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La trasgressione del mese

31 agosto 2014
Reclame d'una volta

Nuove trasgressioni: la Sinistra alla riscoperta delle tette.

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Va detto che il mese di agosto che si sta concludendo in queste ore, come qualsiasi altra entità, non è più quello di una volta. Poveretto, bisogna capirlo, si è arreso alla necessità di trasgredire, altrimenti come frenare la drammatica caduta di popolarità che ne ha segnato gli ultimi, ingenerosi, anni? Come alimentare i mesi successivi, tutti figli suoi, senza poter contare sui capisaldi che storicamente garantivano la continuità del chiacchiericcio fertile, meglio se consumato ai tavoli di un bar nei giorni di pioggia o a tavola dopo una bella polentata accompagnata da fiumi di un corposo rosso? Un agosto così non verrà dimenticato facilmente. Prendi il clima. Quello meteorologico, politico, umanitario, cronachistico, tutto stavolta è stato differente.

Io, questo cambiamento, l’ho preso bene.

Ho gradito il fresco persistente, mai come quest’estate i miei pensieri sono rimasti lucidi e, senza le solite tre-quattro docce quotidiane, non c’è stato neanche tanto spreco di acqua. Per non parlare della bolletta elettrica: non più di qualche notte coi ventilatori accesi.

E che dire dei romani, piegati alla necessità di ricercare il caldo per meglio sostenere i mesi di cui sopra, quelli a venire. Tutti partiti. Sai che noia restarsene davanti al mare a osservare le onde, invece di arrostire a fuoco sostenuto, perdere inibizioni, aprirsi, aprirsi a più non posso (tanto fa caldo) a esperienze nuove e pazzamente estreme?

Roma, nell’aria nitida e lucente di questo agosto, è stata una regina di bellezza, gli acquazzoni non hanno potuto che farla risplendere agli occhi dei turisti e dei pochi abitanti a spasso per le sue strade.

Ebbene, mi spiace dirlo, ma anche tutto questo andrà perduto. Come lacrime nella pioggia.

Ieri ho ceduto, e ho buttato un occhio al famigerato D, il periodico per Donne allegato a Repubblica. Non sto qui a verificare, ma giurerei che da che esiste il blog, almeno un post all’anno glielo dedico e, lo so, sembrerò in questo meno attuale del mese di agosto, ma qualche caposaldo non posso fare a meno di mantenerlo.

Io D lo sfoglio velocemente, salto a piè pari quasi tutte le rubriche, mi soffermo appena su Rampini e Zucconi, noto le inchieste, alcune ancora riescono a colpirmi, sbadiglio sulla moda, approdo infine a Galimberti che riesce sempre a restituire un senso alla rivista e spesso anche a molte riflessioni personali.

Galimberti risponde a Paolo Izzo

Questa settimana risponde a un lettore non banale, di estrazione radicale, e individua nella necessità di “curare la scuola la cultura e l’educazione, perché solo queste cose rendono i cittadini liberi e capaci di difendere con argomentazioni i diritti […] e di sollevare le masse”, definendo questo un compito di Sinistra. La stessa Sinistra che nel resto dell’articolo, però, incolpa di un grave fraintendimento storico, l’aver calato i valori della rivoluzione francese all’interno di una società, quella sovietica, che non disponeva di una classe borghese “e quindi non poteva esprimersi che come dittatura.” La stessa Sinistra che oggi si è gravemente compromessa con l’adeguamento alla regola sociale della distinzione a tutti i costi, alla necessità di trasgredire, di perdere inibizioni, di aprirsi, spesso sconsideratamente, a esperienze nuove, che in alcuni casi non esiterei a definire “pazzamente estreme”. E ha perso. La Sinistra esiste ancora, più come sentimento che come progetto, in seno a molti che non si rassegnano alla sua dissoluzione sulla scena politica italiana. Ai restanti molti la Sinistra suscita solo cattivi sentimenti.

Tale è la sorte, temo, che attende il mese di agosto. Con tutta la simpatia che provo per chi non esita ad aprirsi nuove strade col falcetto (nel caso della Sinistra, anche col martelletto… ah ah!) dove pare più impenetrabile la jungla, domani, intendo più in là nel tempo, ma già a settembre o ai primi d’ottobre, potremmo realizzarlo, di lui non si parlerà che male.

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Cry me a river

21 marzo 2013

Antropologi. Comincio a pensare di soffrire di una dipendenza da.

