo dire, io sono una signora. Solo che quindi…

– Quindi?

Ora concludo: e quindi,]

Anche ieri, che era di nuovo il 7 dicembre, come da tradizione, ero arrivata in ritardo. Ma almeno la strada la sapevo già, e allora ho infilato i corridoi correndo, dando spallate a tutti, ho salito le favolose scale di Libera, quelle che avevo studiato, fotografato, misurato, ridisegnato in pianta-sezione-prospetto-spaccatoassonometrico all’università (“Ma quanto sono belle!” Ho fatto in tempo a pensare), mi sono guardata attorno e riconosciuto gli stessi stand, gli stessi percorsi e svicoli dell’anno precedente, e come in un sogno sono avanzata rievocando, calcando le orme fantasma dei miei stessi passi, fino a trovarmi davanti… A una coda mostruosa. Mostruosa, giuro. Troppa gente, non ce l’avrei mai fatta. “Oddio, e se non fosse questa la sala?” Allora ho cercato la rete col telefono sollevato in aria come una bacchetta da rabdomante, e con aria sconsolata ho svolto su me stessa alcuni giri inutili, portando gli occhi dallo schermo alle facce della gente che si intersecava nelle file in ingresso e in uscita, dalla sala che credevo fosse la mia meta come dalle altre, sì, ce n’erano altre, alle quali mi sono affacciata, solo a quelle con la porta aperta, intendo, perché quando, sconfortata, ho chiesto ad un uomo dell’organizzazione “Scusi, sa mica dov’è Mozzi?”, lui mi ha indicato l’unica porta chiusa, alle sue spalle, della quale per troppa foga nemmeno mi ero accorta, e allora io gli ho detto, ammiccando all’indirizzo della porta, sempre chiusa, “Che dice… posso entrare? No, vero?” “Sì”, mi ha risposto lui, “Ma svelta, che sta per cominciare”. E quindi, per finire, sono entrata. Dentro c’era Giulio Mozzi, con Elena Orlandi e, in mezzo a un sacco di gente c’era pure la mia amica Antonietta. Il resto si può leggere su Vibrisse.

– E ti è piaciuto?

– Tanto, figurati che sono anche andata al microfono, ma poi questo te l’ho raccontato già.

– Nient’altro?

– Mah. Che posso dirti, ieri mi sembrava di aver concluso un ciclo. Sì, ero soddisfatta. Potevo fermarmi a tirare il fiato e considerare quanta strada avevo percorso tra quelle due edizioni della fiera del libro. Mi restava giusto la sensazione di una leggera stonatura, ma leggera leggera, quasi trascurabile.

– Colpa della pioggia?

– Ma quanto sei metereologico, insomma! Parlavo di qualcosa che incrinava la sensazione di aver disegnato un cerchio perfetto. Finché non ho fatto una scoperta clamorosa.

– Ooooh.

– Ma piantala, simulatore di stupore. Nel pomeriggio di oggi mi ha chiamato Antonietta: “Corri, vieni subito alla fiera!” “Subito quanto?” “Adesso, sbrigati! Adesso!” E in dieci minuti, a dispetto della mia tendenza a fare tardi, mi sono ritrovata seduta in prima fila, a sorridere come inebetita.

– E la scoperta?

– Niente, si vede che volta per volta, accumulando ritardi, il mio anno si è allungato di un giorno e quindi oggi, ecco svelato il mistero, è ancora il 7 dicembre. Come ne sono felice.

– Ah, benissimo. Grazie del racconto, adesso posso andare a dormire contento.

– Mi prendi per il culo? Piuttosto chiuditi bene in casa che stanotte arriva la bufera.

– …Paura…

– Bè, eccoti un bacetto (non te lo meriteresti), e adesso fila a letto.

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