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Tre, se includiamo i sogni

17 novembre 2013

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È venerdì sera e queste righe prendono forma sotto la luce gialla di un lampione.

Sto aspettando un autobus e piove. Non molto, appena quel che basta perché debba reggere in qualche modo l’ombrello (non vorrei bagnare la carta su cui scrivo) con lo stesso braccio che tiene aperto il mio blocchetto degli appunti.

Sul bus forse riuscirò a sedermi ma, finché sarà arrivato, la maggior parte delle parole saranno già scese alla chetichella dal cervello per andare a disperdersi in strada, mischiate alle pozzanghere e ai ruscelli di fango, cicche e foglie che si ingrossano in prossimità dei tombini otturati. In quei frangenti, nello scompiglio creato dalle gocce che per farsi strada spintoneranno termini estranei e a loro incomprensibili, voleranno di certo paroloni.

Ricadranno giù, confondendosi tra gli spruzzi delle automobili che passano. Qualcuno forse mi ritornerà aggrappato addosso. Ma sarà incattivito, e pur avendolo a disposizione con me nella minor scomodità dell’autobus, non potrò utilizzarlo. Non stasera che ho voglia di parlare di una storia lieve. Oggi che inseguo il tocco del fiocco di neve sulla spalla di chi la leggerà, non certo la stoccata della grandine.

Dunque adesso scrivo in fretta per necessità, sperando di riuscire a riconoscere, poi, davanti alla tastiera, il senso originale del tappeto di graffi neri e storti che ho steso sulla pagina.

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Oggi mi ero svegliata con la testa vuota e lo stomaco piuttosto chiuso. Sul pavimento della cucina, mentre facevo attenzione a non versare la polvere fuori dalla caffettiera, sono comparsi in un angolo del mio campo visivo gli alluci ammiccanti di Serena. Mi si sono involontariamente allargate le narici, ma le ho rimesse a posto. Mia figlia sa che non deve andare in giro per casa a piedi nudi ma, lo riconosco, non è nemmeno inverno, e lei è refrattaria – col sorriso -, a qualsiasi imposizione. Come me.

Ho registrato il fatto e non le ho detto nulla. Mi ha chiesto Come va? E non Cos’hai sognato? Come fa di solito. Le ho risposto:

– Grazie, bene. Ma ho un senso di nonna.

– Un… che?

– Devo aver sognato mia nonna. Un sogno bello, ma triste. Vediamo, forse riesco a ricordarlo.

Ho accostato il cucchiaino alla punta del naso e arricciato le labbra, mentre portavo lo sguardo verso l’alto (ma quante ragnatele. Lo sguardo è ridisceso per pudore).

– Ero in un corridoio, al termine di un sogno precedente, io stavo andando, boh… via. Nonna mi è venuta incontro con la sua vestaglietta da casa, tendendomi le braccia. Piangeva, voleva dirmi addio. Guarda, – faccio rivolta al volto impassibile di mia figlia, come se le importasse, – che lei non era una che piangeva facilmente. L’ho vista farlo, e sempre senza lacrime, solo due volte…

Serena era rimasta ferma sulla porta della cucina, in silenzio. Sembrava ancora addormentata, ma i suoi silenzi sono sempre preludi a raffiche di domande, non sempre pertinenti. Si era già fatta l’ora di mettere il turbo, precipitarsi in fretta e furia fuori, al lavoro e a scuola. L’ho liquidata in corsa, le ho detto che ci saremmo riaggiornate. Chissà se mi ricordo, ho pensato. Non riesco più a tenere facilmente uniti i pezzi di memoria.

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– Quant’è piccolo il mondo. Ah! Ah!

Laura aveva ripreso il filo del discorso iniziato solo nella sua testa, proprio mentre attraversavamo insieme l’incrocio con il semaforo che diventava rosso. Fa sempre così, Laura: Attraversa col rosso e ti mette all’improvviso in mezzo alle conversazioni tra sé e sé. A volte fa le due cose anche contemporaneamente e mi fa saltare il sistema simpatico. Che in mezzo alla strada non è il massimo.

