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Oh come frusciano, oh come gracchiano

14 novembre 2012

Lo so, non soppianterà mai i formati digitali. Né è in grado di resistere come loro all’usura del tempo (mi pare che ci sia solo l’M-Disk in giro, come supporto più duraturo finora concepito – mille anni saranno sufficienti?), certo che quando, durante una passeggiata in libreria*, ho trovato in esposizione il vinile, una serie di vinili, mi è preso un tuffo al cuore. Porca miseria! L’opera omnia dei Beatles  e… toh, Seconds Out dei Genesis: sognavo di averlo nella mia raccolta da una trentina d’anni…

Vinile. Insomma, ne ho due scaffali pieni  a casa, dove ho un giradischi ancora perfettamente funzionante. Ho chiesto al libraio l’autorizzazione a scattare qualche foto per pubblicarla e ne sono uscita con un 45 giri, un’emozione che non provavo da quando ero ragazzina e prima delle feste mi infilavo nei negozi di dischi per fare incetta di musica da ballare con gli amici. Il dj il più delle volte ero io, e come mi divertivo.

E adesso cosa ho fatto? Ahimé, mi sono messa sullo stesso piano di quelli che

– E poi vuoi mettere: Il rumore di fondo del vinile, il calore che trasmette anche e soprattutto perché gracchia!

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La settimana scorsa, durante la chiacchierata in libreria con Piero Dorfles, a un certo punto, è saltata fuori la querelle e-book / libro di carta.

– L’e-book è come un altro libro ma ha alcuni difetti non da poco: Non si può sottolineare con la matita…

– Non è vero! – Ha protestato un signore, dal fondo della sala.

– Si può sottolineare, sì. Ma solo elettronicamente. Non ha la copertina. Sul lettore si vede una sola pagina per volta (in verticale, poi, ed è microscopica). Io sono abituato a due, ne ho bisogno. Per il lettore forte, le pagine si leggono come un insieme, è una lettura gestaltica, soprattutto se uno il libro l’ha già letto. Due pagine aperte danno il colpo d’occhio, si può andare a ricercare un segno di matita, una scritta a margine. Il libro elettronico non può farlo. Aggiungo che in casa ho i libri di mio nonno. Lui era un grande lettore, leggeva in tutte le lingue. Ho ritrovato cose deliziose con i commenti di mio nonno di cento anni fa. Vorrei sapere come si fa a trasmettere la conoscenza con uno strumento che tecnologicamente sarà progressivamente obsoleto ogni due o tre anni. Non garantisce costanza continuità del sapere, il deposito di quello che sappiamo. I libri non vanno sacralizzati, ma vissuti e se possibile utilizzati come qualcosa che non solo ci dà molto, ma a cui noi diamo qualcosa in cambio. Leggendo un libro gli diamo vitalità, sostanza, il libro si porta dietro il nostro intervento anche con le “orecchie” con le scritte, con i graffi e i segni di matita.

Ecco, a me questo intervento è piaciuto. Propone in modo educato e rispettoso, un punto di vista nel quale in una certa misura mi ritrovo anche io. Io sono quella che continua a svenarsi per comprare libri, fumetti, riviste di carta e che si commuove non poco davanti al ritorno nei negozi del vinile.

Però, mi sembra che questa visione pecchi di eccessiva demonizzazione del mezzo elettronico. E di eccessiva esaltazione del libro quale insostituibile mezzo di trasmissione culturale intergenerazionale. Insomma: dal racconto orale all’incisione di lastre di pietra, all’uso dei papiri, fino alla carta, il mezzo si è modificato ma, di pari passo, la cultura si è diffusa e il suo peso nella società, guardando l’arco temporale che va da Gutemberg ai giorni nostri, si è accresciuto in maniera esponenziale. Certo, oggi possiamo lamentarci dell’appiattimento in atto, dell’autoesclusione dei più dalla conoscenza, a causa della sovraesposizione a più fonti di informazione, tutte comunque tendenti a rimanere a livelli di sconfortante superficialità.

Ma l’umanità, a mio modesto avviso, (scusate il francese) mica è scema. L’evoluzione, nonostante i nostri pregiudizi, prosegue il suo cammino, silenziosa, e inesorabile. L’Uomo non comprometterà la propria sopravvivenza (che dipende anche dalla diffusione del sapere) con una dematerializzazione della conoscenza che rischi di causare la sua cancellazione.

Io mi sono convinta (arrivo ultima? Non credo, forse penultima), che ci troviamo proprio nel bel mezzo di una  transizione di portata epocale (per questo motivo, stando nel mezzo, non riusciamo a vedere chiaramente cosa sta succedendo). Che dobbiamo aspettarci, piuttosto che la cancellazione della cultura di massa, una nuova – e diversa – impennata di diffusione culturale, dovuta alla “partecipazione” aggregata, allo scambio continuo tra chi genera e chi fruisce di concetti e contenuti. Questo fenomeno si deve ancora strutturare e coagulare. Comunque, non può (almeno non in via esclusiva) per sua natura essere sostenuto da mezzi come sottolineature e orecchie fatte ai libri.

Molto meglio di me esprime il concetto Francesco Erspammer, in un articolo pubblicato oggi su il Sole 24 Ore che cerca di smorzare il fuoco sempre acceso della polemica tra cultura umanistica e scientifica (tra romanticismo e illuminismo, naturale e artificiale, biologico e tecnologico, …), sulla quale anch’io (fuoriuscita dal liceo classico per approdare a una facoltà scientifica, entità dubbiosa che si barcamena nella complessità del presente) torno spesso a sproloquiare (per esempio qui e qui) con buona pace dei miei pochi, selezionati e pazienti lettori.

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In genere sono un tipo accomodante. Ma alcune questioni mi fanno inalberare in un momento. E quanto ho stretto i denti per non reagire quando,  a conclusione dell’intervento di Dorfles (non avevo fatto in tempo a godermi la pace conquistata, in compagnia dell’eco delle parole appena udite), a fianco a me un omaccione ha alzato la voce per proclamare, convinto di parlare anche a nome mio:

– E poi vuole mettere: Il rumore delle pagine che frusciano, la sensazione della carta tra le dita!

 .

*) Libreria della catena Arion, in Piazza Fiume, a Roma.


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