Posts Tagged ‘Matteo Renzi’

Luoghi comuni

2 settembre 2013

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All’epoca in cui in Europa si facevano ancora le rivoluzioni, queste erano indubbiamente “calde”. La francese, figurarsi, capitò a luglio. I rivoluzionari successivi scelsero stagioni nelle quali il calore della folla inferocita fosse più gestibile: i moti del ’48 da noi partirono in gennaio in Sicilia, forse anche perché solo in gennaio l’isola ha un clima fresco. La Russia abbatté gli Zar a ottobre ’17, i praghesi scelsero la primavera nel ’68, così i francesi nel maggio degli studenti.

Nel 1969 in Italia venne finalmente coniata l’espressione “autunno caldo”. Le lotte sindacali, la classe operaia infuriata.

Ho un contratto da metalmeccanico e faccio l’impiegata. Qualcosa mi dice che è anche per idiosincrasie come questa che in autunno o in qualsiasi altra stagione o paese, la rivoluzione in occidente è un argomento chiuso. Per questo e perché, svuotate le spiagge, si riempiranno i centri commerciali. Che poi, anche in Russia vige il fashion victimism.

settimana della moda Mosca

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In Russia, il 5 e 6 settembre, si svolgerà il G-20.

In Russia da un giorno è tornato ufficialmente l’autunno.

Io me lo ricordo l’autunno nel paese filorusso dove atterravo tutti gli anni a prendere sulla cervicale, ancora umida di Mar Mediterraneo, gli ultimi raggi obliqui di un sole che da noi resisteva testardamente estivo, ma anche una frescura mai prima provata, di quelle che invogliano a fare. Fare. Fare. E infatti, io facevo.

Giravo (giravamo) come nomadi inquieti in città esotiche, che di esotico mostravano una normalità aliena e alienante. Quei posti dove a noi sembrava tutto pericoloso, anche dopo aver imparato un po’ la lingua, per via che lì i locali parlano quasi a bocca chiusa, finché non li conosci sembrano sfingi che attraggono mettendoti paura.

Figurati se si avvicinavano due poliziotti a chiedere a brutto muso (tu non capivi, ma intuivi bene) perché eri seduta in una macchina ferma, e perché eri sola. E non potevi spiegarlo, il perché, visto che, appunto, eri da sola in quel momento, ti avevano lasciata a guardia del trabiccolo, anche se ci avevi provato a chiedere loro di non farlo.

Quando torna settembre mi ricordo di episodi come quello, che poi è finita dopo mezz’ora di attesa imbarazzata accanto ai due tutori della legge, con l’interprete che spiegava che l’auto era in panne, e la donna seduta dentro (io) era soltanto una turista, e tutte le spiegazioni sulle bambine, ecceteraecceteraeccetera. E poi ne ridevamo, dopo, quando l’auto veniva fortunosamente riparata, e ripartiva per altre avventure di ore su autostrade aliene senza guard-rail, in mezzo a boschi di betulla immensi, alla volta di altre cittadine aliene, perché dovevano essere sovietiche, e lo erano formalmente, e invece erano l’avamposto del capitalismo. Dove ragazzi col piercing, i jeans calati e con lo skateboard, filavano sulle piazze e lungo i viali che celebravano quel regime che costruiva centri commerciali e si inventava strategie di attrazione degli investimenti europei, intanto che tuonava contro gli occidentali ammonendo di non inquinare le menti della gioventù locale col nostro modo di vivere da debosciati.

Quanto possono essere comuni le località “esotiche”.

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Me ne sono ricordata stamattina, anche leggendo Paolo Nori che racconta in un articolo (“Ho fatto così”) sul suo blog ciò che gli è accaduto a Reggio Emilia, mentre era tra quelli che aspettavano di sentire parlare Matteo Renzi (Nori scrive anche su Libero, cosa che sconvolge i puristi della sinistra, a me che purista non sono, un po’ meno).

Mi ci ha fatto pensare perché l’autore che starebbe per riferire di un lìder della sinistra che infiamma le folle con piglio un po’ destrorso, racconta tutto tranne quello, fa come facevo io, falsa turista che, un po’ perché costretta, un po’ per natura, stavo in mezzo alla gente.

All’estero per fotografare i monumenti.

E l’atmosfera, mi ci ha fatto pensare anche l’atmosfera di quel racconto, un po’ mesta, come si conviene alla stagione incerta.

