Posts Tagged ‘Bioparco di Roma’

La trasgressione del mese

31 agosto 2014
Reclame d'una volta

Nuove trasgressioni: la Sinistra alla riscoperta delle tette.

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Va detto che il mese di agosto che si sta concludendo in queste ore, come qualsiasi altra entità, non è più quello di una volta. Poveretto, bisogna capirlo, si è arreso alla necessità di trasgredire, altrimenti come frenare la drammatica caduta di popolarità che ne ha segnato gli ultimi, ingenerosi, anni? Come alimentare i mesi successivi, tutti figli suoi, senza poter contare sui capisaldi che storicamente garantivano la continuità del chiacchiericcio fertile, meglio se consumato ai tavoli di un bar nei giorni di pioggia o a tavola dopo una bella polentata accompagnata da fiumi di un corposo rosso? Un agosto così non verrà dimenticato facilmente. Prendi il clima. Quello meteorologico, politico, umanitario, cronachistico, tutto stavolta è stato differente.

Io, questo cambiamento, l’ho preso bene.

Ho gradito il fresco persistente, mai come quest’estate i miei pensieri sono rimasti lucidi e, senza le solite tre-quattro docce quotidiane, non c’è stato neanche tanto spreco di acqua. Per non parlare della bolletta elettrica: non più di qualche notte coi ventilatori accesi.

E che dire dei romani, piegati alla necessità di ricercare il caldo per meglio sostenere i mesi di cui sopra, quelli a venire. Tutti partiti. Sai che noia restarsene davanti al mare a osservare le onde, invece di arrostire a fuoco sostenuto, perdere inibizioni, aprirsi, aprirsi a più non posso (tanto fa caldo) a esperienze nuove e pazzamente estreme?

Roma, nell’aria nitida e lucente di questo agosto, è stata una regina di bellezza, gli acquazzoni non hanno potuto che farla risplendere agli occhi dei turisti e dei pochi abitanti a spasso per le sue strade.

Ebbene, mi spiace dirlo, ma anche tutto questo andrà perduto. Come lacrime nella pioggia.

Ieri ho ceduto, e ho buttato un occhio al famigerato D, il periodico per Donne allegato a Repubblica. Non sto qui a verificare, ma giurerei che da che esiste il blog, almeno un post all’anno glielo dedico e, lo so, sembrerò in questo meno attuale del mese di agosto, ma qualche caposaldo non posso fare a meno di mantenerlo.

Io D lo sfoglio velocemente, salto a piè pari quasi tutte le rubriche, mi soffermo appena su Rampini e Zucconi, noto le inchieste, alcune ancora riescono a colpirmi, sbadiglio sulla moda, approdo infine a Galimberti che riesce sempre a restituire un senso alla rivista e spesso anche a molte riflessioni personali.

Galimberti risponde a Paolo Izzo

Questa settimana risponde a un lettore non banale, di estrazione radicale, e individua nella necessità di “curare la scuola la cultura e l’educazione, perché solo queste cose rendono i cittadini liberi e capaci di difendere con argomentazioni i diritti […] e di sollevare le masse”, definendo questo un compito di Sinistra. La stessa Sinistra che nel resto dell’articolo, però, incolpa di un grave fraintendimento storico, l’aver calato i valori della rivoluzione francese all’interno di una società, quella sovietica, che non disponeva di una classe borghese “e quindi non poteva esprimersi che come dittatura.” La stessa Sinistra che oggi si è gravemente compromessa con l’adeguamento alla regola sociale della distinzione a tutti i costi, alla necessità di trasgredire, di perdere inibizioni, di aprirsi, spesso sconsideratamente, a esperienze nuove, che in alcuni casi non esiterei a definire “pazzamente estreme”. E ha perso. La Sinistra esiste ancora, più come sentimento che come progetto, in seno a molti che non si rassegnano alla sua dissoluzione sulla scena politica italiana. Ai restanti molti la Sinistra suscita solo cattivi sentimenti.

Tale è la sorte, temo, che attende il mese di agosto. Con tutta la simpatia che provo per chi non esita ad aprirsi nuove strade col falcetto (nel caso della Sinistra, anche col martelletto… ah ah!) dove pare più impenetrabile la jungla, domani, intendo più in là nel tempo, ma già a settembre o ai primi d’ottobre, potremmo realizzarlo, di lui non si parlerà che male.

