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Dancing friday

18 ottobre 2013

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Per distendermi al termine di una settimana complicata, leggevo qualcosina di Stendhal (al secolo Marie-Henri Beyle), l’inventore della famosa sindrome fiorentina (ma non quella della bistecca che ora, vale la pena ripeterlo, si può tornare a mangiare al sangue), il quale è anche marginalmente noto come autore del pamphlet “Il rosso e il nero”. Il protagonista è uno scavezzacollo di nome Julien, al quale tempo fa, dedicai un breve ritratto:

Julien, nome rappreso dal gocciolio di consonati liquide e nasali, “U” che aspira all’alto, “E” che ridiscende, invocando pace e quiete. Suono dolce, che cerca vibrazioni dall’innesto su parole con la erre. Amore, Guerra. Implume, indifeso aquilotto, gettato dal nido in mezzo a un bivio con uno scapaccione. Una corona dentata sta per divorarti, attento!

A chi chiedi rifugio adesso, strappato all’indolenza dell’età acerba, se quella mano aperta che ti sbilancia verso i denti ingordi di una sega, appartiene all’essere più caro. Rude bestia, capace del solo affetto atavico che va di padre in figlio per mezzo d’odio e non delle parole. Sogni per lui soltanto ciò che ti ha insegnato, la degna conclusione di una vita atroce.

L’anima sguscia fuori dal tuo involucro, mente sei spintonato a forza verso casa. Fuggi con occhi di carbone acceso, volando verso il fiume dove galleggia il mito, per consegnagli il cuore. Tristezza e guance rosse. No, Lui non subirebbe.

Conquisterai quello che speri o ti spaccherai al bivio, dove si apre quel divario spaventoso? Seguirai amore su un percorso, o lungo l’altro diverrai amorale?

Questo nome mi ha fatto tornare in mente una delle mie prime amicizie bloggheristiche, l’autore de Il pianeta delle scimmie.

Puntando i piedi sulla costa del libro, in bilico dal cornicione dell’ultimo piano del palazzo, ho urlato: Oh-Ohh! E lui ha risposto sparando musica alta nella mia direzione.

Abbiamo ballato tutto il pomeriggio. E ora, esausti, abbiamo pensato di farvi condividere la nostra leggerezza. Enjoy.

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Dancing friday Compilation 18 OCT 2013

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Mentre sul Pianeta delle scimmie, la musica prosegue cliccando qui:

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Sont pas si mal (les fleurs du mal)

4 luglio 2013

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Ch’ha detto?

Parla francese, sai com’è: Francesca / Francesa.

Ah, sì, sì, c’è stato uno, in effetti, uno di Marsiglia, un tal Stephane, che le storpiava il nome così un tempo…

Era già finita la grande guerra?

Eeeh. Da mo’.  Ma che stai dicendo? Bando alle corbellerie.

E tu su che fronte hai combattuto?

Guarda che ho mangiato cubetti di diavolina e mi scappa giusto giusto un infuocato…

Stoop. Proprio oggi la vogliamo rovinare?

Hai ragione. Quando è troppo è troppo.

Non sembrerebbe. A sentir lei, non ne ha mai abbastanza.

Dipende da cosa, no?

Dipende da cosa, certo. Ma, secondo me, lei non ha capito di essere ormai uscita da quell’età della vita in cui fai ogni giorno esperienza di qualcosa di nuovo e sei giustificato per tutte le paturnie.

Ah, lo Spleen mesto e implacabile dell’adolescenza…

Bé, ma è tutto diverso, ormai, permettimi. Al compleanno dei quattordici anni stava con un tal Luca che poi le ha spezzato il cuore, e allora daje col singhiozzo libero e co’ Baudelaire in sottofondo a più non posso. Ma oggi è un’altra musica.

Mai sentito, era una costola dei Bauhaus?

Ma chi?

Bau-dlèr.

… Sottolineavo il fatto che i Fiori del male, a conoscerli, non sono mica tanto intrisi di Spleen, sai? Cito Wiki, che fa tanto fico: “I fiori del male viene considerata una delle opere poetiche più influenti, celebri e innovative dell’ottocento francese e non. Il lirismo aulico ed ampolloso che si unisce a sfondi surreali di un modernismo ancora reduce della poetica romantica si tradusse, nei periodi successivi, nello stereotipo del Poeta Maledetto; chiuso in sé stesso, a venerare i piaceri della carne e tradurre la propria visione del mondo in una comprensione d’infinita sofferenza e bassezza”.

