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7 Sensi: Ka (su Cartaresistente)

18 dicembre 2014

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 18 dicembre 2014

Guarda quest’uomo. Osserva bene come occupa lo spazio, come gesticola, con quale piglio prende le sue decisioni. Parlata fluente, mobili antichi, codici di tutti i tempi citati a menadito, mignottaggine, soldi, tanti soldi. Il padre appartiene alla Kasta, come suo padre, il figlio ne segue le orme e guai a chi interrompe la catena. Si narra di un lontano avo che desiderò e ottenne di diventare artista. Pessima scelta: morì solo, senza affetti e squattrinato. Dopo di lui, la discendenza non ha più sbagliato. Ed è così che i membri della Kasta hanno sviluppato il senso dell’altro Sé, un livello di coscienza che però resta nell’ombra, che crea stridori, insofferenze, e loro malgrado mettono sull’altro piatto della bilancia la voglia di seguire fino alle estreme conseguenze le proprie inclinazioni. L’antifelicità del Ka promette una felicità irreale, per questo tanto ambita. Siamo sinceri, chi di noi non sente di camminare accanto al proprio Ka? Siamo concreti: se in noi esiste un Ka, possiamo stare certi di essere parte, per quanto possa esser piccola, di una Kasta. Non conosci anche tu l’avvocato che scrive poesie? Il bancario-attore, la commercialista che pratica il burlesque? E la programmatrice col pallino del massaggio, la pittrice-cuoca, l’ingegnere-equilibrista? O la bagnina-clown negli ospedali, il maestro-squillo, il medico-cantante, il magistrato-scrittore? Credi che, pur soffrendo della spaccatura, non rinunceranno mai ad alcuna delle proprie identità. Sarebbero angeli, e gli angeli non popolano questo mondo. E tu che leggi, non hai già uno pseudonimo? Prendi il tuo Ka a braccetto e accedi alle nostre stanze! Il Ka è la Nuova Kasta, sarai quello che vuoi e non sarai più solo nelle tue aspirazioni. Stimola, alimenta e ostenta il tuo disturbo multipolare. Dirai finalmente addio al disagio, uscendo allo scoperto con i tuoi altri Te. Ma, attenzione, non compiere l’errore di lasciare il tuo posto nella Kasta ufficiale: il Ka è gratuito solo per la prima settimana, trascorsa la quale, continuerai a usarlo a soli 9,90 Euro/mese per profilo attivato. Per saperne di più, clicca QUI.
“Premessa numero uno: nel Simposio di Platone a un certo punto Socrate chiede a Diotima quale sia l’essenza più vera di Eros. Diotima risponde che è il demone, dato che tutto ciò che è demonico è intermedio fra Dio e il mortale. Da qui poi parte tutto un discorso che ha affascinato Hölderlin circa la complessità della figura di Eros, circa l’aspirazione imperfetta dell’uomo nel suo agire per forza di cose asintotico verso una unificazione con robe tipo l’essere o la natura. Per cui poi ci attende il regno della bellezza”

“7 Sensi” di Cartaresistente: testi di Francesca Perinelli – illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2

7 Sensi: Sesto senso (su Cartaresistente)

11 dicembre 2014

Il post originale è apparso su Cartaresistente l’11 dicembre 2014

Alle sette di sera il sole ancora non accenna a tramontare. Fa un caldo infernale e segnalo col braccio di far portare un po’ d’acqua al cane accucciato ai miei piedi. Mi slaccio la cravatta, avverto il sudore che scende in rivoli lungo la mia schiena e mi prudono le mani mentre guardo incedere la ragazza del bar con un’andatura da modella. Alle sette di sera, con questo caldo infernale, lei avanza pestando il terreno sopra dei tacco nove come se ballasse. Quando è a un passo da me si accovaccia, la gonna si accorcia scoprendo ginocchia perfette lì, proprio davanti alla sua scollatura. Dice: “Bello lui, bello”, in un sussurro. Poi, sarà per chiedermi come si chiama il mio mastino, fanno tutte così, spalanca la frangia di ciglia nerissime, scoprendo due autentiche gocce di cielo. “Mio Dio”, penso, e forse inizia a germogliare in me una fantasticheria, ma subito tutto precipita: lui, l’intruso ingordo, il saputello, il meschino. Quello che realizza prima di me ogni cosa e mi batte sul tempo. Il mio sesto dito, quello che cerco di camuffare, racchiudendolo tra indice e medio. Un’antenna che scopre e denuncia, si raddrizza in un lampo e segnala. Ora è puntato su Lisa. C’è scritto sulla camicetta d’ordinanza, si chiama così la cameriera che lo guarda atterrita. Un po’ troppo. Mi costringe a osservarlo, anche perché lui stesso si è curvato all’indietro, e fa male. Mentre gli occhi di Lisa si sgranano in preda al terrore, il mastino emette un borbottio che si perde in uno stridore di freni. Vicinissimo. Faccio male a snobbare il mio sesto. Così lui snobba me. Ma che può mai cavarne una Lisa dagli occhi di cielo dei segnali di quello sbruffone. Dovevo farlo io, ma mi ero distratto. Gli avessi dato retta, alle sette di sera di questo giorno infernale avrei avuta salva la pelle.