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“Succede anche ai pesci!”

23 marzo 2013

 

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Con questo post ho appena deciso di coniare la

Classificazione: Simple

(Con la quale si segnala una lettura adatta ai cosiddetti “più”.)

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Benvenuto, Presidente!

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Eccomi qua. Volete sapere come ho passato un paio d’ore scarse nel pomeriggio? Sono andata al cinema.

L’ultimo film che ho visto era un cartone, il precedente pure, tanto che quando la giovane fronda (=mia figlia) che mina con le sue intemperanze la placidità dell’habitat che condividiamo (=casa nostra), mi ha chiesto di portare lei e l’amica a vedere “Benvenuto Presidente!” con Claudio Bisio, io, in barba ai miei sogni di ficcarmi sola nel buio di una sala e frollarmi l’anima con, che ne so, l’ultimo di Almodovar o di Salvatores. O di Tarantino. Tutti li sto perdendo, tutti. Ma non la farò lunga. Visti i precedenti, non ho fatto la schizzinosa e ho supplicato “Posso venire anch’io?”

Voglio subito dire che è un film per grandi e piccini. Non si vede una tetta manco a pagarla (e quella che si faceva pagare nel film compare ben coperta in una scena di alta montagna). Le allusioni alla sessualità sono nettamente inferiori in quantità e qualità di una qualsiasi puntata di Zelig. Ecco.

L’altra cosa che volevo dire è: ma vi rendete conto? L’hanno girato due anni fa, due anni fa. (Aspe’, mi spiego meglio:)

Qui c’è un tizio che si fa gli affari suoi, tutto beato nella sua incoscienza, che all’improvviso viene eletto nientemeno che Capo dello Stato. Ma vi rendete conto? Facile prevedere la fine del settennato, ok. Ma entro la conclusione della pellicola nominano pure il nuovo Papa che, voglio dire, due anni fa come potevano immaginare… Mah.

Come ogni buon film di stampo parrocchiale c’è un abuso di nomi illustri sprecati in una pellicola senza pretese, e di macchiette ottime per il cabaret. Ma io, che non sono un personaggio raffinato, ho iniziato subito a ridere tanto, ma tanto, che il signore che mi sedeva affianco si è spostato parecchi sedili più in là per cercare un po’ di pace.

Ergo (=perciò, in latino),

Mi sono gustata come un’ebete questa iniezione di buonismo e allegria, espressi attorno a temi che, attualmente, di allegria non ne ispirano parecchia. In sala infatti, devo dire, erano piuttosto rigidini.

Nel complesso ho assistito al racconto di una favola moderna (il finale non lo preannuncio ma si sa come finiscono le favole), di quelle che hanno dipinte in faccia il senso del loro messaggio nascosto.

Il messaggio che passa, allora, ve lo spiego, è: Colpisci e rinuncia! C’è chi viene eletto apposta per risolvere certe situazioni, fare il lavoro sporco, ma per poco tempo. perché un eccesso di coerenza logora, si rischia l’isolamento. Uno sciroccato come il protagonista “può dare solo una scossa” ma poi deve lasciare il campo a chi è veramente competente (di leggi, di codici, dei problemi di ogni tipo da cui è afflitto il Paese). E ora, le perle:

– “È la vanità che ve frega a tutti quanti”.

– “Pasturare rilassa” (in mancanza d’altro – e basta co’ le pippe, ops. Pasturate, gente, pasturate).

– Il Bioparco di Roma potrebbe non essere un bell’ambientino.

– Se il Brasile e poi la Cina decidono di comprare ciascuno 200 miliardi di debiti italiani al tasso del 2% è una gran bella cosa, da festeggiare. Mah. Ma comunque, se volessimo arrivare a ciò, bisognerebbe cercare di allestire al Quirinale innocui festini a base di Mariuana, dove si ballano e cantano canzoni di Janis Joplin.

Si capisce che mi è piaciuto? Cioè, che mi sono divertita, perché Claudio Bisio è bravissimo, e pure gli altri del cast e poi Kasia Smutniak è anche sexissima, specie tutta vestita di grigio. Che me frega? Non lo so, io ve lo dico. Che poi, la citazione nel titolo “Succede anche ai pesci!” appartiene a una delle poche scene vagamente eroticheggianti dell’intero film, quelle che seguono sono divertenti parodie. Ma Kasia da sola vale più di tanti discorsi. Peccato manchi sempre la controparte maschile, ma vabbé.

