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Dalla Roma di La Capria, risbuca Elio Talarico, mio zio.

29 marzo 2014

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La Capria.

Avevo una zia una volta – sarebbe più corretto chiamarla prozia, era la sorella maggiore di mia nonna, ma io la chiamavo zia, zia Olga.
Era molto bella, zia Olga, anche se, quando l’ho conosciuta io era piuttosto in là con gli anni e si portava appresso (e addosso, come fosse un figlio piccolo) un cane che somigliava a uno spazzolino da denti e aveva il non trascurabile difetto di puzzare tantissimo.
Mia zia era medico radiologo, era alta, bruna, sottile, elegante. Aveva una voce stentorea e limpida che perse per sempre dopo una tracheotomia sul finale della sua parabola di vita.
L’ultima volta che parlammo, fu lei a chiamarmi. Stavo studiando non ricordo cosa, ero al liceo, e mi chiese aiuto a tradurre un passo di Sant’Agostino, lo stava leggendo in latino, ma senza vocabolario. Io non ero tanto brava in latino e a zia diedi l’aiuto che riuscii a dare, lei era molto più capace di me. Per questo mi sembrò strana quella telefonata. Sofferta, voluta, a prezzo di farsi udire da me col rantolo metallico della sua nuova voce, e impressionarmi mica poco.
Poco tempo dopo morì, e mi lasciò con il mistero insoluto di come si potesse mantenere tanta dignità in tanta sventura.
Come radiologo esercitò la sua professione dalla prima metà del novecento, quando ancora non si conoscevano le conseguenze sull’organismo delle radiazioni. Fu vittima del cancro molto presto, e perse per sempre la possibilità di avere figli. Poco tempo prima aveva invece perso in guerra l’amatissimo fidanzato aviatore.
Quindi conobbe e sposò mio zio Elio.
Zio Elio aveva un carattere riservato. Era un uomo curato, corpulento, con un testone calvo e il faccione dall’espressione buona. Aveva una grande scrivania, sempre piena di carte. Una libreria piena così di libri, dove sfogliai Baudelaire per la prima volta e feci altre scoperte fondamentali. C’era anche un piccolo strumento a corda. Una balalaika, che attirò la mia attenzione molto di più e molto tempo prima dei libri.
Quando mi venne annunciata la morte di zio Elio non sapevo come prenderla. Stavo giocando con le Lego sul pavimento in camera insieme a mio fratello, io avevo otto anni e lui sei, e per lasciare entrare la notizia dovetti spostarmi da dietro la porta, accogliere l’intrusione della testa di mio padre e accettare che quel fatto fosse da prendere così, perché la morte (la… morte?) fa parte della vita. Cosa dovevo fare? Io ripresi a costruire casette. Mio fratello oggetti appena più complessi.
Da adulta mi abituai a pensare ai miei zii come a una coppia che aveva trovato un equilibrio tutto suo. Mi immaginai che lei, che aveva subito così tante perdite, si fosse appoggiata a lui, gigante buono, come ci si ripara da un acquazzone sotto una quercia secolare. Ma zia una sera trovò la quercia addormentata sopra le sue carte, provò a svegliarla. Provate voi a svegliare una quercia che si è addormentata.
Gli sopravvisse tanto a lungo. Di Elio, negli anni, sentii parlare sempre meno.
E intanto i fatti di famiglia divennero così lontani, avevo la mia vita da creare. Provavo quasi fastidio a tirarmi dietro le zavorre del passato altrui. Avrei voluto essere tabula rasa. Rasata forse, pure, rasta, o perfino punk, pur di segnare una distanza tra me e l’ambiente cristallizzato e borghese in cui si muoveva a proprio agio un’ascendenza che ai miei occhi di ragazza appariva vecchia, troppo codificata e avvolta in uno sgradevole odore di cane d’appartamento.
Iniziavo a circolare per Roma tutta da sola, o in compagnia di amiche e fidanzati. Città caotica, labirintica, sghemba, imperfetta, la subivo fino quasi al parossismo. Per me che non appartenevo a nessuno dei quartieri entro il Raccordo Anulare, era pressoché incomprensibile. Eppure era bellissima.
Oggi, io, Roma non l’ho ancora capita. Hai voglia a girarci sopra film di successo, non sarà un Sorrentino in più a farmela comprendere. E poi, a parer mio, peggiora sempre.
Ma è ora, e solo ora, che sorprendo me stessa ad agganciarmi con le unghie e con i denti a tutto ciò che possa difenderla in qualsiasi modo. Provo a trovare ogni plausibile rovescio di questa ammaccatissima medaglia millenaria. Qualcosa a cui aggrapparmi per sperare ancora che risorga, in fondo io ci vivo.
E in edicola, trovandomi davanti “La bellezza di Roma”, titolo e copertina (con panama bianco su sfondo rosso porpora) della Mondadori che, anche per un legame riconosciuto ufficialmente tra Sorrentino e La Capria, strizza l’occhio al trend topic del momento, non ho esitato a prenderlo. Un libro di cui avevo anche già letto due dei sei veloci testi di cui si compone.

