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Sintonia n. 17 – Figli: Madre/Padre

25 maggio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 7 giugno 2013

 

I figli addolciscono le fatiche, ma rendono le sventure più amare; aumentano le preoccupazioni della vita, ma mitigano il ricordo della morte. Francis Bacon, Saggi, 1597/1625

MADRE: I figli sono fiori. Dipendono da te. Tu sei la pianta madre. Possono appassire in fretta, ma quasi sempre rialzano le corolle. E non c’è cura migliore della tua presenza. O della tua assenza, al contrario, quando giustificata (a loro. Parla con loro, parlaci. Gli hai dato la vita, non te l’hanno chiesta: glielo devi). Sì, perché tu i figli puoi anche non amarli, oppure sbagliarli. Non è sbagliato passare il fardello a migliori mani, allora. I figli puoi anche non concepirli, nemmeno come idea. Puoi trovarti alle strette con un bambino in grembo e la tua vita allo sbando. I figli puoi anche non permettergli di nascere. Lo puoi fare per legge, nessuno ti dica niente. Non permetterglielo, sii l’unica responsabile davanti alla tua coscienza. Ma, senti solo questo: non sono cosa tua, i figli, quando ormai sono al mondo. Li custodisci e basta. Sei tu la fortunata, ripetilo in segreto, non scordarlo. Gongoli nei loro abbracci, tocchi il cielo per le espressioni dolci, e per i balbettii che imitano la tua parlata. Ti inorgoglisci nel vederli crescere. Mentre ci litighi pure ne sei orgogliosa. E ti commuovi, nel sorprenderti a sognare di quanto potranno superarti in ogni campo, se solo insisterai a nutrirli bene, nel corpo e nello spirito. I figli sono figli fino alla fine, ma anche oltre la fine. Un figlio che se ne va prima della sua mamma è un tappeto sfilato da sotto i piedi più fermi. Non ti rialzerai mai più. Prego di avere un giorno una fine dignitosa e veloce, e che i miei figli ne siano testimoni.

PADRE: Per il momento non sono Padre, non per scelta ma per un destino, il mio, che ho sempre messo totalmente nelle mani delle donne che ho amato. Donne sbagliate? Donne da far crescere e poi hanno scelto altri uomini per fare figli? Donne che hanno ritenuto di essere solo di passaggio. Donne che un figlio già lo avevano ma: con te ne farei un altro! O forse no? Forse si! A questo punto vediamo più avanti… mah! Ora caro lettore, la mia condizione non voluta di “non Padre” sarebbe stata ideale per scrivere questa Dicotomia, ma alla fine ho scelto di dare spazio ad un carissimo amico che brevemente ha trasformato il tutto in una perfetta e gradita “Sintonia”.

Antonio: sono Padre, me lo dicevo all’inizio e me lo dico adesso dopo tanti anni in cui non sono cambiati i sentimenti del cuore e i mille ricordi, compreso il momento in cui ho preso in braccio per la prima volta mia figlia. È ancora vivo, due occhi che ti guardano e già vedono i confini della tua anima, in quel momento ti chiedi: sarò un buon Padre? Una domanda che mette i brividi! Pian piano con il tempo la risposta viene da sé, cresce lei e assieme a lei cresci anche tu come Padre, come uomo, basta essere mi dico sempre, osservatore. A volte da lontano a volte da vicino, correggendo, o cercando il dialogo autorevole mai autoritario pur sapendo che i figli sembrano vivere in un’altra galassia lontana da noi. Ma non è così! Sembra strano ma a loro, a qualsiasi età, basta poco per sentirsi figli e lo senti quando si avvicinano. In quel momento devi comprendere quello che sono, non confonderti nel desiderio di pensarli per quello che tu vorresti che fossero. Hanno una strada da compiere diversa dalla tua, una strada che però ha avuto una partenza che tu conosci e l’amore per la vita, di cui ci nutriamo, è tutto ciò che distingue e protegge sia loro che te.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 17
Disegno di Fabio Visintin

Un’offerta speciale – OTTO

2 febbraio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[SETTE – Leggi dall’inizio]

volo

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OTTO

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Fuori non piove più. E questo non è un risveglio-fotocopia dei precedenti.

Lo spazio mentale di Cesare è occupato interamente da sua figlia. “Mimì è unica”, pensa a occhi chiusi nel letto, “è nuova alla vita e mi porta molto più lontano di quanto possa arrivare con le mie sole forze”, più in là della sua stessa esistenza, che si ridimensiona e accetta il corso del tempo.

Un sorriso-colpo-di-vento dei suoi gli spalanca la vista su tutte le sue matrici accalcate: sé stesso bambino abbracciato al bastardino di casa, la sorella divertita ai suoi scherzi,  il volto serena della nonna. Quello di Anna, arrossato, i capelli arruffati dal vento, che canta aggrappata al finestrino dell’auto. E lui stesso, alla guida, al suo fianco.