In genere l’afferro per la giacca, se d’inverno, dal gomito d’estate, e la tiro bruscamente indietro. Appena in tempo perché una macchina non la tiri sotto.

Ma, se mi sfugge, miracolosamente sfugge anche alla macchina. E sono io che, nell’indecisione tra il lanciarmi in fuga o fare un passo indietro, mi becco la frenata, il clacson, e tutti gli improperi dell’autista.

– Allora, questo… mondo, perché mai ora si sarebbe fatto così piccolo?

Ho domandato, deglutendo fiele, appena salita sopra l’altro marciapiede, e ritrovata Laura in un’attesa tranquilla e divertita.

– Ah! Ah! No, è che l’altra mattina sono andata al funerale del cugino di mio padre, aveva ottantatré anni, poveretto, non è venuta molta gente, però, indovina? Ci ho incontrato una mia cara amica! Le ho chiesto che ci faceva lì e lei mi ha spiegato che il suo, di padre, ma da giovane eh, aveva lavorato per un lungo periodo con un cognato del vicino di casa della sorella del morto, cioè della cugina di mio padre. Renditi conto. È davvero piccolo il mondo, eh?

Io l’ho guardata gelida.

– Non è piccolo il mondo. È solo che vivete entrambe a Roma e ci sono discrete probabilità che prima o poi, per caso, vi incontriate.

Il sorriso di Laura, amica e collega di lungo corso, sostegno dei miei momenti bui, è crollato. Mi stavo per ammazzare grazie a lei, è vero, ma mi sono pentita quasi subito di averle risposto male.

Il senso di nonna in lacrime manteneva ancora la mia testa vuota e, fino a quel momento, sebbene stessimo andando a rifornirci per il pranzo, avevo la sensazione che lo stomaco fosse decisamente chiuso.

Davanti alla commessa in camice e cuffietta bianca, mentre decidevamo quale tipo di pane farci tagliare in due, e quale bontà inserirci poi all’interno, impregnate fino al midollo dei profumi di forno e di salumeria, la situazione si ribaltò improvvisamente.

Pensai ad alta voce:

– Che fame. Vorrei mangiare subito qualcosa.

Che caso. Da una porticina si materializzò un altro commesso con un vassoio ricolmo di tranci di pizza calda, farcita variamente.

– Prego, volete favorire? Assaggiate, assaggiate, e naturalmente fateci sapere che cosa ne pensate.

– Bha gnf-ert-ho… – Ho bofonchiato a guance piene, tirando a fatica fuori dalla bocca le dita che erano rimaste incastrate.

– …Glomp. Molto saporita e ben condita. La pasta mi è sembrata un po’ troppo sottile. Mi faccia prendere un altro assaggio, così le so dire meglio.

Di nuovo in strada, avevo acquistato un nuovo spirito e una nuova visione della vita.

– Ma guarda tu se queste sono coincidenze! – Ho esclamato, sorridendo radiosa all’indirizzo dell’Universo intero.

Laura si è limitata a guardarmi strano e non mi ha detto nulla.

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Mancava sì e no un’oretta all’uscita dall’ufficio. Avevo gli occhi in fiamme per aver fissato troppo il monitor. Per legge, l’azienda mi deve concedere una pausa ogni tot ore. Prima di alzarmi per sgranchire vista e gambe ho abbassato le finestre (quelle dei programmi aperti nel computer) e sollevato il cellulare, così, tanto per dare un’occhiata a cosa combinava il circondario web. In quel preciso istante, il display mostrava una chiamata in arrivo da Ariel.

– Dico, come ti viene in mente di chiamarmi per telefono, sei pazzo?

– …Eh?

Non lo so da quanto tempo non ci sentivamo. Due anni? So che nel frattempo a lui è nata una seconda figlia e io ho pubblicato un libro – dopo quella fatica, non sono più riuscita a scrivere niente -. “Sentirsi”, poi, è un concetto esagerato. Avevamo scambiato due chiacchiere superficiali ai giardinetti, tenendo d’occhio i giochi dei bambini durante un incontro casuale, a sua volta avvenuto dopo parecchio tempo dall’ultima volta, forse meno di sette o otto anni, ma insomma.