L’autunno è caldo.

E quella citazione di Beckett (“La speranza non è che un ciarlatano…”) subito prima di rivelare di essere tornato a casa prima del tempo. La stessa cosa che facevo sempre io che, dopo ogni ritorno al caldo afoso del settembre italico, mi rinchiudevo in casa.

La speranza è l’ultima a morire.

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Dieci motivi per non parlare di Kazakistan

19 luglio 2013

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Ci giravo intorno da un po’, a questa porcheria italo-kazaka. Ogni giorno c’è tanto di quel materiale sul quale già si stra-pontifica nelle pubbliche piazze, che il più delle volte soprassiedo senza nemmeno considerare l’ipotesi di scriverci sopra pure io. Sono sicura che il mondo sopravviva meravigliosamente senza doversi sorbire la mia inutile campana.

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E mettiamoci pure che una volta, da privata cittadina, mi sia trovata in mezzo a un pasticcio internazionale per il quale sono stata costretta a entrare più volte a Palazzo e diventare consapevole di certe pratiche ufficiali e non ufficiali che regolano i rapporti tra gli Stati europei ed extraeuropei, quelli tra le istituzioni italiane, tra le correnti interne alle coalizioni tra i diversi partiti e movimenti, tra i cittadini e i loro rappresentanti parlamentari, tra cittadini e cittadini di differenti appartenenze culturali, di censo, geografiche e/o parrocchiali (in senso lato), tra componenti di una stessa famiglia e, complicazione delle complicazioni, tra singoli elementi ufficialmente scollegati da una qualsiasi definizione di famiglia, non de jure né de facto quindi, perpetui migranti tra Stati europei ed extraeuropei.

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Vi ho persi alla seconda riga, lo so.

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Allora semplifico: mettiamo che a sentire di nuovo la frase “rimpatrio forzato” per di più di una minore -anche se in compagnia della sua mamma- mi si siano rizzati i peli. Ecco, questo è il motivo numero uno per il quale avrei voluto scrivere qualcosa sulla questione kazaka. Ho subito il mio primo e finora unico herpes labiale, per non parlare di altre conseguenze, a causa di un rimpatrio forzato di minore.

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Numero due, il governo delle larghe intese. Il governo delle larghe intese. Che, tra i tanti lussi, si concede pure questo, circonfuso com’è di un’aureola bipartisan così smaccatamente propensa a illuminare il popolo italiano sulla indiscutibile inconsistenza delle proprie ragioni davanti alla legge del più forte.

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Terzo motivo, l’indiscutibile inconsistenza delle ragioni dell’Italia davanti alla legge del più forte, ovverosia dello Straniero. Italia, terreno di conquista da sempre, paese completamente ignaro di democrazia, dove l’ultima organizzazione in forma di repubblica che si ricordi risale al tempo dei romani. Ma dove le parole democrazia e repubblica abbondano sulla bocca dei vari politici e dei politicanti. Lo si ricordava giusto qualche giorno fa, in un cenacolo di amanti delle belle lettere: dove si abusa dell’espressione di un concetto è proprio lì che di quel concetto non ce n’è alcuna traccia.

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Quarto. Perché proprio adesso se ne parla, se i fatti risalgono a un mese e mezzo fa? Chi o cosa ha impedito la diffusione tempestiva della notizia, o al contrario, l’ha dirottata ad arte fino a questi giorni? E perché? Smarrimento. Ditemi che non è vero quello che fantasticavo intorno ai nove anni, che negli angoli tra muri e soffitto non ci sono delle telecamere e che dietro le apparenti casualità delle nostre vite non c’è una regia e neppure una sceneggiatura occulta. E che non mi ritroverò di nuovo a parlare in codice a una mosca invisibile di nome Puccia.

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Quinto. Questa storia è così tipicamente imbrogliata, qui ognuno si azzanna col vicino e si rimangia a più riprese quello che aveva detto in precedenza e tutto il suo contrario, che, accidenti, non può davvero esserci una strategia occulta. Ci troviamo al solito nelle mani di illusionisti da tre soldi, pasticcioni e incompetenti. E non c’è realisticamente all’orizzonte nessun nuovo che avanzi.

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Sesto. Che sta facendo Letta? Si rende conto del fatto che osserviamo perplessi la disparità di trattamento che opera, a pochissimi giorni di distanza, tra il caso Calderoli/Kyenge e quello del rimpatrio della famiglia del dissidente kazako?