– Sveglia, papà. Ho fame…

La figlia si è già vestita e pettinata. Inclina la testina impertinente da un lato e gli impone cosa fare. Trainato dalla sua mano, Cesare è costretto saltare in fretta a terra.

Sono le ultime ore prima di separarsi ancora, ma quello di oggi non è un arrivederci-fotocopia dei precedenti. Oggi il fantasma esce a braccetto con loro, non più un passo indietro. Ha un viso, un portamento, un profumo che Cesare ha riconosciuto.

Tra un giro e l’altro della chiave nella porta di casa nota una macchia scura ai piedi della scala, il suo telefono è a terra, ben visibile e acceso. Avrebbe detto di non averlo visto, rientrando, il giorno prima. Lo mette in tasca e bacia Mimì sui capelli tenendole ferma la testa.

– Smettila, mi stai spettinando pa’!

Lei fa un movimento col braccio verso l’alto, si inarca con la schiena restando in equilibrio sui talloni, ridiscende e si allontana un passo. Cesare fa una smorfia di comprensione. Pigia il dito sul pulsante che chiama l’ascensore al piano. La figlia gli si accosta di nuovo, alza il mento, cerca il suo sguardo, aggrottando la fronte. Lui la guarda a sua volta, si sorridono. Si prendono per mano.

Sì, non è un arrivederci come gli altri.

Più tardi, fuori dal bar, bacia Mimì e l’abbraccia a lungo, quindi fronteggia Anna.

Più stanca, più matura, non è la donna che un tempo gli era accanto.  Ma di lei nota soltanto quello che resta immutabile e certo. Quel movimento morbido dei fianchi nella camminata, il vizio di guardare negli occhi solo dopo aver pronunciato una frase, i suoi capelli anarchici. Il profumo sottile.

Cesare le sta davanti con le mani in tasca e non sa iniziare la conversazione. Lei gira lo sguardo attorno, cerca di non incontrare i suoi occhi, si passa le dita dalla tempia all’orecchio, ma una ciocca non vuole darsi pace, ricade dallo zigomo sul lobo. Anna  rinuncia, chiude le braccia sul petto e sbuffa. Finalmente riesce a guardarlo in faccia. Gli sorride a mezza bocca, imbarazzata, sollevando un sopracciglio.

A lui sembra, tutto sommato, un buon inizio.

– Ti aspetto all’eliporto.- Le dice senza traccia di scherno nella voce.

Le sfiora il braccio, bacia ancora Mimì e si allontana. Ma, fatti pochi metri, si volta a guardare le due sagome affiancate sul viale. Sente qualcosa che lo brucia da dentro. Si fermano anche loro.

Mimì è in equilibrio su un piede, con l’altra gamba sollevata che oscilla oziosamente, in attesa delle decisioni della madre.

Ecco il vortice assurdo della neve in cima agli alberi. Ecco il bosco, ecco il volo d’uccelli. Dagli occhi di Anna si sfila uno sguardo fiero, che dispiega  le ali e si invola all’indietro verso di lui.

E qui mi ricongiungo con me stesso. Faccio un ultimo cenno con la mano, salgo in macchina.

È domenica, e io che non credevo più alle muse, agli angeli, ai cospiratori, ai martiri, alle testine pettinate e impertinenti che inclinate un po’ su un lato mi dicono che fare sorridendo, io, oggi che è domenica e la mia terra brucia in nome dell’Europa, intanto che, colpevole, parcheggio sotto la mia falsa casa e mentre alzo gli occhi noto un volo d’uccelli dalle ali ad arco, oggi e soltanto oggi, io credo ancora.

Da una distanza indefinita si diffonde il fragore cadenzato di un elicottero, almeno così sembra. Ma forse questo, io spero solo questo, sta accadendo soltanto dentro me.

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Un’offerta speciale – SEI

31 gennaio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[CINQUE – Leggi dall’inizio]

whisky

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SEI

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L’ultima volta che aveva trascorso la notte in casa sua, Mimì aveva trovato suo padre intento a versarsi un dito di qualcosa nel bicchiere.

–  Anche mamma quando non riesce a dormire prende un po’ di quel sonnifero.

Cesare provò un senso di imbarazzo acuto. Mentre la figlia avanzava verso il tavolo al centro della stanza la bottiglia venne riposta in fretta sullo scaffale. La bambina fissò le mani strette in difesa del contenuto del bicchiere.

– Anche tu non puoi dormire?

– Io? Certo che sì.