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emozioniStefano Bartezzaghi dalla prima pagina di Repubblica di oggi segnala una ricerca sulla letteratura di lingua inglese prodotta nel XX secolo, con risultati da non sottovalutare.

what are you in the mood for?

What are you in the mood for?: Emotional trends in 20th century books (Plus blog)

Il ricorso a termini come anger, disgust, fear, joy, sadness e surprise è stato in costante calo.

Autore un antropologo italiano trapiantato a Bristol, Alberto Acerbi. Pensate: qualcuno ha ritenuto importante finanziare una ricerca che ha comportato l’immersione di chi l’ha condotta nella lettura (certo, anche aiutata dell’informatica) di romanzi su romanzi. A cosa è servito? Non è dato saperlo, ma, ripeto, ci hanno investito denaro.

Mi sento a disagio. In Italia forse abbiamo sofferto troppo nel secolo passato? Siamo ancora nel pieno dell’euforia del dopoguerra? Per questo tanta gente vota ancora Berlusconi e accorre davanti al tribunale di Milano in lacrime per baciargli le mani e chiedergli ‘o miracolo?

Fatto sta che non è ritenuto utile studiare le sue sensazioni. Quelle della gente, mica di Berlusconi. Non penso che ci farebbe male un po’ di autocoscienza collettiva. Tanto per capire che cosa abbiamo fatto io o i miei avi perché meritassimo di vivere nel paese dove spopolano Moccia e l’adorazione del dio lucchetto.

A me, così a naso, la storia del secolo trascorso fa pensare che, avendo i paesi anglosassoni vinto la grande guerra, inventato la beat generation e che essendo comunque titolari di culture impregnate di pragmatismo nell’espressione dei vari credo religiosi, forse per questo possono permettersi con estrema nonchalance di dimenticarsi coscientemente dell’espressione dell’emotività all’interno di testi che le persone leggono, diciamo così, per svago. E dunque effettuando operazioni in netto contrasto con le logiche di pubblicazione che, almeno in Italia, ad oggi sembrano predominanti.

Forse è così allora (ma andrò a sbirciare le conclusioni della ricerca per capire meglio). Tant’è che dagli anni ottanta in poi la tendenza ha iniziato a invertirsi (mi mancano i dati dell’ultimo decennio), segno evidente dell’insorgenza di quel comportamento molto umano che porta ad aggrapparsi alle emozioni (lette e vissute) nei momenti di maggiore ansia per il futuro.

I loro dati indicano che l’uso di parole che esprimono sentimenti decresce generalmente nei libri pubblicati nel ventesimo secolo. Curiosamente, l’uso di parole relative al disgusto è declinato maggiormente. L’uso di termini connessi alla paura diminuì similarmente durante gli anni settanta, quando il trend prese una brusca impennata (e continuò a crescere nelle successive tre decadi). Quando tracciarono la frequenza di parole relative a gioia e tristezza, la tendenza di queste era correlata ai maggiori eventi storici come la seconda guerra mondiale e la grande depressione.

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– Tu sei romantica.

– Ma se quando uno mi rivolge un complimento poco ci manca che lo azzanni alla giugulare. Ma no, ascolta bene, quando scrivo di emozioni, cerco di controllarne il flusso, per evitare che implodano all’interno, facendo sopraggiungere una silenziosa emorragia letale. Dovresti riconoscere le mie buone intenzioni. Migliorerò con l’esercizio, diventerò meno sentimentale. Ma tu cerca di smorzare quell’eccesso di realismo. Che non fa bene, hai visto il dollaro che fine sta facendo?

– Secondo me la deflazione non è una cattiva strategia.

– La mia era una provocazione, non m’intendo abbastanza di economia come di tanto altro.

– E cosa speri di ottenere?

– Un finanziamento alle mie ricerche sugli effetti della visione di fiorellini di campo nel primo giorno di primavera ❤

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Julie London – Cry me a river

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Verso la prospettiva di un’irrimediabile guarigione

19 ottobre 2012

Intendo leggerlo.

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Magrelli mi convince, ovvero mi da il coraggio necessario, con l’indicare una scappatoia alla prospettiva di una irrimediabile guarigione: il “quasi”, tra parentesi nel titolo dell’ ultimo capitolo.
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Francesco Muzzioli  – Come smettere di scrivere poesia. Ed. Lithos 2011

da La Repubblica del 19/10/2012


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