Posts Tagged ‘Paolo Conte’

Rincorrendo una bellezza insospettata

28 giugno 2013

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Alcune goccioline trasparenti si posano sui vetri e strisciano per minimizzare la loro presenza. Così si disfano, cercano di venir evaporate dal sole, che sempre è sole di Giugno, prima di creare il panico tra noi mortali. Domani è sabato, e a Roma la situazione è questa:

 Cielo di Roma a Giugno

Lola, insoddisfatta a prescindere dalla situazione, dice da sempre (o da che la conosco) che vuole andare via. A Honolulu, per la precisione. Tutta colpa di Stanlio e Ollio, del ritornello Honolulu Baby cantato durante la disavventura che li vede tornare da un falso convegno alle devote mogliettine, senza sapere che la notizia è corsa fino a loro, ma non ha raggiunto i due malcapitati. La nave è naufragata.

Ai due mentitori accadono disavventure che giusto nelle comiche, divergenti sul finale: Ollio massacrato e Stanlio premurosamente coccolato. E Lola vorrebbe andare a Honolulu senza essere né l’uno né l’altro. Beata lei, che le basta una canzoncina. Chi non risica …, la pensa così ma poi passa i suoi anni a rosicare (alla romana).

Io pure credo al proverbio, e ora come ora me ne andrei dritta a Copacabana (scongiurato anche il pericolo di coinvolgimento negli scontri per la finale della Confederations Cup). Colpa, nel mio caso, di una canzonetta smozzicataprêt-à-parodier  un certo Paolo Conte, di Stefano Bollani. Mi ronza in testa e non se ne va via, diversamente da Battisti (Cesare) che pare che non rischierei di incontrare, dato che su di lui adesso incombe l’espulsione.

Ottimi motivi dunque. E, senza esserci ancora stata, credo che chiederò a Lola di prendere una nave insieme a me domattina, e sostituire l’idea immanente di Honolulu con una fulminea Copacabana Experience.

rio_experience_05

Ancora una volta per via di una canzonetta, dove attorno a una col suo nome ruota un’atmosfera sognante, agli aromi di frutta estiva fresca, scintillante, lasciva, preludente a qualcosa che sa solo chi agogna, chi sogna, chi è senza vergogna. (Una come me, che non mi chiamo Lola, ma tant’è.)

Barry Manilow – Copacabana

Poi tornerei, però.  Anche per poter affermare Je ne regrette rien* a ragion veduta.

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*) Una recensione cinematografica scritta anni fa da Luca Alvino, pescata zompettando di post in post. Qualcosa che sopravvive allo spunto che l’ha generata. Una recensione valida a prescindere dall’oggetto che la può indossare. Prêt-à-porter, sempre che non cambi tempo.

Ma quando non c’è più nessuno ad attenderti dall’altra parte, e hai ormai dimenticato di vivere in un mondo che non è reale (per convenienza, per rassegnazione, o per l’oblio che sempre incombe minaccioso sulla mortalità), l’unica possibilità che ti rimane per svegliarti è compiere un atto di fede: rinunciare all’indeterminatezza del sogno, e credere che la consumazione di una scelta non corrisponda alla spietata rinuncia all’infinità; percepire fino in fondo che nella consunzione può addensarsi un senso profondo, e nell’assunzione di responsabilità una bellezza insospettata.

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Il ricordo di ieri

8 dicembre 2012

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L’anno scorso, il 7 dicembre, avevo fatto una corsa, ma una corsa, che ero arrivata alla conferenza che mi interessava col fiatone. Tutta rossa e sudata, avevo assistito alle ultime battute e poi mi ero appostata in attesa fuori dalla porta della sala. E quello non arrivava mai, però. Ogni tanto sbirciavo verso l’interno, lui a ogni passo veniva circondato da fan e intervistatori. Uffa. Alla fine mi ero smosciata (vernacolo romanesco. In autunno, tempo di castagne, mica stona). Mi ero seduta su un divanetto, coi gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani e pensavo “quanto sono ridicola”. Già avevo deciso di andarmene quando me lo sono visto uscire, veloce come un fulmine. “Alt!” gli ho fatto, piazzandogli la mano aperta sul naso. In risposta, lui ha sussultato per la sorpresa e ha strabuzzato gli occhi. Poi, con mio grande sollievo, mi ha riconosciuta e siamo scivolati fianco a fianco nel fiume di folla incanalato verso l’uscita. Missione compiuta.

– Saresti una grandissima stalker -, mi aveva spifferato tra le orecchie il demone perfidissimo. Ma poi, da allora e per un intero anno, sono stata una santa.

Anche ieri, che era di nuovo il 7 dicembre, con tutto l’impegno che ci avevo messo [uscita per tempo dal lavoro, ripresa la macchina nel parcheggio comodo dove l’avevo lasciata la mattina presto, nuovo rapido parcheggio a ridosso della via Laurentina (che sarà mai, circa un chilometro a piedi per raggiungere il Palazzo dei Congressi) dove ero certa che avrei trovato posto senza perdere decine di preziosi minuti girando a vuoto, attivata la falcata rapida, quella che “un passo dei miei vale almeno due di questa vecchietta qua davanti, tz. Però… quanto ci metto a superarla?” Ok, tornata indietro a metà tragitto per riprendere il telefono lasciato sul cruscotto, ma poi di nuovo in avvicinamento rapido, sotto la pioggia, sempre più forte, maledetta, e meno male che indossavo un baschetto, “Tanto carino”, mi aveva detto il barista quella mattina, “No, non se lo tolga”, e io “Perché, ho una testa tanto brutta??” e lui “Ma no, è che ne porta uno anche la mia ragazza, e lei le somiglia tanto” e io “Grunt. Ehm. Oh, beh, ma quando esco lo rimettooo” (“La ragazza avrà almeno quindici anni meno di me, eh”, ho pensato, e ho abbassato subito le penne), e intanto pioveva e pioveva e io, biglietto omaggio di IBS in tasca, non vedevo la fine della strada, schivati i vu’ cumprà (che poi ho scoperto vendevano libri africani, e poi alla fine gliene ho comprato uno, bello, di favole tradizionali…)

– Allora?!

Eh, allora. Si fa presto a dire allora. Allora sono arrivata al botteghino, e l’unico con la fila, indovina un po’, era quello dei biglietti omaggio, ma comunque ho fatto in fretta, e sono riuscita a entrare, anche se il tizio davanti a me aveva bisogno di chiarimenti e l’omino strappa-biglietto, ri-pensa un po’, glieli voleva dare, anche se lo vedeva che dietro c’ero io che sventolavo il mio biglietto bagnato dalla pioggia, con una mano bagnata dalla pioggia, che sbucava dalla manica di un piumino bianco-perla -in origine, ma diventato grigio, com’era evidente, per colpa della pioggia-, e però poi infine mi ha fatto passare, e io, credendo di essere ancora in anticipo, ho deciso di andare al guardaroba, dove ho lasciato il piumino, il baschetto, la sciarpa e la borsa, “Anzi, no, aspetti! La borsa me la ridia, grazie”, e poi ho inforcato le scale, e poi di nuovo le ho ridiscese “Cazzo, ancora il telefono”, e quindi “Senta, sono quella di prima, mi dovrebbe ridare un attimo il piumino, ho scordato il telefono nella tasca” “Mi fa vedere il tagliandino?” “Che non mi riconosce? Sono quella di poco fa, quella della borsa gialla”, e lei, imperturbabile “Mi dia il tagliandino” e io “Ma il mio piumino è questo qua davanti, le dico, è il mio!” Oh, lei niente: muta e ferma, e io “Ok, ora cerco ‘sto caspita di tagliando”, che poi, una volta recuperato il telefono, come spesso accade a causa della pioggia, mi è venuta voglia di far la pipì (Paolo Conte docet), e allora sono corsa al bagno dove c’era una con la faccia gialla e non so quale badge in bella mostra che stava col naso all’insu a sentire.