Così nella vita si finisce per rincontrarsi sempre. O forse davvero il mondo è più piccolo di una città grande come Roma.

– Ah, ho capito. Di questi tempi la gente comunica soltanto virtualmente, e quindi è strano ricevere una telefonata.

A me, escluse quelle dei familiari e le telefonate di lavoro, ormai non mi telefona più nessuno. Se guardo la cronologia delle chiamate, vedo che passa anche una settimana tra una chiamata e un’altra. L’ultima volta che ho chiesto a un uomo con cui stavo chattando “Ma non possiamo sentirci per telefono, così ci intendiamo meglio?” mi sono vista rispondere “Non capisco cosa avresti da dirmi a voce che tu non possa dirmi in chat”. Per quanto il mondo possa rimpicciolirsi, non credo che lo sentirò mai più.

Mentre Ariel, che nemmeno si era fatto vivo quando l’ho informato via fb dell’uscita del mio libro “Cosa c’è di vero nelle mele in un mondo senza tentazioni (a detta degli angeli)”, mi ha stupita dicendo solo di aver desiderato di chiamarmi fin da quel giorno.

Per parlare. Parlare, capito? Una cosa d’altri tempi. Ne fui tanto contenta che alzai la voce di proposito, lanciando sguardi a Laura, di sottecchi, per vedere se fosse interessata alla mia novità.

Col mio ex ragazzo dell’università, attraverso un contrappunto di timbri e toni delle voci, siamo saltati di palo in frasca più veloci di qualsiasi digitazione, scambiato il senso di un affetto che non passa, e tutto senza uso di emoticon.

Perfino ricordato i nonni.

Il suo, che mi ha accolto alla sua tavola per pranzo ogni giorno per diversi anni, trattandomi come se fossi sua nipote e che, da morto, mi ha avuta tra quelli che piangevano sinceramente al suo funerale.

La mia, di nonna, beh, chi se la scorda? Ai miei ragazzi il suo spirito libero è sempre piaciuto. A lei qualche ragazzo è stato più caro di altri.

Nel tempo di una telefonata, abbiamo rimesso in squadro il puzzle di lavori, amici, famiglie, fatti belli e meno belli accaduti in tanti anni.

– C’è una sola cosa che non riesco a fare e mi dispiace proprio. Suonare.

– Da quanto tempo?

– Mah, suonerò sì e no un paio d’ore… al mese.

– Al mese?! – Ma, per cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno ho aggiunto:

– L’importante è tenere le dita allenate.

– Ah! Per quello non c’è problema, ci do giù di p***e!

– Ti sei dato al flauto, insomma.

Ariel, di norma, suona quel buffo strumento che portò con sé in vacanza un’estate a casa di mia nonna. La convivenza tra soggetti orgogliosi e capoccioni in misura uguale non era affatto scontata. Eppure in qualche maniera riuscì, e lasciò il segno, tanto che nonna – che proprio non era il tipo – di nuovo a Roma, un giorno che stavo rientrando dalla facoltà, mi venne incontro in corridoio tendendo verso di me le braccia, per raccontarmi un sogno della notte precedente:

– Avevo aperto la porta di una stanza completamente vuota, tutta azzurra, e seduto proprio al centro c’era quel tuo ragazzo, che suonava il suo buffo strumento, quello che somiglia a una chitarra…

– Si chiama basso, nonna.

– Eh, il comesichiama. Pensa che nel sogno seguivo chiaramente tutta la melodia.

Un sogno corredato di suoni e di colori, nientemeno. Come quello che avevo fatto io la notte scorsa.

Chiusa la telefonata, ho fatto un fischio a Laura. Lei si è girata con un’espressione ambigua.

Le ho raccontato di quelle strane coincidenze ma mi ha freddato dicendo:

– Guarda: è solo che vivete entrambi a Roma.