“7 Sensi” di Cartaresistente: testi di Francesca Perinelli – illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2

7 Sensi: Vista (su Cartaresistente)

4 dicembre 2014

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 4 dicembre 2014

Un fumetto, un sogno, una folgorazione. In apparenza era una ragazza-immagine, una mannequin tra noi. Capitò un giorno in cui la vidi di sfuggita, fumava accanto a un interlocutore mentre guardava altrove, la gonna corta con un fascione ai fianchi e un lungo bocchino tra le dita guantate, con aria da Louise Brooks. La conoscevo già solo di vista, quando mi capitò di chiederle un favore. Mi accostai piano, con circospezione, intanto che studiava la fotografia di un suk seduta sul suo stesso piede. Sembrava il suo ologramma, ma intanto era dispersa tra i cerchi di un dedalo lontano. Schiarii la voce più di due o tre volte, chiesi un permesso che non la raggiunse – forse in quel suk c’era troppo rumore, o forse troppa vita l’avvolgeva stretta. Attesi sbuffando di impazienza, finché tornò e mi accolse. Mi si rivolse un Buddha occhiuto come Betty Boop, che fu improvviso corpo, sostanza e odore: da lì ai miei occhi si fece una persona, completa di risate, lacrime, passato denso e sogni di futuro. Esclamazioni, pause, fruscio di tulle, consigli di cucina, cacce al tesoro, passioni a tutto tondo. Se oggi siedo immobile tra questi banchi scuri, per celebrare il rito di passaggio, lo devo solo a lei. Alla monotonia di quella tonaca in monologo non darei altra corda che per frustarla via. Il prete parla solo per immagini, prova a dipingerla immersa in una luce che lui, da cieco in vita, non riesce a tratteggiare. Ora che è più lontana, la dice più vicina a noi di quanto lo sia stata prima. Balle. Perché la luce è spenta. Ma chi l’ha conosciuta può accendere l’interruttore quando vuole. E inquadrarla così, libera ormai dal peso di questo mondo infame, viandante per le strade più remote. Con l’occhio che coincide con l’immagine, lei scatta all’infinito la sua fotografia, ne è felice e pensa ad altro che a noi.

“7 Sensi” di Cartaresistente: testi di Francesca Perinelli – illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2

7 Sensi: Tatto (su Cartaresistente)

27 novembre 2014

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 27 novembre 2014

Con mio fratello ci prendevamo a schiaffi e a pugni. Io sono un’impulsiva e lui ci impiegava una vita a prendere una decisione. Per questo, almeno quanto all’ordinario, voleva avere tutto sotto controllo, studiato e organizzato. Quando ripenso all’ultima volta che è uscito di casa senza più tornare, mi prende uno scoramento… No, devo ripetermi ogni volta, non sono stata io a spingerlo. Quel giorno, andando a scuola, sono rientrata in casa tre volte a recuperare vocabolario, occhiali e gomme mentre lui, col sorriso sarcastico del suo sentirsi migliore, dall’ingresso si avvicinava al portoncino per tappe prefissate: la mano destra a raccogliere cappello, zaino, ombrello (non sia mai fosse piovuto) già messi sul percorso dalla sera prima e, con la sinistra, le ultime tastate sulle tasche, interne e esterne al cappotto, per controllare che ci fossero le chiavi. Gli ho dato una pacca e l’ho sbattuto fuori, sul pianerottolo. “Allora che fai, ti muovi?” Ma restava impalato, non faceva che pestarsi furiosamente le mani contro il corpo. Finché si sciolse in lacrime come mai prima d’allora, farfugliando tra i singhiozzi di aver perso qualcosa. “Che sarà mai? Poi torni a casa e la ritrovi, adesso usciamo”. Non si decideva. La cosa era insormontabile per lui, che infine mi spiegò di aver perduto… il tatto. “Sono isolato dal mondo, lo capisci? La mia pelle è una membrana estranea. Mi stai toccando, ma io non me ne accorgo!” Gridava. Era una crisi isterica senza una via d’uscita. Provai a dirgli “Ti faccio respirare, apro quella finestra”. Mi implorò di non farlo. “Non sono in grado di capire se la corrente d’aria minaccia la mia salute! Cosa farò adesso? Mi prenderanno congestioni dopo pranzo, torcicolli, ustioni da phon e da marmitta. Mi vestirò senza capire di aver messo male le mutande sotto i pantaloni!” La sua agitazione mi fece impazzire di impotenza e rabbia. Quando lo spinsi giù per le scale, mi ricambiò con un sorriso stupito. Dalle ammaccature prese sarebbe dovuto essere bello che morto, invece (e questo è il mio unico sollievo), raggiunto il pianerottolo col balzo compiuto al termine dell’ultimo gradino, è saltato senza sforzo dalla finestrella spalancata sul cortile. Appena liberate le spalle, ha aperto le braccia a croce ed è scomparso, compiendo voluttuose piroette verso l’alto.