– Non ti è piaciuto.

– Sì, ti ho detto.

– E non si è capito.

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Per questo ho appena deciso di abortire anche la

Classificazione: Simple

(L’empireo della maturità testuale può attendere)

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Neanche io ci credo

3 agosto 2012

Certo che la vita, a volte. Lo dicevo l’altroieri a Sara, ci sono vite che nemmeno a inventarle. E lei mi rispondeva: infatti io penso che sia molto meglio inventarle. Eppure, con queste vite vere che diventano giorno per giorno sempre più ingarbugliate, anche quando in apparenza se ne stanno ben piombate sul fondo, che ci dovremmo fare? E poi, ieri è tornata Sara a chiedermi, tu ci credi? Ma no che non ci ho mai creduto. Tu ci credi? Mi rimbalzava in mente la domanda, Tu ci credi? Ma no, ho ripetuto, no. Solo che ora, con l’età, mi dico “non si può essere così tanto manichei. Parlo della questione che ha sollevato giusto ieri, poco prima di pranzo.

Una mail dal titolo “NO COMMENT”, in lettere maiuscole -e questo particolare già è bastato a mettermi in allerta-. All’interno, soltanto un link:

http://27esimaora.corriere.it/articolo/amicizia-uomo-donna-io-non-ci-credo/, e nulla più.

Che vorrà dirmi? Mi sono domandata. Ma, prima di fare pressione sul tasto canc -cosa che faccio sempre, quando trovo nella posta in arrivo mail scritte nello stile Distratta Disinvoltura Giovanile-, ho pensato bene di dare un’occhiata alla pagina alla quale rimandava il collegamento: Un articolo di Antonio Pascale, in forma più o meno narrativa, che tratta dell’amicizia tra uomini e donne. Seguito, al solito, da una valanga di commenti che sfiorano la rissa.

“Ah.” Ho fatto tra me e me, leggendo. E poi, subito dopo, “Mah”.

Un dialogo tipicamente intenso con il mio subcosciente. Però, e qui viene il bello, ieri ho aggiunto: “Mi ricorda un paio di freddure”

(A volte mi sento un po’ come Homer Simpson: almeno nel primo quarto d’ora in cui m’impegno a pensare ad un argomento nuovo immagino che si materializzino sopra la mia testa fumetti con ciambelle. È imbarazzante, perché alcune di queste volte ho l’impressione che la gente mi guardi storto, come se le ciambelle fossero visibili anche dall’esterno.

In questo caso, sopra di me ho sentito materializzarsi delle ciambelle-barzellette, che sono andata subito a recuperare qui:

 1)

Un giorno mi chiamò una ragazza a casa dicendomi:

“Vieni subito a casa, che non c’è nessuno”

Quando arrivai a casa sua non c’era nessuno.

2)

Un giovane vede una ragazza per strada e senza conoscerla si avvicina e le dice:

“A vederla sorridere, mi viene voglia di invitarla da me!”

E lei indignata: “Ma come si permette! Lei è un vero insolente!”

“No, signorina, sono un dentista!”)

Un altro breve inciso, posso?

– “Breve”, detto da te, vuol dire che posso andare a farmi la manicure e pure una seduta di shiatsu, e quando sarò tornato ti troverò ancora qui che filosofeggi a cavolo – perché tu sei un’ignorante, non negarlo- e quando mi vedrai arrivare, mi lancerai un’occhiata supplichevole affinché ti offra una sponda che ti aiuti a tirarti fuori dal gorgo nel quale ti sei infilata. O no?

– Demone, ti si è sbeccato lo smalto.

– Che amica sei, grazie di avermelo detto. Accidenti però, chiamo subito l’estetista.

– Demone, una cosa.

– Sì?

– Tu sei uomo o donna?

– E tu, com’è che alla tua età sei ancora tanto manichea?

– Io manichea? Macché, giusto poco fa stavo dicendo…

– Pronto? Silvana cara, hai mica uno spazietto per rifinire il gel, diciamo tra le quindici e le venticinque?