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Vagone della Linea B, ancora troppo pieno alle otto di sera. Appena si liberava un posto, qualcuno me lo soffiava subito da sotto il naso, atterrando in volo con una culata sul sedile. Ma ero presa da altro. Cercavo di scaricare un brano da Youtube, e mentre armeggiavo con il cellulare che si bloccava sempre, arrivavamo alla stazione di Piramide.

La metro se la prendeva comoda. Poteva darsi che il conducente fosse sceso a far pipì, o stesse aspettando uno che venisse a dargli il cambio. O dovesse prendere tempo e rallentare, per la troppa vicinanza con la corsa che precedeva. Una volta, non molto tempo fa, un treno ne ha tamponato un altro. Da quello che si è visto in televisione, non dev’essere stato molto molto divertente.

Ma non è quasi mai il caso di agitarsi, in qualche modo a Roma ce la si fa sempre, purché non venga a piovere, allora lo scenario rischia di diventare apocalittico.

Neanche gli altri passeggeri sbuffavano, sembrava che non importasse neanche a loro di far tardi, ciascuno perso nei propri pensieri o preso da qualche provvidenziale distrazione. Come quei cinque ragazzini sui quattordici anni.

Uno era un piccoletto curatissimo, con un taglio di capelli rifilato su nuca e basette, occhiali dalla montatura importante, trench, sciarpetta. Neanche un pelo in faccia o sulle braccia. Un tipo intellettuale che forzava la voce mezza ottava più in basso di quanto gli consentisse la natura.

Era lui, incredibilmente, il maschio alfa. Accennava a qualcosa che si trovava sulla banchina, gli amici seguivano i suoi tronfi proclami, annuivano e ridevano. Creaturine.

Diceva:

– Più piano, sì, cammina più lentamente, che tanto qui nessuno cià fretta. E daje signo’, te stamo a ‘spettà tutti! E mòvi quelle gambe, nun è che se allunghi le mani arrivi prima ! Ah! Ah!

Ah! Ah! Gli facevano eco in coro gli amici, allo stronzetto.

Separati solo dalle loro stesse schiene, in abiti che ostentavano informalità, tre ragazzine stavano in silenzio ad ascoltarli. Sembravano più vecchie del primo gruppetto di appena un paio d’anni. Occhiate torve circolavano tra loro.

Intanto il treno aveva ripreso la sua corsa e il buio oltre i finestrini si stava chiazzando di tracce chiare di pioggia.

Lui, ancora quello con gli occhiali, aveva attaccato a parlare di musica, di basso elettrico, in particolare. (Viviamo a Roma, dunque prima o poi sentiremo inevitabilmente parlare di basso elettrico due volte nello stesso giorno. Tre, se includiamo i sogni.)

Cominciavo a intuire che fossero membri di un gruppo, e stessero tornando da un pomeriggio di prove per qualche concerto. La mia attenzione captò i sommessi dialoghi delle tre ragazze.

– Ho sentito bene?

– Oddio, il migliore bassista al mondo… quello dei Led Zeppelin! Ma dove siamo capitati? È pos-si-bi-le cambiare vagone?

Lei era l’indiscussa capo banda. Le altre si limitavano a ricamare attorno alle sue parole. Neanche un sorriso usciva fuori dal terzetto.

I maschi, un filo intimoriti, ripresero a vantarsi.

– Il più fico però è, come si chiama, il bassista dei Dream Theater…

Apperò.

Sterzarono sulla tecnica, ma qui ci fu uno scivolone. Uno chiese a quello con gli occhiali come facesse a suonare il pianoforte senza saper leggere la chiave di basso. Lui si prese del tempo per rispondere. Le donne intanto erano ammutolite, e per un po’ si riuscì a sentire di nuovo il rollio del mezzo sulle traversine.

– Guarda che nessuno suona leggendo contemporaneamente lo spartito.