Eh?

Non capisci un cavolo! È una metafora che accenna a tematiche che si agitano sullo sfondo della vita (letteraria) della nostra festeggiata!

Abbassa la voce, oh, che ha appena preso sonno.

Sì, sì. Per concludere, e poi si va a dormire tutti, anche noi demoni, è una che si rimette in gioco continuamente.

Per cause meritorie, come ci si aspetterebbe, no?

Direi che lo faccia per lo più per sé stessa. Più meritoria di così, la causa.

Non ti contraddirò io, guarda. L’unico appunto che mi permetto è che forse tende a strafare. Tanto per dirne una, quella storia delle lezioni di francese. Alla fine l’ha fatto, ha iniziato a studiare (anche se ne ha di strada davanti…). E le altre novità, oltre a questa, le ha intraprese tutte nell’arco di un solo anno solare.

La vedo affaticata, infatti.

Provata.

Sì, provata.

Consunta.

Smunta.

Unta?

Al sole, soprattutto.

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”La géante’’ – Sonnet de Charles Baudelaire dans ‘’Les fleurs du mal’’(1857)

Musique “Thru Clouds” – deeB

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La Géante

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Du temps que la Nature en sa verve puissante

Concevait chaque jour des enfants monstrueux,

J’eusse aimé vivre auprès d’une jeune géante,

Comme aux pieds d’une reine un chat voluptueux.

J’eusse aimé voir son corps fleurir avec son âme

Et grandir librement dans ses terribles jeux;

Deviner si son coeur couve une sombre flamme

Aux humides brouillards qui nagent dans ses yeux;

Parcourir à loisir ses magnifiques formes;

Ramper sur le versant de ses genoux énormes,

Et parfois en été, quand les soleils malsains,

Lasse, la font s’étendre à travers la campagne,

Dormir nonchalamment à l’ombre de ses seins,

Comme un hameau paisible au pied d’une montagne.

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Charles Baudelaire

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Rincorrendo una bellezza insospettata

28 giugno 2013

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Alcune goccioline trasparenti si posano sui vetri e strisciano per minimizzare la loro presenza. Così si disfano, cercano di venir evaporate dal sole, che sempre è sole di Giugno, prima di creare il panico tra noi mortali. Domani è sabato, e a Roma la situazione è questa:

 Cielo di Roma a Giugno

Lola, insoddisfatta a prescindere dalla situazione, dice da sempre (o da che la conosco) che vuole andare via. A Honolulu, per la precisione. Tutta colpa di Stanlio e Ollio, del ritornello Honolulu Baby cantato durante la disavventura che li vede tornare da un falso convegno alle devote mogliettine, senza sapere che la notizia è corsa fino a loro, ma non ha raggiunto i due malcapitati. La nave è naufragata.

Ai due mentitori accadono disavventure che giusto nelle comiche, divergenti sul finale: Ollio massacrato e Stanlio premurosamente coccolato. E Lola vorrebbe andare a Honolulu senza essere né l’uno né l’altro. Beata lei, che le basta una canzoncina. Chi non risica …, la pensa così ma poi passa i suoi anni a rosicare (alla romana).

Io pure credo al proverbio, e ora come ora me ne andrei dritta a Copacabana (scongiurato anche il pericolo di coinvolgimento negli scontri per la finale della Confederations Cup). Colpa, nel mio caso, di una canzonetta smozzicataprêt-à-parodier  un certo Paolo Conte, di Stefano Bollani. Mi ronza in testa e non se ne va via, diversamente da Battisti (Cesare) che pare che non rischierei di incontrare, dato che su di lui adesso incombe l’espulsione.

Ottimi motivi dunque. E, senza esserci ancora stata, credo che chiederò a Lola di prendere una nave insieme a me domattina, e sostituire l’idea immanente di Honolulu con una fulminea Copacabana Experience.

rio_experience_05

Ancora una volta per via di una canzonetta, dove attorno a una col suo nome ruota un’atmosfera sognante, agli aromi di frutta estiva fresca, scintillante, lasciva, preludente a qualcosa che sa solo chi agogna, chi sogna, chi è senza vergogna. (Una come me, che non mi chiamo Lola, ma tant’è.)

Barry Manilow – Copacabana

Poi tornerei, però.  Anche per poter affermare Je ne regrette rien* a ragion veduta.