Via col secondo inciso, allora:

(Giusto così, tanto per ricordare che, stando a una statistica dell’ONU del 2010,

Nel mondo ci sono circa 57 milioni di uomini in più rispetto alle donne. Nel 2010, alcune aree registrano un’evidente “carenza” di uomini, mentre altre di donne. In generale, l’Europa è la zona che vanta più donne rispetto agli uomini. Al contrario, in alcuni dei paesi più popolati si osserva una carenza di donne. Ad esempio la Cina presenta un rapporto di 108 uomini su 100 donne, l’India di 107, il Pakistan di 106 e il Bangladesh di 102.

E che la maggior parte di queste donne vivono molto al di sotto della soglia di povertà. Molte, in rapporto al numero complessivo, sono bambine -senza dare troppi numeri, consideriamo il fatto che l’aspettativa di vita è di 45,9 anni nella Repubblica Centroafricana contro gli 82,7 anni in Giappone), e quindi l’età media è molto bassa-. (Vi potete divertire inserendo date di nascita reali o fittizie su http://www.7billionandme.org/ e vedere che risultati escono fuori).

Tratta connection, un reportage che la giornalista Chiara Caprio ha scritto per Vita Magazine, in cui racconta l’inchiesta realizzata con la troupe di Al Jazeera (documentario in finale nella sezione internazionale del premio Ilaria Alpi) sul traffico di donne tra Italia e Nigeria, inizia, guardacaso, con il funerale di una bambina a Castel Volturno, sul litorale domizio, quello stesso litorale descritto ne “La città distratta”*.

Nel reportage è denunciata “l’altissima richiesta di prostitute da parte dei maschi italiani”, che genera un terreno fecondo per la crescita delle relazioni (inizialmente di incontro/scontro, l’articolo ricorda la “guerriglia del settembre 2008, quando diverse centinaia di immigrati scesero in strada abbandonandosi ad atti di teppismo per vendicare il massacro di sei africani compiuto dalla banda di Giuseppe Setola, braccio armato del clan dei Casalesi.”) tra la  tra criminalità organizzata nigeriana e italiana.

Quanto alle italiane, di nascita e di lignaggio, non posso sopportare di sentire a ogni piè sospinto che le donne devono tornare ad essere “quelle di una volta” (e “se vogliono un uomo come quelli di una volta”, per di più). Che di relazioni sullo stampo “di un volta” ce n’é ancora a bizzeffe a questo mondo, e soprattutto in terra italica.

Ah, tra parentesi, andiamolo pure a chiedere alle settanta-ottantenni di oggi com’erano le relazioni tra uomini e donne prima del fatidico ’68. Facciamocelo un giro, che loro non aspettano altro che di venircelo a raccontare.

Io, invece, che arrivo dopo di loro, da quando ho imparato a reagire agli schiaffi della vita, mi sono guadagnata l’appellativo della donna forte.

Mia mamma però, che è della vecchia guardia, mi ha istruito per tempo. Appena ho sviluppato mi ha comprato trucchi, minigonne e scarpe col tacco, e in ogni occasione non ha mancato di dirmi: Figlia mia, tu non sei cretina (detto da lei è un complimento commovente), sbatti bene le ciglia quando i maschietti ti parlano e fa’ in modo che non se ne accorga mai nessuno che hai un cervello, o ti ritroverai che, mentre davanti ti dicono “Quanto sei forte, tu”, intanto te lo infilano nel c. Mhm. Però mi sa che sbaglio, questa battuta era tipica di mia nonna -che non solo era forte davvero, ma aveva proprio le palle. E quando non li massacrava di insulti, era capace di irretire fatalmente perfino i miei “amici” maschi-. Comunque, il concetto espresso da mia madre era lo stesso.

E poi, sentite, ho appena lasciato dopo un caffé Cassandra, la quale mi ha annunciato con occhi da martirio che quest’anno passerà tutta da sola il Ferragosto. “Sono solo pochi giorni, la utilizzerò come occasione di crescita. Magari andrò in chiesa. E poi, io sono una donna forte”. E intanto, mentre parlava, le scendevano tante di quelle lacrime a coprire il suo bel sorriso, che non so come ho potuto frenarmi dall’abbracciarla, invece di lasciarla lì impalata in mezzo al corridoio a scorrere ditate veloci lungo le guance. Eccolo qua, il destino delle donne forti.

