Il problema è di chi resta: prepararsi alle nuove leggi di mercato

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Costa ancora un’elemosina

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Gli ultimi in ordine di apparizione sono i manifesti che sloganeggiano un tristemente esplicito VaffanCUD, firmato da una delle tante sottosigle sindacali.

Lo leggo a semaforo rosso, è affisso sulla recinzione del cantiere fermo-per-elezioni-comunali, tappezzato di vecchie e nuove facce che chiedono il voto dietro promesse spudoratamente false. Per reazione mi volto dall’altra parte. Alla mia vista si espone magnanimamente agli sguardi altrui un essere di cui individuo il sesso, femminile, grazie alla gonna di cotone verde militare, lunga, a balze, con pizzi e frange, che penzola da sotto il giubbotto sportivo di stoffa nera.

Le mani della donna si danno da fare sopra un telefonino, nella destra stringe una sigaretta appena accesa. Le unghie sono lunghe quanto metà dita e decorate con un french particolarmente fantasioso. Da dentro l’auto non decifro il disegno, ma a occhio e croce sarà costato un’ora di lavoro all’estetista, oltre al coating di prammatica.

La donna è grassa, ha un gran pancione che tende il giubbotto verso il basso, le gambe sono pietosamente nascoste alla vista dalla copertina invernale dello scooter. Del viso si scorgono solo labbra pittate e naso adunco, da sotto il casco escono allo scoperto mostruosi orecchini stile impero e occhiali firmati, sovramisurati.

Mentre allontano un lavavetri, il solito a quel semaforo (ci conosciamo e, se non oggi, capitolerò domani), riesco a immaginarla in versione estiva, col culo che straborda dalla cintura troppo calata in vita e una Y merlettata che scava nelle sue carni striate, portando l’involontario osservatore a frugare con la fantasia fin dentro i  suoi più reconditi recessi.

Mi viene da pensare che sia una che scopa. Sicuro. E tutti i giorni, pure. Alla faccia dell’età e del senso estetico comune. Immagino che abbia una vita vorticante nel web. Una famiglia che le somiglia, un cane che le somiglia.

Alla fine scatta il verde, mentre sto pensando che una così avrà anche fede in un partito che le somiglia molto. Del quale rappresenta il tipico elettore di estrazione popolare, ma benestante, probabilmente lavora in qualche ramo del commercio.

Perché i poveracci hanno poco da sentirsi rappresentati. Ne incontro a mazzi di decine al giorno, camminando verso il posto di lavoro.

Al primo, in genere uno che canta, suona o si lamenta in metro, mollo quello che trovo in tasca. Cerco di non dare più di trenta o cinquanta centini, perché poi come al solito finisco io a ricasco dei colleghi, quando si improvvisano riunioni  o pre-riunioni, o solo chiacchiericci, davanti al distributore del caffè. Non mi piace avere conti in sospeso, di nessuna natura.

Ma poi arriva il secondo, spesso un vecchio, malandato, puzzolente, spesso sdraiato o seduto in terra. In tasca non mi è rimasto nulla, se non quei trenta centesimi di cui sono restia a privarmi. Tiro dritta, non lo guardo neanche in faccia. Mi vergogno, e rimando mentalmente al prossimo incontro.

Quindi è la volta di un uomo di colore o può essere una donna, a volte corredata di figliolo in fasce, con un carico di calzini incellofanati che sborda dalle braccia ripiegate sul petto, e l’insistente “Ehi bella, ho fame, non hai qualche spiccio? Ehi? Bella? Bella? Ehi.”

Mi è capitato di fermarmi con loro, qualche volta. Se regalo del denaro mi va di scambiare due parole con chi lo riceve. Immagino sia una compensazione tipica da personalità fragile, questo tentativo di livellare le posizioni, di non sentirmi gravata dalla colpa della mia migliore condizione.

Un tempo questi ragazzi, sempre intorno alla trentina, non accettavano spicci, insistevano che venisse comprato qualcosa, offerta libera, mai meno di una manciata di euro. Un tempo potevamo anche permettercelo, noi che possiamo contare su di un conto in banca (finché l’effetto Cipro non ci travolgerà).