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*) Una recensione cinematografica scritta anni fa da Luca Alvino, pescata zompettando di post in post. Qualcosa che sopravvive allo spunto che l’ha generata. Una recensione valida a prescindere dall’oggetto che la può indossare. Prêt-à-porter, sempre che non cambi tempo.

Ma quando non c’è più nessuno ad attenderti dall’altra parte, e hai ormai dimenticato di vivere in un mondo che non è reale (per convenienza, per rassegnazione, o per l’oblio che sempre incombe minaccioso sulla mortalità), l’unica possibilità che ti rimane per svegliarti è compiere un atto di fede: rinunciare all’indeterminatezza del sogno, e credere che la consumazione di una scelta non corrisponda alla spietata rinuncia all’infinità; percepire fino in fondo che nella consunzione può addensarsi un senso profondo, e nell’assunzione di responsabilità una bellezza insospettata.

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Storia di uno stupore breve

2 maggio 2013

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L'occhio e il mirino.

Ieri le onde spruzzavano salsedine e io le guardavo in faccia. Primo bikini dell’anno per me. Il clima era così buono che in tanti si sono tuffati. Io no. Però ho giocato ad acchiappare le ragazze con le caviglie immerse nell’acqua bassa e spumosa della battigia. Sono sempre io la più veloce. Ho la tecnica giusta per correre nella sabbia. Anni e anni di pratica alle spalle.

Finché, abbastanza stanca, mi sono lasciata cadere sull’asciugamano. Il corpo ha colpito terra con un sordo pof e si è spaccato come un melograno. Ho atteso che il respiro tornasse regolare, intanto ne ascoltavo soddisfatta il rumore di piccolo mantice. Era previsto, l’avevo già vissuto tante altre volte, ma è stato bello lo stesso riscoprirmi viva. Sono rimasta lì, in quella posizione sbilenca per qualche minuto, a occhi chiusi, immaginando che i radi passanti portassero stampata in faccia tutti la mia stessa espressione di stupore: Possibile che fosse già passato tanto tempo?

A ripensarci, verso la fine dell’estate scorsa serpeggiava una stanchezza mortale. Troppo vento sui corpi, troppo sole, troppa socialità sopra le righe. Si era esaurito il piacere del dialogo spontaneo con la natura. Aveva vinto lei, che resta sempre lì, giorno per giorno. Lei, che è davvero eterna, ci consumerebbe in un lampo, se non tornassimo presto o tardi a ripararci. In quella caverna, palafitta, villetta, palazzone, o anche in quella roulotte, che pure chiamiamo casa. Da cui si dipanano le serie di eventi, i soli a definirci, ai quali affidiamo il compito di distinguere la nostra esistenza dalle altre.

E dunque ieri sotto il cielo terso, era tornato a stordirmi felicemente lo stupore. Poi all’improvviso si è rannuvolato, qualche goccia di pioggia sul libro appena aperto è stato il segno che il breve anticipo d’estate era finito. Di primo maggio, dopo tutto, ci si poteva stare. Curiosamente, sulla pagina era stampata una lirica di Fosca Massucco tanto calzante alla giornata in corso, da farmi pensare di leggerla ad alta voce (conviene alzare il volume, però. È Fosca il tecnico del suono, io sono un misero architetto, e pure intimorita nell’esibizione).

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“E quando pensavo di averlo trovato” da L’occhio e il mirino* di Fosca Massucco

A me, quando ho i corvi neri in volo attorno, sembra di scoprire una pepita d’oro trovando un’ombra di malinconia tra i versi. Eppure è cosa rara nelle poesie di Fosca.  Ci siamo conosciute (virtualmente) qualche mese fa, io folgorata dal blog 52+1 poesie. Le farei un torto a tentare di recensirla, non ne sono capace. So dire ciò che mi pare che non siano, i suoi versi. Non fanno appello alle facili emozioni, né parlano banalmente del quotidiano o al contrario di temi intangibili, se non mostrandone la traccia lasciata dall’esperienza. Mi regalano sorrisi inattesi e a volte fanno scattare quel piccolo palpito che di solito attribuisco alle aritmie congenite.

L’occhio e il mirino (Ed. L’arcolaio 2013) è l’esordio su carta (QUI il BookTrailer) di Fosca Massucco. Che si diverte a confessare di non attribuire importanza alla rete (dove è però ben presente e dove, tra l’altro, “spiega” come funzione la poesia). Dice di vivere serena, “nonostante” la mancanza, nella stanza quieta, di una tigre come quella di Cristina Campo.