“7 Sensi” di Cartaresistente: testi di Francesca Perinelli – illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2

7 Sensi: Gusto (su Cartaresistente)

20 novembre 2014

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 24 novembre 14

Le punizioni non mi sono mai piaciute, figurati una somma. A letto presto e senza cena, solo per un capriccio. Appena sono rimasta sola, ho aperto la finestra e sono uscita. Qui dietro scorre il fiume e, se volessi, ti farei rimpiangere tutti i bocconi amari che mi fai ingoiare al posto di ogni pasto. Ma non voglio. Non è la prima volta, l’ho imparato da tanti anni ormai. Tu mi costringi a meditare, avere le visioni mistiche per fame? Io ti raggiro. Le mie visioni mistiche me le procuro leccandomi le dita di nascosto. Succo dolcissimo, di solida estrazione naturale. Potrei ficcare il dito dentro al favo, fottere il fuco e la sua insulsa guardia. Dipinta a strisce, distrarlo con mossette e con moine, e poi farti cucù dalla finestra col viso tutto sporco di miele. Ma non voglio. Anche stasera vago mentre assaporo quanti di zucchero succhiati forte (le guance dentro sanno anche di sangue) da fiori e steli d’erba cipollina strappati in mezzo al campo. Vago e ci vado. Non me ne importerebbe niente se anche mi seguissi. Se pure tu sapessi cosa mi traina e attira, e attiva la salivazione, che devo deglutire ancora e ancora. Sopra di me il cielo stellato, dentro di me la legge della soddisfazione di decine di papille gustative scattate sull’attenti. Quasi dovrei ringraziarti. Queste occasioni si fanno sempre più rare con il tempo, e io non perdo tempo a commiserarmi, o a commiserare te, che ti accontenti della tua solita scipita minestrina. Faccio da me, procaccio un brodo che ha del primordiale, e lo pregusto, leccando il dorso della mano con cui asciugo la mia faccia sudata.

“7 Sensi” di Cartaresistente: testi di Francesca Perinelli – illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2