Noi che abbiamo qualcuno al quale diamo fiducia perché ci rappresenti in Parlamento, anche se siamo consapevoli che non sarà mai una fiducia abbastanza ben riposta. È solo l’unica alternativa al non voto, e il non voto è una violenza ai nostri diritti e un insulto ai nostri padri. Eccetera.

Oggi, diversamente da ieri, l’”offerta” è calata drasticamente, e la “domanda” si è adeguata.  Arrivano anche a toccarmi, a volte a strattonarmi, i venditori di calzini. Mi chiedono spicci, quello che ho, anche se non gli compro niente. Io li guardo e mi sembrano sempre così in carne. Non so, forse era meglio darli al vecchio.

Mantengo ancora i trenta centesimi stretti tra le dita della mano nascosta in tasca. So che non mi toglierò l’odore di metallo per una buona mezza mattinata, e così il fastidio di pensare a queste prime ore del giorno. Continuo a  camminare, il panorama è vario.

Donne in età, in età molto avanzata e anche bambinaie, giovani e vecchie, molte straniere, con passeggini, e ragazze e ragazzi, che teoricamente dovrebbero preoccuparsi del futuro e non trovarsi in quel momento in strada a gonfiare il petto coi soldi dei genitori, griffati e supponenti.

Portano a spasso il cane, tutti. I cani sfuggono, si perdono, si azzuffano l’un l’altro. I proprietari strillano. I passeggini intoppano. I bambini spengono gli occhi sbarrati sulla strada, qualcuno riesce pure a dormire, in mezzo ai clacson e alle urla.

Da un paio d’anni Stefano non c’è più. Veniva dall’est Europa, uno scheletro di circa novanta primavere, le ultime cinque, almeno, passate sulla strada, estate e inverno. C’erano persone che sospettavano che fosse sfruttato da una banda di compatrioti, perché ispirava “troppa” pietà. E per questo, per non alimentare il racket sospettato, non gli hanno mai dato una moneta.

Io con Stefano ero entrata in confidenza. Lui, non so se mi riconoscesse quando lo salutavo, mi faceva sempre dire il mio nome, era praticamente cieco. Ma le sue orbite offuscate si illuminavano, e slargava la bocca in un sorriso dei suoi due o tre denti appesi ai gengivoni rosati, quando mi ci accucciavo davanti e perdevo tempo con lui.

Stava seduto su una cassettina della frutta. A me faceva bene, davvero, parlarci. Era un brutto periodo, mi sentivo più vicina alle persone senza patria e senza casa che a quelli che frequentavo quotidianamente. Loro non avrebbero capito cosa mi si agitava dentro.

Una volta Stefano mi ha sorpreso, discendo che da giovane era stato uno studioso, un professore, e aveva curato la traduzione del Decamerone. Mi declamò su due piedi qualcosa di Boccaccio. Mentre alterava la voce in maniera spaventosa (considerato che era ogni giorno più privo di forze) e sputazzava in giro, gli scendevano le lacrime. E aveva un’aria fiera. Si lamentò di non poter più leggere. E di non aver nessuno che leggesse a lui qualcosa.

In una delle farneticazioni con le quali intrattengo giulivamente me stessa, ero arrivata a pensare di cercare un audiolibro su CD con tutto il Decamerone, di regalarglielo insieme a un lettore CD da due soldi e delle cuffie per ascoltarlo. Avevo pensato di darglielo e scappare via. Ma forse non avrebbe saputo usarlo.

Forse avrei potuto farglielo provare, gli avrei spiegato come funzionava, e se poi ci riusciva, glielo avrei dato, e sarei scappata in fretta. Ma poi mi sono distratta, ed è passato tempo, e sono successe cose che mi hanno portata per mesi lontano da quei marciapiedi. Quando sono tornata, Stefano non c’era più.

Veniva in centro tutte le mattine con l’autobus, aggrappandosi a un bastone. Viveva da solo in periferia, da quando il suo coinquilino con cui condivideva una stanzetta nei dintorni lo aveva lasciato solo e lui non poteva più permettersi l’affitto. Altro che racket. Avesse avuto almeno un cane, uno vero, non uno da passeggio, a fargli compagnia.