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Parliamone

20 aprile 2013

 

 

Volevo scrivere un pezzo serioso, di incoraggiamento per me e per questo paese. Avevo iniziato pure, c’era lo spunto: un certo convegno a cui ho partecipato. Poi ieri sera, dopo la quarta votazione andata a vuoto e quello che ne è seguito, la mia idea ha cominciato a vacillare.

Mi sa che ciò che succede nei partiti e in Parlamento è davvero rappresentativo dell’elettorato. Ma quali strategie.

Che cosa vuoi allora, Italia? Hai troppo sole? Poco sole? Cos’è che vuoi? Più acqua? Meno acqua? Perché non parli? Rispondi!

Nanni Moretti – Bianca

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Finirà che ci butteremo da soli dal balcone?

Oggi un amico blogger ha ricordato le parole di Pavese:

“…si parla per farsi un’idea, per capire come va questo mondo. Non ci avevo mai pensato prima.”

Nemmeno io, eppure un anno di blog qualcosa mi ha insegnato.

Va bene, mi rimetto sul pezzo serioso. Voi però, intanto, parlatevi e mettetevi d’accordo.

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Il problema è di chi resta: restare svegli nell’emisfero boreale

26 marzo 2013

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Un esempio di abbandono letargico (Jeff Bark)

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– Il gatto va in letargo?

– No. Solo gli animali del bosco vanno in letargo.

– Ah. E il cane va in letargo?

– Nooo. Ti ho appena detto che solo gli animali del bosco vanno in letargo.

– Quindi io non andrò mai in letargo?

– Potresti tentare. Ma a meno che non torni ad abitudini primitive e non raggiungi climi proibitivi, temo di no. Non andrai mai in letargo.

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E nemmeno io. A pensarci bene, questa limitazione agli “animali del bosco” è troppo restrittiva. Io, per esempio, lo gradirei, il letargo. Riassumerei in un’unica scorpacciata tutte le cene invernali ingoiate senza convinzione, a cui seguono inevitabilmente notti brevi e agitate. Che non ristorano per niente e predispongono male al giorno successivo.

Pensando in grande, il letargo potrebbe risolvere il problema della sovrappopolazione: Nell’emisfero australe si fornicherebbe soltanto da ottobre a marzo, in quello boreale da aprile a settembre. All’attualmente insostenibile ritmo di crescita della popolazione, si applicherebbe un buon 50% di sconto, con inimmaginabili ricadute sulla qualità della vita di tutto il genere umano.

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– Non credo che potrei sopravvivere senza fornicare.

– Sopravvivresti meravigliosamente.

– Seeeeh.

– E invece sì. Questione di abitudine. Quando non si utilizza, l’organo si atrofizza.

– Sei sempre la solita.

– Ma cosa vai a pensare? Guarda:

The_Science_of_pornography

(The Science of Pornography – testo italiano non ufficiale)

– Mumble, parlavi del cervello. Sempre la solita… cervellotica.

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Eppure, come non considerare i vantaggi indotti dall’interruzione della pratica degli sport invernali, così pericolosi? Perfino la corsa, in inverno diventa un’attività potenzialmente letale.

Pensaci. Non sarebbe necessario proprio dormire-dormire. Si potrebbe trascorrere del tempo sonnecchiando, leggendo, ascoltando musica. Comodamente avvolti in un piumone, dal fondo di una calda tana.

– Mmmm. Non credo che potrei resistere a lungo senza fornicare.

– Pensando a te, direi che il letargo andrebbe trascorso in tane separate.

– Tanto c’è il web.

– Sotto terra non prende la rete.

– Neanche la tv via cavo?

– Solo libri.

– Ma perché?!

– Perché potresti coltivare i buoni sentimenti. Pare che facciano bene a tutto, anche alle relazioni sociali. Figuriamoci se metà popolazione mondiale per volta si prendesse sei mesi di tempo per coltivare sogni e innamoramenti, senza incidere su cambiamenti climatici, stipendi da pagare, aziende dal salvare, debiti da pagare, e quant’altro. I Governi… almeno formalmente durerebbero il doppio.

– Sempre che venissero formati. Ma, comunque, sarebbe del tutto irrazionale!

