Pointillisme

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(Oggi a colazione ho letto questo articolo de Le Scienze: “Un “decifratore” per leggere i sogni” e, visto che Cartaresistente mi aveva avvertito che per motivi tecnici non sarebbe stata pubblicata la Dicotomia n. 10, ho pensato di riempire lo spazio vacante con un raccontino ad hoc.)

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Peter Buecher-detail

Peter Buechler, Untitled (detail) – 2009

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Giovedì, 21:45

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La fase più snervante è stata quella di riempimento di tutti i moduli, forse l’ho percepita molto più lunga di quanto non sia stata davvero, visto che sono entrata nel Centro di Sperimentazione al termine di una giornata non propriamente facile. Ma di questo non ho voglia di parlare.

Non ero stata tanto a pensarci prima di decidere. Lo facevo per soldi, non c’è alcuna gloria nel fare da cavia.

Per fortuna non ho subito altro trattamento che l’applicazione degli elettrodi. Altro fastidio oltre a un leggero rattrappimento della pelle, quando la mano del tecnico ha premuto le placche adesive e fredde su tutti i punti necessari.

Dei fili mi sono scordata presto, mi sono sentita scomoda solo finché sono stata l’unica in tenuta da notte sotto i neon, ingenua cavia dallo sguardo sperduto, tra seri professionisti in camice bianco. Ma quelli all’improvviso mi hanno salutato e sono usciti, hanno spento la luce e sono rimasta sola.

Sapevo di essere osservata, che il buio sarebbe stata una coperta corta. Ho posato la testa sul cuscino e mi sono sistemata meglio. Ho perso conoscenza quasi subito.

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TaylorMarieMerdith_kyle-lash-large

Taylor Marie Meredith – kyle lash large

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Venerdì, 8:31

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Bussarono alla porta che ero già sveglia da chissà quanto. Non avevo punti di riferimento né geografici né cronologici in quella stanza d’albergo nascosta al quarto piano della struttura ospedaliera universitaria. Temendo di rovinare tutto, trattenevo la pipì già da metà nottata, ma lo sforzo mi era costato una gran quantità di risvegli, senza contare quelli provocati dai ricercatori che a intervalli regolari venivano a chiedermi di descrivere ciò che stavo sognando in quel momento.

Mani solerti rifecero gli stessi gesti della sera prima, all’incontrario. Stavolta la pelle doleva a ogni strappo. Dove era nuda restarono segni rossi al posto degli elettrodi, e dalla testa vidi volare via ciuffi di capelli.

In teoria, quello sarebbe dovuto essere un luogo molto pulito. Ma quando mi chiesero di seguirli, uno spasmo di disgusto mi afferrò alla gola.

Avevo voglia di tornare a casa in fretta a farmi una doccia, e di buttare camicia da notte e tutto il resto nella spazzatura. La stanchezza della sera precedente era scomparsa, ma adesso mi sentivo sporca, una donna misera, una che aveva barattato i propri sogni in cambio dell’equivalente di una cena di lusso.

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Venerdì, 9:08

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Sedevo da un quarto d’ora in attesa del ricercatore capo, davanti alla sua scrivania. Prima mi ero rimessa i vestiti e mangiato in fretta due biscotti rotondi, farciti di una crema di cioccolata densa e senza sapore. Settanta centesimi regalati al distributore piazzato nel mezzo del corridoio asettico. Quindi ero stata condotta in una sala dove mi avevano mostrato alcune figure elementari, non dovetti fare altro che riconoscerle. Mi fecero uscire e mi condussero nella stanza in cui ora mi trovavo.

La luce che entrava dalla finestra era troppo forte. L’uomo comparve di colpo, spiazzandomi con una fisicità invadente. Il camice aperto sventolava sopra i suoi jeans. Era tutto avvolto da un rumore fastidioso di stoffa strofinata.

Mi si accostò e disse semplicemente che in qualche giorno avrebbero elaborato i dati, che avrebbero chiamato loro. Intanto i soldi erano stati già depositati sul mio conto corrente. Mi guardò senza espressione, mi ringraziò e mi invitò ad uscire in modo asciutto.

Avevo la gola ruvida, nel rispondergli incontrai con lo sguardo la finestra. La luce intensa mi fece starnutire e gli sputai addosso, involontariamente, alcune molliche risalite dall’esofago.

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Sabato, 21:57

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Davanti alla televisione accesa avevo mangiato una pizza e bevuto una lattina di birra. Il mio proposito era di stordirmi un po’ e andare a dormire presto. Il gatto mi aveva preceduto, si era acciambellato sul cuscino dell’ospite. La vista della porta aperta sulla camera da letto era così invitante.

Lo straniero, andandosene, aveva fatto affidamento sulla mia incapacità di smaltire i bei ricordi. Sul fatto che io costruisca la mia visione del futuro usando per mattoni solo le esperienze positive: tutto era emozionante, nuovo e possibile, non avrei lasciato andare quello che avevo appena guadagnato. Feci l’errore di dirglielo.

Prima era tornato in sé, poi era tornato fisicamente indietro, lasciandomi la casa infestata di mostri. Cartapesta. Lui era un mago delle scenografie. Qualcosa di scritto nei suoi geni, una capacità mai sospettata, esplosa negli ultimi anni dopo un percorso duro e pieno di deviazioni.