– A sentire che?

E ora te lo dico. Me lo sono domandata anch’io e, nel mentre, una mamma usciva da una porta tenendo per mano una bambina, della quale rendeva chiunque partecipe del fatto che aveva fatto la-cosa-quella-grossa, “Che brava, e adesso lava bene le manine”, e intanto lei le faceva domande ingenue e la mamma rispondeva “Ti sembrano domande che una signorina deve fare?” E lo diceva dopo aver spiatellato a tutti i fatti privati della signorina in questione. Vabbé. Comunque io alla piccola ho strizzato l’occhio e, appena la signora con la faccia gialla ha liberato la postazione (ma allora c’era un solo bagno funzionante, o devo immaginare che ai piani superiori impazzasse una folgorante infezione intestinale?), mi sono fiondata a liberare me stessa, che io volevo assistere all’evento avendo il più possibile corpo e spirito tranquilli, e quando sono ricomparsa al piano degli stand ho dato un’occhiata all’ora “Cazzo sono le cinque!”, mi è scappato detto. Ma cazzo non lo volevo dire, io sono una signora. Solo che quindi…

– Quindi?

Ora concludo: e quindi,]

Anche ieri, che era di nuovo il 7 dicembre, come da tradizione, ero arrivata in ritardo. Ma almeno la strada la sapevo già, e allora ho infilato i corridoi correndo, dando spallate a tutti, ho salito le favolose scale di Libera, quelle che avevo studiato, fotografato, misurato, ridisegnato in pianta-sezione-prospetto-spaccatoassonometrico all’università (“Ma quanto sono belle!” Ho fatto in tempo a pensare), mi sono guardata attorno e riconosciuto gli stessi stand, gli stessi percorsi e svicoli dell’anno precedente, e come in un sogno sono avanzata rievocando, calcando le orme fantasma dei miei stessi passi, fino a trovarmi davanti… A una coda mostruosa. Mostruosa, giuro. Troppa gente, non ce l’avrei mai fatta. “Oddio, e se non fosse questa la sala?” Allora ho cercato la rete col telefono sollevato in aria come una bacchetta da rabdomante, e con aria sconsolata ho svolto su me stessa alcuni giri inutili, portando gli occhi dallo schermo alle facce della gente che si intersecava nelle file in ingresso e in uscita, dalla sala che credevo fosse la mia meta come dalle altre, sì, ce n’erano altre, alle quali mi sono affacciata, solo a quelle con la porta aperta, intendo, perché quando, sconfortata, ho chiesto ad un uomo dell’organizzazione “Scusi, sa mica dov’è Mozzi?”, lui mi ha indicato l’unica porta chiusa, alle sue spalle, della quale per troppa foga nemmeno mi ero accorta, e allora io gli ho detto, ammiccando all’indirizzo della porta, sempre chiusa, “Che dice… posso entrare? No, vero?” “Sì”, mi ha risposto lui, “Ma svelta, che sta per cominciare”. E quindi, per finire, sono entrata. Dentro c’era Giulio Mozzi, con Elena Orlandi e, in mezzo a un sacco di gente c’era pure la mia amica Antonietta. Il resto si può leggere su Vibrisse.

– E ti è piaciuto?

– Tanto, figurati che sono anche andata al microfono, ma poi questo te l’ho raccontato già.

– Nient’altro?

– Mah. Che posso dirti, ieri mi sembrava di aver concluso un ciclo. Sì, ero soddisfatta. Potevo fermarmi a tirare il fiato e considerare quanta strada avevo percorso tra quelle due edizioni della fiera del libro. Mi restava giusto la sensazione di una leggera stonatura, ma leggera leggera, quasi trascurabile.

– Colpa della pioggia?

– Ma quanto sei metereologico, insomma! Parlavo di qualcosa che incrinava la sensazione di aver disegnato un cerchio perfetto. Finché non ho fatto una scoperta clamorosa.

– Ooooh.

– Ma piantala, simulatore di stupore. Nel pomeriggio di oggi mi ha chiamato Antonietta: “Corri, vieni subito alla fiera!” “Subito quanto?” “Adesso, sbrigati! Adesso!” E in dieci minuti, a dispetto della mia tendenza a fare tardi, mi sono ritrovata seduta in prima fila, a sorridere come inebetita.

– E la scoperta?

– Niente, si vede che volta per volta, accumulando ritardi, il mio anno si è allungato di un giorno e quindi oggi, ecco svelato il mistero, è ancora il 7 dicembre. Come ne sono felice.

– Ah, benissimo. Grazie del racconto, adesso posso andare a dormire contento.

– Mi prendi per il culo? Piuttosto chiuditi bene in casa che stanotte arriva la bufera.

– …Paura…

– Bè, eccoti un bacetto (non te lo meriteresti), e adesso fila a letto.

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È l’età giusta

19 novembre 2012

Davanti alle stradine tutte allagate del parco, sotto quel cielo plumbeo, con le panchine di legno tutto inzuppato, stamattina mi sono sentita a casa. Quel mondo esterno a me, mi aveva chiamato: “scendi!” alla prima finestra spalancata, come da bambina, quando la domenica si apriva con lunghe sorsate d’aria, affacciata in balcone, persa nel canto degli uccelli, nell’ipnotico ondeggiamento delle foglie al vento. Una volta uscita mi sono chiesta perché non provi più a ricercare coscientemente sensazioni come quella. Ne facevo una questione di sopravvivenza, un tempo. Dovevo, sempre, in ogni circostanza, mantenere il contatto con la mia natura panica e allora camminavo, respiravo, mi allungavo al cielo, mi strofinavo all’erba, abbracciavo gli alberi, invocavo spiriti, il tutto in un crescendo di felicità corporea e spirituale che mi caricava, mi faceva forte, quercia indistruttibile nelle tempeste piccole e grandi dell’esistenza. Adesso no, non è più così da tanto. Ho perso la fiducia negli ingenui riti di quel tipo. Ci sono cose più urgenti, più serie, più importanti. Io, tanto, sono sempre io. O no?

Da quando ho aperto il blog (era maggio, il sole tramontava, e tutto il resto),  ho capito che quello era un atto dovuto in primo luogo verso me stessa. Si trattava di riprendere a studiare, di imparare a confrontarsi, di acquistare il coraggio necessario a mettersi in gioco in prima persona, di lasciare esprimersi fragilità e dubbi, di mettersi in discussione e di convincere altri a entrare in quella discussione. È l’età, si capisce. Un’età in cui tutto ciò che ci era stato insegnato dovesse compiersi nel corso della vita, improvvisamente si trova alle spalle, e allora si rischia di restare impalati, fermi, come già morti. Mentre davanti a noi invece si stende un gran nebbione, dal quale pare provenire della musica, accattivante come le sirene di Ulisse.