Le tre sgranarono gli occhi. Lui se ne accorse e aggiustò il tiro:

– Voglio dire quasi nessuno… Insomma, uno prima si studia lo spartito e dopo suona.

– E magari segna la diteggiatura a matita sopra le note… – Gli chiusero la bocca le ragazze.

Stazione di Magliana, in galleria avrei perso il segnale. Avevo scaricato tre volte solo l’inizio del brano,  oltre non riuscivo proprio ad avanzare. Sul display era comparsa la scritta “Memoria insufficiente”. Ormai il vagone era quasi del tutto libero. A uno a uno si erano ritrovati seduti, a fronteggiarsi faccia a faccia, il gruppo dei ragazzi e quello delle ragazze.

Avevo trovato perfino io da sedere accanto al tipo con gli occhiali. Mi ero messa le cuffie, e fatta partire la canzone frammentata. Per qualche secondo non sentii altro che note. Ma vedevo bene il gioco di sguardi.

Scesero tutti i ragazzi ad uno ad uno, tranne il tipo con gli occhiali. Alla penultima stazione eravamo fuori io e due delle tre ragazze.

A percorrere l’ultimo tratto fino al capolinea erano rimasti solo i due capibanda. Lui, con i suoi occhiali messi per storto e lei con lo sciatusc che le pendeva dalla coda smosciata.

Stavano rigidi e zitti, sminuiti non solo nel volume azzerato della voce, ma anche in quello dello spazio che ora occupavano, come se il dissolversi del gruppo avesse amputato parte del loro corpo. Stretti infossati dentro le loro spalle, osservavano baluginare il proprio riflesso nel vetro appannato, giusto oltre la testa dell’imbarazzato dirimpettaio. Mi era presa una fitta all’altezza dello stomaco per loro.

Li ho osservati finché il vagone non è scomparso dalla vista, poi sono salita in strada ad aspettare l’autobus. Pioveva sì, ma piano, e l’Apocalisse sembrava ancora lontana.

Ho aperto l’ombrello. E preso il taccuino.

Avevo la testa piena di parole, e lo stomaco che si contorceva dolorosamente. Mi aveva afferrato all’improvviso una fame, una spaventosa fame di esistenza e di scrittura.

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A colazione ho sempre tanta fame

5 giugno 2013
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Fotografia di Tania Bocchino

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C’è che più vado avanti e più assomiglio a quella vecchietta che si alzava la gonna davanti a i passanti e questo non va bene, intanto perché non sono una vecchietta, e poi perché non posso indossare la gonna quando il meteo prevede tuoni e fulmini e io devo trascorrere almeno due ore e mezza al giorno sui mezzi pubblici. Ci vuole un esibizionismo di minore impegno. Il problema è che, non c’è niente da fare: non sono social.

Twitter, twitter per esempio, a me fa morire dal ridere. A Ilaria no, lei ne dice peste e corna e poi usa – ne fa un uso improprio ma è grande in questo, io no- come fossero tuittate i (come si chiamano?) messaggi di facebook. Ecco, quello è un altro esempio. A parte la sorpresa di scoprire ancora in vita e ben pasciute persone delle quali avevo perso le tracce più di venti, trent’anni fa, e buon per loro. Certo che esordire dicendo “finalmente ti ho trovata!” non depone bene sul loro stato di salute mentale. Mah, comunque, a parte questo, niente, io con facebook non ho alcun feeling. Divertente la chat, ma allora ce ne sono altre, meno invasive della privacy, leggi che non devo farmi per forza individuare da chiunque passi per caso e offenderlo pure se stacco subito, conosco passatempi più divertenti delle chat.

Non sono social in rete perché non lo sono nella vita. C’è un mucchietto di gente bella e cara nella mia vita, ma non mi ci dilungo in chiacchiere, non è nel mio dna. E poi, quando devo perdere almeno due ore e mezzo al giorno in trasporti, nove al lavoro, un altro paio in faccende domestiche, mi dici dove lo trovo il tempo (e la voglia) di chiacchierare?