– Non credo, vivere a fondo i propri sentimenti , se praticata con giudizio, è un’attività piuttosto produttiva. Guarda:

The_Science_of_love
(The Science of love – testo italiano non ufficiale)

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– Te l’ho già detto, tu sei romantica.

– Insomma, Demone! Che c’entra il romanticismo? Ti ho proposto di trascorrere sei mesi in un piacevolissimo stato di quiescienza e di languore, con tutti i benefici che ti ho appena illustrato, e mi rispondi così?

– Calmina, eh.

– E poi mi fa male la schiena. Quel cavolo di pilates.

– Allora è questo il punto. Poi dici a me. Dì la verità, impelagheresti l’intera umanità in un’avventura biofantascientifica, solo per dimezzare la velocità di invecchiamento?

– Matematico fallito, guarda che così la percepirei raddoppiata.

– Comunque, il pilates non è più un tuo problema, ormai. Chissà quando potrai tornare a cimentarti.

– Hai proprio passato il segno.

– Ok, ok, abbassa il pugno. Da questa prospettiva, potrei trovare del raziocinio nell’ipotesi del letargo. Tanto più che i tempi sono quello che sono. Io quasi quasi aspetto che passi la buriana. Zzzzzzzzzzzzzzz.

– Buongiorno, vorrei spedire un pacco. Destinazione Melbourne, Australia. No, non serve la ricevuta di ritorno. (Certo che anche quando dormi sei importuno. Se fossi rimasto sveglio, da demone qual sei, avresto potuto passare da solo per l’inferno).

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(Grazie, come sempre, a Asap Science)
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Notizie dall’ANTA – Un ricordo rosa e giallo fluo

2 marzo 2013

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tuta da sci2) La tuta da sci

Dicono che oggi mettano lo skipass in una tasca interna, sul polso (avrò capito bene?). Questa qui ha tutte tasche esterne con zip crudeli e digrignanti. E lo skipass, che ci stava attaccato per via di un moschettone con un cordino elastico, allora somigliava a un odierno biglietto magnetico per l’autobus e rischiava, esci e rientra nella tasca, di essere tranciato via. La prima volta che sono andata a sciare con questa tuta intera, rosa scuro,  maniche a sbuffo, portavo anche occhiali giallo fluorescente, e una fascia spessa per la fronte con ciuffo di capelli protudente d’ordinanza. L’ho indossata ancora non proprio di recente, filando a palla di cannone sulle piste insieme a Lola. Erano circa quindici anni che non lo facevo più. Lo sci non si dimentica, è come andare in bicicletta.

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Una postilla

Ingrano lentamente, G, con questa “pratica di straniamento”. Ma continuo a lavorare nella direzione che mi hai indicato. Non proprio in discesa libera, anzi, mi sembra di saltare sulle cunette, come quelle delle piste di Albertville nel ’92, l’anno delle olimpiadi invernali. Non le amo le cunette, ma quando ci capiti in mezzo, come affrontarle, se non mettendoci la massima concentrazione?

Arriverò in fondo. Anche se è difficile scarnificare il pensiero, oltre al linguaggio. Fuor di metafora, non posso parlare subito di gonne, magliette e calze, uscirei immediatamente fuori pista. Intanto ho cavato dall’anta una tuta da sci. La mia, l’unica da tanti di quegli anni che è meglio che non mi sforzi troppo di ricordare. Anche i ricordi più lontani non sono mai obiettivi, né neutrali.

Prendiamo Hernest Heminguay, che scrisse Festa Mobile* al termine della vita. E chiarì per sempre ai posteri la sua visione degli eventi: Si tolse qualche sassolino dalle scarpe con Gertrude Stein e sistemò per bene anche l’amico Francis Scott Fitzgerald. Restituì un ritratto di Parigi senza trucco, quale solo chi l’abbia vissuta e amata tanto può permettersi di fare. Ma soprattutto (questo ho notato, nella persistente ricerca di me stessa attraverso gli scritti altrui), sapendo di avere poco tempo, e volendo rimettere ordine alle cose, riesumò l’amore per la prima moglie, Hadley, in modo talmente intenso che a leggerlo sembra che si sia morso le mani per il resto dei suoi giorni dall’attimo dopo averla lasciata (per un’altra, il “pesce pilota”, che lo introdusse senza possibilità d’uscita nel gorgo torbido dei famosi e ricchi). Se davvero si sia consumato nel rimorso giorno per giorno, a intermittenza, o soltanto nell’ultimo periodo, non è dato saperlo. Quello che Hem afferma e che vale alla fine di tutto, però, è che mai la vita è stata tanto bella e facile come lui la ricorda nei giorni della povertà.