Io amo la musica, amo anche ballare e, allora, mi è stato impossibile resistere al richiamo. Ma come gettarsi in mare senza un minimo di conoscenza della tecnica natatoria? Bisogna inventarsi o adottare un metodo, uno che sia valido almeno per sé stessi. Il mio metodo è caotico. Ma ha dei punti fissi, è un procedere nella nebbia tenendo per mano una me stessa come appena venuta al mondo, fragile e fiduciosa. Portarla a percorrere, nella loro rievocazione, le altre vite, le differenti me che ancora mi ritrovo dentro. Serve ad andare avanti, questa cosa che io chiamo raccontare. E quella me stessa nuovissima è così preziosa. Sarà forse l’ultima che incontro? Non va tradita, né messa in condizioni di pericolo, di certo merita il meglio, perché sia messa in condizione di restituire altrettanto in significato. E qualche spiccetto, va là, lo si può investire in questa causa.

L’Espresso da qualche settimana allega le uscite di una collana di DVD dal titolo “La Psicologia”, un’opera in 16 capitoli che ogni tanto mi convince a tirare fuori dalle tasche ben più dei soliti spicci e “accattarmi” anche la rivista. Stamattina è andata così. Il DVD ha per titolo “Le neuroscienze”, a cura del neuroscenziato Alberto Oliverio. Le neuroscienze costituiscono il nuovo incontro, ancora in fieri , tra le diverse branche della medicina e della filosofia, differenziatesi e, in un certo senso, messe in competizione l’una con l’altra nel corso della Storia. Il DVD merita un certo raccoglimento, devo trovare il tempo di vederlo, ma il libretto allegato potevo sfogliarlo anche per strada, uscita dall’edicola. Ecco la sua apertura:

Non è un caso che in questo grafico sia Proust ad avere l’onore di aprire, accanto alla nascita della Società psicoanalitica internazionale, la serie degli eventi paralleli allo sviluppo delle neuroscienze. La pubblicazione di Dalla parte di Swann segna l’apertura del mondo letterario alla dimensione mentale, in tutta la sua complessità*. L’episodio della madeleine, lì contenuto, viene interpretato da Julia Kristeva in questo modo:

…il ragazzino assapora una tazza di the nella quale è inzuppato un dolce molto particolare, “corto e gonfio”, egli dice, che si chiama “madeleine”. Quest’esperienza, che è del tutto insignificante, lo porta in uno stato di felicità e quasi di estasi che egli tenta di comprendere. Cerca di far questo gustandone una seconda sorsata, ma in quel momento la sensazione si arresta. Il ragazzino si pone di nuovo delle domande sulla sua sensazione. Questo mi sembra il percorso di ogni esperienza di scrittura: tentare di passare dalla sensazione alla parola, trovare il significato della sensazione.

Non è un’operazione così banale. Prima di tutto, occorre essere coscienti di essersi incamminati alla ricerca di qualcosa. Si dice che chi scrive intende soprattutto “esprimersi”. L’espressione come fine non fa per me.

E poi, mica ho tempo da perdere in esercizi di esibizionismo, devo inseguire la mia madeleine, che si nasconde dentro un caleidoscopio di reali o mentite spoglie. La afferro, a tratti, e mi sembra di riuscire ad assaporarla con gusto. In quel momento però, tutto si dissolve, proprio come un biscotto di burro sul palato, e mi trovo di nuovo avvolta nella nebbia. Così, visto che ne sono cosciente, non mi fermo a quella illusione di sconfitta, ma testardamente mi rimetto alla ricerca. Allora ogni spunto può avere la sua utilità. Ed ecco che stamani, sulla panchina bagnata dalla pioggia, sopra la quale avevo messo la pellicola che avvolgeva la rivista, mi sono seduta a leggere L’Espresso. E ho trovato briciole di madeleine, ve le condivido così, nell’ordine nel quale si presentano:

– pag. 66Come ci cambia facebook” di Elisa Manacorda. In sintesi: I ricercatori dello University College di Londra hanno scoperto che i nativi digitali hanno una quantità superiore di materia grigia nell’amigdala, mentre, più o meno contemporaneamente, i ricercatori della Jiao Tong University medical School di Shanghai, nel cervello degli internet-dipendenti hanno trovato una predominanza di materia bianca, analogamente a quanto si ritrova nei cervelli di chi dipende da alcol e droghe e dei giocatori compulsivi. L’articolo procede esponendo le posizioni di ottimisti e pessimisti riguardo alle modificazioni che subisce il cervello umano, sottoposto all’”esperienza” di internet, citando alcune altre ricerche autorevoli e concludendo che, sì, i ragazzi fanno più affidamento sulla “memoria esterna” costituita dalla rete, piuttosto che sulla propria, col risultato di indebolire la capacità di memorizzare e poter utilizzare in autonomia le informazioni utili per affrontare la realtà, ma allo stesso tempo questa sorta di delega consente loro di sfruttare la mente per fare ragionamenti di portata più estesa, trarre conclusioni di maggiore efficacia e sintesi e, non ultimo, imparare a catalogare e collegare all’occorrenza, sapendo dove andare a cercarli, i dati utili a determinati scopi.

Buon pro per loro, io sono fiduciosa. Per quel che riguarda me, confermo tutto: da maggio ho visto indebolirsi la mia capacità di stabilire le giuste priorità nella vita quotidiana, aumentare la dipendenza dalle informazioni e dai fatti che originano dalla rete, ma anche crescere nella competenza di connessione tra eventi e informazioni, nella velocità di reperimento dei necessari approfondimenti, paradossalmente ho registrato un aumento del tempo dedicato alla lettura, ed in particolare alla lettura critica, una maggiore apertura alla socialità. Come mi sento giovane.

– pag. 132 “Quanto ci costa non fare” di Stefano Livadotti e Giulia Paravicini . Della serie “dove andremo a finire” se qualcuno non inizia ad impegnarsi per cambiare le cose, e invece stanno tutti lì, belli riparati dietro ai loro schermi a ripetere bovinamente le opinabili opinioni altrui. In questi termini si parla spesso del cittadino medio nonché dell’internauta che se ne sta seduto invece di migliorare il mondo. Non è sempre così. Infatti per il mondo si aggirano menti ingegnose, e sono per lo più ragazzi, che lavorano a testa bassa (spesso divertendosi) per congegnare reti alternative ad internet, e meno controllabili, nuovi programmi open source, nuovi modi per diffondere conoscenza ed interscambio, che tornino vantaggiosi soprattutto laddove la censura impedisce a intere popolazioni di poter crescere e usufruire dei vantaggi, indubbi, dei nuovi mezzi di comunicazione. Io sono sempre più convinta che questi “giovani”, domani che non lo saranno più tanto, faranno tutt’altro che sedersi in poltrona davanti alla tv. Indietro non si torna, in questa società.

E quest’immagine:

come stride. Come stride con le leggerezze di chi amministra il denaro pubblico. Cose che fanno accapponare la pelle – non per il freddo -, come il Comune di Roma, ormai ribattezzato Roma Capitale, ma non riesco a dirlo, che programma la costruzione di piste da sci… ad Ostia.