Mimì rimase in attesa di una precisazione che non venne data, ma il padre andò a versare il whisky nel lavandino e tornò a sedersi di fronte alla figlia.

– E tu, perché sei in piedi?

– Si può sapere dove vai domani?

Cesare ancora una volta notò, con una punta di orgoglio, la sua capacità di replicare con tanta fedeltà gli schemi comportamentali degli adulti. Una domanda in risposta a una domanda. Tamburellò sul mento con tre dita, poi rispose:

– Mettiti la giacca, che ti ci porto.

Erano ancora le prime avvisaglie dell’autunno, un uomo passeggiava tenendo per mano una bambina, all’aria era ferma e tiepida dei marciapiedi deserti nel cuore della notte.

Attraversarono un ponte chiacchierando, finché si fermarono davanti a un cartellone che reclamizzava un dentifricio. L’uomo indicò col dito il rettangolo di carta fissato con lo scotch al palo di sostegno. Al centro la sagoma sfocata di un cane di grossa taglia, guardava verso l’osservatore, scondinzolando in bianco e nero.

Il testo annunciava una ricompensa per chi l’avesse ritrovato .

– Ecco.

– Vuoi dire che parti alla ricerca di quel cane?

– No. – Le lasciò il tempo di formulare la domanda successiva.

– E allora dov’è che vai?

– Alla ricerca di qualcosa che non riesco più a trovare. Che io e tua mamma non troviamo più. Ma di cui abbiamo un grandissimo bisogno.

– Allora lo farai anche per lei?

– Penso di sì. Penso che la ricompensa riguardi tutti e due.

– Tornerai con un mucchio di soldi?

– No-o-o… – sorrise Cesare, – Non lo so, Mimì, non credo. Adesso torniamo indietro.

Lei rispose con uno sbadiglio a bocca spalancata, e aprì le braccia per farsi tirare su. Come il padre la strinse a sé, la testa si posò sulla sua spalla, e prese a ciondolare inerte dopo i primi passi.

Cesare stava infilando la chiave nella toppa del portone quando una forte luce, puntata in faccia, gli fece corrugare l’espressione e portare una mano alla fronte. Confuso com’era, non si rese conto di trovarsi già all’interno della quinta replica delle passate notti.

– Cesar Andreevic?

Senza dargli il tempo di rispondere, venne fatto entrare a forza in un’auto che non aveva visto arrivare, accostata al marciapiede. Nella concitazione perse il senso dello spazio e, semisdraiato all’interno del veicolo, si tastò con angoscia la spalla dove poco prima avvertiva il peso di chi per lui era diventata la persona più preziosa al mondo. Un uomo si accomodò al suo fianco e lo spintonò verso l’altra portiera. Davanti presero posto l’autista e un terzo personaggio.

I gorilla arrivarono sulla scena pochi secondi dopo che l’auto si era dileguata in fondo al viale su cui si affacciava la discoteca. Restarono interdetti, si guardarono l’un l’altro, incerti se dare l’allarme o attenersi alle istruzioni che il ministro aveva lasciato loro, nel caso la sua ricerca della ragazza lo avesse allontanato troppo da quel luogo.

Lo attesero un’oretta,  nascondendosi tra le ombre dei palazzi, come ubriaconi senza domicilio, nel timore di venir notati. Verso le tre, Cesar sbucò da dietro un angolo e affrettò il passo sul viale mentre si aggiustava al collo la cravatta.

– Tutto bene capo?

– Sicuro. Andiamo via, ora.

Infilandosi nell’auto di servizio, distribuì a ciascuno un biglietto di una certa consistenza e diede ordine di riportarlo a casa.

I generali avevano parlato a lungo, dilungandosi sui dettagli del piano concordato con le menti dei rivoltosi. Lui avrebbe avuto un ruolo secondario, ma gli veniva garantito un incarico di notevole prestigio, nella spartizione del potere del nuovo governo.

Cesar, durante il tragitto, rimuginò sui due incontri della serata. Disceso dall’auto, mise la mano in tasca per prendere le chiavi e si ritrovò un bigliettino piegato tra le dita.

Era stato strappato da un blocco per appunti. Sullo sfondo di un quadrettato azzurro, svettavano le lunghe aste e gli occhielli di un’elegante grafia femminile.

Decifratone il senso, una volta superato lo stupore e il turbamento, comparvero le istruzioni per raggiungere l’eliporto.

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[SETTE]

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Sintonia n. 17 – Figli: Padre/Madre (Su Cartaresistente)

7 giugno 2013

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Sintonia17-padremadre

I figli addolciscono le fatiche, ma rendono le sventure più amare; aumentano le preoccupazioni della vita, ma mitigano il ricordo della morte.

( Francis Bacon, Saggi, 1597/1625)

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Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon
Disegno di Fabio Visintin

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