Sempre per amor di verità ricordo che ci sono donne e donne. Per esempio, ci sono le donne omosessuali. Ci sono donne che nascono in corpi di uomini. Ci sono eh, ne conosco, e ogni giorno vivono e camminano tra noi. Teniamole presenti queste variazioni sul tema. Che poi sono quelle che fanno davvero la differenza.

Ho fatto queste premesse doverose per dire che, per me, i rapporti uomo-donna non si possono osservare soltanto dal punto di vista privilegiato e forse un po’ annoiato di noi bravi occidentali normosessuati. Proseguo con l’argomento principe, va’.)

…“e mi ricordo pure di un post non recentissimo”, che ho recuperato e provveduto ad inviare a Sara, con il commento “Già letto”, augurandomi che almeno desse un’occhiata, perché è molto più bello dell’articolo. Pensavo che il mio tracotante sfoggio di competenza sui temi pascaliani avrebbe chiuso lì l’argomento, ma mi sbagliavo.

Sara ha iniziato a mandarmi mail a raffica, circa una ogni tenta secondi, e ciascuna contente un commento stizzito e lapidario. E siccome cominciavo a stizzirmi anch’io (complice il clima, l’ambiente lavorativo e, non ultimo, l’affronto a una delle mie muse), ci ho dato un taglio e l’ho invitata a pranzare con me.

Va detto che uscire fuori nella canicola dopo ore trascorse nel frigorifero aziendale non era stata esattamente una grande idea. Ma nel momento in cui, dopo la prima pedalata, ho sentito tutti i vestiti volare all’indietro e una corrente, ancorché calda, sventagliarmi tutta attorno a naso e mento, ho iniziato a sorridere da sotto il casco e non ho smesso di farlo fino ai margini di Villa Borghese dove, appoggiata a una delle colonnine all’ingresso del Bioparco, c’era lei ad aspettarmi accanto alla sua bici già tutta ripiegata. Sara è afflitta da una fame prodigiosa.

– Sto per svenire, – è stato il suo saluto, e non ha aggiunto altro finché non ha dato il terzo morso al suo hot dog.

Allora la questione ho iniziata a prenderla un po’ alla lontana:

– Senti, Sara, pensavo… Chissà poi perché mi è venuta in mente questa cosa?

– Che cosa? – Ha bofonchiato lei, con le guance da castoro tutte imbrattate di senape.

– Secondo te, che cosa siamo noi? Non so: conoscenti, amiche di bicicletta, due persone simpatiche che si fanno solo compagnia di tanto in tanto? Due potenziali amiche vere? Ma, in questo caso, cosa mancherebbe ancora perché la nostra amicizia spicchi il volo? Qual è la tua opinione? Dimmi, dimmi.

– Intanto dovresti cercare di uscire un po’ di più. Sei tutta casa e lavoro. Poi, se son rose fioriranno.

– Usciresti una sera insieme a me?

– Perché no?

Finalmente. Un’amica. Un’amica che si rende libera per me. Starò sognando, mi sono data un pizzicotto, sembrava doloroso. Ma non ne sono sicura, ultimamente non sono certa di sapermi districare tra il sogno e la realtà. Ad ogni modo io ci ho creduto. Al sogno.

– Tesoro, sono tornato, ancora blateri?

– Magnifica french.

– Dici? Sssì… E tu, quanto ti curerai un po’ le unghie?

– Demone, le mie sono mani che lavorano.

– Ah già: tu sei una donna forte.

– Cazzo, ancora questa storia! Ti tiro una scarpa se non te ne vai subito.

– Ma certo cara, vado, tra cinque minuti ho lo shiatsu.

Che disastro, io mi maledico/

Ho scelto te, un demone, per amico

– Ti ho sentita.

– Corri, sennò ti passa avanti il cliente successivo.

Il fatto che Sara abbia abbandonato le sue riserve e deciso di unirsi alla banda sempre più numerosa dei ciclisti di città, e quindi possiamo dire a ragion veduta che, oltre alla simpatia reciproca, abbiamo qualcosa in comune, sta comportando un aumento delle nostre occasioni di incontro. E l’amicizia, dicono, come l’amore, si nutre di vicinanza, anche fisica. Ieri, ad esempio, dopo cena ci siamo incontrate di nuovo. Anche se, va detto, stavolta siamo arrivate in macchina dai poli opposti della città. Ma il secondo giorno di agosto era una data propizia alla facilità di parcheggio.