– pag. 194 “Viaggio dell’anima tra quaggiù e laggiù” di Eugenio Scalfari.

Il trauma della perdita del figlio porta David Grossman, ”anima errabonda”, a smettere di cercare

… la verità, né il senso ultimo della sua esistenza. Ove mai l’avesse cercato prima di allora, un evento, un’irreparabile sventura le ha tolto il bisogno di una motivazione. Quell’anima ha subito un trauma definitivo, una mutilazione insostenibile che ha annullato il pensiero e quindi la ricerca del senso. In un mondo insensato non esistono più le forme, tutto è indistinto, tra l’esistere e il non esistere non ci sono confini, non c’è vera vita né vera morte ma soltanto l’”essere” allo stato puro. L’”essere” è caotico per definizione, sostanza senza forma, impalpabile fluidità.

Ma Grossman, ricorda Scalfari,

… nei sei anni trascorsi dal trauma ha vissuto e operato, ha mantenuto e perfino accresciuto il suo impegno civile, politico, letterario. Ha insomma continuato a realizzare sé stesso al punto di concepire il “quaggiù” e il “laggiù” che postulano poeticamente quell’”essere” che è ovunque e in ogni luogo, che non conosce luce né buio, che ha cessato di creare forme ed estenua quelle esistenti senza tuttavia cancellarle del tutto, ombre di un sé stesso che giace non nella morte ma in un eterno e immemore riposo. Questa è l’arte e la sua forza.

Toh, al trauma, che secondo Jacques Lacan, consiste nella lacuna del linguaggio, nella sua mancanza di significato (c’è una certa somiglianza con la poetica di Grossman) è dedicato “Lacan e la psicologia del linguaggio”, di Massimo Recalcati, ho letto in quarta di copertina del DVD della collana La psicologia. Solo che l’ho perso, quel numero. Avrò altre occasioni, posso supporre. Finché c’è vita, al gioco delle madeleine non può esservi fine.

Di Proust ho un ricordo panico. Avrò avuto sì e no dodici anni quando tenevo con leggerezza tra le mani “All’ombra delle fanciulle in fiore”. Stavo a gambe incrociate su una sedia di vimini in giardino, d’estate, posso immaginare di aver avuto indosso un vestitino di cotone a fiori – non è che mi ricordi – e lo leggevo con innocenza, mi suscitava solletico, passeggiate di formiche sulla schiena. Intorno a me cinguettavano gli uccelli, frusciavano le foglie che il vento attraversava risalendo i rami, nei loro giochi di luce e ombra, e mi sentivo bene. Finché un giorno ricevetti un’occhiataccia da mia madre che disse che era “un po’ prestino per leggere certe cose” Così, senza farmi domande, soltanto un po’ delusa, riposi il libro tra gli altri volumi, certa che ne avrei ripreso la lettura, una volta raggiunta l’età giusta.

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*) Sulla relazione tra Proust e le neuroscienze, mi riprometto la lettura di Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf, Ed. Vita e pensiero, 2009

 

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Paolo Conte – Madeleine

Qui, tutto il meglio già qui,
e non ci sono parole per spiegare ed intuire
e capire, Madeleine, e se mai per ricordare
tanto, io capisco soltanto
il tatto delle tue mani e la canzone perduta
e ritrovata
come un’altra, un’altra vita
Allons, Madeleine,
certi gatti o certi uomini,
svaniti in una nebbia o in una tappezzeria,
addio addio, mai più ritorneranno, si sa,
col tempo e il vento tutto vola via…
Ma qualche volta è così
che qualcuno è tornato sotto certe carezze…
e poi la strada inghiotte subito gli amanti,
per piazze e ponti ciascuno se ne va,
e se vuoi, laggiù li vedi ancora danzanti
che più che gente sembrano foulards…

Progetti dietro il vetro

16 settembre 2012

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Non troppo lontani: fuochi nella notte, diverbi, sparatorie, nascite, morti, disperazioni. Io sono qui (sono venuta a suonare, sono venuta a danzare, e di nascosto ad amare), senza un perchè. Qui, ora, per stare con te.

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Paolo Conte – Alle prese con una verde milonga

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(Prego,

Un piccolo appartamento per due in una città d’arte.

Una vecchiaia insieme.

Oppure

Un piccolo tempo frainteso, sempre per due.

Piccole stanze, insieme)

 

Infinito Presente /6

14 agosto 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

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26 Giugno 2012

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6. Sentire/Vedere

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La primavera è passata per noi, mio caro amico, mio caro amore.

E l’autunno è già arrivato, con il giallo attuale delle sue foglie.

Anzi, è pieno inverno in questa precoce estate

rinfrescata dalla brezza che stasera soffia

sulla terrazza affacciata sul porto di Nasso.”

(Antonio Tabucchi, Lettera al vento*)

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Mezz’ora prima Aldo, che finito di preparare il suo zaino l’aveva accostato alla porta della camera d’albergo, aveva approfittato di un momento di solitudine per accoltellarsi un po’.

Silvia verso le sei del pomeriggio aveva portato il figlio presso il circolo sportivo di una frazione dello stesso Comune, sulle alture che sormontavano i due paesi gemelli, uno la copia riveduta e corretta dell’altro. Lassù si trovavano campi in terra battuta davvero ben curati e vi era giunta in vacanza una coppia di conoscenti di Roma con un ragazzino dell’età del loro Giovanni. Lui per tutto l’inverno precedente aveva seguito un corso di tennis profumatamente pagato da Silvia, che se lo poteva permettere grazie alla sostanziosa rendita lasciata dai genitori. I quali non erano affatto morti, avevano soltanto deciso di trascorrere all’estero il resto dei loro giorni da pensionati, ma prima avevano sistemato ogni cosa perché figlia e nipote non avessero da preoccuparsi per le scelte di vita eccentriche, e in genere fallimentari, del genero.

Aldo aveva accompagnato il resto della famiglia giù alla hall e l’aveva visto allontanarsi in direzione del parcheggio. Silvia aveva l’aspetto curato di una ragazza bene, dimostrava grosso modo dieci anni di meno. Ma quel pomeriggio lui non ci fece troppo caso: alle nove sarebbe salito sul pullman che nel corso della notte, fermata dopo fermata, lo avrebbe riportato indietro. Arrivato in vacanza, aveva messo in conto di rientrare dopo non più di tre settimane (moglie e figlio sarebbero rimasti, serviti e riveriti, nella prigione d’oro estiva che lui aveva loro imposto), ufficialmente per non lasciare troppo a lungo la casa incustodita. Ma il giorno precedente la chiamata del suo ex collega che gli annunciava la possibilità di ricominciare a lavorare, se solo si fosse tenuto pronto a una chiamata che poteva arrivare “il giorno successivo o un altro, comunque molto presto”, gli aveva fornito un pretesto inattaccabile per ritornare alla desiderata solitudine.