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Settimo. Della frustrazione parte 1. Possibile che -anche su questa vicenda- mi sia davvero sentita pensare -per la seconda volta in pochi mesi- che “ci voleva (in questo caso) un Renzi (che proprio non direi il mio pupillo, e prima fu la volta, ahimé, di Grillo – il distico è assolutamente involontario) a dare sganassoni alla porzione di centro-sinistra dell’esecutivo che, altrimenti, nemmeno avrebbe fatto lo sforzo di cercare meschinissime scuse per i risultati di questi ultimi larghi intendimenti?

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Ottavo. Della frustrazione parte 2. Sì, vabbé. Sganassoni de ‘sto cavolo. Ne riparliamo al termine della votazione su Alfano.

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Nono. In realtà, la mia è una bieca questione di principio, mentre del Kazakistan continuo a non saperne quasi nulla. Ero rimasta ferma al film Borat, della cui profanazione culturale del Kazakistan avevo riso solo a mezza bocca, perché avevo appena conosciuto la moglie di un mio collega, una ingegnera Kazaka tanto intelligente, tanto carina e pure tanto a modino. E adesso mi ritrovo appena pochi passi più in là, esattamente nel punto in cui devo reprimere un inopportuno sbotto di malevola ilarità, leggendo che il consigliere dell’ambasciatore kazako fa di nome Khassen. Un consigliere del Khassen. Che storiaccia del Khassen.

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Decimo. Perché si legge ovunque “Casal Palocco”? Ma non si chiamava Casalpalocco? E comunque, chissenefrega. Quel quartiere sarà pure la brutta copia di Peyton Place o una sorta di Beverly Hills di pianura, una Miami Beach de’ noantri senza beach annessa e provincialmente vice, ma, parola mia, resta pur sempre un posto bellissimo dove quella bambina kazaka avrebbe potuto continuare a trascorrere serenamente la propria infanzia.

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No, mondo, non me la sento di parlare anch’io di questa storia.

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L -33

19 maggio 2013

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Un classico moderno

Solone de FiRenziMatteo Renzi al Salone del libro di Torino.

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“Rottamazione” per Renzi non è un’epifania.

Dal Solone del libro vibra l’Apofonia.

Buon che in Arno sciacqui i panni,

Ma si asciugheranno in anni.

La sua rivoluzione per ora è in libreria.

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Per carità, anche se l’editoria è in crisi vale ancora la pena di farsi propoganda da cotanto pulpito.

Certo che oggi guardavo Iron Man e pensavo a lui, al Sindaco di Firenze. Non ne sbaglia una. Ah sì, le primarie, ma la colpa è del partito. E la “rottamazione”? Dai, quella era una mossa a effetto. Come Iron Man di ritorno dall’inferno anche lui fa pubblica ammenda, ma lo spettatore sa che è da questo momento in poi che la Cosa diventa interessante.

E poi c’ha questo vantaggio che avete tutti voi toscani, e che a me personalmente mi ipnotizza. Che non vi si può dire niente sulla lingua.

Apofonia. Sentito? Che bella parola. Io non la conoscevo prima. È vero che non ho fatto buone scuole, e che ho una laurea tecnica, ma un po’ di greco mi pare di averlo studiato. Eppure, lui che dice di aver ricevuto il voto anziché il veto  mi incanta, e subito lo paragono all’eroe Marvel.

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apofonia

[a-po-fo-nì-a] s.f.

  1. In linguistica, alternanza di una vocale o della quantità vocalica (breve o lunga) in parole derivate dalla stessa radice, per cui si determinano forme grammaticali e lessicali diverse (p.e. in lat. facio/feci).
  2. In retorica, artificio stilistico consistente nell’accostare o far rimare parole assonanti o fonologicamente simili, per ottenere particolari effetti espressivi, come, per es., nel verso di Dante (Inf. I, 36) «Ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto», o come le rime degli stornelli (v. anche paronomasia).

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Niente, vincerà sulla lunga distanza. Così lunga che mi sa che arriverà a temere anche lui la parola “rottamazione”.

E, a proposito di greci, il Solone che passò alla Storia, nonostante la sua buona volontà, aprì la strada alla tirannide. Speriamo che Renzi se ne ricordi a tempo debito.

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