Non lo leggo ma lo bevo, io, La Capria. Della Roma degli anni cinquanta, intervistato, dice:
“Gli intellettuali di allora, Moravia, Brancati, lo stesso Flaiano, che scrivevano romanzi, articoli, saggi, facevano sceneggiature cinematografiche e lavoravano per il teatro. C’era come una irradiazione delle proprie capacità: era veramente bello vivere in quel periodo a Roma. Io, francamente, non potevo trovare un luogo migliore, con tutte le ambizioni che avevo, con tutti i sogni che ogni giovane si porta appresso.”
“…il mondo di cui parlo io si incontrava nei ristoranti, nei caffè, viveva all’aperto… si andava a vedere un film, poi dopo se ne discuteva nei caffè… era un società, la nostra, un po’ alla buona ma colta, con intorno una borghesia un po’ sgangherata…”
“Tra quelli del “Mondo” conoscevo Ennio Flaiano, Sandro De Feo, Giovanni Russo, Paolo Milano, oltre, naturalmente Rossi . Flaiano aveva uno spirito molto ironico e corrosivo. Apparteneva allo stesso filone culturale di Brancati, Longanesi, Maccari. Quel suo humor, quel modo di vedere Roma e poi l’Italia e i difetti degli italiani, nasceva da un certo tipo di intellettuale laico che gli era preesistito. Anche Sandro De Feo, Elio Talarico, Ercole Patti erano del giro. […] Poi c’era Moravia, naturalmente, con Elsa Morante e tutto il gruppo intorno a lui: Pasolini, Bertolucci, Bassani, Garboli, Siciliano, Soldati…”

dedalo e fuga
Elio Talarico. Zio Elio. Baudelaire, la balalaika, la quercia che si è abbattuta sulle sudate carte, quella notizia che disturbò il gioco delle costruzioni. Sapevo che scriveva per i giornali e il teatro, ma non molto di più. Mi sono venute le lacrime agli occhi, riconoscendo il suo nome familiare tra tutti quei giganti, mica per altro, è stato come ritrovarlo vivo e vegeto seduto a un tavolino di Via Veneto.
Percorro spesso la Via della Dolce Vita. È ancora un luogo magnetico, ma è evidente che vi allignino in prevalenza parvenu e papponi.

La strada per ritrovare Roma è ancora lunga, ma oggi mi accontento di aver trovato almeno traccia di mio zio. Peccato non potergli più dire: Sono orgogliosa di te.

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Ennio Flaiano, Un Marziano a Roma (episodio 8 di 9). Nelle prime battute viene citato Elio Talarico.

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L -4

8 dicembre 2013

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(Non sono tutti) mercanti in fiera

Gipi

Gipi a Più libri, più liberi

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Non una mostra, ma bensì una fiera

Era la belva incontrata stasera.

Mi sembrava inanimata,

Ma poi si è movimentata.

Tanto priva di argomenti poi non era.

 

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Un po’, adesso, lo capisco quel signore che cacciava i mercanti dal tempio. Troppo arrabbiato per me che, da ragazzina durante il Catechismo, mi chiedevo: Cosa gli avranno fatto di male quei poveretti che cercano solo di guadagnarsi la giornata?

Penso che il Palazzo dei Congressi di Adalberto Libera andrebbe visitato in punta di piedi e gustandone le ghiotte soluzioni architettoniche, a partire dai famosi corpi scala a rampe sfalsate, alle belle e ingegnose facciate in acciaio e vetro, al disegno dei marmi sulle pareti verticali, alla emozionante scansione dei volumi che porta sempre in su lo sguardo, …eccetera. Così, per dire che io ci sono affezionata, e non sarà la prima volta che lo scrivo.