E così, nel tempo carico di attesa e di timore che precede la partenza, gli era cresciuto un gran desiderio di riprovarci. Lo faceva sempre più spesso, appena aveva la certezza che sarebbe stato lasciato in pace per un certo periodo di tempo. Comunque, per prudenza, si chiudeva sempre a chiave nel bagno, dove aveva già disposto sulla mensola del lavandino tutto il necessario. Ovvero: un coltellino a lama affilata, che conservava nel borsello con il necessario per barba e doccia, avvolto in un robusto spessore di carta di giornale sulla quale arrotolava un foglio di alluminio (di quelli per conservare i cibi in frigorifero, ormai senza più un’utilità reale, tanto era accartocciato e strappato in più punti), cerotti, acqua ossigenata, grappa. Quest’ultima non era tanto materialmente necessaria al rito, quanto a darsi un certo stordimento che allentasse i freni inibitori. Tracannò dalla bottiglia una sorsata veloce, e non attese nemmeno che scendesse in fondo all’esofago. La finestra, che dava su un cortile cieco, senza altri affacci, era spalancata. Si spogliò, quindi spostò la tenda della doccia, vi entrò ed aprì giusto un debole scroscio d’acqua, ben bollente.

Ormai aveva smesso di incidersi le mani. Tutte quelle cicatrici, le medicazioni esibite tanto di frequente, portavano la gente a essere troppo curiosa. E poi aveva capito che il suo non era un caso così disperato. Stava guarendo, e quello che sarebbe accaduto di lì a poco sarebbe stato solo la ricaduta in un vizio. Aveva già richiesto la cancellazione dell’invalidità, una di quelle cose che mandavano in bestia il suocero: rinunciare ad un sussidio quando non aveva ancora neppure trovato un nuovo lavoro. Ma lui non aveva intenzione di passare il resto della vita bollato come invalido. Da poco tempo voleva ritornare a vivere, voleva farlo con tutte le sue forze, utilizzando ogni possibilità che avrebbe incontrato per la strada. E aveva smesso di preoccuparsi che il suo modo di fare somigliasse più a quello irrazionale di un adolescente che a quello di un adulto che aveva superato la metà della vita. Sapeva riconoscere che la sua inquietudine era la cifra del proprio tempo e in particolare della propria generazione. E che se non fosse andato a fondo cercando di capire, anche vivendo sulla propria pelle tutti gli sbagli e le contraddizioni che gli si sarebbero presentate strada facendo, non sarebbe mai riuscito a superare quel periodo per tornare a guardare avanti.

Utilizzò pollice e indice della mano sinistra per tendere bruscamente la pelle della coscia destra, in un punto ancora non esplorato. L’altra mano era già pronta ad appoggiare sopra la pelle sottile la lama, disinfettata velocemente poco prima con uno spruzzo di acqua ossigenata. Ne premette il dorso fino a vedere il filo sparire sotto pelle. Lo vide, infatti, più che sentirlo. Si spaventò di questo e premette di più, finché avvertì un bruciore perfettamente sopportabile. Un rivolo di sangue iniziò a gocciare silenziosamente sul piatto doccia, allargandosi in macchie filamentose che si unirono in rigagnoli, nel percorrere la pendenza fino allo scarico. Da quel momento, raggiunto l’obiettivo, iniziò a sentire il bruciore nella gamba come fonte di piacere. Sapeva che sarebbe accaduto, come già nei giorni passati. Voleva arrivare a questo. Sperimentare l’eccitazione del sentirsi vivo. Continuò a segnare nuove superfici, solo però qualche millimetro per volta.

Fino a poco prima si era lasciata aperta la possibilità di aprire al massimo l’acqua caldissima, dare un taglio deciso all’altezza della safena grande e accasciarsi senza opporre resistenza al lento addio del sangue a tutto il corpo. Ma nemmeno quello era il giorno adatto, non avrebbe saputo lasciarsi andare verso il nulla proprio mentre sentiva di nuovo la forza della vita scorrergli dentro e dargli tutta quella carica. Chiuse di colpo l’acqua, scappò fuori dalla doccia tamponandosi con un asciugamano scuro, uno che si era ricordato di portare da casa all’ultimo momento. Si medicò in fretta, richiuse tutto nel borsello e si rivestì. Pochi istanti dopo si trovava in strada con il grosso zaino sulle spalle. Zoppicava leggermente e se ne compiacque, sorridendo con discrezione di quel fastidio, mentre si dirigeva verso biblioteca comunale. Si erano fatte le diciotto e trenta e si stava aprendo la conferenza del noto scrittore X. Tra i viventi, uno dei suoi preferiti.

La mezz’ora che avrebbe potuto cambiare il corso delle cose, ovvero la sua vita, si era conclusa senza grosse conseguenze. Le cose stesse avevano scelto di non prendere strade diverse da quelle già tracciate. L’unica eccentricità rispetto alla monotonia della vacanza l’avrebbe trovata lì dove si stava indirizzando. Non era un’occasione irripetibile, tutt’altro, ma desiderava ripartire portandosi dietro qualcosa di diverso a cui pensare. A lui quei luoghi ameni mettevano addosso brividi di disagio, come quando la pelle si rapprende per uno stridore fastidioso. Si giustificava dichiarandosi un uomo metropolitano, uno che non sarebbe sopravvissuto a un anno intero in tanto isolamento.

Attraversò il corridoio che portava alla Sala Conferenze. Odorava di intonaco dato di fresco, un odore che gli era sempre piaciuto. La novità, o almeno il rinnovamento, il moto perpetuo, la vernice passata e ripassata su vecchie superfici, come nel caso di quel camminamento candido, gli dava l’illusione di fare le cose come per la prima volta. Varcata la soglia della sala rettangolare dal soffitto basso, coperto da una scacchiera di plafoniere al neon, delle quali alcune erano accese senza apparente regola, contò non più di una trentina di persone annoiate, comprese le vecchie che aspettavano la messa feriale delle diciannove, e che erano venute solo perché accompagnavano figlie o nuore che avevano studiato fuori e poi erano tornate al paese a sistemarsi, e per le quali quella conferenza era probabilmente davvero l’unico evento degno di nota di tutta una stagione. Poche presenze maschili nel pubblico. Si stupì di non conoscerne nessuno. Faceva troppo caldo e le finestre piccole e alte non permettevano l’ingresso di aria nuova.

Quattro uomini in circolo (ma, notò Aldo, ciascuno chiuso in sé, coi piedi ben piantati in terra e le braccia conserte) si rivolgevano all’orecchio dell’interlocutore di turno mentre questi si inclinava leggermente per ascoltare meglio. Il Primo Cittadino in fascia tricolore, finita la consultazione uscì dal capannello e, dopo essersi toccato il labbro inferiore col pollice un paio di volte, e rivolto uno sguardo senza entusiasmo alla platea, andò ad accomodarsi in prima fila. Aldo volle avvicinarsi per salutarlo, in fondo lo aveva evitato accuratamente da che era arrivato e non voleva che, saputo che era stato lì tutti quei giorni senza farsi vivo, se la prendesse a male. Erano stati amici, un tempo. Non si vedevano da quando giocavano insieme a pallone sul campo terroso di Tresea, il paese accanto, quello semidistrutto dalla frana dei primi anni ottanta, e poi abbandonato da quasi tutti gli abitanti, incapaci di restare in eterna attesa di finanziamenti e aiuti, che si misero presto all’opera per ricostruirlo alla bell’e meglio nel piccolo golfo che seguiva a Sud, lungo il corso della Provinciale, con buona pace di Piani territoriali, ambientali o paesistici. D’altra parte, nessuno alzò mai un’obiezione negli anni a venire. Il nuovo insediamento venne chiamato Pulizzi, dal nome del costruttore originario di Tresea che mise a disposizione, accettando margini irrisori, i materiali e i mezzi necessari. In mezzo al giardino circondato da una recinzione con punte di lancia sulla sommità, sul versante della piazza centrale che affacciava sul porto, era stata collocata una statua a grandezza naturale di Alcione Pulizzi in tenuta da ricco imprenditore (lo scultore aveva reso addirittura il principe di galles, cesellandolo chissà in che modo sopra il bronzo) che indicava a braccio teso e con aria accigliata il nuovo campanile.