Come la ricorda, come la trasfigura, come è stata veramente, allora. Perché solo ciò che è fissato nella memoria è accaduto. Nel modo in cui ricordiamo che sia accaduto. Per le cicatrici che lascia, sulle quali a volte nasce un’inspiegabile serenità. A patto che, dopo aver perso l’orientamento, esserci ritrovati a terra o irrimediabilmente cambiati, riconosciamo di avere ancora riserve inesauribili di noi per affrontare giorni nuovi.

Appena prima di chiudere con amarezza, accennando agli anni che seguiranno, Hem scrive due paragrafetti lirici sulle sciate alpine insieme ad Hadley. Due baci posati per sempre sopra le sue indimenticate guance.

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Heminguay – uno stralcio di Festa Mobile

festa mobile

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*) Ernest Heminguay – Festa Mobile. Ed. Mondadori, 1998

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Lettera sulla felicità n.1

15 gennaio 2013
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Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità
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Felicità è un latte in compagnia

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“La Felicità” – Festival delle Scienze 2013” è l’ottavo appuntamento romano, presso l’Auditorium Parco della musica (quello degli enormi “mouse” di Renzo Piano), con un’indagine a tema svolta attraverso differenti settori dello scibile umano.

Io mi ci accamperei, in Auditorium. Il cartellone è meraviglioso e micidiale: molto spazio è dedicato ai meccanismi delle dipendenze, al sesso e al piacere in senso lato (Sex toys, la felicità a portata di mano , I circuiti cerebrali del piacere , Felicità nel cervello e nella mente , Sesso e felicità. Una prospettiva (neuro)scientifica , Morso, Sesso e Felicità , Amore animale e sessualità umana).

Che temone. Però mi domando se non si faccia una certa confusione tra Felicità e Benessere. Quale mancanza lamenta l’Uomo dei nostri tempi? Attimi di intenso sentirsi vivere? O piuttosto una sequenza ininterrotta di giorni dei quali non abbia nulla di cui lagnarsi, altro da dire che “Sono contento”?

Se mi limito al campo dell’intuizione non verificata, io so che l’accezione di Felicità come serenità costante è qualcosa a cui uno può ambire senza grandi sforzi. Penso che sia legata a un’attitudine dell’individuo, all’educazione ricevuta e alla fortuna. Ma sono le immagini di Felicità ricorrenti nell’immaginario comune: le “botte” di adrenalina, e i vasti laghi di endorfine nei quali si finisce a galleggiare di conseguenza, quell’alternanza che crea la dipendenza, ciò di cui si sente tanto la necessità. Quelle immagini sono delle istantanee, la visione (e quindi la profondità dell’apprezzamento) delle quali può aumentare in misura proporzionale alle difficoltà affrontate per arrivare ad ammirarle.

Il tempo non fa sconti. Non è data una Felicità (istantanea) che resti immutabile nella sua carica di esaltazione. In tempi grami come quello che stiamo attraversando, davanti alle manifestazioni di disperazione, a me viene spontaneo osservare che dosi ripetute di Felicità elementari possano essere ciò a cui si debba ambire per il bene di sé stessi, per mantenere un minimo livelo di salute mentale, in assenza di condizioni di miglior favore, come si usa dire in campo commerciale… visto che è il commercio il maggior beneficiario  delle conseguenze delle nostre frustrazioni. Ma, sensazioni e intuizioni a parte, visto l’ambito nel quale questo post si muove, devo ricordarmi che il metodo scientifico impone di verificare le assunzioni di partenza, e dunque:

“Consumismo e felicità: perché vogliamo quello che non ci serve”

Conferenza di Juliet Schor e Lauren Anderson del 20/01/2013 ore 19,00

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La diffusione delle ricerche sulla felicità ha fatto luce su alcuni dati importanti: superata una certa soglia, l’aumento della ricchezza materiale ha un impatto relativo sul benessere; il tempo libero è un elemento chiave della felicità; dare e condividere produce enorme soddisfazione; il rapporto con la natura è fondamentale per il benessere. Questi risultati mettono in discussione i modelli dominanti di “lavorare e spendere”, di consumo eccessivo, di “più è meglio” e la diffusione di attività economiche degradanti. Ricercatori e cittadini sono sempre più alla ricerca di nuovi modi di vivere; e guadagnano popolarità stili di vita a basso impatto e in scala ridotta, che danno maggior valore al tempo. Una nuova modalità collaborativa di consumo e produzione, basata sulle diverse aspettative dei consumatori e sull’onnipresenza di tecnologie avanzate sta cominciando ad alimentare e a soddisfare queste esigenze emergenti.