Il locale era poco affollato, soltanto che, in un angolo, avevano piazzato un enorme maxischermo dal quale non abbiamo potuto fare a meno di seguire la Vezzali nella conquista dell’oro per l’Italia.

– Due birre rosse, grazie. Scusa Sara, non sento niente, che cos’hai detto prima?

– Ho detto,- ha scandito pazientemente Sara con un uso magistrale del labiale, – che lo ha postato un mio amico, su Facebook.

– ah, un amico-su-Facebook. Ecco la base che mi manca, il social network.

– Ma che hai capito? Noi siamo amici veramente. È il fratello di un mio ex. Ci sono i nostri commenti sotto l’articolo.

– Li ho letti tutti, i commenti, e sono impietosi.

– Invece io ho scoperto con dolore che c’è molta gente che la pensa come Pascale.

Con dolore…, ma dai.

– Vedi, mi infastidisce perché a questo punto mi chiedo cosa dovrei farne di tutti i miei amici maschi, verso i quali non ho mai nutrito interesse sentimentale e/o sessuale. Davvero, che ne faccio? Smetto di considerarli amici? Ci provo anche se non mi piacciono?

– Sarà, ma invece io sono rimasta colpita da come, per l’ennesima volta, si sia consegnato con tanta tranquillità al linciaggio della folla.

– Però se fai una domanda cerca almeno di seguirne la risposta.

– Giusto. Sono tutta orecchi.

– Comunque:  tu ci credi o no?

– Non ci ho pensato mai. Vediamo. Ho un amico gay, ho un amico marito (quindi la componente sessuale è annullata), poi… A dire il vero nei confronti di altri uomini io avverto sempre uno strisciante senso di pericolo.

– Ah beh,  allora in realtà confermi la teoria di Appì.

Appì? … Assì. No,  è solo la mia esperienza di vita, ma non pretendo assolutamente di prenderla a modello universale.

– Ma infatti lui dice: “Io non ci credo”

– Lui dice: faccio fatica a credere a una tipologia di storie che sempre più spesso ascolto, e dice pure Ah, come vorrei capire, e mannaggia non ce la posso fare.

– Capperi, tutto mandato a memoria?

– Ma no, sto improvvisando, di sicuro non ricordo bene. Comunque, tutta ’sta polemica… Basterebbe avvertire chi legge con un alert, del tipo: “Attenzione: in questo testo  sono presenti opinioni del narratore organizzate in funzione  delle teorie e regole precedentemente esposte in diversi documenti pubblicati negli anni dallo stesso autore, e ai quali si rimanda per ulteriori approfondimenti“.

– Mah, senti. A me pare che dica cose banalotte e che l’esempio che porta non sia calzante. Per esempio: se la tizia dell’esempio la pensasse come il tizio, cioè volesse solo ’n’amicizia, allora non sarebbe più così possibile, giusto? E perché una cosa del genere non dovrebbe poter capitare?

– Io, ti ripeto, ho difficoltà a restare da sola con un uomo in qualche ambiente isolato ma, sai, tredici anni ho iniziato a dovermi difendere dai compagni di classe che mi volevano toccare le tette per vedere se erano vere. Ho avuto questo imprinting. Sul caso specifico posso solo commentare -tanto commenta chiunque- che so per certo che esiste una tipologia di uomo, anche molto diffusa, denominata “Servi della Gleba”, alla quale probabilmente appartiene il protagonista del racconto di Pascale, che davanti a una strada tutta spianata e in discesa nemmeno gli s…

– S…

– S… si… capisci?

– S-sì… no. S… servi de che?

– Hai dieci anni meno di me, mi rendo conto. Però io sono al passo, sai? Vedi, ti invio subito subito un video. Che dico un video, due video, guarda qui, ciò lo smartfono, vedi, li trovo su Youtube, ecco. Te l’ho inviati.

1) Elio e le Storie Tese – Servi della gleba

2) link

– Grazie, magari dopo me li guardo (che matusa).

– Le introduzioni, soprattutto, ti raccomando, e poi quella parte dove Elio dice “L’ho convinta a ritornare con lui” Ah! Ah! Ah! Divertentissimo.