Per la consuetudine dovuta al ruolo, il Sindaco Pinardo gli porse subito la mano con decisione, benché fosse chiara la sua incertezza sull’identità dell’uomo chinato su di lui. Lo squadrò con gli occhi semichiusi, ma doveva essere un atteggiamento, pensò Aldo, perché aveva un paio di vistosi occhiali poggiati sul naso sudato e ricoperto di capillari colorati. Una veloce rinfrescata alla memoria gli consentì di riconoscerlo, e a quel punto si alzò di scatto per abbracciarlo calorosamente. Forse avrebbero potuto dirsi di più ma il gracchiare del microfono che veniva acceso diede ad Aldo l’occasione per sganciarsi e andare ad occupare in tutta fretta una sedia qualche fila più indietro.

Alzò lo sguardo. Al posto dello scrittore atteso, al centro del tavolo sedeva una donna, con una maglietta blu scuro da poco prezzo e pantaloncini corti di colore beige. Le sue gambe incrociate sbucavano da sotto il piano e oscillavano a un ritmo agitato, guidate dal movimento ritmico dei piedi fasciati da sandali bassi e spartani. La sconosciuta guardava in alto, sopra le teste dei presenti. Si mordicchiava le labbra a turno, ora il superiore e ora quello inferiore. Le si avvicinò uno degli organizzatori che, dopo averle detto qualcosa a bassa voce, le rivolse un largo sorriso stringendole forte una spalla prima di lasciarla nuovamente sola. Lei si schiarì la voce.

– Buona sera, – disse. Aldo notò dapprima un particolare accento e subito dopo che il tono di voce era leggermente impostato, come di una persona abituata a parlare in pubblico, ma che comunque si trovava fuori dal proprio ambiente. L’esordio fu una palese mossa per prendere tempo. Pronunciò il proprio nome e cognome e annunciò la defezione imprevista dello scrittore. Aldo capì l’antifona e si dispiacque che di lì a poco avrebbe portato nel viaggio verso casa soltanto il fastidio di un’attrazione da mezza tacca da paesino di provincia. Iniziò a sperare che la cosa non si prolungasse oltre i limiti della decenza. Lei proseguì con qualche banalità.

 – So che sperate che mi riveli all’altezza di chi doveva essere seduto qui al mio posto, ma temo di dovervi deludere. – Voilà. in questo modo si era alienata subito la metà del pubblico.

– Sono nativa di Tresea, e sono una scrittrice. Un certo tipo di scrittrice, poi. Fine delle similitudini. Perché, vedete, no non si scomodi, lei in seconda fila, a nascondere lo sbadiglio, se vuole può anche alzarsi. Non sono abituata ad avere un grande pubblico -. Aldo si era fermato alla prima affermazione. Iniziò a chiedersi se non l’avesse già conosciuta in passato, fin da subito gli era sembrata una faccia nota.

– E la sede, certo, non è delle più comode – aggiunse, accompagnando alle parole il gesto di un braccio che descriveva in un arco la desolazione della sala. Il Sindaco gli stava seduto davanti, ma immaginò lo stesso che a quella battuta l’avesse incenerita con lo sguardo.

– Si possono aprire un po’ più le finestre? …Per favore? – Nessuno dava un seguito alle sue richieste. Qualche vecchia che si sventagliava già da un po’ alzò appena gli occhi verso le poche vetrate rimaste ancora chiuse. Finché il Sindaco non afferrò le redini della situazione intimando a un tizio che stava in piedi sul fondo di spalancare quelle stupide finestre. Poi, una volta in piedi, prese il cellulare dalla tasca dei pantaloni e prese l’uscita bisbigliando. Il brusio, che si era acquietato con l’apertura del microfono, riprese a salire. Aldo immaginò che avrebbe assistito a una conferenza sulle ricette della tradizione culinaria locale. Era pronto ad infilarsi dietro a una delle persone che stavano alzandosi e andandosene.

– Non avendo preparato materiale per questo incontro sono costretta ad andare a braccio. Inizierò col dirvi che mi occupo di scrittura per il cinema. Ma non vi parlerò di “story telling” tout court. Oddio, ho infilato quattro termini stranieri in fila, e in lingue diverse! Ah, ah! – I quattro gatti che erano rimasti risero, l’avevano presa in simpatia. La battuta aveva annullato la distanza. Aldo si tranquillizzò e restò a sentire come sarebbe andata a finire. Anche se lui di cinema non se ne intendeva molto. Era solo che aveva realizzato di avere qualcosa da domandarle. E poi lei aveva preso a parlare con scioltezza non appena aveva bloccato gli occhi, fissi sopra i suoi.

Disse di aver realizzato dieci plot, poi tradotti in film, di cinema indipendente nordamericano. Disse cose intorno alle teorie, aggiungendo che lei non ne seguiva, ma che piuttosto cercava di far reggere una storia, anche nel campo dell’assurdo o del fantascientifico, mantenendo un’onestà di fondo nei confronti dei suoi personaggi. Che era partita praticando la pittura, come sua madre.

– Qualcuno in sala l’avrà pure conosciuta, vivevamo in Contrada … prima dello smottamento del monte Foleno.

– Come no, – disse ad alta voce una delle vecchie in sala, – Norma la

Norma la matta, certo, – l’anticipò lei, arrossendo sotto l’abbronzatura, – Era di origine russa, lo sapevate? Amava così tanto questi posti che li aveva scelti come patria, e qui è venuta a morire.

A quelle parole seguì un breve lasso di tempo, talmente breve che chi durante il suo svolgersi provò imbarazzo, non fece in tempo ad accorgersene, perché subito lei riprese:

– Io venni data in affidamento a una famiglia che emigrò negli States e mi fece studiare. Laggiù sono diventata quella che sono oggi.

Aldo sbatté le palpebre due o tre volte di fila, come sorpreso da una rivelazione della quale però stentava ancora a individuare i contorni. Lei tornò ad aggrappare al suo sguardo il proprio. Lui lo sostenne, stavolta come se la stesse sostenendo con un braccio in vita per impedirle di cadere. Di Norma la matta se ne ricordava eccome.

– Come pittrice, il mio primo interesse era stato quello di descrivere lo spazio. Paesaggi, strade, città. Poi è arrivato il matrimonio e subito i figli. E, chissà com’è, quasi rinascendo insieme a loro, ho sentito farsi avanti nuove esigenze. È stato come se mi fossi resa conto che alla pittura, il mio mezzo d’espressione nel mondo, mancava qualcosa che completasse la realtà descritta dallo spazio. Mancava lo scorrere del tempo. O meglio, in molti ci avevano già provato, dalle avanguardie futuriste in poi, ma quell’epoca, il primo Novecento, è andata, svanita. Dirò di più: è fallita. Annientata dallo sconvolgimento culturale seguito alle due guerre.