7 Sensi: Olfatto (su Cartaresistente)

13 novembre 2014

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 13 novembre 2014

Ella mi sistemava il fiocco sulla bretellina. Le davo le spalle per controllare l’effetto nello specchio, aveva mani fresche che picchettavano rapide sulla mia pelle. Non so come, mi arrivava la loro timidezza di sapone attraverso le ondate di calore bruciante dei faretti. Mi disse “Fatto”, e finalmente respirai a pieni polmoni, inarcando la schiena tanto che lei si fece un passo indietro, ridendo. Qualcuno aprì la porta all’improvviso, lo spostamento d’aria lasciò entrare un paio di metri cubi di vizio e note, e due paia di occhiate già strafatte che si rinchiusero in uno stesso gabinetto. Impassibili, in uno stesso movimento, schiacciammo i fianchi paralleli al bordo del lavandino, per un ultimo sguardo d’insieme, catturato da un selfie di Ella che mi teneva il collo col braccio che sorreggeva il telefono. Mi salì al naso una scia intima di deodorante e sudore a fior di pelle, aprii di più le narici per inalare meglio e dissi “Fanne un’altra per favore”, lei disse “Cheese” e, invece che “formaggio”. Pensai che le sue labbra a cuore avessero detto “ciliegia”. Ero felice. Felice tanto, di essere lì sola con lei, proprio in quel momento. Sorridevamo respirando insieme. Non eravamo che due gocce d’acqua. Presi le vene pulsanti del suo polso minimo con il mio braccio destro, per tenere il suo ancora sollevato e domandarle “Un’altra?” Ma lei si liberò dimenandosi. Mi schiaffeggiò la dolorosa evidenza di una doccia appena fatta. “Tu sei malata. Andiamo via dai, senti che puzza”. Per un momento restai disorientata, ma poi, sempre dal basso, sentii strisciare verso di noi una grossa serpe grigia, le due di prima stavano fumando in bagno, era chiaro. Ella attraversò l’uscita in fretta, la porta si richiuse squarciando nel mezzo un velo di desideri irrealizzati, ciascuno col suo proprio profumo: sapone per quello di onestà verso me stessa, deodorante per quello di peccato, sudore a fior di pelle per quello di fatiche innominabili, ciliegia a fior di labbra per quello di proibito, bagnoschiuma per quello d’ignoto. E tutti si dissolsero nello stesso istante in cui, dall’altra stanza, venne tirato lo sciacquone.

“7 Sensi” di Cartaresistente: testi di Francesca Perinelli – illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2

7 Sensi: Udito (su Cartaresistente)

6 novembre 2014

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 6 novembre 2014

L’urlo sghembo di un telefono ha del terrificante, squillava già da tanto ma nel sogno era il drago che soffriva, trafitto da San Giorgio, che ero io. Ho fatto “Pronto?” E un crollo di fatti è andato ad annodarsi al rombo del troppo vino non metabolizzato. Ah, sì, la festa. Quasi ritorno a quando… ma intanto all’altro capo il Capo grida: “Sveglia! C’è un fulmine caduto da documentare.” Io da cronista “Certo.” Gli ho replicato “Sicuro che non mancherò”. Raddrizzo il corpo e parte diretto un colpo alla mia tempia. Che sia un lembo del lenzuolo ricaduto, o ancora l’eco del tuono, non fa differenza. È in questo punto esatto che risorge l’urlo del drago ancora intrappolato tra le orecchie. E lo sostiene quello del telefono, e le parole vuote udite, a forma di saetta zigzagante. Il tutto si fa troppo, non posso che scappare. Il taxi ha un prezzo altissimo, la sua tariffa è espressa in stridore di gomme sull’asfalto. Gli faccio “Presto!”, vedo che il fuoco lambisce la carrozzeria. Sono un San Giorgio in fuga, le frecce mi sibilano intorno. Rivedo per un attimo il sorriso della festa, il calice porto e subito esaurito. La botta forte di un tempo molto breve. Infinitesimo. Da farsi punto. Spillo. Ago. In vena. Pulsante. Spuma dell’onda anomala che mi sciacqua il cervello e illumina: il tuono si allontana all’incontrario, più mi avvicino al centro della confusione. È un bianco assurdo a invadere la scena, ne inghiotte i margini, rabbuffa i toni gravi e pialla tutti gli acuti. Scendo dal taxi, che si smaterializza, e un suolo d’ovatta comprime i passi incerti. Attorno non c’è nulla, perfino il drago ne è stato inghiottito. Mi fermo immobile a implodere nel tempo.

“7 Sensi” di Cartaresistente: testi di Francesca Perinelli – illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2

 

 

Sensibili alla consapevolezza

5 novembre 2014

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Davanti alle prime prove di scrittura, rileggendomi, mi sono messa le mani nei capelli. Una delle maggiori preoccupazioni di questi anni è stata quindi quella di trovare la mia voce. Un po’ come quando, da adolescenti, si fanno prove di personalità per dare al mondo un’immagine di sé coerente con il contenuto che si sente “abitare” dentro. Il problema è che, dentro di me, albergano molti Ka.

Cos’è il Ka? Lo si potrebbe definire una forma di autofiction. Oppure uno dei sensi che abbiamo a disposizione per esistere consapevolmente nel mondo.

Ma andiamo per gradi. La consapevolezza di sé non è faccenda da liquidare in poche battute. Si tratta in parte di affidarsi alle capacità che ci vengono date in dotazione alla nascita, in parte di affinare la conoscenza di sé e del mondo, e delle loro relazioni, attraverso un processo che impone di essere affrontato con grande sincerità. In particolar modo se si utilizza come strumento di indagine la scrittura.