– Ecco, magari dopo, sì.

 Una breve interruzione perché ci avevano portato le birre. Anche ieri sera la mia sembrava acqua fresca. E poi siamo ripartite:

– Senti, ma veniamo all’esempio di Pascale, …

– Non è calzante.

– Se, per assurdo, conosci un tizio a una festa, vai a casa sua pensando che farà solo l’amico?

– Ma dai, uno che t’invita a casa la sera stessa che ti conosce è proprio difficile che voglia parlare di libri! Mai incontrati tizi così. Magari la tizia si è fatta dei film. Che amicizia è se non c’è chiarezza? Ci vorrebbe anche la versione di lui, ma non c’è…

–  Certo! Ecco perché! Gliel’ha raccontata una donna che ha dato la sua versione edulcorata ma si è dimenticata di  parlare dei dettagli: dei suoi denti storti, dell’alito puzzolente, o altri “difettucci”.

– Ah!Ah!Ah! Può essere.

– Oppure, del fatto che lei (nota: trentenne) entro i primi cinque minuti gli ha parlato del suo desiderio di famiglia (che far accettare questo a un uomo è un arte raffinata: richiede dedizione, perseveranza e tempo).

– O magari lui è gay e non glielo ha detto perché aveva dato per scontato che la gallina se ne fosse accorta da sé.

– Bah, in quel caso lei è davvero una gallina. E comunque tu, Saretta, ci credi?

– Te l’ho già detto: Sì che ci credo.

– Allora, fammi degli esempi tuoi, concreti.

– Da circa sette mesi ho un’amicizia molto stretta con un uomo. Con lui nessun problema, e poi è fidanzato da anni. Ma siamo solo amici, anche se è vero che non lo prendo in considerazione come uomo, anche perché è l’ex fidanzato di una mia amica molto stretta, e per me gli ex delle amiche sono asessuati.

– E in che termini siete amici? Vi vedete? Dove? Come? Diamo una speranza a Pascale.

– Ci vediamo, in gruppo o da soli.

– Di cosa parlate?

– Ci confidiamo le nostre cose, parliamo di tutto. Quando mi sono lasciata con il mio ultimo fidanzato lui mi ha aiutato tanto.

– Quindi parlate di cose tipo amore.

– Parliamo “anche” d’amore e persino di SESSO! Scandalo!

– Ma: sport, letture, bricolage? Cose in comune di cui parleresti con un’amica donna?

– Lui va in bici, tanto per cambiare.

– Scusa se te lo domando, Sara, ma tu hai amiche donne (io pochissime, non arrivano nemmeno a due, ma tante simpatiche conoscenti)?

– Sì, ho delle amiche donne. E anche altri amici uomini ma o sono gay o abbiamo avuto storie o storielle in passato, quindi non te li porto come esempi. E anche se poi con X. c’è stata una cosetta quattro anni fa, poi più nulla, perché la nostra amicizia dovrebbe essere considerata da meno?

Non so che pensare, la serata si è conclusa così. Non ci siamo mosse dalle nostre posizioni. Anzi, io sono tornata a casa rafforzata nell’idea che l’amicizia (non la semplice frequentazione da conoscenti), sia una variante dell’amore. L’amore privato dell’aspetto sessuale. E che qui stia la radice del problema del genere.

Stamane ne ho parlato con i miei colleghi. Per la cronaca: tutti della mia idea, eh. E quando ho fatto per tornarmene alla scrivania, uno di loro che conosco da dieci anni, molto carino, simpatico, sposato nonché padre, mi ha fatto:

– Allora, io e te non siamo amici?

– A questo punto direi di no.- Gli ho risposto ridendo.

– Meglio così, non credi?

– Meglio? –, Sono caduta dalle nuvole, – Meglio perché?

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PS.

Chiedo scusa se ho urtato la suscettibilità di persone molto salde nelle proprie convinzioni ma, al tre di agosto, col caldo che c’è, per me l’argomento si riduce più o meno a una mera questione di chimica. Se ne riparlerà in autunno. Forse.

Rod Stewart – Da ya think I’m sexy

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(Grazie a Sara, che dietro lo pseudonimo esiste per davvero ;-))

*) Antonio Pascale: Ritorno alla città distratta – Ed. Einaudi – Stile libero, 2009

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