Io, quando i figli sono arrivati quasi all’adolescenza, vedendo arrivare al termine il mio compito di madre che genera, nutre ed accudisce mi sono accorta di dover, probabilmente, o almeno spero – si nascose la bocca con la mano, sbuffando dal naso una risatina nervosa, – vivere ancora a lungo, ma senza più poter avere come bussola il compito assegnatomi dalla natura. Questo all’inizio mi ha provocato un disagio. L’ho sentito crescere dentro di me giorno per giorno, finché senza preavviso, mi sono trovata a un bivio. Riprendere a dare la vita. Non alla carne, ma a qualcosa che lo stesso percorra lo spazio e insieme il tempo. La vita ancora, quindi. Altrimenti, – Aldo avrebbe concluso la frase anche da solo, – avrei preferito morire. – E finalmente, nel pronunciare queste ultime parole, lasciò gli occhi liberi di vagare nello spazio davanti a sé, appoggiandosi allo schienale e prendendo un respiro profondo.

Le sedie della prima fila, dopo l’uscita di scena del Sindaco, erano completamente inutilizzate. Dalla seconda fila all’ultima erano rimaste sì e no tre donne sulla quarantina, attente e mute. Le vecchie ormai erano tutte andate a messa. Aldo si rese conto di dover dare una registrata alla propria espressione. Strizzare un po’ gli occhi, cambiare fuoco guardandosi attorno. Era dispiaciuto del silenzio che si stava prolungando, in assenza di un contraddittorio. Così alzò la mano per prendere parola. Lei sollevò l’arcata sopraccigliare, sorpresa. In quel momento si spensero le luci e un bibliotecario zelante invitò i presenti a imboccare la porta.

Mentre attendeva che il pubblico residuo, le tre donne, la liberassero, si andò ad appoggiare al muro appena fuori dalla porta della biblioteca. La vide uscire e le si piazzò davanti, spaventandola. Come lei si riebbe, Aldo si presentò e, d’istinto, la prese sotto braccio camminando. La guidò fino al giardino con la statua di Pulizzi, facendole sommari complimenti e scoprendosi un poco nelle sue passioni. Non le disse però che anche lui c’era, durante i giorni dell’inferno di Tresea. Alla luce del tramonto lei aveva gli occhi più chiari e una bocca morbida dischiusa in un sorriso. Aldo lo ricambiò, senza altro perché che quello dettato dalle leggi di natura. Provava una vicinanza maggiore di quanto non lo fosse nel tempo che stavano vivendo. Dopo averle preso il braccio aveva iniziato a percepire una realtà più intensa, e ad avvertire i significati più profondi delle parole che scambiavano tra loro, nascosti dentro le frasi che sbocciarono in pochi istanti: – Sapeva, vero, che Carver ha descritto in un suo racconto* le ultime ore di Cechov? – Ho problemi con le storie, credo piuttosto nel caos…,La vastità del reale è incomprensibile… – La vita è prigioniera della sua rappresentazione. Del giorno dopo ti ricordi solo tu.**

Aldo prese un respiro con l’intenzione di utilizzarlo per recitarle “Tu mi portasti un po’ d’alga marina nei tuoi capelli, ed un odor di vento.” E per poi spiegarle: “Questa frase è dedicata a una donna che un giorno troverò in un porto, ma lei non sa ancora che ci incontreremo”***, quando un uomo biondo, alto e ben piazzato, fece capolino da dietro la siepe, pronunciando – Heèy.

– Hey, dear, I’m coming, – rispose lei, sganciando prontamente il braccio dalla presa.

Lo straniero notò che Aldo tentò di dire un’ultima battuta, mentre sua moglie gli veniva incontro.

Qualcuno di quelli appoggiati coi gomiti alla ringhiera sopra il porto si accorse della scena. Fu espresso qualche commento a mezza bocca. Videro la coppia allontanarsi con lo stesso passo lento verso la fine della piazza. Le campane iniziarono a suonare mentre l’uomo che era rimasto solo s’incamminava a sua volta in direzione del deposito dei pullman. Zoppicava in modo non troppo evidente e teneva appoggiata su una sola spalla una delle due cinghie dello zaino. Presto anche quelle persone compirono gesti consueti, tornando verso le loro case o le stanze della villeggiatura per cenare.

Su tutta la scena si spandeva la luce dorata proveniente dal mare, era il riflesso del Sole che vi si immergeva. Sole che osservava con uguale distacco e tedio i movimenti degli uomini e quelli delle formiche, a poco a poco indistinguibili tra loro a causa della lontananza del punto d’osservazione e  dall’avanzare implacabile dell’oscurità.

[continua]

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Paolo Conte – Fuga all’inglese

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*) Raymond Carver, Errand – The New Yorker, June 1, 1987

**) Antonio Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi Ed. Feltrinelli, 2010; Wim Wenders, Stanotte vorrei parlare con l’angelo – Scritti 1968-1988, Ed.ubulibri, 1994

***) Antonio Tabucchi, raccontoVagabondaggiosu Dino Campana

Infinito Presente /3

27 luglio 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

27 Luglio 2012

3. Spegnersi/Sterbere

Del libro ne avevamo già parlato. Quello che mi sgomenta ultimamente è la sensazione, come nel titolo (è il titolo, il titolo più l’immagine di copertina, insieme, che mi hanno spinto a comprarlo) che si stia facendo sempre più buio. È vero, è estate: giornate lunghe, vento caldo (come cantava Alice), aria frizzante. Ma quante ne ho vissute di estati, a volte clamorose. Tutte sfociate in inverni interminabili, col freddo dentro e fuori e vento e pioggia che spazzano tutto via. E poi estati e inverni, e giorni e giorni uno a seguire l’altro. Aspettavo il Natale, e la carta da regalo in terra era quello che restava della meraviglia, l’attimo fuggente era già passato. E subito dopo era già un altro Natale, sempre un po’ meno bello del precedente.

Dicevo del buio, che vedo incombere ora come se fosse quasi inverno. L’attesa di un giorno importante, come riempie il cuore. Ma quel giorno, per quanto pieno sia e come venga tirato da ogni parte per allungarlo e ritardarne la fine il più possibile, è solo un confine. La pagina di un libro, scritta davanti e dietro, parla dell’attesa prima e della rielaborazione poi di quell’attimo, o attimi vissuti, che sono soltanto il bordo tagliente del foglio. Mettiamo che io e te riusciamo a vivere insieme una giornata (oh quanto l’abbiamo aspettata). Adesso non l’attendiamo più, è già trascorsa. Ora che abbiamo realizzato il sogno ci resta la sua rielaborazione, ma ne converrai che non è la stessa cosa del viverlo al presente. Se siamo stati bravi ci siamo lasciati travolgere dai fatti, senza perdere tempo a scattare fotografie. “Ne avremo di tempo per scambiare parole” mi hai detto a un tratto, guardando oltre la mia spalla. Ci racconteremo la vita per non morire della sua assenza. E il buio intorno è lo spegnersi della meraviglia, la fiamma che si fa fioca, il cerino quasi del tutto consumato, è allora che si tentano gesti come gettarsi nel traffico a semaforo rosso. Si narrano storie che sono più vere della vita stessa.