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Queste conclusioni sono state di recente presentate, come sempre in modo semplice e divulgativo -ma, come nota un commentatore “This is common sense, why isn’t this common sense yet?”- anche da da ASAP Science (per qualcosa di più strutturato rimando alla TED Conference di Daniel Gilbert o a quella di Michael Norton). Ringrazio Mitchell Moffit per il testo originale.

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I soldi fanno la felicità?

Sebbene molti di noi attraversano la vita con l’idea fissa di accumulare denaro, ci viene spesso detto che “I soldi non fanno la felicità”. Quanto c’è di vero in questa affermazione? C’è una correlazione tra il denaro e la felicità? E se sì, come possiamo utilizzarla a nostro vantaggio?

Gli uomini sono molto sensibili al cambiamento; ci piace molto ottenere un aumento o una commissione. Ci adattiamo a velocità incredibile alla nostro nuovo status di ricchi.  Alcuni studi hanno dimostrato che in Nord America, entrate aggiuntive superiori ai 75mila dollari l’anno impattano notevolmente sulla felicità quotidiana. Però spesso chi vince una lotteria finisce col diventare estremamente infelice. Col dare fondo a tutti i soldi, indebitarsi e vedere disgregate le proprie relazioni sociali. Allora, davvero i soldi fanno la felicità?

Studi recenti suggeriscono che il problema può consistere piuttosto nel modo in cui si spende il denaro. Invece di fare acquisti per sé, provate a darne qualcosa agli altri, e quindi verificate come vi sentite. Alcuni studi dimostrano che le persone che spendono il proprio denaro per gli altri si sentono più felici. E che mentre le persone che lo spendono per sé stesse non diventano necessariamente meno felici, la loro felicità rimane invariata.

Lo stesso principio è stato testato anche su team e società. Un esperimento ha dimostrato che diversamente dalle società che avevano destinato grandi cifre in beneficienza, dove l’importo era stato  diviso tra gli impiegati e permesso loro di contribuire a un’associazione a scelta, è aumentata la loro soddisfazione sul lavoro. In modo simile, gli individui che avevano speso gli incentivi monetari gli uni per gli altri anziché per loro stessi avevano realizzato non solo un aumento della soddisfazione sul lavoro ma anche aumentato le performance del team e le vendite. Lo stesso effetto si è verificato sia nei team vendite che in quelli sportivi.

È verificato quasi ovunque nel mondo che donare denaro o regali è correlato positivamente con la felicità. Di interessante c’è che non è così importante il modo nel quale i soldi vengono spesi per gli altri.

Dai regali più banali fino alle più importanti elargizioni alle organizzazioni di carità, spendere denaro per gli altri è l’aspetto fondamentale nell’aumento della felicità. Le ricompense emotive della spesa a vantaggio del sociale sono anche riscontrabili a livello neurale.

Ma se volete spendere del denaro per voi stessi, provate a sperimentare qualcosa di diverso dai beni materiali. Viaggiare o partecipare a un evento ha un impatto maggiore per la grande maggioranza delle persone nel lungo periodo. E mentre si risparmia per queste grandi esperienze, non bisogna dimenticare le gioie quotidiane della vita. Molti piccoli e frequenti piaceri aiutano a far passare le giornate e incoraggiano quel cambiamento che stimola la mente.

Invece di comprare un tappeto da 3mila dollari che fornisce un’esperienza una tantum ogni dieci anni, un latte* da 5 dollari con gli amici sarà diverso ogni volta e offrirà un accesso unico ad altre opportunità di essere felici.

Sebbene il denaro costituisca indubbiamente la principale fonte di felicità nelle nostre vite, certamente ha li potenziale di facilitare alcune cose e complicarne altre. Ma, alla fin fine, può comprare la felicità… se usato nella maniera migliore.

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ASAP Science – Can money buy happiness?