Il blog. Ah, sì, c’è il blog. E quella è un’altra cosa. E’ come un figlio nato storto, mica lo puoi abbandonare, o sopprimere. Mi si può dire di tutto, ma non che sia una madre snaturata.

Eh, beh. Non chiacchiero neanche nel blog, è un dato di fatto. Lo sto facendo ora? Parlo con me stessa. Anzi, sono le 23.29 sul mio portatilino. Mi sa che sto dormendo e questo è un flusso di coscienza. Esperimenti di scrittura automatica, come quelli dei medium che parlano coi fantasmi.

Entro quindi in un sogno, un altro, il sogno doppio rispetto a questo del flusso di coscienza. Sono una donna. Meno male, almeno quello, visto che di solito sogno in maniera veritiera e sconvolgente. In questo sogno non vedo l’ora di smettere di scrivere per andare a dormire. Ma sono abituata a scrivere di notte, tanto che di quando in quando bacio la tastiera e lo schermo per la buonanotte. Bello questo sogno: caro, mio indispensabile, come ogni sera, anche quando non te lo dico, buonanotte e sogni d’oro.  Chiudo gli occhi e scivolo nella terza scena. Nella terza persona, anzi, perché è un racconto in terza persona per la precisione. Indosso altri panni, gioco alla sconosciuta.

 
Per quanto dritta, la striscia bianca che mi cammina a fianco non possiede la qualità di un corpo solido. In altre parole, non mi attira il suo campo gravitazionale. Sono le leggi della fisica che lo dicono, e io lo confermo, lezione dopo lezione, ai miei studenti: è tutta una questione di massa.
La massa grande attrae sempre quella più piccola. E lei, a sua volta, in modo spesso neanche percettibile, attrae la grande.
Stavolta no. Quel segno è bidimensionale, e neanche se in lei ardesse la scintilla di una qualche miracolosa volontà, e se miracolosamente intendesse esercitarla, potrebbe mantenere allineata a sé la mia traiettoria.
Nemmeno se fosse dotato di una sua corporeità. Ché, in quel caso, potrebbe al massimo farmi rallentare, o trattenermi, non certo guidarmi nell’avanzare in parallelo a lei. Se fosse panna soffice montata, per esempio, non otterrebbe altro che il mio inginocchiarmi in terra, vinta dal desiderio di nutrirmi. E, certo, ai passanti fornirebbe un argomento di conversazione (“Questa la devi sentire: per strada c’era una pazza chinata a leccare ingordamente la striscia dipinta sull’asfalto, affianco alla carreggiata dove scorrevano le macchine. Hanno dovuto chiamare la neuro, poveraccia”).
Per quanto affamata, io, invece, non sono in grado di fermare il passo. Che ondeggia, sbanda, si fa lento, e poi riprende a marce serrate, sotto questo sole implacabile di metà luglio. Io devo, devo, devo, inesorabilmente, raggiungere la meta.
Mi appoggio al cofano di un’auto parcheggiata, la sede del Magnifico Rettore è qua vicino. Forse ho fatto una sciocchezza a non chiamare un taxi, mi sono fidata di una superficiale conoscenza di Milano. Avrei dovuto, colpa della fretta.
Ieri sera, dopo la telefonata, ho chiuso quattro cose in un bauletto e ho preso il primo treno. Sono arrivata dopo mezzanotte, e alla stazione non ho perso tempo. Giunta al piazzale, ho puntato subito all’albergo. Mi sono fatta consegnare la chiave e ho preso l’ascensore. Da quando ho lasciato Roma il cuore non ha smesso un attimo di battere all’impazzata. Mi sono vista nello specchio mentre il display enumerava i piani. Avevo un’aria orribile, era deciso: sarei andata immediatamente a letto.
E invece, due ore dopo ancora, fissavo la lucina rossa intermittente sul soffitto. Passavo e ripassavo quello che avrei dovuto dire con convinzione al Professor Carrier. Quella docenza valeva tutta la mia carriera, non avrei fatto altro che un’ottima impressione.
Non mi pesava di non aver mangiato dal pranzo del giorno precedente. Lo stomaco si era chiuso come per un appuntamento con un innamorato. E, in fondo in fondo, qualcosa di vero c’era, visto che a Milano avrei potuto vivere la vita che aspettavo da anni, quella con l’uomo che mi ha giurato eterna fedeltà.
Carrier, all’apparecchio, aveva sentenziato: “Ora o mai più”, e da quel momento in poi, il tempo si è avvolto a me come un elastico stretto. Sul letto sono rimasta vestita tutta la notte, col cuore in gola, lo stomaco ridotto a un gomitolo di filo, e neanche l’ombra del sonno a visitarmi.
Adesso che ho raggiunto quasi il portone, vedo tutto annebbiato. Che sia per colpa di Milano? Ma no. È luglio, sono le nove del mattino e il sole splende come non l’ho visto mai, da queste parti. Accidenti. Per mettere a fuoco la targa in ottone con la scritta, ci impiego due minuti. Poi guardo l’ora: sono in tempo solo se faccio le scale a due a due. Galoppo verso l’alto, sospinta da una folata che mi insegue dal portone aperto.
Suono, mi aprono, mi presento. Mi dicono di aspettare. La sala d’attesa è in ombra, ci impiego un po’ a recuperare la vista. Ci sono delle sedie, e un divanetto. Un ficus sghembo e floscio, due stampe moderne ai muri. Sento il sudore cristallizzarsi sopra la schiena: in alto un condizionatore spara aria gelata sul mio completo di lino tutto sbracciato. È a questo punto che avverto il primo spasmo. È ancora gestibile, mi lascio ricadere su una seggiolina.
Passi frenetici. Si approssimano scalpicciando a due a due. Prima i tacchetti della segretaria, la tizia che non ho nemmeno guardato in faccia entrando. Dietro di lei, un tumultuoso e sguaiato ritmo maschile. Dal suono direi un uomo sui novanta chili. Si apre la porta.
La faccia è quella di un giovane scoiattolo, sembra uno a cui non siano ancora cresciuti i primi peli. Di chili ne peserà una sessantina, povero lui. Alto due metri, mi sembra che non mangi molto.
Mangiare. Quant’è che non ci penso. Mi porge la mano: “Carrier”, mi dice. Io, in tutta risposta, mi slargo in un sorriso e esplodo, dallo stomaco, in un boato ritorto e zigrintato, pieno di anse secondarie ed echi, e gorgoglii. Tanto forte da coprire il suono della mia presentazione. Così ostinato, da vincere la volontà dei presenti di soprassedere. Talmente corporeo, da vincere la forza di gravità e costringermi a piegarmi su me stessa, per poi cadere in terra senza sensi.