Apro a caso le pagine del libro. Ecco un racconto, che strano, fa giusto al caso mio. Parla di un viaggio mai fatto, del suo non essersi mai svolto come apoteosi della realizzazione, intesa come compimento assoluto della realtà. Tu dici che non conta più il passato, che ora siamo come due persone nuove. Non voglio sentirti ragionare come la Bovary “con la sua incapacità di delineare i contorni di ciò che desiderava”, non tu che mi sei venuta incontro sorridendo sulla banchina, sotto la pioggia, come se mi avessi riconosciuto dopo tanti anni. E invece ero soltanto un uomo che avrebbe potuto essere quello che hai aspettato, oppure un altro a caso. Come facevi a saperlo, e come l’ho saputo io che quella che camminava lentamente verso di me, i tratti del viso indistinguibili, tremando per l’emozione, che mi ha abbracciato respirando forte, senza alcuna esitazione, eri proprio tu? Che cosa conta che sia accaduto veramente? Ora quell’incontro, la sua immagine, la forza che mi da, è diventato il centro della mia esistenza.

Non che io non abbia più una moglie e un figlio, né che tu non tenga a cuore la tua famiglia. Ma “Ich sterbe”, dicesti. Lo mormorasti così piano, in quell’abbraccio sotto l’acquazzone, che ti dovetti chiedere di ripetere che cosa avevi detto. E quando lo compresi, allora ne fui certo, che eri davvero tu. E davvero tutte le albicocche furono solo per noi, metà per uno, una per ogni abbraccio. Un chilo di abbracci e di albicocche solo per noi.

Ho solo due rimpianti, che il resto lo rielaboreremo poi. Un rimprovero per te, ma col sorriso, di non aver più dato seguito all’annuncio, non avermi più letto quella poesia (anche se tante, quante le metà frutta che ci mettevamo in bocca l’uno all’altra, ne abbiamo udite fremere nell’aria, in mezzo ai nostri abbracci interminabili), e uno per me stesso, di non aver finito di raccontare di quella mia intuizione sul nostro incontro che era prossimo e sull’attimo che fugge. Ma a questo ho appena rimediato.

[continua]

Paolo Conte – La Donna della tua Vita

Dubbio vs Dogma: la leva dei grandi numeri

22 giugno 2012

Le strade dell’età moderna sono diventate di esclusivo appannaggio delle automobili. Eppure, oggi che c’è lo sciopero dei mezzi, all’ultimo semaforo prima di arrivare al lavoro ho contato una ventina di auto, due autobus, cinque o sei motorini e, oltre la mia, altre tre biciclette che si sono guadagnate il pieno diritto ad occupare metà della carreggiata anziché strisciare contro le macchine in sosta sperando che non venga aperto lo sportello proprio mentre le si affianca in corsa. Per la contentezza ho attraversato la strada sollevata dal sellino con la coda alta, come un gatto che viene accarezzato sulla schiena.

– Basta, ce li hai fatti a peperino co’ ’sta bicicletta!

– Stavolta è l’ultima, giuro. Ma adesso fatti in là.

Ne parlavo ieri con una signora (una delle tante persone che quotidianamente mi fermano per capire la fattibilità dell’acquisto di una pieghevole come la mia) che lamentava l’assenza di piste ciclabili. Io le ho ribattuto, convinta, che se ci raggiungeva anche lei, prima o poi avremmo realizzato una massa critica tale da obbligare l’amministrazione municipale a prendere le opportune misure per regolare il nuovo modello di traffico. I grandi numeri hanno (anche) questo potere.

Grandi numeri ne fanno pure le comunità dei bloggers (però mi sto accorgendo che sono tribù un tantino chiuse, eh). Da che li conoscevo solo superficialmente, mi sono messa a frequentarli, i blog. Ci sarebbe da perderci le giornate, per fortuna vengo richiamata al mondo reale in ogni momento e quindi riesco a ancora a non perdermi nella rete. Ma ce ne sarebbe.

A volte mi scappano ricerche random (come quella volta del “vento tra i capelli”) e oggi mi è capitato di imbattermi, digitando “genio e sregolatezza” nella piccola polemica suscitata dalle affermazioni fatte poco più di un anno fa da Mirko Tondi, autore per il blog “Sul Romanzo”, che si è lasciato sfuggire “non si può che condividere un’affermazione del genere”, dopo l’esordio “Non esiste grande genio senza una dose di follia. No, non l’ho detto io. È una frase di Aristotele […]”. Polemica evitabile (detto in amicizia, Mirko): sarebbe bastata una veloce ricerca in rete, e avrebbe trovato  fondamenti scientifici alla propria intuizione empirica. La conferma che gli serviva stava negli esiti di una ricerca condotta dalla Semmelweis University (che non è inventata, si tratta di un’emerita istituzione ungherese), pubblicata su Psychological Science  riportata un anno e mezzo prima da Salute 24 (“c`è un legame genetico tra psicosi e creatività”).

Oggi si può almeno tentare di verificare la correttezza di ciò che affermiamo (scripta manent e la cosa mi mette i brividi). Bertrand Russel invece, poverino (per quanto la vita l’abbia tirata il più possibile per le lunghe, è morto a 98 anni), non aveva accesso ad Internet, ma se anche l’avesse avuto non ne avrebbe tratto vantaggio: il problema non era ancora stato studiato sotto l’aspetto genetico. Allora si ingegnava (per così dire) con la speculazione filosofica quando diceva “In ogni schema ordinato tendente a comporre il modello della vita umana è necessario introdurre una certa dose di anarchia” (più o meno un altra definizione di genio e sregolatezza).

Luca Massaro, un ragazzo colto, sensibile e a mio parere spesso geniale (ma anche piuttosto sregolato: segue il modello Un tal Lucas*, creato da Julio Cortazàr, da cui il –pure geniale- titolo del blog che gioca con l’alter ego dell’autore), a sua volta elegge Russel a suo modello nel post pubblicato poche ore fa. Ne cita la convinta propaganda dell’atteggiamento agnostico in contrapposizione con quello fideistico che accomuna gli esseri umani quando si accorpano sotto il generoso ombrello dei grandi numeri (“destinati all’adorazione”). Con questo post Luca conferma la sua poliedricità (e lo fa da cinque anni, viva la costanza) collezionando nel giro di ventiquattr’ore una (bella) poesia, una twittata sferzante diretta al Cardinal Ravasi, e il giro che ho descritto, fatto in compagnia di un proprio demone (un fetentone molto affine ai miei), in territorio filosofico-sociologico. Dove si pone il problema, per tentare di sanare “i nove decimi dei problemi che affliggono le masse”, di come indurre quest’ultime ad un atteggiamento agnostico.

Non so, io proverei a cambiare tattica. Ti consiglierei, Luca, di provare a incuriosirli uno per uno, mostrandogli i vantaggi dell’agnosticismo con il tuo esempio pratico, fino a raggiungere la massa critica necessaria e poi sfrecciare insieme… come ciclisti gregari in fuga.

– E come?

– Ci vuole un po’ di fantasia, demone, dai.

– Aspetta che mo’ ci penso.

  

  Paolo Conte – Boogie

*) Julio Cortazàr, I Racconti  Ed. Einaudi, 1994

**) Bertrand Russell, Saggi scettici Ed. TEA, 2004


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