Per questo ogni volta non lo mando giù lo spettacolo di quella disordinata massa di persone e libri, gli uni agitati, gli altri precariamente collocati, tutti insieme stipati in piccole cellette d’alveare. Dove, dietro banchetti più miseri di quelli di un mercato, editori di varia caratura sembrano star lì per adescare potenziali compratori del pescato del giorno, più che per promuovere cultura.

Ma poi ci sono le conferenze, le presentazioni, la parte più interessante, quella per cui mi affaccio ogni anno alla Fiera del libro di Roma, Più libri, più liberi, fingendo con me stessa di non ricordare dove mi trovo.

E stavolta, ancora, sono stata ripagata. Oggi ho incontrato Gipi, su segnalazione di Barney Panofsky, che ringrazio anche qui, perché sentir parlare e poi dialogare con colui che viene definito il più valente epigono di Paz, ma oggettivamente definibile come sommo poeta del fumetto italico,  è stata un’esperienza molto bella.

E poi, quasi in chiusura d’anno, ho potuto tener fede ad uno dei miei propositi per il 2013, saltare al collo a un adorabile Raffaele La Capria, intervenuto alla diretta su Radio3 di Fahrenheit.

La Capria

Insomma, poveri mercanti, pardon, editori, io non me la sono sentita di cacciarli per la profanazione del tempio di Libera. Fuori pioveva, chissà quanto erano stanchi, mentre io avevo il libro di Gipi sotto braccio, un mucchio di parole in testa, un’euforia che non avevo appena entrata, e un’idea geniale per il post di questa sera.

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Gipi – Un’idea geniale

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Addio, vecchio mio (aka Spoetizzazioni/6 – Spoetizzare l’amore)

28 dicembre 2012

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rodin_idolo_eternoAguste Rodin, L’idolo eterno

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Ereader ereader delle mie brame…

Allora, ho dovuto scegliere da dove cominciare. E dalla mia wish list (a proposito, questo esiste solo cartaceo, acc!) alla fine ho tirato giù Raffaele La Capria, Quattro storie d’amore*.

Perché il mio principale proposito per il 2013 -oltre a riuscire ad attraversarlo per intero uscendone il più possibile indenne, e forte delle passate esperienze – è quello di affrontare una volta per tutte le mancanze che separano i miei tentativi di scrittura, che indegnamente vi propino spesso anche su questo blog, dalle autorevoli prove dei miei autori di riferimento. La Capria di costoro è un campione luminoso, è uno di quelli ai quali faccio voto di saltare fisicamente al collo al più presto. Mi coinvolge, tra i pochi scrittori che riescano a capire e restituire con grande dignità anche il punto di vista femminile. E in questo libro sono tutte donne forti** -c’è anche quella Francesca che morì a Rimini-, capaci dei “gesti di splendore”, di cui parla la blogger branoalcollo in commento a questo post qui. Gesti -che sanno compiere anche gli uomini, sia chiaro il mio pensiero- che sovrastano di mille pompatissime atmosfere le vite flosce, e dunque senza spessore, in nome delle quali vengono compiuti.

Fatto. Libro preso e consumato in una notte. Quattro esercizi di rilettura di relazioni amorose fiorite o narrate in campo letterario. Dai libri, dai buoni libri, si impara sempre qualcosa. Certo, serve una qualche predisposizione. Vanno anche letti nel momento più adatto della propria vita. Cosa può imparare una persona come me, con tutti i suoi pregi e difetti, dalle storie visualizzate (ho dovuto aggiungere una lucina notturna con la clip, ‘sto ereader è appena appena troppo buio tra le lenzuola), raccontate con stile tanto pulito e scorrevole? Per ora, ma le rileggerò, il modo di dire addio al vecchio anno con coraggio e decisione (qualità che per fortuna non mi mancano).