Dedicandosi alle sue creature era capace di dimenticare tutto il resto. L’importante era che le persone continuassero a saperlo vivo e attivo. Così il mondo lo certificava come vero, mentre i mostri lo testimoniavano in un modo molto più reale del reale. E il suo io poteva starsene in disparte, da solo, felicemente indisturbato.

Lo stavo pensando ancora. Spensi la televisione.

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Sabato, 22:18

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Ormai per casa mi aggiravo a testa bassa, in questo modo avevo raggiunto il letto.

Lui mi mancava, e non potevo più guardare quegli esseri che sbucavano nell’ombra. Tanto li avevo ammirati all’inizio, quanto il trovarmeli davanti adesso, impietriti in quelle pose che non sapevo decifrare, mi suscitava vere e proprie crisi di panico.

Mi mancava, e finché le cose restavano così, ero sicura che lui ne fosse consapevole. Che lo rasserenasse sapere che continuavo a coltivare il suo pensiero, la sola vicinanza possibile. Ero arrabbiata con me stessa, non riuscivo a capire perché non la finissi lì su due piedi, sarebbe stato tanto facile.

Il punto era che li odiavo, ma non avevo cuore di sbarazzarmi dei suoi mostri. Poteva tornare a riprenderli.

Forse, un giorno in cui saremmo stati vecchissimi, lo avrei ritrovato davanti alla mia porta. Forse lui avrebbe dimenticato di non sopportarmi più da tempo. Forse, non avrebbero più avuto senso tante differenze, come la sua doccia serale, io preferivo farla al mattino, o la scelta del cibo, io carne, lui pesce, o la musica, di cui apprezzo la complessità, mentre per lui è solo rumore, o il bisogno di toccarlo spesso, che lui non contraccambiava, o la gioia di veder nascere un sorriso, rimasta tale, e ormai da tempo inappagata, solo per me. Ma gli uomini vecchissimi aspettano soltanto di morire.

Il gatto fece le fusa per un po’, con la mia mano sopra che lo accarezzava. Poi ci addormentammo entrambi, respirando l’aria che ci sbuffavamo addosso dai nasi a contatto tra di loro.

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Domenica, 6:05

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L’aurora era rovinata dalla pioviggine, ma a me è sempre piaciuto alzarmi presto. Restai per qualche tempo a guardare fuori. Per chi ha occhi, a quell’ora non c’è nulla che non valga la pena di essere guardato. Quando sogni e realtà si mantenevano entità intrecciate, potevo recuperare sensazioni e immagini che ancora mi vagavano per la mente.

Arrivò così, senza preavviso, quella specie di déjà vu. Mi resi conto di avere un sogno ricorrente. Un sogno così bello che avevo vergogna anche a confessarlo a me stessa. La mia consolazione, il senso che mi tirava avanti per tutta la giornata. Sparì mentre cercavo di metterlo a fuoco, rimase solo la sensazione che la differenza tra mostri e sogni fosse, in realtà, molto sfumata.

Fui ottimista per alcuni istanti, pensai di andare in giro per casa e osservare da vicino le creature di cartapesta. Riconoscerle nella loro innocuità. Ma durò poco, non ero ancora pronta. Solo l’idea mi fece iniziare a tremare e a respirare forte, come sempre.

Il gatto si strusciò contro i miei piedi nudi, mi fece il solletico. Deglutii il nulla, mi riempii i polmoni di aria che buttai fuori piano. Passai lo sguardo sul pelo morbido dell’animale, gli versai qualche croccantino in una ciotola e andai a mettere su un caffè.

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Taylor Marie Meredith – Chelsey

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Lunedì, 10:45

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Lo stesso atrio, gli stessi corridoi, di diverso ci fu che mi condussero in una stanza dove non ero stata prima. Avevo chiamato io, in preda all’ansia. Nel corso della giornata precedente una paura incontrollata insinuò l’idea che i ricercatori avessero avuto accesso alla visione che consolava le mie notti.

Forse, il fatto che proprio ora l’avessi riconosciuta un sogno ricorrente, aveva a che fare con l’esperimento a cui avevo partecipato.

Qualcosa si era sbloccato, immaginai. E adesso, come avrei fatto fronte alle mie giornate senza un sogno solo mio, che mi scaldasse in segreto fino a sera? Dovevo parlare con i ricercatori, capire bene.

Li sorpresi di spalle, stavano discutendo sopra un insieme di macchie colorate. L’esito del mio test.

Erano su di giri, pensai che stessero ridendo di me e impallidii. E invece, mi misero davanti una sequenza di immagini, alcune di quelle che mi vennero mostrate la mattina successiva alla sperimentazione. Avevano decifrato il sogno, a loro dire.

Ma a me fu mostrato qualcosa che non aveva niente a che fare coi sogni, né con i mostri. Vidi solo un cuscino, un gatto, una mano aperta.

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2 Risposte to “Pointillisme”

  1. Barney Panofsky Says:

    [so che appariro’ blasfemo…]

    Mi e’ piaciuto assai, e m’ha ricordato “Nessuno lasci lo Spallanzani” di Claudio “Mr. Tambourine” Delicato (http://www.ciclofrenia.it/2012/10/31/nessuno-lasci-lo-spallanzani-disponibile-in-free-download/). Senza la parte splatter, ovviamente.

    Mi piace

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