Quanto è vero, nel senso di sincero, il racconto della vita messo per iscritto? La veridicità di una narrazione non coincide sempre con la verosimiglianza dei suoi contenuti, e il cammino delle idee, la loro condivisione, la consegna al rimuginare altrui, vivono sotto costante minaccia. Di un uso improprio dello stile, per esempio.

Il modo attraverso cui il pensiero viene instradato verso il lettore influenza l’appropriazione di un testo per la riflessione personale nonché il richiamo esperienziale, sensuale ed emotivo, necessario all’attivazione della percezione delle affinità e all’immedesimazione. Di uno stesso testo sono possibili talmente tante versioni , stilisticamente differenti tra di loro, che chi scrive, operando scelte definitive, esclude più o meno coscientemente le alternative latenti nello stesso tema, altrettanti aspetti della stessa verità.

Il linguaggio evocativo/simbolico (che è, sì, appannaggio di luoghi e tempi nei quali viene negata a forza l’espressione della verità, ma è anche quello della poesia, evocazione necessaria dell’indicibile) spesso è l’unico mezzo per arrivare al cuore di questioni attinenti al quotidiano, quanto e a volte più della loro mera analisi fenomenologica (per usare un refrain trito e ritrito).

[Se la forma minaccia i contenuti della prosa, per quanto mi riguarda è fuori discussione la trasmissione della verità nella poesia, il cui solo punto debole risiede nel grado di sensibilità (intesa come finezza dei sensi, di tutti i sensi) di chi legge.]

E tipico dei sensi è l’ambito di un secondo fattore che minaccia la verità delle narrazioni: la perdita di fisicità dell’oggetto “libro”.

Via via che il libro come oggetto “sensuale” arretra nella quotidianità di ognuno, la veridicità della narrazione va rarefacendosi. Ciò che si legge in formato esclusivamente elettronico fatica a restare impresso nella mente e il lettore rischia di ridursi a consumatore bulimico di narrazioni di qualità indistinta una rispetto all’altra.

Certo, lanciato dal pulpito di un blog, quest’ultimo atto d’accusa, per ora, non trova soluzione. Fortuna che, oltre a iCalamari, c’è Cartaresistente che verifica di volta in volta la veridicità delle tesi con metodologia pressoché scientifica, come nel caso delle serie di argomenti affrontati in sette post sette.

Mi riferisco in particolare alla serie dei Sette Sensi, che prenderà il via da domani, illustrata egregiamente da Davide Lorenzon con immagini che a me ricordano luminescenti graffiti metropolitani e per la quale ho accolto con piacere l’invito a fornire i miei testi.

Testi evocativo/simbolici (con prevalenza altalenante dell’una e dell’altra componente), improntati alla ricostruzione di esperienze quotidiane che, per essere tali, trovano spesso affievolita la nostra consapevolezza del loro essere necessarie.

In una sfida al mezzo tramite il quale la serie viene pubblicata, i nostri Sensi vogliono resistere nell’immaginario di chi legge come resiste un sapore sul palato, l’impronta di un’immagine sulla retina, l’eco di una voce nelle orecchie, l’odore nella cavità nasale, la carezza di una mano amica sulla guancia. Come resiste, con chissà quali implicazioni, l’impressione di aver presentito un fatto poi accaduto o quella di aver creduto poter vivere essendo altro da sé (il Ka, ne leggerete presto).

A questo punto, cari lettori digitali, confidiamo nella vostra sensibilità.

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I 7 Sensi: 5 umani 2 extra

30 ottobre 2014

I 7 Sensi: 5 umani 2 extra.

Illustrati da Davide Lorenzon.

(A breve, su Cartaresistente)

Un’offerta speciale – CINQUE

30 gennaio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[QUATTRO – Leggi dall’inizio]

dito sul collo

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CINQUE

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Cesare fissò a lungo la pioggia che scendeva fuori dai vetri della camera da letto. L’esterno gli appariva compresso, stritolato dalla mole d’acqua che veniva giù. Senza più un fuori al quale rapportarsi, l’interno della sua abitazione gli sembrò più intensamente vivo. Sentiva le pareti respirare, il corridoio risuonare di passi e, provenienti da un altrove indefinibile, sussurri che chiamavano il suo nome.

Eppure lì, oltre a lui, non c’era nessun altro.

Andò in cucina e mise ad abbrustolire due wurstel sopra una bistecchiera. Scostò una sedia dal tavolo e ci crollò pesantemente sopra. Fece il numero di Anna. Il telefono squillò a lungo finché Mimì aprì la conversazione con un “pronto?” squillante.