Ho cercato anch’io di reinterpretare un frammento, uno scambio epistolare di cui è andata perduta una metà importante. La Capria riporta che, grazie a un fortunato ritrovamento, ci è giunta tutta la ricchezza di colori dell’umana vicenda che vide coinvolti il poeta Salvatore Di Giacomo e la donna che, malgrado lui -il quale voleva soltanto una “amitié amoreuse”- gli stette accanto tutta la vita (ecco, forse davanti a un soggetto del genere io mi sarei fermata prima: la fanciulla alla fine impazzì).

Lettera (1905) di Elisa Avigliano a Salvatore Di Giacomo

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La Capria2

La Capria1

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*) Raffaele La Capria “Quattro storie d’amore”, Ed. Drago, 2007

**) La mia preferita? Polina Apollinaria Suslova, amante/amata da Fëdor Michajlovič Dostoevskij, che sicuramente non meritava tanta dedizione.

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– Questa è stata l’ultima volta, esatto?
– Esatto. Da gennaio si cambia registro.
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Tre minuti tre euro

13 luglio 2012

Vabbè, lei era carina. E poi la porta era già spalancata. Occhi grondanti mascara e kajal neri come l’inchiostro, reggeva con due dita quel malloppetto davanti al seno florido appena contenuto da una magliettina lisa (ma fa un caldo) e mi sorrideva fissando gli occhi sopra i miei. Ha provato, visto che tentennavo, a convincermi con qualche frase imparata a memoria e intanto continuava a sorridermi, e io ero come ipnotizzata. Così li ho spesi quei tre euro, e ho comprato Lotta Comunista. Questo, tre minuti fa.

Intanto devo mettere le mani avanti, di sinistra sì lo sono ma resto accorta, cerco di distinguere. A costo di cambiare voto a ogni tornata elettorale. Se lo devono guadagnare il mio voto, e che? Mica seguo qualche ideologia, voglio seguire solo chi lavora davvero e mantiene le promesse fatte. Cosa non da tutti anche a sinistra.

Allora a quella bella ragazzina, che avrà quattro o cinque anni più delle mie figliole (che invece dal comunismo sono fuggite via), ho augurato con la mia strizzata d’occhio finale di restare così: entusiasta e attenta a ciò che avviene nel mondo. Ce n’è di tempo per sbagliare. L’importante è rialzare sempre la testa e ritentare.

Quando faccio colazione mi porto spesso qualcosa da leggere, anche per tre minuti. Oggi, che ero in giornata di riambientamento, mi sono tenuta leggera: frollini nel the e Fiori Giapponesi* di contorno. L’avevo letto diversi mesi fa, quando le ore di buio (e i buî pensieri) erano la prevalenza sul resto. Ho trovato tante orecchie agli angoli, il mio modo per ricordarmi che c’è qualcosa di memorabile da rileggere, prima o poi. Solo che con La Capria, sarà stato che lo leggevo salendo e discendendo da autobus affollati, il senso di ciò che mi affascinava sembrava sfuggirmi. Sembrava sempre un pensiero più in là dei miei. Inafferrabili racconti sintetici. Insomma, stamattina riapro le pagine segnate mesi fa e leggo come se fosse la prima volta, sconvolgente. Tutto tornava, tutto filava liscio come l’olio, stavolta.

Per dire, Breve storia dell’oppressione, cinquantesimo racconto di cinquantacinque, in nemmeno due paginette che sembrano in apparenza buttate giù così, nel tempo che io impiego a fare colazione, discettando di Platone e Socrate arriva a stigmatizzare le gerarchie create dall’ignoranza. Instilla il dubbio che la realizzazione delle idee astratte non garantisca affatto la felicità di tutti. Esprime la speranza che qualcuno sopravviva per raccontare, “partendo dall’esperienza personale“, perché ascoltandolo e dialogando con lui si trovi una via d’uscita all’oppressione. E così gli altri racconti, sembra che stavolta siano stati scritti tutti per me.

Io che, grazie ad una magia operata da spighe viola e verdi di lavanda e campi mietuti e gialli sotto il sole (grazie), oggi sono come una ragazzina dagli occhi bistrati e il seno rigoglioso e me ne vado in giro a testa alta tra la gente a suscitare dialoghi, a differenza di tante ragazzine, se mi capiterà a tiro uno così

Daniele Silvestri – Che bella faccia

so che l’esperienza mi indicherà esattamente come comportarmi.

*) Raffaele La Capria : Fiori Giapponesi – cinquantacinque pezzi facili, Ed. RCS 2009


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