Riprendo i sensi in treno, il mio sogno tipico, sul tragitto succede sempre di tutto: incidenti, sparatorie, invasioni di alieni, perdite di coincidenze. Uffa. Cambio, oplà. Il quinto sogno fascia il quarto di mani e gambe calde e uh… Non è per voi, pubblico del blog.

Tesoro mio. Il sesto sogno è su di te. Io sono nuda dalla scena precedente e lo sono solo perché ho davanti te. Tu sei un roveto grondante more appetitose. Ma more ancora così acerbe, da farmi desistere dal volerle cogliere, e poi tu appari così ostile, con la tua barriera di spine aguzze addosso. Non ho il coraggio di avvicinarmi.

Oltretutto ormai sono sveglia, non sarò così pazza da graffiarmi inutilmente. Ora devo alzarmi, mi dispiace non poter restare. Ho davanti a me una traversata in pantaloni e stivali sotto la pioggia.

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seiseisei

Dicotomia n. 8 – Nutrimento: Affamata/Cuoco (Su Cartaresistente)

22 marzo 2013

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cuocoaffamata

È un cattivo cuoco quello che non sa leccarsi le dita.
(William Shakespeare, Romeo e Giulietta, 1596
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[Continua a leggere su Cartaresistente]

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Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon
Disegno di Fabio Visintin

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