I minuti passarono e la tensione di Cesare lasciò il posto a un languore che somigliava al ricordo che gli restava della felicità.

Si sentì stanco. Finita la cena, lasciò pentole e stoviglie nel lavandino e andò a coricarsi prima del solito.

A luce spenta, gli occhi stentarono a chiudersi, temendo di incappare per la quarta notte nel solito sogno. Ma, alla fine, fu vinto dall’oscurità.

L’umanità straziata dalla disperazione, da un lato, e il dovere di mantenere inviolata la porta d’accesso al Presidente, dall’altro, avevano aperto uno strappo che Cesar attraversò senza ricucire, fuggendo lontano così come si trovava, nudo e imprudente.

Il vento della Storia cambiò di colpo direzione, e la rivoluzione aprì una notte le sue danze, nel fragore infernale di una discoteca di moda, per l’appunto.

Lei era giovane e in possesso di tutte le prerogative che l’avrebbero facilmente ascritta ai frequentatori abituali, ma un occhio attento avrebbe notato che non apparteneva a quell’ambiente.  Da come si muoveva guardinga, dalla prolungata mancanza di compagnia, dall’avvicinarsi per piccole tappe al tavolo riservato al Ministro e alle sue guardie del corpo. Ma quelli ormai ne avevano bevuto uno di troppo, e mantenevano con crescente difficoltà la concentrazione necessaria al loro compito.

Quanto a Cesar, fu l’unico ad averla puntata da lontano. E non si stupì quando gli passò accanto, anzi, rallentò la respirazione, come se con essa potesse rallentare il tempo, e vedere quel fianco fasciato da una gonna di pelle nera, sfilargli accanto con la morbidezza del ralenty.

Lei gli disse in un soffio:

– Ci sarà un’esplosione.

chinandosi a raccogliere la borsetta cadutale da sotto il braccio, che anche lui si era precipitato ad afferrare.

Il ministro, nella sua lecita serata di riposo, non ebbe ritegno nell’incrociare le proprie dita sopra quelle di lei durante l’operazione di recupero. Con l’altra mano, le sollevò il gomito per aiutarla a risollevarsi. La giovane, come se niente fosse, riprese a parlare mentre controllava il contenuto della borsa.

– Poi, entro un quarto d’ora dovrai essere all’eliporto, prendere o lasciare.

Finalmente sollevò lo sguardo e recitò la parte da professionista. Si dimostrò sorpresa di riconoscere l’uomo pubblico, aprì l’espressione e, per una manciata di secondi, avvolse Cesar in un enigmatico sorriso.

Lui ne comprese il senso e rispose col suo ghigno di cortesia, ma si ritrovò senza la propria parte del copione quando affiorò un secondo strato a staccare alla donna il trucco da sopra la facciata. Uno sguardo, spontaneo, umano, pudico, al quale restò impigliato al punto da non potersene staccare.

La messaggera aveva trasmesso un’offerta di riscatto, il ringraziamento del gruppo per tutte le preziose informazioni date nelle ultime settimane. Prendere o lasciare. Lui prese tutto ciò che gli veniva offerto in quel momento. Offerta inaspettata, a dispetto del periodo già del tutto insolito. Qualcosa di speciale.

La invitò a ballare, dopo aver gettato un’occhiata in cagnesco ai gorilla, scattati in direzione della donna.

Calma. Stava solo cogliendo un’opportunità di conquista, offerta da una bella ammiratrice.

Accennarono a pochi passi discordi, poi presero un ritmo comune. Lei si lasciò cingere la vita e la pantomima prese le forme di un ondeggiamento leggero. Attorno a loro si formò un circolo vuoto, la sala sembrò spalancare le pareti, le luci colorate offrirono a entrambi una scusa per far crescere il rossore.

Lui sbirciava di sottecchi l’intorno e quasi non la guardò per l’intera durata dell’improvvisata danza. Ma le parlava ugualmente, attraverso la calibrata pressione delle dita sul vestito. La donna non reagì subito ma quando, in un sussurro, si scusò e gli sorrise ancora, nell’alzare gli occhi su di lui gli affilò sul collo il profilo dell’unghia, per poi dileguarsi in fretta nel buio oltre la pista.

Cesar tornò a sedersi vacillando. Una lama gli era penetrata nel cervello.

Da quel momento in poi, il senso logico degli eventi prese a sfuggirgli. Iniziò a vivere come osservando sé stesso dall’esterno.

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[SEI]

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