Oggi c’è Anna appoggiata al muro, stretta in un cappotto beige, dimostra un’ottantina d’anni. Lei è italiana, com’è cambiata la “domanda”. Lei chiede e basta, non vende nulla. Non declama niente. Non salta, né balla. Prova solo tanta vergogna e cerca di non dare nell’occhio, si piazza dietro a dei cassonetti dell’immondizia e quando uno passa, chiede perfino scusa per il disturbo. A me non viene affatto il dubbio che sia sfruttata da qualcuno. Le do sempre qualcosa, e mi fermo per due parole. Dice che si contenta di mangiare passato di verdure e the, che tanto alla sua età è meglio contenersi.

Oggi le ho detto che avevo mal di schiena, ho due vertebre disallineate, ieri ho fatto la risonanza magnetica. Le ho parlato con scioltezza, ho ridacchiato pure, il solito complesso di quella che dorme tra due cuscini alla faccia degli altri.

Lei, per i neuroni specchio, forse, mi ha raccontato una certa storia di miracoli. Ha detto che in ospedale aveva aiutato un’amica a sollevare il corpaccione del marito che non riusciva a spostare da sola dalla sedia a rotelle al letto, e che si era fatta male alla schiena. Il medico le aveva prescritto il busto, ma non era riuscita a sopportarlo, se l’era tolto subito.

E poi il Signore aveva fatto prima la grazia all’uomo, facendolo tornare a camminare, poi a lei, togliendole il mal di schiena. Anna ha cercato di trasmettermi tranquillità. Io ho rabbrividito. Non riesco proprio a credere nei miracoli. Anzi, farlo mi è sempre sembrato un atteggiamento molto pericoloso.

E poco prima avevo incontrato Emilio. Che aveva detto “Chi la dura la vince”, ci devono dare il cento per cento. Emilio è un carissimo ragazzo, un uomo buono. Però, quanta voglia di credere ai miracoli. Credere come bambini che le cose, se le desideri intensamente, si avvereranno.

Per esempio, buttare giù per sempre i malcostumi ultradecennali d’Italia nel tempo di un Vaffanculo (com’è cambiata la “domanda”, una volta si sarebbe detto “nel tempo di un amen”). Credere nella venuta di Uno al di sopra del bene e del maaaaaaleee, fare, come l’eeeeremita… Uno che con una spallata distrugge tutto, ma tutto tutto. Tanto verrà qualcun altro a ricostruire, e a ricostruire come Uno comanda. Non quell’Uno, però, che non se ne intende affatto. Un altro.

Io sto studiando il modello Anna. Il suo modo semplice e astuto di presentarsi. Sa che la sua è una guerra a chi impietosisce di più. E lei, è vero che ha ottant’anni, ma vorrebbe ancora campare. Stravincerà sulle vecchie col cagnolino defecante e sui ragazzotti che, per forza d’età, resteranno ancora a lungo strafottenti.

Io la studio, perché intendo superarla, quando tutto ma proprio tutto sarà spazzato via e, guarda un po’, non comparirà nessuno da un fantomatico cilindro a ricostruire. Io… ho due vertebre protuse, ecco il termine esatto e, pensa, una volta ero una ballerina mentre ora, povera me, mi contento di camminare piano, quando ci riesco. Io una volta ho aiutato un vecchio cieco a comprare le medicine, sono sempre stata tanto buona e ora che servono a me, le devo comprare da sola… Uh, quante storie potrei raccontare ai passanti, piegata in due, pigolante, e con gli occhi lacrimosi.

Perché il problema è che quando saremo col culo a terra, né io né la chiappona col perizoma al vento ci accontenteremo facilmente del passato di verdure. E quando in strada ci ritroveremo tutti, passeremo direttamente dal capitalismo al cannibalismo. Bisogna prepararsi.

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Nanni Moretti (Palombella Rossa) – e ti vengo a cercare (di Franco Battiato)

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2 Risposte to “Il problema è di chi resta: prepararsi alle nuove leggi di mercato”

  1. Jihan Says:

    vengo spesso qui a leggere in silenzio. mi fa un gran bene. lontano da altri clamori, da intimità fittizie, troppo esibite per essere vere, fra le quali mi sento sempre inadeguata. Pavese diceva “la fatica è sedersi senza farsi notare”, io lo faccio senza fatica e ritrovo ciò che merita notazione.

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    • icalamari Says:

      Anche a me piace venire dalle tue parti in sordina, di quando in quando. Da indegna lettrice di Pavese quale sono, ti ringrazio per quello che dici, per come lo dici, e lo ricambio.

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