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(per Carla: e io ho da sempre un debole per gli epicurei… 3:) )

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*) dovrebbe essere l’equivalente di un nostro caffè o un tè con gli amici, oppure:

4 litri di latte in 10 secondi – Friends, episodio tredicesimo dell’ultima stagione

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Tropico dello scandalo

11 gennaio 2013

WeekendOut.it

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Tropico dello Scandalo – Henry Miller e Feltrinelli

Feltrinelli Libri e Musica

Galleria A. Sordi 31/35

Piazza Colonna

Dal 12 al 31 gennaio 2013

Ingresso libero

Info: 06.69755001

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“L’Italia del 1962, quando Giangiacomo Feltrinelli decise di pubblicare clandestinamente gli scandalosi Tropici di Henry Miller, era molto diversa da quella di oggi.

La mostraTropico dello Scandalo” – esposta alla Feltrinelli Galleria A. Sordi dal 12 al 31 gennaio – fa il punto su quello che Miller ha insegnato in fatto di letteratura e libertà. Lo fa attraverso fotografie, documenti inediti, lettere dell’autore al suo editore e ai giudici che lo accusavano, ritagli stampa nazionali e internazionali.

Dipingendo insomma il ritratto di un’artista, di un’epoca, di una morale. E di un mestiere, quello dell’editore, che di libertà di pensiero dovrebbe vivere sempre.”

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Addio, vecchio mio (aka Spoetizzazioni/6 – Spoetizzare l’amore)

28 dicembre 2012

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rodin_idolo_eternoAguste Rodin, L’idolo eterno

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Ereader ereader delle mie brame…

Allora, ho dovuto scegliere da dove cominciare. E dalla mia wish list (a proposito, questo esiste solo cartaceo, acc!) alla fine ho tirato giù Raffaele La Capria, Quattro storie d’amore*.

Perché il mio principale proposito per il 2013 -oltre a riuscire ad attraversarlo per intero uscendone il più possibile indenne, e forte delle passate esperienze – è quello di affrontare una volta per tutte le mancanze che separano i miei tentativi di scrittura, che indegnamente vi propino spesso anche su questo blog, dalle autorevoli prove dei miei autori di riferimento. La Capria di costoro è un campione luminoso, è uno di quelli ai quali faccio voto di saltare fisicamente al collo al più presto. Mi coinvolge, tra i pochi scrittori che riescano a capire e restituire con grande dignità anche il punto di vista femminile. E in questo libro sono tutte donne forti** -c’è anche quella Francesca che morì a Rimini-, capaci dei “gesti di splendore”, di cui parla la blogger branoalcollo in commento a questo post qui. Gesti -che sanno compiere anche gli uomini, sia chiaro il mio pensiero- che sovrastano di mille pompatissime atmosfere le vite flosce, e dunque senza spessore, in nome delle quali vengono compiuti.

Fatto. Libro preso e consumato in una notte. Quattro esercizi di rilettura di relazioni amorose fiorite o narrate in campo letterario. Dai libri, dai buoni libri, si impara sempre qualcosa. Certo, serve una qualche predisposizione. Vanno anche letti nel momento più adatto della propria vita. Cosa può imparare una persona come me, con tutti i suoi pregi e difetti, dalle storie visualizzate (ho dovuto aggiungere una lucina notturna con la clip, ‘sto ereader è appena appena troppo buio tra le lenzuola), raccontate con stile tanto pulito e scorrevole? Per ora, ma le rileggerò, il modo di dire addio al vecchio anno con coraggio e decisione (qualità che per fortuna non mi mancano).

Ho cercato anch’io di reinterpretare un frammento, uno scambio epistolare di cui è andata perduta una metà importante. La Capria riporta che, grazie a un fortunato ritrovamento, ci è giunta tutta la ricchezza di colori dell’umana vicenda che vide coinvolti il poeta Salvatore Di Giacomo e la donna che, malgrado lui -il quale voleva soltanto una “amitié amoreuse”- gli stette accanto tutta la vita (ecco, forse davanti a un soggetto del genere io mi sarei fermata prima: la fanciulla alla fine impazzì).

Lettera (1905) di Elisa Avigliano a Salvatore Di Giacomo

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La Capria2

La Capria1

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*) Raffaele La Capria “Quattro storie d’amore”, Ed. Drago, 2007

**) La mia preferita? Polina Apollinaria Suslova, amante/amata da Fëdor Michajlovič Dostoevskij, che sicuramente non meritava tanta dedizione.

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– Questa è stata l’ultima volta, esatto?
– Esatto. Da gennaio si cambia registro.
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